Puntuali, ogni anno, ritornano sulla stampa nazionale gli stessi dati e gli stessi commenti: la domanda di lavoro c’è. Mancano però le competenze per rispondere alle domande delle imprese. Un bagaglio di luoghi comuni, costantemente ripetuto senza mai porre un problema, è la cortina fumogena che finora ha impedito l’affermarsi in Italia di un dibattito sui “good jobs”, destinato diventare una delle chiavi di lettura ineliminabili della nostra attualità.

Lavoro, domanda da 1,5 milioni di posti ma per il 40% mancano le competenze. Così ha sparato in apertura di prima pagina «Il Sole 24 Ore» del primo maggio 2022, individuando una linea interpretativa subito colta dal servizio pubblico televisivo, che in mattinata invitava su Rai News 24 a commentare le prime pagine dei giornali – e naturalmente a confermare la lettura impostata dalla sua testata – un redattore del quotidiano di Confindustria.

Un atteggiamento del genere da parte di mezzi di comunicazione così influenti non stupisce, nel contesto della progressiva trasformazione della Festa dei lavoratori in una più astratta e arrangiabile Festa del lavoro. Stupisce di più che, in una redazione che si vuole attenta alla competenza dei suoi componenti su temi economici, si confermino sia per iscritto che a voce luoghi comuni così discussi e discutibili.

Perché il discorso che i giornalisti riportano, riassunto al massimo, è sempre quello già sentito tante volte: alle aziende mancano periti, tecnici specializzati, laureati STEM, e non li trovano perché i giovani italiani si ostinano a studiare le cose sbagliate, soprattutto le donne, che infatti in tutti i questi ambiti risultano minoritarie e finiscono poi per essere occupate assai meno di quanto dovrebbero. La colpa è sempre della parte contrattualmente più debole, che deve adattarsi sulla base delle precise indicazioni fornite dal giornale alle esigenze di chi invece non ha alcuna responsabilità – ad esempio nello scarso impegno nella formazione interna o nella messa a frutto delle abilità disponibili – e che guarda caso è spesso associato all’ente editore del quotidiano di cui sopra.

Eppure si tratta di un discorso ormai abbastanza trito, e che il dibatto ha dimostrato essere attaccabile sotto diversi punti di vista. Per cominciare, un problema di metodo: l’insieme dei profili individuati come scarsi sul mercato è estremamente eterogeneo, ed è impossibile cogliere le carenze di tutte quelle tipologie di aspiranti professionisti in un discorso unico. Per esempio, nell’annosa polemica sulle lauree STEM sono ormai emersi alcuni elementi ineludibili di tematizzazione, come: la difficoltà a “tradurre” l’ambito vasto di riferimento nei corsi di studio italiani (il settore medico-sanitario, di cui nessuno discute la base culturale scientifica, rientra nell’ambito STEM? In tal caso molti dei discorsi sugli squilibri di genere andrebbero rivisti); la percentuale di studenti impegnata in percorsi fisico-matematici e ingegneristici ormai non molto dissimile dalla media OCSE, a dimostrazione del fatto che sull’Italia pesa la scarsità di laureati in generale piuttosto che quella in determinati ambiti; la tendenza storica dei campi di studio in quel momento più “strategici” a risultare piuttosto ostili all’accesso femminile, che dovrebbe condurre a un ripensamento generale sulle conseguenze più sottili e meno avvertite dei pregiudizi di genere invece che a questionare sic et simpliciter le scelte delle studentesse.

Eppure, il fatto che in Italia si studino troppo poco le scienze è stato dato semplicemente per assunto e per assodato, senza alcuna problematizzazione – e per fortuna, stavolta, senza chiamare in causa Croce e Gentile come si fa di solito, evitando ai due grandi neoidealisti critiche ben più centrate individuabili con l’occhio dell’oggi.

I giornalisti che qui chiamo in causa sono stati invece assai più espliciti nel prendere posizioni altrettanto fragili su altri elementi che compongono quel calderone dei posti di la cui domanda da parte delle imprese non verrebbe soddisfatta. Ecco quelle principali.

  1. In Italia ci sono pochi periti perché a causa della cultura del liceo solo pochi fanno altri percorsi, ritenendoli di Serie B. Su come e perché da noi siano considerati i vari segmenti dell’istruzione secondaria superiore, e su come intervenire in merito sul piano culturale, si può discutere. Ma i numeri parlano abbastanza chiaro: i percorsi tecnici e professionali sono scelti da circa il 45% degli studenti, in qualche annata anche di più. Sebbene in tali ambiti si faccia sentire in forma maggiore la tendenza alla dispersione – ma spero che in questo caso siamo tutti d’accordo a non dare la colpa a quei lavativi che non studiano e a invocare un urgente intervento politico, che già di per sé consoliderebbe la dignità culturale di quei percorsi di studio – si tratta comunque di un imponente numero di diplomati e (meno) diplomate ogni anno. Diplomati e diplomate che in un numero crescente di casi preferiscono l’università rispetto a un lavoro che, stando a quanto detto sopra, corrisponde esattamente a ciò per cui si sono formati e formate, e che nella gran parte degli altri casi faticano parecchio a trovare questa posizione così soddisfacente che sembra essere a portata di mano, viste disoccupazione e sottoccupazione giovanili. Sarebbe quindi il caso che il nostro giornalismo specializzato in mercato del lavoro scavasse più in profondità su cifre generalmente opache – dove si trovano queste offerte? di quali contratti si parla? Si seguono i canali di assunzione ordinari? Tutte domande che emergono immediatamente a ogni lamentela di ristoratore che non trova lavapiatti, come ben sappiamo – e mostrasse una situazione caratterizzata da maggiori asperità. Una situazione, ad esempio, in cui col diploma è difficile schiodarsi dal ruolo di operaio, e in cui le qualifiche nominalmente afferenti al profilo ottenuto con gli studi secondari sono appannaggio di chi poi ha proseguito gli studi, e si trova quindi a offrire all’azienda una specializzazione di maggior pregio allo stipendio che dovrebbe competere a un diplomato.
  1. Altra prova della scarsa presa dei percorsi secondari tecnici è il mancato successo (finora) degli ITS, i cui diplomati pure vantano un’ottima occupabilità, superiore all’80%. Tralascio l’indebita correlazione tra istituti tecnici secondari e istituti tecnici superiori: non c’è alcuna chiara continuità tra i due percorsi né sul piano istituzionale, né su quello culturale, e accostarli significa fare il solito minestrone di elementi diversi, peraltro sdoganato dalla confusione tra ITS e ITIS che gli speechwriters di Mario Draghi hanno fatto nel discorso programmatico al Senato, e che troppe persone hanno accolto sulla base del principio di autorità. Il punto su cui forse è il caso di riflettere riguarda proprio le ragioni del successo occupazionale dei profili usciti dagli ITS, finora scelte così poco comuni dopo la scuola secondaria per un paradosso solo apparente. Semplificando al massimo, si può dire che tali istituti nascono generalmente da partenariati con aziende che hanno bisogno di figure tecniche specializzate, e contribuiscono a formarle per poi assorbirle. Il fatto che un simile modello non si sia esteso spontaneamente dovrebbe farci chiedere se davvero esistono ancora così tante realtà imprenditoriali bisognose di quel tipo di personale e ancora non coinvolte nella sua istruzione post-secondaria. Se così non fosse – e il livello di competenze generalmente richiesto nelle filiere produttive più diffuse in Italia lo lascia presumere – il rischio è che il miliardo e mezzo di PNRR che il governo intende come quota istituzionale di sostegno ed espansione degli ITS cada nel vuoto, a meno di assistere allo sviluppo del comparto post-secondario non universitario cui già si è assistito in Germania e in parte in Francia, con la progressiva assimilazione dei diplomi ai primi livelli accademici e la conseguenze accoglienza di tutte le criticità occupazionali diffuse tra i corsi di laurea.
  1. Concausa dello scarso appeal dei percorsi di istruzione tecnica e professionale è il depotenziamento dell’alternanza scuola-lavoro, col quale si sono di nuovo allontanati scuole e mondo produttivo. Checché si pensi del programma dell’alternanza nel suo complesso – e dare un giudizio d’insieme per esperienze così sfaccettate è molto difficile – un punto pare dirimente per valutare questo argomento. L’alternanza scuola-lavoro è infatti prevista per tutti i tipi di istituto, e una sua eventuale ridefinizione non depotenzia i comparti tecnico-professionali. Comparti che, peraltro, in varie realtà hanno sviluppato relazioni ben più strutturate col tessuto produttivo locale, come è necessario, e come anche i non addetti ai lavori sono venuti a conoscenza non molto tempo fa, purtroppo in circostanze tragiche.

Sorvolo su come i giornalisti del «Sole» non abbiano perso neppure in questo caso occasione di stigmatizzare il reddito di cittadinanza, riconoscendo il suo ruolo fondamentale di sostegno alla povertà – vivaddio! – ma imputandogli anche la (presunta) tendenza degli studenti a non scegliere percorsi formativi immediatamente spendibili sul lavoro per eccessiva confidenza in quel “salvagente”. Resta il fatto che questo bagaglio di luoghi comuni, costantemente ripetuto senza mai porre un problema, è la cortina fumogena che finora ha impedito di affermarsi sui mezzi di comunicazione a più elevato impatto di un dibattito assai vivace a livello internazionale come quello sui “good jobs”, destinato diventare una delle chiavi di lettura ineliminabili della nostra attualità.

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