Ripubblichiamo l’intervista ad Antonio Bonatesta, segretario dell’ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca Italiani) svolta da MarcoViola per UniNews24.

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Roma – La settimana scorsa abbiamo pubblicato e commentato con preoccupazione i risultati della Quarta Indagine Annuale promossa dall’ADI su Dottorato e Post-Doc (la versione integrale è scaricabile qui).Vista la gravità delquadro che ne emerge, abbiamo deciso di intervistare Antonio Bonatesta, segretario nazionale dell’ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca Italiani).

Partirei chiedendoti: quali sono secondo te i punti più salienti dell’Indagine che avete presentato a Roma il 30 maggio?

I punti più salienti sono sicuramente quelli relativi alle prospettive di dottorandi e dottori di ricerca. L’analisi è stata sulle condizioni materiali e sui diritti dei dottorandi italiani, e poi sul reclutamento dei dottori di ricerca –sia dentro che fuori dall’università. Abbiamo rilevato che i provvedimenti principali dell’ultimo anno e mezzo (il DM 45/2013, poi le Linee Guida sull’accreditamento dei corsi di dottorato del Marzo 2014) stanno portando a una contrazione del numero di posti del 19%. Questo ci porta a scivolare ancora più in giù nella graduatoria dei paesi OCSE ogni mille abitanti. Con 0,6 dottorandi per 1000 abitanti, siamo uno dei fanalini di codanell’OCSE e in Europa.

Altra cosa importante è quella relativa alla tassazione: il DM 45 del 2013 ha introdotto la possibilità di tassare anche i borsisti, di cui 9 università si sono rese conto nel 2013 iniziando a tassare anche ai borsisti. Questo è grave, perché per avere un dottorato più giusto dovremmo puntare all’abolizione delle tasse anche per i non-borsisti.

Il punto più dolente è quello sulle prospettive dei dottori di ricerca. Sulla base dei dati del 2013 abbiamo calcolato che già a partire dall’addottoramento circa un terzo dei dottori di ricerca abbandona l’università –e si tratta di un calcolo molto ottimistico. Riguardo agli assegnisti di ricerca invece, dei circa 15.300 assegnisti attivi nel 2013 il 96,6% non continuerà a fare ricerca.

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Ti fermo su questo punto, su cui volevo arrivare. Dopo aver partecipato alla vostra presentazione, Francesco Sylos Labini di Roars è andato a registrare la puntata di Otto e Mezzo di sabato scorso [31 maggio], e citando i vostri dati ha commentato che “stiamo rottamando una generazione di giovani”. Ma si tratta davvero solo di una generazione, quella degli attuali dottori di ricerca, oppure questa rottamazione riguarderà almeno due generazioni – gli attuali dottori di ricerca più gli attuali dottorandi?

La cosa che emerge con chiarezza è che l’intera generazione di giovani ricercatori nati tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 è molto prossima ad essere “saltata” all’interno dell’università. Questo perché i livelli di reclutamento sono molto bassi, a causa sia del definanziamento che delle politiche del turnover. Una situazione di emergenza che già il CUN (Consiglio Universitario Nazionale) ha evidenziato nel suo ultimo rapporto, chiedendo che si ritorni ai livelli di reclutamento minimi per fronteggiare quest’emergenza, chiedendo che venissero bandite 4000 posizioni per RTD-B [contratti di ricerca e insegnamento di tre anni, esauriti i quali sarà possibile diventare professori associati] e 5000 posizioni per RTD-A [contratti di ricerca e insegnamento di 3 anni potenzialmente rinnovabili per altri 2]. Noi stiamo viaggiando attualmente su ritmi molto più bassi: nel 2013 abbiamo bandito solo 520 posizioni per RTD-A e solo 130 per RTD-B. A questi livelli un’intera generazione sarà espulsa dall’università.

Quella successiva avrà destino migliore?

Bisogna capire cosa vogliamo fare del nostro sistema accademico: se vogliamo distruggerlo non ci possiamo aspettare un destino migliore. Se vogliamo cambiare la rotta allora le cose potrebbero migliorare.

Considerando che formare un dottorando ha un costo (specie quando è un dottorato con borsa), non si rischia di sprecare un sacco di soldi abbandonando così tanti giovani ricercatori dopo la loro formazione?

Il primo costo è quello individuale: è il rischio che corre ogni giovane ricercatore precario investendo i suoi migliori anni in formazione alla ricercaper poi vedersi costretto a reinventarsi fuori dall’università –vista anche la scarsa spendibilità del titolo di dottore di ricerca. Poi c’è un costo di sistema: il sistema universitario forma queste figure spendendo fino a 140.000 euro (calcolando il costo di un dottorando con borsa per un triennio più il massimo di dodici anni di assegni di ricerca consentito dalla Legge Gelmini). Chiaramente è un costo, sono risorse bruciate; per questo si apre anche la partita fondamentale della valorizzazione del titolo all’esterno dell’università.

Adesso ci arriviamo. Prima però volevo riprendere una citazione dalla vostra presentazione: “mentre quote sempre più consistenti di risorse finanziarie vengono sottratte alle università, il sistema reagisce aumentando il tasso di precariato al suo interno (p. 28-29)”. Ma questo “pellegrinaggio” del precariato ha anche aspetti funzionali o solo disfunzionali?

Non vedo nessun aspetto funzionale…

Per esempio, è vero che lasciare sulle spine questi giovani ricercatori anziché assicurargli un posto fisso li stimola a competere tra loro nel fare ricerca migliore?

No no no: la produttività si migliora mettendo le persone nelle condizioni di lavorare con serenità. È impossibile per una persona fare ricerca se sa che deve misurarsi costantemente con scadenze: i tempi della ricerca sono molto più lunghi dei tempi dei contratti con cui pretendono di far funzionare l’università. Bisognerebbe razionalizzare le figure pre-ruolo – cioè i contratti che stanno tra la fine del dottorato fino ad avere una cattedra. Quello che doveva essere un cursus honorum è diventato invece una via crucis: tra assegni di ricerca, RTD-A, RTD-B a ogni tappa si rischia di perdere il proprio posto. Non dovrebbe essere questa la condizione di un giovane ricercatore: bisognerebbe garantire delle condizione minimali per svolgere la propria ricerca. Attraverso il precariato finisce che esportiamo competenze all’estero perché non sappiamo sfruttarle in Italia.

Quando ho riportato il vostro report taluni mi hanno obiettato che non è detto che lo sbocco di un dottore di ricerca debba essere necessariamentel’accademia: potrebbe essere utile anche nel privato. Questo in teoria; in pratica non accade quasi mai. Perché?

Questo è una delle obiezioni più diffuse a questo tipo di indagine. Quest’anno l’abbiamo voluta affrontare esplicitamente: ovviamente noi dobbiamo innanzitutto denunciare le condizioni critiche dell’accademia, ma dobbiamo anche occuparci della situazione all’esterno. Il problema è che il titolo di dottore di ricerca non è attualmente valorizzato all’esterno dell’università. Non trova piena valorizzazione e riconoscimento innanzitutto nel sistema della Pubblica Amministrazione: si parla tanto di innovare e digitalizzare nella PA – ma la verità è anch’essa è afflitta dal blocco del turnover.  All’interno della scuola il titolo di dottore di ricerca e assegnista è scarsamente riconosciuto, vale solo pochi punti. Anche se c’è un altro tipo di caos nel mondo della scuola che andrebbe risolto più urgentemente che pensare al titolo di ricerca…

… ma non apriamo questo vaso di Pandora …

… sì, meglio. Il nostro problema più forte è quello della spendibilità del titolo di dottore di ricerca nel sistema produttivo italiano. Questo perché il nostro sistema produttivo è costituito principalmente di piccole e medie imprese, che notoriamente fanno poco uso dell’innovazione tecnologica, mentre la grande industria è in crisi; inoltre, ci sono state poche politiche per l’innovazione, pochi investimenti.

Ma se il privato non riconosce valore al dottorato come tipo di percorso, non è possibile che questo dipenda anche dal tipo di formazione fornito dall’università?

Un percorso in questo senso è stato già avviato: esiste il dottorato in azienda, esiste il dottorato industriale (su cui noi in realtà abbiamo qualche perplessità). Anche il sistema del finanziamento della ricerca si sta avviando verso una maggiore spendibilità della ricerca nel settore produttivo e verso un’incentivazione della ricerca applicata – cosa quest’ultima che però secondo noi è lesiva del carattere di universitas delle università. In ogni caso, è dall’attore pubblico che dovrebbe partire questo rilancio, sia valorizzando i dottori di ricerca nelle Pubbliche Amministrazioni che con investimenti e politiche sull’innovazione.

Rispetto al quadro politico italiano ed europeo, da dove vedete provenire qualche barlume di speranza per i giovani ricercatori? In altre parole: ci sono delle forze che ritenete interlocutori che rappresentano i dottori di ricerca presenti e futuri?

Purtroppo molto spesso le nostre istanze sono state scritte nei programmi dei partiti e sistematicamente dimenticati nei programmi di governo. Ci arrivano però alcuni segnali positivi da persone che provengono dalla rappresentanza studentesca o dal mondo accademico: hanno saputo costruire delle narrazioni in cui ci siamo saputi identificare.

E invece dal punto di vista mediatico? Come mai i media tradizionali non hanno recepito la drammaticità delle cifre che avete dichiarato? C’è qualcuno che vi ha dato voce?

È un percorso molto molto lento: stiamo riscontrando di anno in anno un maggiore interesse dalle testate nazionali quando presentiamo le indagini. Ma imporre questi temi all’opinione pubblica è un percorso lento e faticoso… poi bisognerebbe distinguere tra diversi canali: abbiamo una buona diffusione via internet, e le testate giornalistiche cominciano dopo anni a interessarsi di questi problemi. Chiaramente siamo tagliati fuori dal mainstream: nelle televisioni, nei telegiornali, purtroppo non se ne parla.

Allora se me lo concedi ti faccio un’ultima domanda, un po’ autobiografica. Io stesso sono un dottorando al primo anno. Vista la situazione drammatica delle assunzioni, vale la pena “correre a testa bassa” cercando di dare il massimo nella ricerca (sapendo che comunque “il massimo” potrebbe non essere sufficiente) o è meglio se chi si trova nelle mie condizioni comincia a prepararsi una strada alternativa? Cosa consiglieresti a un collega più giovane?

Gli consiglierei di correre intelligentemente a testa bassa. Non è possibile rinunciare alle passioni nella vita – e la ricerca è evidentemente una passione, altrimenti nessuno la farebbe già adesso date queste condizioni. Però bisogna sempre mantenere il senso del contesto, sapere com’è fatta la società in cui si vive, declinando la propria passione contestualizzandola in base alla situazione. Comunque in questa fase è meglio tenersi aperti anche altri percorsi…

… insomma, la passione sì, ma tenendosi pronti una exit strategy?

Non mi piace il termine di exit strategy: bisognerebbe piuttosto a cercare un modo per valorizzare la propria passione anche al di fuori del mondo della ricerca, senza snaturarsi. Io consiglierei di coltivare prepotentemente la propria passione ma stando attenti a poterla declinare anche in altre forme extra-accademiche.

Insomma: bassa la testa ma aperti gli occhi?

Sì, esattamente.

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1 commento

  1. tutto giusto,
    da ciò si evince:

    1) la mia constatazione amara che il titolo di dott. di ricerca e il fatto che si è stati assegnisti non conti nulla negli altri concorsi nella PA (es. Ministero); il che è ancora più grave se si pensa che un precario della ricerca in 10 anni ha prodotto, volendo, anche 100 pubblicazioni o 3 oppure 4 libri, ma tutto questo grande CV non viene valutato in sede di concorso di una qualsiasi Pubblica Amministrazione.

    Quando io dicevo questo, mi veniva risposto, nei commenti su questo sito, la ricerca è una cosa il concorso pubblico in una PA è un’altra.

    In realtà, la mia intenzione è sempre stata “se uno si è fatto il mazzo” per 10 anni con 1000 pubblicazioni, dottorato, assegno, contr. di insegn., ecc..perché non tenerne conto in sede di prove (comunque di carattere intellettuale) come in una procedura concorsuale PA?

    2) Piano straordinario per in precari (o reintroducendo la terza fascia) o fate voi, ma fate qualcosa, ovviamente i precari stra-titolati, non i neo-laureati.

    Grazie,
    Anto

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