Pubblichiamo un’intervista al Presidente della CRUI, prof. Marco Mancini.

 

A quasi due anni dall’approvazione della Riforma, il processo di attuazione della l. 240/2010 non è ancora terminato. Come giudica la situazione attuale del sistema universitario?

Il blocco dei quaranta e più decreti è uscito, tutto sommato, in tempi ragionevoli, specie se si pensa alla complessità e all’importanza di alcuni di questi. Da questo punto di vista, fra mille difficoltà, il MIUR ha fatto il proprio dovere. Restiamo ancora in attesa di quello sui dottorati ma so che è stato inviato agli organismi di controllo (finalmente). Per citarne un paio tra i più delicati: la contabilità economico-patrimoniale e il ‘decretone’ (D.Leg. 49/2012) che regola le questioni della programmazione e del turnover, devastate, purtroppo, dall’intervento della famigerata ‘spending review’. Se guardiamo alle questioni della governance mi pare che le Università siano oramai al di là del guado. Molte hanno nominato i nuovi organi, non senza difficoltà naturalmente, visto che si è trattato spesso di rivedere assetti consolidati da parecchi anni. Si tratta ora di capire l’efficacia di questi interventi. Certo, bisogna pur dire che una riforma a costo non zero ma ai numeri negativi (cioè con troppi ‘tagli’ finanziari) rischia di restare al palo. Una macchina senza benzina. Di questo personalmente sono molto preoccupato. Si pensi alle carriere dei giovani: tra turnover al 20%, tagli all’FFO e via dicendo nuovi istituti come la ‘tenure-track’ corrono il serio pericolo di restare sulla carta.

 

In questi giorni l’attenzione di molti è concentrata sulle prossime Abilitazioni nazionali. Vi sono state molte polemiche sui criteri di valutazione e sulla loro attuazione per opera di ANVUR: sono stati presentati già diversi ricorsi al TAR Lazio. Cosa ne pensa?

 

Ritengo che, allo stato attuale, i ricorsi più che una strenua resistenza corporativa, rappresentino una proiezione dell’incertezza interpretativa nei confronti delle norme (a cominciare dal D.P.R. 222/2011 e dal D.M. 76/2012), norme che investono legittimamente il profilo reputazionale e le attese di tanti di noi. Quando ci sono in gioco lavoro e carriere occorre che le regole, per quanto stringenti e severe, siano soprattutto chiare e inequivoche a tutela di ciascuno.

 

La mozione CRUI del 27 settembre esprime forte preoccupazione per gli effetti di quanto disposto dall’art. 5 c. 3 del DPR 222/11. Può spiegare ai lettori di cosa si tratta?

 

Dunque, la mozione della CRUI va effettivamente inquadrata nell’attuale contesto, nell’atmosfera venutasi a creare negli ultimi giorni. Come penso di aver già spiegato, tutti quanti noi (rettori inclusi) siamo preoccupati che il processo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale possa subire impasse, ritardi, complicazioni. Troppo lunga è stata l’attesa di chi aspetta da quasi 5 anni di entrare nei ruoli dell’Università. Per non parlare delle conseguenze di un turnover che ha già ‘mangiato’ in pochi anni quasi 10.000 figure di docenti negli atenei; e senza alcun ricambio. Ora, già a luglio avevamo direttamente espresso all’ANVUR le nostre preoccupazioni procedurali. Avevamo anche confermato la nostra ferma convinzione che il ruolo dell’ANVUR fosse determinante nel controllare la serietà delle procedure valutative. Il documento di ‘chiarimento’ sulle mediane del 14.9 u.s., venuto dopo un periodo abbastanza burrascoso tra la fine di agosto e i primi di settembre nel quale si sono succedute partenze e false partenze, ha incrementato le perplessità della CRUI. Il ragionamento è semplice. Se la stessa ANVUR ammette, come ha fatto, che il calcolo delle mediane si basa su procedure opinabili, su banche-dati volontaristiche e sostanzialmente incontrollabili (vedi le recenti polemiche finite sui ‘media’ a proposito delle riviste patinate spacciate come titoli scientifici con conseguente, ulteriore denigrazione dei professori), ebbene, se tutto questo è vero, allora il rischio di incertezze nell’operato delle commissioni aumenta esponenzialmente. E a fronte di questo incremento è altrettanto evidente che aumenteranno le contestazioni. Le procedure si svolgono con responsabilità amministrativa delocalizzata presso gli Atenei sorteggiati per lo svolgimento delle procedure abilitative. Ergo – per un sillogismo degno di miglior causa – sulle Università si riverseranno le difficoltà ermeneutiche (un eufemismo) di cui stiamo parlando. Se devo giudicare da quanto è accaduto sui TFA, mi immagino i nostri uffici legali alle prese con infiniti problemi per mesi, se non per anni. Il tutto con un serio pregiudizio della rapidità delle procedure che – insisto – dovrebbe essere salvaguardata in nome delle aspettative di migliaia e migliaia di candidati. C’è allora bisogno, come minimo, di una revisione seria delle banche-dati e dei calcoli conseguenti. Come minimo.

 

Da più parti sono state espresse forti preoccupazioni per l’impatto di criteri quantitativi sulla ricerca: si teme che possano favorire comportamenti opportunistici e forse danneggiare la produzione scientifica, in particolare nelle aree delle scienze umane e sociali. Da umanista come vede la situazione?

 

Non sono un fan dei criteri quantitativi. La quantità e la qualità non sempre vanno di pari passo. Si ha l’impressione che, in più di un caso, si sia voluta calcare la mano nell’applicazione alle discipline umanistiche di criteri di valutazione tipici delle ‘hard sciences’. Così, ad esempio, nel mio settore la mera quantità non dice assolutamente nulla, visto che qui la buona ricerca è frutto soprattutto, come dire, della multifattorialità (filologia, controllo dei dati, verifica delle procedure e conseguente falsificabilità delle ipotesi). Tutte cose per le quali la quantità è nemica della qualità. Per essere chiaro: alcuni sub-GEV hanno sicuramente lavorato egregiamente nelle classificazioni delle riviste, ma è in generale il principio della quantificazione che resta opinabile. E d’altronde la stessa VQR dell’area 10, giustamente, è stata basata sulla ‘peer-review’ (come in gran parte dei paesi scientificamente seri). Un argomento in più, mi sembra, per pensare a metodi diversi.

 

Come valuta la capacità del sistema di assorbire i futuri abilitati? Pensa che la derogabilità delle mediane potrà influire sul numero di abilitati?

 

Questa è una domanda difficile, che esige due ordini di risposte. Provo a distinguere. Assorbimento: c’è poco da illudersi. Il turnover al 20% fino al 2014 (la CRUI aveva chiesto con forza che fosse alzato almeno al 40%) lascia pochissimo spazio, specie ai concorsi di ordinario, non ostante la ‘liberalizzazione’ delle quote per via dell’art. 4 del D.Leg. 49/12. Ma, attenzione, il piano straordinario per gli associati finisce nel 2013. Dunque anche per le II fasce si porrà presto il problema. E se l’FFO cala davvero nel 2013 per circa il -14% rispetto all’anno 2009, non so davvero dove andremo a finire. Siamo riusciti (quanti se ne sono accorti?) a bloccare due ‘tagli’ nella ‘spending review’: quello dei famosi 200 mln di euro nella bozza di luglio del D.L. 95/12 e quello del commissario Bondi sui 170mln scioccamente sottratti alle Università presunte spendaccione in grazia di un metodo, a dir poco, risibile. Ci stiamo battendo per rifinanziare di almeno +400 mln di euro il sistema e il diritto allo studio. Una guerra nella quale non vorremmo sentirci soli. Insomma: le condizioni sono tragiche e l’assorbimento, specie dal 2013 in poi, sarà un vero problema. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. La derogabilità. Non sono convintissimo che il ‘prescrittivo’ o l”indicativo’ della nota MIUR del 21.9 u.s. siano davvero risolutivi. Certo, in quella nota  come nel D.M. 76/12 si dice, in sostanza, che l”indicativo’ sarebbe residuale rispetto al ‘prescrittivo’ (insomma deve essere accuratamente motivato). Quel che mi preoccupa sono la confusione e le incertezze che si verranno a creare nelle commissioni. Ecco un’altra giustificazione della mozione della CRUI.

 

Le stime sul possibile numero di abilitati dopo la prima tornata sono in ogni caso molto elevate. Considerato che i posti di ricercatore sono ormai esclusivamente a tempo determinato, vi è il rischio che si restringano ulteriormente gli spazi per i più giovani?

 

Direi che il rischio maggiore è un ‘tappo’ dopo il ricercatore a tempo determinato. Non può essere casuale che quasi nessuno a oggi ha bandito posti ex art. 24 c. 3 lettera b), cioè la ‘tenure-track’. Troppe le incertezze finanziarie. Come si fa a programmare una spesa di tre anni, se di anno in anno non si riesce a sapere a quanto ammonta l’FFO? Quando si sa è sempre a chiusura di bilancio e dopo l’ennesimo braccio di ferro col Governo di turno, giocato a colpi di annunci di ‘tagli’ e tentativi (nostri) di difesa, se non altro della mera sopravvivenza del sistema pubblico. Io dico: ve l’immaginate un’azienda che deve programmare le uscite (anche pluriennali) senza poter godere di una ragionevole previsione sulle entrate? Non esiste programmazione seria che superi l’anno in corso. Come possiamo ipotecare le carriere di qui a qualche anno? Ho più volte chiesto che almeno vi fosse una certezza finanziaria, ovvero una programmazione pluriennale dell’FFO (l’ultima volta al convegno del CODAU a settembre). Sette miliardi? e che siano sette miliardi! Ma per tre-quattro anni almeno, però! altrimenti spazi non ve ne saranno. Per nessuno. E ovviamente niente più blocchi del turnover.

 

A breve prenderanno avvio le procedure di AVA. Ritiene che il sistema sia pronto per affrontare questo nuovo compito?

 

Le rispondo in modo breve ma, spero, efficace. Ho inviato dopo l’assemblea del 27 u.s. una lettera all’ANVUR chiedendo un articolato confronto con la CRUI a riguardo, un confronto anticipato già nell’ultima seduta del Comitato consultivo dell’ANVUR riunitosi a luglio. In quella sede CRUI e CUN hanno avuto, mi pare, posizioni identiche. Le compendio in una tripletta: semplificare semplificare semplificare. O il rischio è che i nostri Nuclei di valutazione – già sovraccarichi per via della ‘legge Brunetta’ – siano seppelliti da adempimenti burocratici. Ho comunque fiducia che il Presidente Fantoni sia ben consapevole dei problemi. Il dialogo è aperto a riguardo.

 

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14 Commenti

  1. Se la stessa ANVUR ammette, come ha fatto, che il calcolo delle mediane si basa su procedure opinabili, su banche-dati volontaristiche e sostanzialmente incontrollabili (vedi le recenti polemiche finite sui ‘media’ a proposito delle riviste patinate spacciate come titoli scientifici con conseguente, ulteriore denigrazione dei professori), ebbene, se tutto questo è vero, allora il rischio di incertezze nell’operato delle commissioni aumenta esponenzialmente. E a fronte di questo incremento è altrettanto evidente che aumenteranno le contestazioni. Le procedure si svolgono con responsabilità amministrativa delocalizzata presso gli Atenei sorteggiati per lo svolgimento delle procedure abilitative. Ergo – per un sillogismo degno di miglior causa – sulle Università si riverseranno le difficoltà ermeneutiche (un eufemismo) di cui stiamo parlando. Se devo giudicare da quanto è accaduto sui TFA, mi immagino i nostri uffici legali alle prese con infiniti problemi per mesi, se non per anni. Il tutto con un serio pregiudizio della rapidità delle procedure che – insisto – dovrebbe essere salvaguardata in nome delle aspettative di migliaia e migliaia di candidati. C’è allora bisogno, come minimo, di una revisione seria delle banche-dati e dei calcoli conseguenti. Come minimo.

  2. A proposito della necessità di “paletti” fissi e abbastanza alti… Vista ieri la conclusione della puntata di Report? Sentito cosa ha dichiarato il prof. Rizzello?
    Dedicato a chi replica che la valutazione “quantitativa” sia il male assoluto e che taglierebbe fuori Dante o Einstein… Fortuna che in Italia questo proprio non accade! http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-7aece2ab-9d2c-4366-9681-a601a363ea93.html

    SALVATORE RIZZELLO – PRESIDENTE COMMISSIONE CONCORSO PIEMONTE ORIENTALE
    Se un ricercatore si occupa di argomenti di frontiera ha enormi difficoltà a riuscire a
    pubblicare su riviste mainstream, quelle che pesano maggiormente dal punto di vista
    dell’impact factor. È vero che esistono anche riviste un po’ più aperte, più
    interdisciplinari, però sono riviste che pesano molto di meno.
    E’ come stessimo etichettando qualcuno come un tonno, e altri come acciughe. La più
    grande delle acciughe sarà comunque più piccola del più piccolo dei tonni.

    • Per uno dei concorsi riportati da Report ci sono stati 5 ricorrenti. Come deve essere l’asticella per esculdere il vincitore non meritorio e fare il concorso per gli altri 5? Oppure come deve essere l’asticella per decretare il vincitore a tavolino? In quest’ultimo caso i ricorrenti non si troverebbero più tando d’accordo. Infatti se si parla di filtri bibliometrici i casi sono 3:

      1) filtro per lasciare fuori i casi decisamente non all’altezza;

      2) filtro per definire uno standard grezzo;

      3) filtro per stabilire gli idonei (ope legis).

      Se qualche volta ci si mettesse d’accordo non sarebbe male. Si parla troppo a sproposito di paletti.

    • E’ documentato in letteratura che indicatori quantitativi producono se male utilizzati effetti nocivi. Questo non c’entra nulla con il malcostume di alcuni. Anzi, gli indicatori quantitativi possono essere agevolmente piegati al malcostume. Quindi il problema è il malcostume, non l’indice h o affini. Che si combatte con la trasparenza, come ha fatto SECS. Lo scandalo, nel caso di specie, non è che un candidato abbia indicatori bassi, il che può benissimo accadere anche per lavori di eccellente qualità, ma che sia coautore del suo giudice.

  3. Non concordo. Piu’ di qualcuno (non lei e nemmeno ROARS) ha avuto da ridire tout-court della valutazione bibliometrica.
    Che poi il tutto poteva esser fatto meglio (ma molto meglio) del volutamente inapplicabile e intricato meccanismo di ANVUR…beh…e’ ovvio. E ROARS l’ha detto piu’ e piu’ volte.

  4. Nessuno dice che la bibliometria (fatta bene, non quella ANVUR…) debba essere lunico criterio, ma un filtro per definire uno standard grezzo e poi le commissioni potranno sbizzarrirsi.
    Va da se’ che anche i filtri bibliometrici possono essere facilmenti “piegabili” ad uso e consumo dei piu’ forti e che onesta’ e trasparenza dovrebbero essere scontate, ma, come diceva Levi, non abitiamo un mondo perfetto.
    Vale lo stesso principio del ladro e dell’antifurto: se qualcuno ti vuole rubare l’auto NON c’e’ antifurto che regga! Eppure nessuno di noi parcheggerebbe l’auto con le chiavi inserite… Il principio che si adotta e’ quello del “maggior disturbo possibile”: e quindi si applicano lucchetti e lacci al solo fine NON di evitare il furto, ma di rendere difficile la vita al ladro. Tutto qui.
    Mutatis Mutandis.

    • Questa purtroppo è una drammatica verità su cui c’è poco da discutere. L’anvur sta sputtanando in maniera indegna la valutazione.
      V.

  5. In merito alla opportunità della quantificazione della ricerca forse sarebbe opportuno distinguere l’uso aggregato della valutazione da quello disaggregato, ovvero quello focalizzato sul singolo individuo.
    Il ragionamento ha differenti implicazioni sia sugli effetti di breve periodo (efficacia della valutazione), sia sugli effetti di lungo periodo (modelli di comportamento suggeriti tramite gli obiettivi prefissati in termini bibliometrici).
    La valutazione aggregata della ricerca tramite criteri quantitativi (stile VQR dei dipartimenti) può essere efficace nel breve periodo se da essa non scaturiscono conseguenze ‘extra’ tipo la ripartizione dei dipartimenti in teaching e research departments (cosa che attiene alla visione politica che si ha dell’istruzione pubblica). Se la VQR viene usata solo per una diversa distribuzione dei fondi pubblici (insieme ad una accurata valutazione della didattica), si configura solo come un normale meccanismo premiale, così come accade (o dovrebbe accadere) in altre amministrazioni pubbliche.
    Nel lungo periodo potrebbe dare luogo a un idoneo meccanismo di ‘controllo’ tra pari, dove persone che lavorano gomito a gomito negli stessi dipartimenti e conoscono le reciproche difficoltà si stimolano a vicenda nel caso qualcuno sia più ‘latitante’ di altri.
    Trasportare la valutazione quantitativa sui singoli individui, a fini del reclutamento o della promozione ha, secondo me, conseguenze differenti.
    Dal punto di vista dell’efficacia della selezione si rischia di reclutare o promuovere solo chi fa ricerca nel mainstream, lavorando su temi di moda e più citati, rispetto a chi lavora borderline in aree di ricerca fortemente interdisciplinari o di nicchia. Non penso che questo giudizio di valore sia implicito in tutti quelli che richiedono con forza le misurazioni quantitative, ma è un rischio di cui dovrebbero tener conto.
    Dal punto di vista del lungo periodo, si forniscono ai singoli incentivi disegnati solo sul successo individuale, ben quantificabile in tempi brevi, con buona pace dell’infruttuoso lavoro su questioni difficili, di frontiera o semplicemente poco fashionable. È ovvio che in questo mondo la qualità della ricerca accademica è affidata all’ambizione di potere accademico e di successo personale di alcuni (forse la maggioranza).
    È vero che la valutazione quantitativa dei singoli sembra essere l’unica soluzione al malcostume delle baronie che promuovono figli, generi e amici degli amici. È anche vero, di contro, che il principio della responsabilità nelle assunzioni (e dei conseguenti risultati), punita o premiata attraverso opportuni incentivi, potrebbe essere un modo più efficiente di raggiungere lo stesso obiettivo.
    Nonostante l’università italiana abbia da sempre seguito le regole dei concorsi pubblici, è indubbio che essa abbia da sempre operato secondo un meccanismo di cooptazione. Quello che non ha funzionato non è la trasparenza delle procedure (in fondo erano atti pubblici) oppure il meccanismo di ‘reputazione’ di chi faceva cattive assunzioni (la popolazione è troppo ridotta perché si creino meccanismi di vera indignazione tra gli amici degli amici). Quello che non ha funzionato è la riduzione automatica di benefici per chi faceva cattive assunzioni, che non deve venire dall’interno dell’accademia che si auto assume e auto promuove, ma dal semplice meccanismo di premio aggregato (finanziamento dei dipartimenti) che preserva le caratteristiche individuali di ricerca ma premia o condanna le politiche di chi il potere accademico lo detiene realmente.

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