Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera già inviata alla rubrica del Corriere della Sera curata da Sergio Romano e non pubblicata.

Caro dottor Romano,

Le scrivo più che altro per dare sfogo al senso di frustrazione che provo in questo momento.

Insegno Storia del diritto in un Dipartimento (non più Facoltà, in omaggio a una pretesa modernità anglo-americano-orecchiante) di Giurisprudenza. Non c’è bisogno che Le dica che gli studi giuridici, come in genere quelli umanistici, sono oggi considerati ‘poco interessanti’ a paragone di quelli economici o tecnico-scientifici e quindi meritevoli di minore attenzione e minori finanziamenti da parte dello Stato. In maniera consequenziale, proprio perché non ‘tecniche’, le materie cosiddette culturali (come la storia giuridica) sono considerate poco importanti e guardate con sopportazione da molti colleghi anche all’interno di un dipartimento di studi giuridici. Sono cose note. Le ricordo solo perché questo sentire ‘generalizzato’ finisce per costringere i cultori di quelle discipline a cercare di avere valutazioni alte se vogliono mantenersi presenti in quelle strutture accademiche. Sin qui potrebbe non esserci molto di male: ci sarebbe parecchio da eccepire, ma ne deriva comunque uno stimolo a lavorare e a lavorare bene. Vado avanti. Per ottenere una buona valutazione con riguardo alla ricerca, occorre certamente scrivere dei buoni lavori. E però non basta. Più ancora della bontà intrinseca (che effettivamente è difficile da valutare in termini ‘oggettivi’), per i valutatori conta che le nostre ricerche siano pubblicate in sedi opportune e che abbiano un elevato ‘fattore di impatto’. Questo impatto è ritenuto particolarmente forte se raggiunge una dimensione internazionale, se cioè si pubblica all’estero e, possibilmente, in lingua straniera. Se poi l’estero prende la forma di un paese come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti e si scrive in lingua inglese (ma le due cose sono inscindibili), la valutazione sarà massima.

narrow-mindTutto questo premetto per far comprendere il mio stato d’animo nel momento in cui ricevo da un collega che insegna in un’università americana l’invito a contribuire con un mio scritto a un’opera collettanea commissionata dalla potente Cambridge University Press. Rispondo ovviamente in termini positivi e ricevo le ‘istruzioni’ alle quali dovrò attenermi entrando nel progetto editoriale. Il volume è destinato a fornire il punto di partenza per giovani ricercatori che vogliano proseguire in questo ambito di studi. Si chiede perciò a ogni autore di aggiungere al proprio contributo una breve bibliografia in cui segnali le pubblicazioni che egli reputa migliori sull’argomento. Subito però si specifica che le opere selezionate dovranno essere possibilmente recenti (e sin qui tutto bene) e in lingua inglese. Certamente la storiografia anglosassone è assai valente. Tuttavia non è l’unica e, soprattutto, in molti ambiti, ha prodotto assai poco. Al di là comunque della qualità e quantità di ciò che una tradizione di studi ha prodotto, mi chiedo, si può davvero pensare di nascondere ai futuri studiosi l’esistenza di altre tradizioni culturali? Provo a essere più chiaro riformulando la domanda: è davvero ammissibile accostarsi allo studio del diritto romano (non parlo del diritto medievale che è quello di cui mi occupo) o a quello del diritto civile o del diritto costituzionale, prescindendo dalla lettura diretta di ciò che hanno scritto e continuano a scrivere nelle loro lingue studiosi italiani, tedeschi, francesi e spagnoli?

Siamo allora davvero siamo sicuri che il famoso modello anglosassone ci porti verso l’internazionalizzazione del sapere e non invece verso una sua gretta provincializzazione? Siamo insomma sicuri – abbracciando in maniera irriflessa certi modelli – di non avere intrapreso un cammino a ritroso?

Mi scuso per la lunghezza e La ringrazio

Luca Loschiavo

 

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14 Commenti

  1. Non esiste alcuna supremazia bibliografica dell’inglese in molti settori umanistici (semmai del tedesco) come non esiste alcuna supremazia qualitativa di bibliografia recente (semmai il contrario, molti strumenti critici indispensabili risalgono ai primi del Novecento).
    Nessuno dovrebbe imporre agli altri lingue e letture: lo scienziato è un uomo libero, studia e scrive quello che gli pare. Gli altri giudicheranno dal risultato.
    Bisogna scrivere questo nel 2016.

  2. A proposito di: “Subito però si specifica che le opere selezionate dovranno essere possibilmente recenti (e sin qui tutto bene) e in lingua inglese.”
    “…dovranno essere poss.mente recenti (e sin qui tutto bene) …” Non va bene per niente. Si perde anzitutto la profondità temporale nella trattazione dell’argomento. Si fa capire, direttamente o indirettamente, che noi siamo i primi o tra i primi ad averne trattato, occultando, alle volte di proposito, le nostre fonti bibliografiche e di ispirazione (soprattutto se in lingue diverse) e facendo meno dei doverosi riconoscimenti ai predecessori (il famoso gigante sulle cui spalle ci troviamo). Incassiamo dunque immeritati apprezzamenti (se è il caso), di cui la metà almeno dovrebbe andare ad altri. E non per ultimo, scoraggiamo o facciamo disprezzare le ricerche più faticose, alle volte anche costose, o che richiedono competenze speciali (in biblioteche, magari all’estero, in archivi, magari all’estero, in lingue diverse, estere, che non si imparano in una settimana come vogliono farci capire, se non per dire buongiorno e buonasera). E per ultimo, diamo la precedenza ai libri in commercio, che magari sono rimasticamenti di altri, ‘dimenticati’ ad arte.
    … in lingua inglese … Anche qui c’è un discorso riguardante il mercato librario anglofono, che guadagna e monopolizza, come anche i paesi anglofoni, per il solo fatto di usare l’inglese. Ciò che è detto in inglese varrebbe di più. La lingua usata, l’inglese, è una qualità aggiunta, a prescindere dal valore del contenuto. Per non dimenticare la tappe intermedie, di revisione della lingua ecc., perché per quanto siamo pratici e competenti di una lingua straniera, il madrelingua ha una diversa sensibilità e percezione delle sfumature di ogni tipo. Un famoso linguista tedesco (che si occupava di bilinguismo, tra l’altro, e che oggi nessuno ricorda – v. sopra), diceva che i colleghi o gli editori, sapendo che lui era stato da bambino in Italia dove aveva fatto le elementari, tendevano a ‘correggere’ quel che scriveva in tedesco. Penso ci sia un esteso mercato di correttori, revisori e traduttori in inglese accademico, che campano del solo inglese. Si sa che l’Inghilterra ha una parte di reddito proveniente dalla ‘esportazione’ dell’inglese, sotto ogni forma. Per le materie umanistiche la questione è particolarmente delicata e su questo si è espresso un Francese, tempo fa: metteva l’accento sul fatto di quanto una buona e colta padronanza di una lingua qualsiasi, la propria, materna, dominante ecc., aiutasse ad esprimere, con ricchezza di sfumature, lessicali ecc. il proprio pensiero, soprattutto nel caso della materie umanistiche. Non me lo ritrovo ora, andando in fretta, ma rimando almeno a questo:
    https://www.laurentlafforgue.org/textes/pourlascience.pdf. Una bibliografia in solo inglese insinua l’idea nella mente della persona inesperta e giovane che soltanto in inglese è stata prodotta ricerca valida e da diffondere. Balle, perché poi ‘colleghi’ anglofoni privi di scrupoli saccheggiano tranquillamente lavori di consimili di altre lingue, senza il minimo riconoscimento della fonte di ispirazione. Plagio difficilmente dimostrabile.

  3. Io penso che l’uso della lingua inglese sia solo un mezzo e non fine. Il valore aggiunto dell’inglese è che un articolo o una monografia possono essere letti in tutto il mondo, mentre se scritti in italiano – pur essendo il frutto di ricerche importanti – saranno letti solo in Italia o da quei pochissimi che parlano italiano.
    C’è poi un altro problema, specifico delle monografie di ambito umanistico. Molte (non tutte) case editrici italiane (anche prestigiose e di tradizione) chiedono -per pubblicare – soldi all’autore, che nel migliore dei casi li trova con fondi di dipartimento, Prin o simili; nel peggiore dei casi (specie nel caso di giovani studiosi) li caccia di tasca propria, con buona pace del referaggio e della valutazione del manoscritto. E questa – scusate – ma è una cosa terribile.
    La maggioranza delle university press o academic press americane o inglesi (o comunque internazionali, ma di lingua inglese) non chiede soldi, ma pubblica i manoscritti dopo la valutazione (più o meno seria) dei referees. Ecco perché una monografia pubblicata attraverso questo canale dovrebbe valere di più.

  4. No, non è vietato, anzi. Però, penso siano più affidabili i referees di una University press di rango internazionale, piuttosto che i valutatori VQR armati dai vari GEV e Sub-GEV per consumare vendette. La valutazione ex post non permette appello, mentre se un editore rigetta una book proposal, si può proporre ad altri editori.

    • Forse è il concetto di “rango elevato” che andrebbe ripensato. Io riformulerei così: ci sono sia in italia che all’estero case editrici che chiedono soldi agli autori.

  5. Ma giriamo sempre intorno al punto: nessuno può dire cosa e in che lingua pubblicare e usarlo come metro di valutazione. Non capisco perché un saggio su Dante valga di.più se scritto in inglese o perché l’edizione critica di un testo provenzale debba pensare a un pubblico anglofono. Le comunità di studiosi che leggono tre o quattro lingue sono sempre esistite. Ci facciamo imporre cose inaccettabili e non si capisce a che fine: per avere due spiccioli? Perché qualcuno ci dice che siamo bravi in una pagella mondiale? Ma per favore …

  6. Chiede soldi anche qualche editore accademico straniero di rango cosmico, magari solo in certe collane (su misura per qualche Italiano, suppongo); suggerisco di leggere certi colofoni.
    Pienamente d’accordo con Marinella Lorinczi quanto all’impoverimento linguistico in aree di ricerca dove non ci si limita a scrivere le didascalie di tabelle o algoritmi – con il massimo rispetto per gli algoritmi e le tabelle, e la massima diffidenza verso la scrittura ‘in punta di penna’. E pienamente d’accordo anche quanto alla constatazione che quest’ansia di internazionalizzare a buon mercato comporta una straripante provincializzazione. Per esempio, è difficile far capire, anche in un dipartimento umanistico, che l’importante non è dove sia pubblicato un libro, o in che lingua, semmai se la pubblicazione sia stata valutata preliminarmente e se la casa editrice appartenga alla selva nazionale e internazionale dell’editoria assistita.
    Ma ancora più grave mi pare l’orientamento assunto dall’ANVUR quanto alle classifica delle riviste: a regime andrebbero in fascia A solo quelle dove sia stata pubblicata una certa quota di lavori valutati eccellenti nella VQR. Ma alla VQR concorrono soltanto gli universitari italiani. Ergo: andranno in fascia A solo le riviste popolate dagli italiani, a prescindere dalla lingua in cui scrivono, e una testata italiana che, sui nove articoli a fascicolo semestrale, ne pubblichi solo due di accademici italiani concorrenti alla VQR non potrà mai essere in fascia A. Fate un po’ di conti… E provate a vedere invece, per esempio, quanti sono i non tedeschi in un fascicolo della germanica “Philologus” (per stare a una rivista ‘eccellente’ della mia area). Vorrà dire che da noi avremo solo riviste dipartimentali mascherate.

    • Sono d’accordo sull’assurdità del legare la classificazione in fascia A delle riviste alla VQR – anzi, vado oltre e ribadisco che ritengo assurda l’esistenza stessa di tale classificazione. Ciò detto, non è vero che saranno classificate in fascia A le riviste “dove sia stata pubblicata una certa quota di lavori valutati eccellenti nella VQR”, bensì quelle i cui articoli sottoposti alla VQR (tanti o pochi che siano) avranno ottenuto una valutazione media superiore almeno del 20% rispetto alla valutazione media ottenuta dalle riviste della medesima area scientifica Questo per la precisione.

  7. Rispetto al merito di questo post: il fatto che all’autore venga richiesto di “aggiungere al proprio contributo una breve bibliografia in cui segnali le pubblicazioni che egli reputa migliori sull’argomento” mi fa pensare che si tratti di un volume collettaneo destinato più che altro ad esigenze didattiche, e che sia – com’è logico, trattandsi della Cambridge UP – rivolto agli studenti inglesi. Chiedere che vengano elencati testi reperibili in inglese (magari quindi anche italiani o tedeschi, ma tradotti, perché reputati opere di riferimento) non mi sembra uno scandalo.

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