La procedura per la valutazione dei progetti che hanno risposto al bando “straordinario” per l’emergenza COVID pubblicato dal MUR nel maggio 2020 è terminata. Ci è voluto quasi un anno. In questo articolo raccontiamo come si è svolta la procedura e quali esiti ha prodotto.


Fin dalla pubblicazione dell’avviso del bando, nei giorni in cui terminava il lockdown seguito alla prima ondata della pandemia, ROARS – anche per rispondere alle sollecitazioni dei suoi lettori – ha seguito da vicino le vicende della procedura per la presentazione di proposte progettuali di ricerca a valere sul Fondo integrativo speciale per la ricerca (FISR), con la quale il MUR il 27 maggio 2020 si era affrettato a finanziare “proposte di particolare rilevanza strategica, finalizzate ad affrontare le nuove esigenze e questioni sollevate dalla diffusione del virus SARS-Cov-2 e dell’infezione Covid-19”.

I fondi pubblici messi a disposizione per finanziare l’iniziativa risultavano inferiori a quanto investito in iniziative similari portate celermente a termine da altri Paesi europei. Ma si trattava pur sempre di 21 milioni di euro, destinati secondo il bando a finanziare idee di ricerca raggruppate in tre macroaree: Life Sciences, Physics and Engineering, Social Sciences and Humanities; con la previsione, recata nel bando, che al termine delle due fasi nelle quali l’erogazione del contributo era stata articolata nessuna delle tre aree avrebbe potuto essere finanziata con un finanziamento inferiore a 5 milioni di euro.

Balzava agli occhi la previsione di una inusuale, assai pingue, dotazione finanziaria destinata a sostenere le spese di procedura e selezione: un tesoretto di 900.000 euro, con un costo pari a ben il 4,11% del totale delle risorse pubbliche mobilitate per sostenere questa misura di finanziamento straordinario della ricerca. Una somma decisamente elevata rispetto al costo complessivo della misura, il cui importo poteva però apparire giustificato dall’imperativo di portare a termine la procedura di selezione a spron battuto, “CONSIDERATA l’emergenza sanitaria in corso legata alla diffusione del Covid-19 e l’esigenza di porre in atto azioni di sostegno alle attività di ricerca scientifica e tecnologica in tali ambiti” (come affermato nelle premesse del bando), con la necessità di retribuire adeguatamente valutatori chiamati a un lavoro assai impegnativo da portare a termine nei tempi davvero serrati imposti dalle circostanze emergenziali.

Del resto, le tempistiche concesse ai ricercatori per confezionare le loro proposte erano assai strette, perché il bando stabiliva che l’inoltro delle proposte progettuali avrebbe dovuto avvenire entro il 27 giugno 2020, concedendo quindi solo 30 giorni dalla pubblicazione dell’avviso per mettere a punto l’idea di ricerca. Ed altrettanto ristretti erano i termini che il bando concedeva ai componenti del panel di valutazione, una volta insediatisi, per concludere la procedura.

L’art. 4 del Decreto direttoriale prevedeva, infatti:

4. Le idee progettuali saranno giudicate ammissibili al finanziamento con specifica e separata graduatoria per ognuna delle tre aree di cui al precedente articolo 1.

5. Il Panel produrrà le graduatorie di cui al precedente comma 4 nel termine massimo di 30 gg dal proprio insediamento.

Ma chi avrebbe valutato le proposte di ricerca? Il bando prevedeva che la valutazione delle idee progettuali di prima fase fosse coordinata da un Panel di esperti di n. 3 componenti per ciascuna delle tre aree (tra cui sarebbe stato individuato un coordinatore), costituito con Decreto del Ministro dell’Università e della Ricerca (firmato all’epoca dal Ministro Manfredi, oggi candidato a sindaco di Napoli), panel di area che a tal fine si sarebbero dovuti avvalere, per ogni idea progettuale da valutarsi, di almeno 3 valutatori di settore, anche di nazionalità non italiana, tratti da elenchi/banche dati nazionali, della Commissione Europea e/o di altri organismi internazionali. In totale nove esperti, fra cui tre coordinatori, e tre diversi valutatori di settore da coinvolgere, in base a scelte insindacabilmente operate dai componenti di ciascun panel, in relazione ai settori di afferenza scientifica che ciascuna proposta progettuale avrebbe esibito. L’attività complessiva svolta dai componenti di questo sistema di valutazione sarebbe stata destinataria dei 900.000 euro di cui si è detto.

In base alle regole del bando e in considerazione della straordinaria emergenza in atto, una macchina amministrativa efficiente e per una volta dotata di risorse più che adeguate allo scopo avrebbe, quindi, potuto procedere ad individuare i membri dei panel di valutazione fin dalla pubblicazione dell’avviso, il 27 maggio 2020, in modo da costituire i panel entro il termine di scadenza della presentazione delle domande (27 giugno 2020), avviare subito il ben retribuito processo di valutazione da portare a compimento entro 30 giorni, per giungere a definire le graduatorie ipoteticamente già a fine luglio o (ammettendo il sacro riposo agostano anche in tempi di pandemia) ai primi di settembre. Così realizzando senza inaccettabili perdite di tempo una celere distribuzione delle risorse, affinché le idee progettuali ritenute degne di essere finanziate fossero prontamente avviate a realizzazione per rispondere all’emergenza in pieno svolgimento.

Queste le premesse con le quali l’Italia si accingeva a finanziare idee di ricerca che avrebbero potuto essere immediatamente utili ad un Paese travolto ad ogni livello dalla pandemia. Ricerche che il bando vincolava strettamente al tema dell’insorgenza pandemica. Secondo il decreto direttoriale, infatti, le proposte progettuali finanziabili dovevano “avere come obiettivo la definizione di soluzioni di prodotto, metodologiche o di processo, relative al contesto sanitario, sociale, istituzionale, della formazione, giuridico, economico, della inclusione, o produttivo, rispetto ad almeno uno dei seguenti tre ambiti:

a) risposta all’emergenza, sviluppando soluzioni relative alla fase di espansione della pandemia;

b) gestione della riorganizzazione delle attività e dei processi, sviluppando soluzioni relative alla fase di superamento della pandemia in condizioni di sicurezza;

c) prevenzione del rischio, sviluppando soluzioni volte a contrastare e contenere gli effetti di eventuali future pandemie”.

Ma nemmeno l’opulenta dotazione di risorse finanziarie messe in campo dal MUR per concludere la selezione di progetti di ricerca finanziabili con l’urgenza scandita dalla pandemia in atto ha potuto scuotere il mesto incedere della burocrazia ministeriale di viale Trastevere.
A nulla sono valsi (ma nessuno, per la verità, si era illuso di sortire effetti) i pubblici richiami alla necessità di procedere in modo spedito alla definizione della procedura di selezione che ROARS ha lanciato ai primi di settembre 2020, alla fine di ottobre 2020, a fine gennaio 2021 e infine a metà marzo 2021.
Mancavano pochi giorni a tagliare il traguardo simbolico di un anno di feroce pandemia trascorso invano dalla pubblicazione dell’avviso che aveva dato il via alla procedura “urgente”, quando, mentre finalmente la seconda ondata mostrava di allentare la presa, il 14 maggio 2021 è comparso sul sito del MUR il decreto direttoriale firmato il 30 aprile 2021 dal direttore generale del MUR Vincenzo De Felice, sotto il quale sono allegate tre tabelle che, in relazione alle tre aree di ricerca individuate dal bando, elencano laconicamente i progetti ammessi a finanziamento, limitandosi a riportare per ciascuno di essi: CODICE PROGETTO, TITOLO, ACRONIMO, PUNTEGGIO, DENOMINAZIONE, PROPONENTE, COSTO AMMESSO, CONTRIBUTO, nell’ordine della graduatoria di merito stilata dai panel di valutazione.
Da questo decreto del capo della burocrazia ministeriale universitaria si apprende: che il panel è stato nominato dal MUR con Decreto Ministeriale n. 655 del 18 settembre 2020, registrato dall’U.C.B. il 28 settembre 2020 con il n. 585 e dalla Corte dei conti il 8 ottobre 2020 n.1977; che però il panel (forse per tentare di guadagnare tempo prezioso) ha tenuto la riunione di insediamento ancor prima che fosse emanato il decreto ministeriale del 18 settembre, già il 16 settembre, per poi riunirsi il 22 ottobre 2020 e giungere finalmente a redigere il verbale finale sulle valutazioni operate il 23 marzo 2021.
A quanto è dato sapere, al termine di questo lungo processo di valutazione, prolungatosi facendosi beffe dei termini urgenti che lo stesso Ministero si era imposto di seguire redigendo il bando, i proponenti dei progetti che non sono stati ritenuti finanziabili non hanno ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito all’esito negativo della valutazione, né hanno ricevuto, tramite il portale MUR attraverso cui si sottopongono le proposte, copia delle valutazioni ricevute dai panel con l’ausilio dei tre esperti di settore che ciascun trio di panelisti (tutti rimasti anonimi anche al termine della procedura) avrebbe dovuto interpellare per valutare nel merito le proposte esaminate.
Per il momento, in attesa della seconda tranche di erogazione prevista nella fase 2, nella fase 1 delle tempistiche di erogazione del finanziamento previsto dal bando poco meno di 10 milioni di euro sono stati distribuiti a:
70 progetti di area Life Sciences (per un contributo complessivo pari a più di 3.759.000 euro
51 progetti di area Physics and Engineering (per un contributo complessivo pari a più di 2.683.000 euro)
62 di area Social Sciences and Humanities (per un contributo complessivo pari a più di 3.087.000 euro).
Se in tutti i progetti finanziati dell’area Life Science dalla lettura del titolo del progetto (che, in assenza di altre informazioni rese pubbliche dal Ministero, appare l’unico dato al quale affidare un rapido riscontro empirico sulla qualità della selezione operata dai panel dei valutatori) si evince una espressa o comunque chiara riferibilità del progetto al tema dell’emergenza COVID, fra i progetti di area Physics and Engineering compaiono due proposte nelle quali questa connessione appare più sfumata (“Una fabbrica distribuita per una produzione intelligente, decentralizzata, sostenibile e resiliente” e “Un’applicazione multi-piattaforma per la valutazione da remoto ed ecologica dei problemi di memoria negli anziani”).
Ma è nell’area Social Sciences and Humanities che ricorrono i titoli di alcuni progetti per i quali questa fondamentale connessione avrà potuto essere attentamente apprezzata dagli anonimi valutatori del panel riscontrandola nella descrizione dei progetti valutati (“Bibliografia Germanistica Digitalizzata”, “ExPost Italian Diplomacy. Esperti e politici in Scienza e Tecnologia in Italia per una diplomazia multilaterale preventiva”, “CHeriSH – inputting Cultural Heritage and Side Histories into the digital arena: Towards a collaborative network for South Asia”, “Progetto di digitalizzazione di manoscritti della Biblioteca Riccardiana di Firenze. Selezione di testi poetici della letteratura italiana (secoli XIV-XVI)”, “Per una biblioteca digitale delle riviste italiane di architettura”, “DIARY: strumenti, incentivi ed applicazioni per accrescere la consapevolezza e la memoria dei propri spostamenti”).
Il “referto” sul sistema Università da poco pubblicato dalla Corte dei Conti annovera diligentemente la misura straordinaria dei bandi COVID nella sua ampia panoramica fatta di cifre e dati. Non sappiamo se, oltre a “refertare”, i giudici dei conti esercitino anche il mestiere di controllare scrupolosamente come vengono spesi i soldi delle pubbliche amministrazioni di cui refertano le gesta.
Certo è che rispetto ad altri Paesi europei, lo Stato italiano ha investito poche risorse per finanziare idee di ricerca destinate a fronteggiare l’emergenza COVID, e questo non sorprende. In che modo queste risorse siano state allocate è una valutazione su cui gli scarni dati resi pubblici dal ministero, da cui sono tratte le notizie qui riportate, possono consentire di farsi solo vaghe idee.
Forse, se le risorse che lo Stato italiano investe per la ricerca di base o attraverso progetti speciali (anche quando finalizzati ad offrire risposte urgenti a problemi di inaudita gravità, come in questo caso) attraverso procedure gestite dal MUR sono pochi, e vivono da tempo una dinamica recessiva, dipende in larga misura dal modo col quale il ministero mostra di amministrare le procedure di valutazione per premiare i progetti ritenuti più meritevoli, che restano, come la vicenda dei bandi Covid, anche nella sua eccezionalità, tende a confermare, straordinariamente inefficienti e soprattutto completamente intrasparenti.
Sarà stato un bene che le risorse del PNRR impiegabili per attuare gli obiettivi del Piano, anche quando implicanti attività di ricerca scientifica, siano state dirottate verso lidi istituzionali diversi dal MUR?
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3 Commenti

  1. A questa impietosa cronaca aggiungo solo per completezza di informazione che i responsabili delle proposte valutate negativamente posso ricevere la copia delle valutazioni inviando una mail al RUP. Nella mail ho anche chiesto il perché non le avessero inviate in automatico ma non ho avuto il piacere di ricevere una risposta. g.a.

  2. I punteggi ed il ranking è disponibile presso le Università, ma è a loro discrezione (?) se informare chi ha presentato le proposte, in ogni caso anche dal punteggio risulta difficile comprendere le motivazione.

    Oltre ai ritardi (ed alla dubbia utilità ora di alcune ricerche finanziate che appaiono sorpassate dall’evoluzione della situazione), questo bando straordinario doveva essere la prova (mancata) di una capacità di trasparenza nella valutazione (oltre che di efficienza mancata), proprio in quanto una tematica di elevato diretto impatto sociale. Una valutazione corretta e trasparente, che prevede che le risposte dei valutatori debbano avere una replica in quanto non sono necessariamente corrette, ed un panel esteso in cui controbilanciare possibili interessi specifici, è uno dei capisaldi (mancati) per una ricerca moderna.

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