Classifiche internazionali / La bufala del giorno

In tutte le classifiche internazionali, «Pavia nel top dell’1% delle università migliori». Davvero?

We are the champions! O, almeno, così la pensano a Pavia. «Esistono diverse classifiche fatte in modo professionale. Ognuna di queste contiene Pavia nel top dell’1% delle università migliori», parola di delegato del rettore. Considerando che nel mondo ci sono circa 20.000 università, per essere nel top 1% delle migliori, Pavia dovrebbe, prima di tutto, collocarsi stabilmente entro le prime 200 di ogni classifica internazionale. Ma, così non è. Questo nuovo episodio di rankitismo esemplifica bene il “vorrei ma non posso” degli atenei italiani, che, invece di mettere in discussione le malcerte basi scientifiche e gli insidiosi risvolti ideologici delle classifiche degli atenei, sono tanto più disposti a prostrarsi quanto meno ne dominano i meccanismi.

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1. We are the champions!

Buona parte dei vertici accademici italiani – rettori, prorettori e delegati dei rettori – sembrano soffrire di rankitismo, una patologia altresì nota come febbre delle classifiche. I sintomi sono di facile riconoscimento: all’annuncio di un buon posizionamento del proprio ateneo in una qualsivoglia classifica, il soggetto rilascia proclami trionfalistici, spesso esagerati o fuori luogo. C’è chi si attribuisce primati nazionali che invece erano solo di natura alfabetica. C’è chi continua a vantare sulla home page exploit che erano frutti di refusi editoriali. Ed anche chi, come Pavia, confonde una classifica per un’altra, vantando balzi in avanti in una classifica in cui non era mai nemmeno entrata. Per non dire delle recidive.

La Provincia Pavese, dedica un articolo all’ingresso di Pavia nelle prime 148 posizioni di una delle 17 classifiche rilasciate da U-Multirank, intervistando due delegati del rettore:

Vengono stilate diverse altre classifiche sulla qualità di insegnamento dei diversi atenei, ma Pavia è da anni in cima a tutte classifiche. Come la Academic Ranking of World Universities o ARWU (in italiano classifica accademica delle università mondiali) redatta dall’Università Jiao Tong di Shanghai per valutare i principali istituti di educazione terziaria nel mondo (in Asia, America, Europa e Oceania).

Oltre a questa [U-Multiranking] c’è anche QS World University Rankings e la Times Higher Education World University Rankings. «Esistono diverse classifiche fatte in modo professionale. Ognuno di queste contiene Pavia nel top dell’1% delle università migliori»

Nel top dell’1% dei migliori atenei: non in una o due classifiche, ma in ognuna delle classifiche internazionali “fatte in modo professionale”. Beh, che le classifiche QS, di Shanghai e di Times Higher Education siano fatte in modo professionale non è così scontato: della prima circola un’esilarante Top Ten degli svarioni più famosi, le falle metodologiche della classifica di Shanghai sono state oggetto di un impietoso articolo scientifico (Should you believe in the Shanghai Ranking?), mentre la classifica Times Higher Education si è resa famosa per aver collocato Alessandria d’Egitto al quarto posto mondiale, davanti a Stanford, Rice ed Harvard nella classifica 2010 del Research impact.

È tuttavia comprensibile che questi sembrino dettagli un po’ pedanti a chi è orgoglioso di essere “nel top dell’1% dei migliori atenei”.

Ma è davvero così?

2. Nel top dell’1% dei migliori?

Prima di tutto, ci viene il dubbio che rivendicare di stare “nel top dell’1% dei migliori” in ognuna delle “classifiche fatte in modo professionale” sia una pretesa eccessiva persino per un ateneo dalla reputazione consolidata come quello pavese.

E, in effetti, è lo stesso Delegato del Rettore per le infrastrutture della ricerca ad abbassare un po’ il tiro in una nota, pubblicata su UNIPV.news, passando dal top 1% al top 1,5%:

la presenza del nostro Ateneo in tutte le classifiche e la costante posizione tra l’1,5% delle migliori istituzioni mondiali è certamente un segnale di qualità ed eccellenza

Ma come si fa a sapere se si è nel top 1% (o nel top 1,5%) delle migliori istituzioni mondiali?

Le stime del numero di università esistenti al mondo oscillano da “più di 16.000” (Global university rankings and their impact – EUA report on rankings 2011) fino alla più generosa stima del sito Webometrics che ne conta 23.887. Un recentissimo rapporto dell’European Parliamentary Research Service menziona 17.500 come una possibile stima (Higher Education in the EU, Marzo 2015).


“the league tables include roughly 1% to 3% of universities (200-500 universities) out of approximately 17,000 universities in the world. Secondly, it is important to note that the rankings producing global league tables use methodologies that simply cannot produce stable results for more than 700-1200 universities in global league tables and just around 300 universities in subject area rankings).”

Figura e citazione da Andrejs Rauhvargers, “Global university rankings and their impact – EUA report on rankings 2011“.


Si noti che Pavia sta rivendicando di essere sempre nel top 1%-1,5% delle migliori istituzioni mondiali, che, a rigore, dovrebbero essere un po’ di meno delle circa 20.000 università mondiali.

Non disponendo di una definizione di cosa debba intendersi per “migliori istituzioni mondiali”, facciamo un’ipotesi estremamente generosa ed immaginiamo che il loro numero sia pari a 20.000, una  cifra circa uguale o persino superiore al numero totale di università.

Se calcoliamo l’1% di 20.000, otteniamo 200, mentre 1,5% corrisponde a 300. Insomma, Pavia rivendica di entrare comodamente nelle prime 200-300 università di ognuna delle classifiche internazionali “fatte in modo professionale”.

Facciamo una verifica con le classifiche citate dalla Provincia Pavese:

PaviaRankingQS

PaviaRankingTHE

PaviaRankingARWU

L’Università di Pavia occupa le seguenti posizioni:

  • 371: QS World University Rankings
  • 251-275: Times Higher Education
  • 401-500: Shanghai Ranking (ARWU)

In due casi su tre, Pavia è fuori dalle prime 300, un numero che – ricordiamolo – rappresenta una stima estremamente generosa del numero di atenei che costituiscono il top “1,5% delle migliori istituzioni mondiali.

“Cala, cala, cala Trinchetto” diceva la voce fuori campo che ridimensionava gli iperbolici racconti di Capitan Trinchetto, un simpatico personaggio di Carosello che spopolava negli anni ’60.

3. Giochi pericolosi

Ma cosa c’è di male a giocare con le classifiche? Che quella delle classifiche sia una gara truccata è cosa ben nota. I criteri, oltre che scientificamente discutibili, sono costruiti per premiare atenei che ogni anno spendono cifre inarrivabili per gli atenei italiani. Nel 2012, le operating expenses di Harvard ammontavano al 44% dell’intero FFO che il MIUR stanziava per i 66 atenei del sistema universitario statale.

ExpensesHarvardVsFFOPerò, le classifiche non sono solite normalizzare i risultati in funzione delle risorse disponibili. ln questo modo, diventano un potente strumento di persuasione ideologica:

Rankings explain the failure of institutions to move up the league table in the manner of a football team, as their own failure of talent or volition, not as a failure of government policy or the outcome of gross world-wide inequalities in political economy and cultural clout.

Marginson 2009

A chi abbia seguito il dibattito nazionale sull’università degli ultimi anni, a partire da Mariastella Gelmini fino alle ultime dichiarazioni del Primo Ministro sulle università di serie A e serie B, non può essere sfuggito che ruolo abbiano avuto le classifiche nel consolidare presso il pubblico l’idea che le università italiane siano in gran parte di bassa qualità e inefficienti. La spirale di tagli, limitazioni al turn-over e congelamenti degli stipendi dovrebbe farci esitare ad accreditare la metafora di un leale campionato di calcio che perdiamo perché siamo particolarmente spreconi e lazzaroni. Una metafora che finisce per oscurare completamente quello che realmente dicono le statistiche sulla spesa, i costi e la produttività (Università: miti, leggende e realtà – Collector’s edition!).

A questo va aggiunto l’effetto distorsivo sulle politiche accademiche locali e nazionali, che oramai viene evidenziato anche negli studi elaborati per il Parlamento Europeo:

higher education institutions have stronger incentives to put performance ahead of social access and favour investments in activities that will improve their position in the rankings, rather than in core areas such as teaching and learning.

Higher Education in the EU, Marzo 2015

Insomma, meglio non giocare troppo ingenuamente con le classifiche. A maggior ragione, se il gioco è maldestro.

Però, non tutto il male vien per nuocere. Il “vorrrei ma non posso” pavese ha il merito di porre icasticamente in evidenza cosa siano le classifiche per i vertici accademici italiani: una stregoneria, di fronte a cui si genuflettono riverenti, in trepidante attesa di un oracolo favorevole pronunciato dalla imperscrutabile divinità.

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2 Comments

  1. Marinella Lorinczi says:

    Vorrei commentare solo l’ultimo paragrafo dal momento che non voglio rovinare la gioia e l’orgoglio dei Pavesi, che comunque non avevano bisogno di questo per essere apprezzati in Italia e abroad. Nessuno crede nella ‘stregoneria’, tutti invece sanno benissimo, a partire da chi le fa, che sono classifiche che lasciano il tempo che trovano ma fatte passare per calcoli iperscientifici. E ci marciano quando conviene, perché altrimenti stanno o starebbero zitti. La genuflessione riverente caratterizza oramai buona parte del comportamento: quello che si comanda dall’alto va eseguito senza ragionarci e soprattutto senza contestare “perché non siamo negli anni ’70” come mi ricordava un amministrativo e “ordine ci vuole”. La trepidante attesa riguarda l’attribuzione dei fondi e l’imprescrutabile divinità è il Miur o chi lo rappresenta, che però si esprime soltanto dopo aver sentito il proprio capo, perché la genuflessione riverente funziona ad ogni gradino del potere.

  2. Deve essere contagioso considerando il numero di università che si citano nel top 1% mondiale sui loro siti web.
    Oggi Repubblica parla della Buona Università e nel solito disegnino in alto mette in lista le 6 università (Bocconi in testa) nelle prime 148 di U-Multirank. Devono avere interpretato a modo loro e completamente a caso i dati del sito U-Multirank.

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