Dovrebbe risultare chiaro che qui non si contesta la valutazione, che è un «central feature of social life»e, a maggior ragione, lo è di qualunque attività dello studioso e del docente. Qui si contesta una valutazione, quella massificante, omologante e più seriale che seria dell’ANVUR. Elementarissime conoscenze di storia della scienza e la lettura di qualche recente sentenza amministrativa sono sufficienti a comprendere che l’anvurizzazione della ricerca universitaria presenta tutte le virtù dell’impostura: un’impostura la cui vernice scientistica dovrebbe coprire le scelte politiche di definanziamento del settore. Difficile, pur con tutta la buona volontà, credere che sia una mera coincidenza la sovrapposizione, alla fine dello scorso decennio, dell’avvio di un massiccio definanziamento e dell’introduzione della nuova quota premiale del FFO (fondo di finanziamento ordinario), che dipende quasi per intero dalla pseudoscienza anvuriana.

«[D]ietro l’apparenza di dichiarare la realtà dei fatti, pretendono di far esistere le cose conformemente a ciò che dicono».
Bourdieu, Homo academicus (1984), tr. Di A. De Feo, Dedalo, Bari, 2013, p. 243.
«Sembrano tutti resoconti oggettivi, e invece modificano il contesto dell’interazione».
M.C. Bateson, Metalogo, La segretezza, in G. Bateson – M.C. Bateson, Dove gli angeli esitano, Verso un’epistemologia del sacro (1987), tr. di G. Longo, Adelphi, Milano, 1989, p. 136.

 

Sommario: 1. Stravolgere il senso per carpire consenso – 2. L’omologazione anvuriana della ricerca universitaria: dal significato all’impatto – 3. Per un recupero della qualità come incommensurabilità

 

  1. Stravolgere il senso per carpire consenso

Elias Canetti, Nobel per la letteratura nel 1981, intitola una sua raccolta di scritti La coscienza delle parole [1]. La coscienza delle parole, del significato delle parole, è sempre stata, e sempre sarà, una risorsa scarsa. L’università ha ancora un posto di rilievo tra le istituzioni che dovrebbero contribuire ad alleviare tale scarsità. Ma i tempi meritocratico-valutativi sono quelli dell’università guidata dal mercato, anziché dalla curiosità; dall’ansia di prestazione, anziché dalla voglia di collaborazione; da aprioristici parametri sedicenti scientifici di «performance» produttivo-citazionale, anziché dai tragitti imprevedibili, dunque non formalizzabili, dell’intuizione, dell’esperienza e dell’esperimento; dalla logica della comparabilità-numerabilità-classificabilità di tutto e di tutti, anziché dalla logica della ricerca di ciò che rende unica ogni persona e ogni cosa, ogni proprietà e ogni relazione.

L’università è tra le istituzioni che dovrebbero custodire, rielaborare e trasmettere la coscienza delle parole, del significato delle parole. Il senso è probabilmente questione di consenso. Occorre confrontarsi per costruirlo. Il consenso naturalmente è eventuale, è persino improbabile, ma certo non lo si costruisce senza dialogo, salvo che, consapevolmente o meno, per convenienza o solo per ignoranza, per carpire più consenso o un consenso più facile, non si stravolga il senso, presentando come necessario, senza alternative, secondo il più duraturo insegnamento thatcheriano, ciò che necessario non è[2]; e, se proprio non si può occultare la sussistenza di un’alternativa, presentandola come palesemente meno razionale, meno efficiente, meno sicura ecc., insomma come un’alternativa-fantasma.

Invece anche l’università sembra non riuscire a difendersi da tecnocratici stravolgimenti di senso. Talvolta, anzi, o spesso, sembra incoraggiarli. Di più: sembra contribuire a definirli e a diffonderli. Qualche esempio può aiutare a uscire dal vago.

Primo esempio. «Meritocrazia» è correntemente usato come sinonimo di «merito», magari come sinonimo enfatizzante, rafforzativo: mentre «merito» potrebbe essere un valore o un criterio tra altri, «meritocrazia» equivarrebbe a merito elevato a forma di governo, a criterio indiscusso, generalizzato e istituzionalizzato di selezione e di incentivazione dei migliori. Ma la coscienza delle parole, sempre in agguato, potrebbe domandare se le cose stiano proprio e necessariamente così: e se meritocrazia fosse non sinonimo di merito ma quasi il suo contrario?

Il merito, a differenza della meritocrazia, non è una forma di governo, non è un criterio di valutazione generale né generalizzabile. A tal proposito basterebbe ricordare che la Costituzione italiana non è principalmente una Costituzione per i meritevoli, bensì per i bisognosi (se ne troverebbero innumerevoli conferme nei lavori preparatori). Se si applicano criteri di merito a problemi che non sono di merito, allora il merito degenera in ciò che non è: meritocrazia, appunto.

Ed è un tentativo di confondere le acque — che la coscienza delle parole, sempre vigile, è costretta a denunciare — quello di affermare che l’affamato «merita» un pasto, che il senzatetto «merita» una casa, che l’ammalato «merita» una cura e via meritando. Qui non si tratta di «meritare», bensì, appunto, di aver bisogno. Lo Stato sociale non premia meritevoli e non punisce immeritevoli. Lo Stato sociale soccorre, come può, i bisognosi che può soccorrere: non i più intelligenti, non i più abili, non i più talentuosi, non i più tenaci, non i più volitivi, non i più produttivi; semplicemente i più bisognosi.

Se il merito è confuso con la meritocrazia, se, cioè, il merito penetra in territori che non gli competono o assume in territori che pure gli competono una posizione monopolistica che non gli compete, la logica dello Stato sociale cessa di essere quella solidaristica, costituzionale ma forse anche evangelica del soccorso dei bisognosi, sostituita dalla logica competitiva, darwinistico-sociale, tayloristica, mercatistica dell’accreditamento, se si può dir così, dei bisognosi-meritevoli e dello screditamento dei bisognosi-immeritevoli, non sufficientemente intelligenti, abili, talentuosi, tenaci, volitivi, produttivi da «meritare» di essere aiutati a spese dei non-bisognosi[3].

In definitiva, la distanza semantica tra merito e meritocrazia appare tale, se appena si esce dall’ottica del marketing delle riforme, che si possono benissimo avere merito senza meritocrazia e meritocrazia senza merito. D’altro canto, proprio alla meritocrazia senza merito è dedicata la riflessione fantasociologica che nel 1958 conia «meritocrazia» come incubo dell’assolutizzazione del merito[4].

Secondo esempio, strettamente correlato al precedente. L’ontologia meritocratica è di stampo finalistico: utopia, non più così utopica, eutopica o distopica a seconda dei punti di vista, ispirata al fine di una società gerarchizzata, come esito di una competizione totalmente desolidarizzata, secondo meriti, qualità, talenti, eccellenze. È un’ontologia perché ridisegna radicalmente lo statuto ontologico di persone e cose, rendendo comparabile, numerabile e classificabile ciò che sarebbe incomparabile, incommensurabile, semplicemente unico, così traducendo in quantitativo ciò che sarebbe qualitativo[5], con quali conseguenze per qualità, differenze, unicità non è il caso di puntualizzare, perlomeno in un Convegno ispirato a Pasolini. Strettamente strumentale all’ontologia meritocratica è l’arte valutativa, che mette a disposizione di tale ontologia un repertorio, in via di continuo arricchimento e raffinamento, di strumenti asseritamente capaci di comparare, numerare, classificare meriti, qualità, talenti, eccellenze.

Ebbene, ormai si parla di «valutazione» della «qualità» della ricerca scientifica, in Italia specialmente dal 2011, anno primo dell’era anvuriana (ANVUR: Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), come se non vi fosse più un problema valutativo da discutere. Certo, gli strumenti ‘valutativi’ in uso sono sempre perfezionabili. Certo, si può provare a combinare sempre meglio i metodi quantitativi con quelli ‘qualitativi’. Ma non è facile trovare risposte alla domanda se e come si possa valutare la qualità con metodi apertamente quantitativi. Non è facile perché non ci si pone quasi più la domanda. Circola ormai quasi indisturbato un assioma sostanzialmente del seguente tenore: è meritevole chi pubblica molto in contenitori meritevoli ed è molto citato da pubblicazioni meritevoli che sono tali in quanto pubblicate in contenitori meritevoli.

Cosicché non è meritevole chi pubblica meno o in contenitori meno prestigiosi, ma lascia all’umanità tesori che non saranno scoperti nei tempi stretti delle procedure di ‘valutazione’ della ‘qualità’ della ricerca universitaria o di quelle per l’abilitazione scientifica nazionale. Se Socrate non scrive, se Platone preferisce il dialogo e la lettera alla monografia e al manuale, all’articolo e al saggio in rivista o in volume collettivo, se Wittgenstein pubblica un solo volume, il Tractatus logico-philosophicus, e nulla dal 1930 al 1951, anno della morte — periodo in cui sono compresi i diciassette anni di insegnamento a Cambridge —[6], se Gadamer giunge solo sessantenne a pubblicare, dopo venticinque anni di riflessione e dieci di lavoro intensivo, Verità e metodo, che è solo il suo secondo volume — il primo, risalente a ventinove anni prima, è lo scritto di abilitazione —, se Piero Sraffa lavora per decenni sia all’edizione critica degli scritti di David Ricardo che a Produzione di merci a mezzo di merci, se Ennio De Giorgi, leccese «genio della matematica»[7], ama ripetere, ribaltando il proverbio, che «scripta volant, verba manent»[8], allora si sarebbe tentati di domandare: il problema è la scarsa produttività di questi studiosi o sono gli improvvidi metodi quantitativi e falsamente qualitativi degli esercizi di ‘valutazione’ della ‘qualità’ e delle abilitazioni scientifiche nazionali? Naturalmente i superesperti valutatori di massa dell’ANVUR e degli innumerevoli gruppi e sottogruppi orbitanti nel cielo anvuriano risponderebbe senza esitazioni.

I metodi ‘qualitativi’ sfidano le capacità immaginative più ardite, giacché, dati i tempi delle procedure di ‘valutazione’ della ‘qualità’ e delle abilitazioni, solo con un atto di fede si può credere che l’esperto riesca a leggere davvero, per intero, e magari afferrando qualcosa, le pile di prodotti che gli si chiede di valutare. Le procedure di cui si tratta mettono a dura prova il convincimento di buon senso che vede un rapporto di proporzionalità inversa tra serialità e serietà della valutazione: il «valutatore seriale»[9] riesce a contemperare seriamente serialità e serietà. Il «valutatore seriale» — sia detto a suo merito — riesce a valutare senza leggere, ma come se avesse letto. Quella seriale è una valutazione diversamente seria, una valutazione come se.

Il sottoscritto, invece, se desidera recensire un libro, lo legge, prende appunti, magari lo rilegge, almeno in parte, si sforza di leggere almeno l’essenziale della letteratura sul tema che dovrebbe già conoscere, e solo allora, forse, si sente in grado di recensire. Forse, appunto, perché, mentre legge, riflette, approfondisce e torna a riflettere, magari si rende conto che le sue forze non sono sufficienti a dare adeguatamente conto di un tema che pensava di conoscere meglio. Ma le recensioni, come le lucciole, stanno scomparendo[10], esattamente da quando alla valutazione individualizzante e differenziante, che non può fare a meno della lettura integrale, attenta, magari iterata, si pretende di contrapporre la valutazione massificante, dedifferenziante, omologante, che vorrebbe ‘valutare’ la ‘qualità’, il merito, il contenuto, il senso in tempi che permettono, nel migliore dei casi, la lettura di parole-chiave, riassunti e indici e uno sguardo alle bibliografie, come se poi contasse davvero qualcosa la presenza o la lunghezza di una bibliografia, come se si potesse cavare da una bibliografia ciò che l’autore ha veramente letto e capito.

Dovrebbe risultare chiaro che qui non si contesta la valutazione, che è un «central feature of social life»[11] e, a maggior ragione, lo è di qualunque attività dello studioso e del docente. Qui si contesta una valutazione, quella massificante, omologante e più seriale che seria dell’ANVUR (naturalmente non solo dell’ANVUR, ma in queste pagine è la ‘valutazione’ della ricerca che interessa). Come scrive il sociologo Davide Borrelli, in un volume fresco di stampa intitolato Contro l’ideologia della valutazione e sottotitolato L’ANVUR e l’arte della rottamazione dell’università, «valutare è ciò che ciascuno di noi fa in ogni momento della sua vita e in ogni attività in cui è impegnato, professionale e non. Si potrebbe dire che valutare è come respirare, a maggior ragione in quelle mansioni in cui è prevalente la componente cognitiva, ideativa e culturale. Dunque, non ha senso essere contro la valutazione nello stesso modo in cui non ne avrebbe schierarsi contro la respirazione. Cionondimeno, si deve a nostro giudizio essere contro un dispositivo (come quello dell’ANVUR) che, […] centralizzando la funzione valutativa, di fatto la sclerotizza sottraendola alla vita della comunità. Proseguendo nell’analogia, il dispositivo ANVUR è una specie di macchina per la respirazione artificiale: quando si mette in funzione ci espropria della possibilità di respirare per conto nostro, non foss’altro perché rende superfluo e svuota di significato ogni nostro respiro». Il sociologo aggiunge subito dopo: «L’ANVUR rappresenta per la valutazione ciò che, secondo Michel Foucault (1975), è stato il Panopticon nella storia del vedere. Prima del dispositivo panottico la coppia vedere-essere visti era indissociabile. Nessuno, vedendo di persona gli altri, poteva sottrarsi alla condizione di esserne, a sua volta, visto. La capacità di visione era una risorsa diffusa, accessibile e non sequestrabile. Con il panottismo il vedere comincia a diventare una risorsa appropriabile, esclusiva e asimmetrica. Allo stesso modo, con l’ANVUR il valutare rischia di ridursi a un’attività specialistica che si esercita attraverso pratiche più o meno esoteriche (peraltro, spesso arbitrarie o infondate), appannaggio di un certo tipo di saperi tecnocratici controllati da una ristretta cerchia di addetti ai lavori. […] Così, invece di promuovere e coltivare un ambiente effettivamente propizio alla valutazione, l’ANVUR finisce per disabilitarne l’esercizio diffuso»[12].

Ormai da tempo sono entrati nell’uso ossimori come «valutazione quantitativa» e «misurazione della qualità». Il problema è che progressivamente si è persa la coscienza dell’ossimoricità, della stridente ossimoricità di queste locuzioni. Un minimo recupero di coscienza delle parole, del significato delle parole indurrebbe invece ad ammettere che quella che si denomina «valutazione» della «qualità» della ricerca non è altro che una misurazione approssimativa, molto approssimativa della quantità di una ricerca pesata in chilogrammi di carta (monografia, capitolo, articolo) e di citazioni e confusa con la collocazione editoriale: lo stesso contenuto, esattamente lo stesso, vale, anzi pesa diversamente a seconda se pubblicato in italiano o in inglese, in Italia o all’estero, sulla terraferma o su un’isola, in città o in campagna.

La ricerca è ormai un’attività quasi completamente esteriorizzata. In quest’ottica leggere, rileggere, riflettere per tentare di comprendere o per elaborare un’idea nuova, approfondire, aprirsi orizzonti interdisciplinari non sono semplicemente attività superflue: sono attività penalizzanti, perdite — in senso strettamente contabile — di tempo, dunque di produttività, dunque di finanziamenti e di incentivi[13].

E, d’altro canto, non è più un mistero per nessuno, se mai lo è stato, che la ‘valutazione’ della ‘qualità’ non descrive la ricerca, non la fotografa, non la censisce, non la registra: la orienta, la guida, la determina, cambia i comportamenti dei ricercatori e delle strutture di ricerca, decide cosa ‘merita’ di essere indagato e cosa no[14]. Solo che, essendo la politica incapace di assumersi responsabilità di questo peso, è la tecnica, peraltro di scelta ministeriale, a decidere per conto della politica, tentando di coprire scelte politiche sotto un velo di tecnicità dalle solide ambizioni scientistiche e dalle fragili, friabili basi scientifiche.

  1. L’omologazione anvuriana della ricerca universitaria: dal significato all’impatto

I decenni alle nostre spalle non sono solo quelli del neoliberismo e del managerialismo, del privatismo e dell’aziendalismo, del monetarismo, del «non c’è alternativa» e dello Stato a-sociale. Sono anche, per esempio, i decenni dell’ermeneutica, in particolare di quella heideggeriana e postheideggeriana (bultmanniana, gadameriana ecc.), in particolare, cioè, di quell’ermeneutica «filosofica» («ontologica», «esistenziale», «precettistica») secondo cui, per usare le parole di un allievo e biografo di Hans-Georg Gadamer, «L’interpretazione appare […] come una caratteristica essenziale della nostra presenza nel mondo»[15]. Se si riconosce che «la vita è essa stessa intrinsecamente ermeneutica», tessuto di relazioni interpretative, se si riconosce che «[c]omprendere è dunque […] sempre […] un “comprender-si”»[16], allora si può riconoscere che l’ermeneutica è ontologia, filosofia dell’esistenza, non più semplice arte o metodo o dottrina della comprensione.

Di più. L’ermeneutica, heideggeriana e postheideggeriana, dei decenni che abbiamo alle spalle, a differenza di quella «tradizionale» («classica», «metodologica», «precettistica») che segue la traiettoria da Friedrich Schleiermacher a Wilhelm Dilthey a Emilio Betti e oltre[17], ruota intorno al lettore tanto quanto intorno all’autore, anzi ruota spesso principalmente intorno al lettore, non di rado riconosciuto apertamente come coautore del senso[18]. Insomma, mai come in tali decenni si discute, con particolare riguardo alla prospettiva del lettore, di significato, cioè di merito, di contenuto, di ‘sostanza’: di potenzialità e ambiguità semantiche, facce della stessa medaglia; di dialogo ermeneutico e intersoggettività del senso; di lettera e spirito; di originalismo e attualismo; di comprensione come scoperta o (ri)creazione, ricognizione o (ri)produzione, conservazione o innovazione, spiegazione (svolgimento), parafrasi, ripercorrimento a ritroso o apporto inevitabilmente in qualche misura personale; di interpretazione di testi senza autore noto; di effettiva trasposizione dell’interprete nel testo, nell’intenzione, persino nella vita dell’autore o di semplice metaforicità di simile immedesimazione. Temi spesso tradizionali, ma, appunto, riaffrontati nell’ottica di un lettore meno o per nulla passivo, non più mero ricettore, ma collaboratore, se non antagonista, dell’autore.

Eppure questi decenni ermeneutici così vicini sembrano, anche tra le mura dell’università, così lontani, così lontanamente e flebilmente echeggianti. Il diffondersi dell’ontologia meritocratica, fedelmente seguita e costantemente omaggiata dall’ancella valutativa, produce da tempo quello che il sociologo già menzionato indica come «slittamento […] dal linguaggio dell’ermeneutica a quello della valutazione»[19]. Sembra verificarsi, cioè, un’imponente spostamento di enfasi da questioni di significato, di merito, di contenuto a questioni di impatto, di visibilità, di risonanza: da una prospettiva ermeneutica a una non semplicemente postermeneutica, bensì dichiaratamente antiermeneutica. Un documento piuttosto significativo della perdita di centralità del significato a favore dell’impatto, qualunque cosa stia a significare questa nozione-cardine sia del linguaggio scientometrico che di quello dei luna-park, è il decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 76/2012 («Regolamento recante criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori universitari, nonché le modalità di accertamento della qualificazione dei Commissari […]»: art. 4, c. 3, lett. b, e c. 4, lett. a; art. 5, c. 3, lett. b, e c. 4, lett. a; art. 6, c. 1, anche lett. b, c. 2, anche lett. b, c. 3, anche lett. b, c. 4, anche lett. b).

In una prospettiva ermeneutica conta ciò che si dice, contano i possibili significati di ciò che si dice, contano i significati su cui converge maggiore o minore consenso, ma anche quelli che restano abbandonati a se stessi, in attesa magari di essere valorizzati in altri contesti. Nella prospettiva antiermeneutica della ‘valutazione’, di contro, non ci si domanda che cosa un testo abbia significato, significhi, possa significare, bensì quanto sia visibile, vale a dire dove sia pubblicato, e quanto rumore faccia, vale a dire quanto sia citato. E poco importa che il testo sia citato, più o meno narcisisticamente, dall’autore stesso, che sia citato coercitivamente, ossia per ordine, più o meno urbanamente confezionato, della rivista di turno, che sia citato per essere pesantemente criticato, che sia citato erroneamente in quanto mai letto (circolano spassosi studi statistici sull’arte di citare ciò che non si è letto[20]). Insomma, nella prospettiva antiermeneutica della ‘valutazione’ un testo non deve significare ma farsi notare, non deve spiccare il volo ma pavoneggiarsi: aprire la ruota e lasciarsi pazientemente fotografare.

Solo che, in questa prospettiva, soprattutto nel breve periodo, Essere e tempo non può reggere il confronto con libri che raccontino le passioni amorose o sportive di Heidegger. Non c’è dubbio che è più facile leggere e citare i secondi. Fortunatamente si può sempre citare Essere e tempo senza averlo letto. E va aggiunto che, mentre nell’ottica ermeneutica Essere e tempo è un capolavoro — un’opera incomparabile, non un’opera al vertice di una classifica —, nell’ottica anvuriana si tratterebbe di una monografia come tutte le altre: ai fini del superamento di una «mediana» le monografie sono approssimativamente tutte uguali. Se c’è una differenza, la fa, magari a scapito del capolavoro, l’editore. Anzi, per essere più precisi, nell’ottica anvuriana Essere e tempo, rimasto largamente incompleto, varrebbe come una frazione di monografia e denuncerebbe l’incapacità dell’autore di portare a termine un lavoro impegnativo, l’ancora informe e fluttuante attitudine alla ricerca e all’esposizione dei risultati acquisiti, insomma la non ancora piena maturità scientifica.

Elementarissime conoscenze di storia della scienza e la lettura di qualche recente sentenza amministrativa sono sufficienti a comprendere che l’anvurizzazione della ricerca universitaria presenta tutte le virtù dell’impostura: un’impostura la cui vernice scientistica dovrebbe coprire le scelte politiche di definanziamento del settore[21]. Difficile, pur con tutta la buona volontà, credere che sia una mera coincidenza la sovrapposizione, alla fine dello scorso decennio, dell’avvio di un massiccio definanziamento e dell’introduzione della nuova quota premiale del FFO (fondo di finanziamento ordinario)[22], di quella quota floridamente crescente — non sono molte, come noto, le cose che crescono in Italia in questi tempi — che dipende quasi per intero dalla pseudoscienza anvuriana. La quale, sia detto incidentalmente, ha preteso e pretende di applicare le proprie alchimie da retrobottega ministeriale a comportamenti posti in essere dai ricercatori quando le regole di ‘valutazione’ erano ancora in mente dei (lo ha preteso per l’esercizio di ‘valutazione’ relativo agli anni 2004-2010 e lo pretende per quello recentemente avviato con riferimento agli anni 2010-2014). Come si fa a premiare e a sanzionare chi ha rispettato e chi ha violato parametri che non esistevano? Come non avere l’impressione che si tratti di premi e di sanzioni distribuiti a caso, sia pur scientificamente a caso? Il lancio dei dadi avrebbe prodotto — forse! — risultati altrettanto insoddisfacenti, ma sarebbe costato molto meno ai contribuenti che l’ANVUR vorrebbe tutelare con il suo costosissimo funzionamento.

Chi ritenga che «impostura» sia un vocabolo troppo ingeneroso rifletta sul destino degli atti di questo convegno. Se dovessero essere pubblicati da un editore eccellente, la loro qualità risulterebbe eccellente. Se invece gli stessi atti, senza nemmeno una virgola in più o in meno, dovessero essere pubblicati da un editore non eccellente, la loro qualità risulterebbe, stando alle regole finora seguite, non eccellente. Ciò sia ai fini dell’abilitazione scientifica nazionale, cioè della progressione di carriera, sia ai fini della ‘valutazione’ della ricerca, cioè del finanziamento degli atenei, quindi dei dipartimenti, quindi dei singoli.

Che cosa se ne ricava? Semplicemente che l’avanzamento di carriera e il finanziamento delle strutture di ricerca sono in gran parte, oggi più che mai, questione di impatto e non di significato, di quantità e non di qualità, di misurazione e non di valutazione, di citazione e non di discussione, di visibilità mediatica e non di solitudine meditativa, di produzione scritta di sapere che nessuno ha il tempo di leggere davvero e non di condivisione orale con studenti e colleghi.

Lo standardificio anvuriano e i prodottifici universitari formano un circolo, virtuoso o vizioso secondo i gusti, di certo autoreferenziale come mai prima, che ostenta meritocrazia e competitività per coprire definanziamenti fatti passare per razionalizzazioni premiali. Razionalizzazioni di cui si passa regolarmente sotto silenzio il profilo sanzionatorio, quando non stigmatizzante.

  1. Per un recupero della qualità come incommensurabiltà

La ‘valutazione’ della ‘qualità’ della ricerca scientifica è un dispositivo di «conversion des incommensurabilités en équivalences», «des qualités en quantités»[23]. Un dispositivo, cioè, il quale, considerando qualunque ricercatore e qualunque ricerca comparabili, numerabili, classificabili, non può non tendere a prescrivere omogeneità e a proscrivere eterogeneità. Il quale non può non tendere a ingabbiare le idee e i linguaggi eccentrici, centrifughi, eterodossi, disobbedienti. Non può non tendere, incoraggiando l’attività, anzi l’attivismo, ad abolire la creatività[24]: anche tra attivismo e creatività il rapporto è probabilmente, genialità a parte, di proporzionalità inversa.

Quando questo dispositivo dichiara di voler premiare l’«originalità», subito si affretta ad affiancarle il «rigore metodologico». Un documento significativo a questo proposito è il decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 27 giugno 2015, n. 458 («Linee guida valutazione qualità della ricerca [VQR] 2011–2014»: art. 5, c. 2, anche lett. a-c ed e-f [non vi è traccia di lett. d]). Solo che, se i giganti del pensiero si fossero preoccupati di essere originali ma metodologicamente rigorosi, il sole girerebbe ancora intorno alla terra. Quale esperto anvuriano avrebbe riconosciuto che aveva ragione l’originale Copernico e non il rigoroso Tolomeo? D’altro canto, solo se ‘valutasse’ di meno e leggesse di più, l’esperto anvuriano potrebbe imbattersi in quegli insegnamenti che solo la letteratura senza aggettivi sa donare. Per esempio potrebbe imbattersi in quel romanzo in cui un professore universitario confessa: «[S]ono stanco del rigore, gli ho sempre sacrificato le idee migliori. Hai mai pensato che il rigore è cadaverico, rigor mortis[25].

La ‘valutazione’ della ‘qualità’ della ricerca non è una valutazione e non ha ad oggetto la qualità. Se proprio non si potesse fare a meno di misurare la quantità della ricerca a fini di distribuzione finanziaria, perlomeno si potrebbe riconoscere che si tratta di un’aleatoria misurazione della quantità, il che già ridurrebbe l’effetto stigmatizzante prodotto dalla strisciante ma pervasiva associazione tra produttività anvurianamente insufficiente e concetti quali colpa, peccato, parassitismo ecc. Ma siamo così sicuri che non si possano distribuire le pur scarse risorse senza incidere sulla reputazione delle strutture e dei singoli, senza restringerne le libertà costituzionalmente garantite e senza falsarne sistematicamente il lavoro? E siamo poi così sicuri che le risorse siano scarse perché «non c’è alternativa» e non piuttosto perché si vuole che siano scarse, perché la politica non crede —per distinguere con Pasolini — nella conoscenza come «progresso» in sé, ma solo nella conoscenza come strumentale allo «sviluppo», alla crescita del PIL (da tempo avviato a diventare la sigla di prodotto ignorante lordo).

Il punto, infatti, è proprio questo: come afferma il teorico della «società dei controlli», «la ricerca ora deve essere organizzata per essere valutabile»[26]. In altri termini, la ricerca non è più guidata dalla curiosità, dalla meraviglia, dall’«utilità dell’inutile», ma dai parametri dettati dal monopolista della ‘valutazione’, panipercritica ma incapace di seria autocritica. Parametri che non solo penalizzano il ricercatore che pubblichi poco per problemi di vita i più vari e i meno rendicontabili, ma penalizzano anche il ricercatore che pubblichi poco studiando moltissimo e che riesca trasmettere a studenti e discepoli quello che non sempre riescono a trasmettere i colleghi che, pubblicando moltissimo, non possono avere tempo per altro, a cominciare dalla didattica di base. Per non dire, poi, del ricercatore che progetti un lavoro di lungo respiro che però dovrebbe portare a termine nel triennio o quadriennio o quinquennio dell’esercizio di ‘valutazione’. Possibile che non ci si renda conto, in sede universitaria, se non in sede politico-universitaria, del tasso di umorismo che contraddistingue l’idea che si possano far combaciare il respiro, il tempo, la logica del FFO con il respiro, il tempo, la logica della ricerca, dello studio, del pensiero, del dialogo?

E che dire del ricercatore che, avendo vinto un premo prestigioso, magari un Nobel, debba continuare a essere valutato per il numero di articoli pubblicati e di citazioni ricevute, come se il prestigio guadagnato valesse per il passato e non per il futuro, come se la ricerca premiata non fosse mai sufficiente a farne un ricercatore degno di insegnare, di guidare un gruppo di ricerca, di ricoprire un incarico accademico? Che dire di una logica che stigmatizza persino chi — figuriamoci gli altri! —, dopo aver pubblicato lavori destinati a restare nei decenni, magari nei secoli, diviene anvurianamente meno produttivo? Wittgenstein, Heidegger, Gadamer avrebbero forse bisogno di dimostrare qualcosa all’ANVUR dopo aver pubblicato il Tractatus logico-philosophicus, Essere e tempo, Verità e metodo? Smetterebbero di essere se stessi se non continuassero, come nel caso di Wittgenstein, a sfornare con regolarità? La ‘logica’ anvuriana può essere presa sul serio solo da chi sia disposto a passare un colpo di spugna sulla storia del pensiero, umanistico e scientifico, filosofico e matematico, più o meno soffice e più o meno duro.

Un modo di congedarsi potrebbe essere quello di ricordare la conclusione del capolavoro dello storico dell’economia Witold Kula su Le misure e gli uomini dall’antichità a oggi. Così il penultimo capoverso del volume: «I prefetti non desisteranno mai. È lecito supporre che ci riproveranno ancora — e ci riusciranno — ad unificare altre e sempre nuove categorie mentali degli uomini sottoposti alla loro amministrazione. Conseguiranno ancora molti successi nel loro lavoro. Faranno in modo che ci si capisca sempre meglio». E l’ultimo capoverso: «Finché un giorno verrà in cui ci capiremo così bene, così perfettamente che non avremo più niente da dirci»[27]. La profezia di Kula si riferisce ai «prefetti». Sarebbe illecito estenderla ai ‘prefetti’ della ‘valutazione’ della ‘qualità’ della ricerca, alla loro non meno sincera vocazione «ad unificare altre e sempre nuove categorie mentali degli uomini sottoposti alla loro amministrazione» ?

Bozza letta al convegno Pasolini: il diritto dopo la “scomparsa delle lucciole”, Perugia, 15-18 luglio 2015 (la versione definitiva sarà pubblicata negli atti dell’incontro).

[1] (II ed., 1976, ma contributi del 1962-1976), tr. di R. Colorni – F. Jesi, Adelphi, Milano, 1984, rist. 2007.

[2] Cfr. S. Jenkins, Thatcher and sons, A revolution in three acts, II ed., Penguin, London, 2007, p. 1 e passim, specialmente p. 56, dove è plasticamente raffigurato l’atteggiamento leaderistico corrispondente alla dottrina «there was no alternative»: «One aide calculated that she [Thatcher] would talk for 90 per cent of the time at meetings. She would state her conclusion at the start and challenge anyone present to disagree. If she risked losing an argument she would veer off to some other point where she might claim victory». Cfr. anche S. Veca, “Non c’è alternativa”, (Falso!), Laterza, Bari – Roma, 2014.

[3]

[4] Young M., L’avvento della meritocrazia, Gli uomini sono tutti uguali? (1958), tr. di C. Mannucci, Edizioni di comunità, Roma – Ivrea, 2014.

[5] Cfr. J.-A. Miller, in J.-A. Miller – J.-C. Milner, Voulez-vous être évalué?, Entretiens sur une machine d’imposture (Paris, 3 et 10 décembre 2003), Grasset, Paris, 2004, pp. 58, 61, 65.

[6] Cfr. D. Gillies, How should research be organized, College publications, London, 2008, pp. 4-5 e 8-12.

[7] A. Parlangeli, Uno spirito puro, Ennio De Giorgi genio della matematica, Milella, Lecce, 2015.

[8] L. Ambrosio – M. Forti – A. Marino – S. Spagnolo, Scripta volant, verba manent, Ennio De Giorgi matematico e filosofo, ETS, Pisa, 2008.

[9] E. Mauro, Il valutatore seriale e il pompiere-incendiario, in corso di pubblicazione in Palaver (siba-ese.unisalento.it), 2/2015.

[10] Un lamento recente in questo senso in Conferenza nazionale dei Direttori di giurisprudenza e scienze giuridiche, Commenti e proposte di modifica sul bando provvisorio della VQR 2011-2014, in www.roars.it, 29 luglio 2015, p. 3.

[11] P.M. Broadfoot, Education, assessment and society, A sociological analysis, Open university press, Buckingham – Philadelphia, 1996, p. 3.

[12] Jouvence, Milano, 2015, pp. 21-22.

[13] Cfr. D. Fusaro, Essere senza tempo, Accelerazione della storia e della vita, Bompiani, Milano, 2010.

[14] Cfr., tra mille, G. Rebora – M. Turri, The UK and Italian research assessment exercises face to face, in Research policy, 9/2013, pp. 1662-1665.

[15] J. Grondin, L’ermeneutica (2006), tr. di P. Crespi, Queriniana, Brescia, 2012, p. 10, ma passim e specialmente pp. 32-47.

[16] Ivi, pp. 36 e 44.

[17] L’opposizione gadameriana tra ermeneutica «filosofica» ed ermeneutica «tradizionale» è variamente ridimensionata. Cfr., ad es., per un ridimensionamento della distanza tra Dilthey e Martin Heidegger, i saggi 5 e 6, rispettivamente intitolati Ermeneutica tradizionale ed ermeneutica filosofica. Problematicità di una distinzione (1983 e 1979) e L’importanza di Dilthey per la concezione di Essere e tempo. Sulle conferenze heideggeriane di Kassel (1925), di F. Rodi, «Conoscenza del conosciuto», Sull’ermeneutica del XIX e XX secolo (1990, ma 1979-1990), tr. di A. Marini (e di G. Matteucci quanto ai saggi 3 e 8), Franco Angeli, Milano, 1996 (nella stessa direzione la postfazione del traduttore (principale), Frithjof Rodi. Scuola diltheyana e tradizione filosofica, pp. 192-193 e 196-215). Resta il fatto che una minor distanza tra Dilthey e Heidegger non influisce più di tanto sull’abisso che separa il discorso gadameriano da quello bettiano: semplicemente i due si affrontano… su campi di battaglia differenti, il primo convinto di non potersi liberare del tutto dalla propria ombra, il secondo convinto del contrario.

[18] Cfr., esemplificativamente, W. Iser, L’atto della lettura, Una teoria della risposta estetica (1978), tr. (dall’inglese) di R. Granafei, rev. di C. Dini, Il Mulino, Bologna, passim ma specialmente pp. 54, 55, 231, 348, da cui rispettivamente le seguenti citazioni: «è nel lettore che il testo prende vita»; «L’interpretazione comincia oggi a scoprire […] quei fattori che non sono stati chiariti fino a quando le norme tradizionali mantenevano il loro predominio. Il più importante di questi fattori è senza dubbio il lettore stesso […]. Fino a quando il punto focale dell’interesse era l’intenzione dell’autore, o il significato contemporaneo […] o storico del testo, oppure il modo in cui era costruito, non venne in mente ai critici che il testo potesse avere un significato solo quando esso era letto» (paragrafo intitolato «La prospettiva orientata sul lettore e le obiezioni tradizionali»); «i libri acquistano la loro piena esistenza soltanto all’interno del lettore»; «il non detto prende vita nell’immaginazione del lettore».

[19] D. Borrelli, Contro l’ideologia, cit., p. 24. Sulla non-misurabilità del senso cfr. anche V. Pinto, Valutare e punire, Cronopio, Napoli, 2012, pp. 129-130.

[20] Cfr. M.V. Simkin – V.P. Roychowdhury, Do you sincerely want to be cited? Or: read before you cite, in Significance, 4/2006, p. 179, e gli scritti degli stessi autori citati (si immagina correttamente!) in coda.

[21] Scelte politiche le cui cifre, provenienti dalla Ragioneria generale dello Stato, sono riportate da P. Greco, Ricerca e formazione: in sette anni i tagli più profondi, in www.scienzainrete.it, 8 gennaio 2015.

[22] Cfr. A. Banfi – G. Viesti, “Meriti” e “bisogni” nel finanziamento del sistema universitario italiano, in www.resricerche.it, maggio 2015, specialmente parr. 8-9. Nel par. 9 (manca l’indicazione delle pagine) si legge: «Il punto chiave è che tali regole di ripartizione sono mutate proprio negli anni in cui l’ammontare complessivo del FFO si è fortemente ridotto. Nell’insieme, non si è trattato di un processo che ha aggiunto una quota premiale destinata agli atenei “migliori” alle risorse destinate ad ogni università per le proprie attività ordinarie di didattica e ricerca. Al contrario le quote cosiddette “premiali” sono state utilizzate per ripartire in modo asimmetrico tra gli atenei i significativi tagli nel finanziamento delle risorse ordinarie».

[23] L. Karpik, L’économie des singularités, Gallimard, Paris, 2007, pp. 13-14, ma analogamente passim.

[24] Cfr. A. G. Hopwood, Changing pressures on the research process: on trying to research in an age when curiosity is not enough, in European accounting review, 1/2008, p. 95.

[25] G. Pontiggia, Il giocatore invisibile, Milano, 1978, p. 50.

[26] M. Power, La società dei controlli, Rituali di verifica [II ed., 1999], tr. di F. Panozzo, Edizioni di comunità, Torino, 2002, p. 139.

[27] (1970), tr. di A. Salmon Viavanti, Laterza, Roma – Bari, 1987, p. 303.

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