Lettera aperta alla Ministra Carrozza

Gentile Ministro Carrozza,  l’università e la ricerca pubbliche in Italia versano in condizioni disperate e come docente e ricercatore sento il bisogno di esprimerle la mia grande preoccupazione per una situazione che costituisce un’emergenza senza precedenti. I problemi da affontare sono molti e il suo compito è gravoso, ma a mio parere in questo momento esistono due principali priorità: i finanziamenti pubblici alla ricerca e il sistema di valutazione basato sui parametri dell’Agenzia nazionale di valutazione di università e ricerca (Anvur).

Anni fa Mario Capecchi, premio Nobel per la Biologia e Medicina, disse che «la ricerca scientifica è un elemento cardine dello sviluppo di un paese evoluto». Per questo, molti stati investono in ricerca pubblica ingenti porzioni del PIL, mentre in Italia le uniche misure attuate dagli ultimi governi hanno previsto solo tagli pesanti e indiscriminati, anche perché il pregiudizio ricorrente è che si spenda troppo per l’università e per una ricerca scientifica che non produce nulla.

Niente di più falso, come dimostra una raffinata analisi di Giuseppe De Nicolao basata su dati Ocse .  In particolare, a fronte di uno dei più bassi investimenti mondiali in rapporto al Pil, dal 1996 al 2010 l’Italia è per produzione scientifica all’ottavo posto nel mondo. Una specie di miracolo definito “Italian Paradox” sul sito del Cnrs.

Come era prevedibile, i tagli hanno avuto delle ricadute pesantissime. Sugli atenei, con il blocco del turnover, il calo delle assunzioni e nuovi aumenti delle tasse universitarie e anche sulla ricerca pubblica, con la quasi totale sparizione dei fondi ministeriali. Clamorosa la decurtazione di quelli destinati ai progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin), istituiti nel 1996 dal governo Prodi, unica fonte di finanziamento per la ricerca pubblica. Per il bando del 2012, alle 14 aeree disciplinari il governo Monti ha destinato 38 milioni di euro, una miseria rispetto al passato (170 milioni di euro per il bando congiunto 2010-2011, 137 milioni nel 2004). Un insulto alla dignità e alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi più fortunati, racimoleranno solo briciole. Al budget infimo dei Prin si sommano altre restrizioni da eliminare: il vincolo all’aggregazione dei ricercatori in base a fasce di età, che di fatto limita la libertà di ricerca e la preselezione dei progetti interna agli atenei, facilmente addomesticabile dai soliti noti. Nel complesso, questa situazione, lungi dal nuocere a fannulloni e nepotisti, penalizza le componenti più produttive e vitali degli Atenei e dei centri di ricerca.

Alla penuria di fondi si sommano i problemi causati dal nuovo sistema di reclutamento e progressione delle carriere basato sulle mediane degli indicatori bibliometrici (articoli pubblicati negli ultimi dieci anni, h-index e citazioni) stabiliti Anvur. È innegabile che la valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti rappresenta un requisito irrinunciabile, ma è rischioso affidarla a rigidi indicatori che a livello internazionale sono sconsigliati in quanto fallaci nel valutare autonomia scientifica, qualità e originalità. Gli indicatori, infatti, non entrano nel merito del contributo dei singoli negli articoli, che è invece fondamentale soprattutto nel settore scientifico (ad esempio in Biologia e Medicina) e viene espresso dall’ordine degli autori. E non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove sono pubblicati gli articoli stessi. Con questi criteri aberranti, ad esempio, 20 articoli su Annali italiani di chirurgia, varrebbero più di 10 articoli su Nature. Inoltre, le mediane degli indicatori mostrano forti oscillazioni tra macro-settori, anche di una stessa area e in certi casi per superarle è sufficiente una produzione scientifica appena mediocre, mentre in altri viene richiesto un curriculum da Nobel. Ma c’è di più: i settori con mediane più basse, quindi di livello minore, nel tempo potranno attrarre più candidati abilitati, crescendo (ma solo dal punto di vista quantitativo) a discapito dei settori più competitivi con mediane più alte, più difficili da essere superate. Un’eccezione potrebbe essere rappresentata da quei campi di indagine che fisiologicamente sono già più diffusi e dominanti.

Infine, ci sono le ricadute negative che l’utilizzo degli indicatori avrà soprattutto sui più giovani. D’ora in poi, nel “villaggio dei dannati della ricerca italiana” dottorandi, borsisti, assegnisti di ricerca e neo-ricercatori saranno impegnati nella spasmodica rincorsa al superamento delle mediane. Saranno spinti a pubblicare molto e molto fretta, scegliendo settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità, a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità.

Non sarebbe stato meglio per tutti, se l’Anvur si fosse confrontata con la comunità scientifica per arrivare a delle scelte il più possibile condivise, invece di comportarsi come un’astronave aliena sbarcata sulla terra per soggiogare il genere umano?

L’utilizzo delle sconsiderate mediane potrà avere un impatto negativo anche sulla chiamata di chi è già idoneo. Infatti, la Sapienza di Roma ha attivato di una procedura per la chiamata degli idonei di prima fascia a cui sarà ammesso solo chi supera tutte e tre le mediane Anvur. Un provvedimento che viola le norme della recente riforma, secondo cui gli organi responsabili del reclutamento sono i Dipartimenti.

Gentile Ministro, è così che si intende premiare il merito e incentivare la ricerca nel nostro paese? Un tale sistema di valutazione, automatico e casereccio in molti casi premierà la quantità a scapito della qualità, producendo una meritocrazia alla rovescia. L’università e la ricerca in Italia hanno bisogno di una cura, ma questa non deve uccidere il paziente, come purtroppo sta accadendo, è urgente un cambio di strategia. Auspichiamo che tra i suoi primi interventi lei abbia la forza di mettere in atto misure efficaci che introducano un nuovo sistema di valutazione per l’assegnazione dei finanziamenti, per il reclutamento e la progressione delle carriere, basato su qualità, etica e responsabilità.

Se ciò non accadrà, se in Italia la classe politica e dirigente continuerà solo a sbandierare proclami elettorali e agende virtuali, se l’istruzione e la ricerca pubbliche verranno fatte morire, il decadimento del nostro paese sarà sempre più veloce e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico ci sommegerà definitamente.

Pubblicato anche su Europa Quotidiano del 13 maggio 2013

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7 Commenti

  1. Il problema dei fondi e’ naturalmente IL problema e non si puo’ non condividere l’allarme che il loro taglio sta producendo.

    Tuttavia vorrei commentare sulla seconda parte, relativa al solito alla valutazione, e in particolare sulla seguente:

    “D’ora in poi, nel “villaggio dei dannati della ricerca italiana” dottorandi, borsisti, assegnisti di ricerca e neo-ricercatori saranno impegnati nella spasmodica rincorsa al superamento delle mediane. Saranno spinti a pubblicare molto e molto fretta, scegliendo settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità, a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità.”

    Questa evidenzia che non si sa di cosa si sta parlando. Dottorandi, borsisti e assegnisti hanno gia’ ora limitata autonomia, e conseguentemente limitato spazio per esprimere la loro curiosita’ e originalita’: si parte dai limiti imposti dalla durata temporale (1 anno in media) che impediscono materialmente qualunque approfondimento. Questo tempo e’ inoltre incapsulato in un progetto di ricerca, che il loro tutore naturalmente richiede venga espletato. Infine si aggiunge l’incertezza che impedisce qualunque investimento sulla propria curiosita’. E parlo dei casi ‘buoni’ in cui il tutore non impone l’esecuzione di mansioni di servizio, o in cui il contratto da borsista assegnista non copre in realta’ impegni diversi come la docenza.

    In concluslione, vi assicuro che il problema della pressione a pubblicare o la scelta di settori alla moda e’ l’ultimo che affligge un dottorando, borsista o assegnista.

    • Sinceramente trovo poco educato e corretto che lei scriva che “non si sa di cosa si sta parlando”, la invito a essere meno superficiale e più attento nei giudizi.

      Consideri che io ho scritto “saranno spinti” e mi riferisco ad una situazione in divenire, magari molti, come lei, al momento non se ne sono nemmeno accorti, ma il rischio purtroppo c’è.

      Inoltre, in generale il lavoro di ricerca di un giovane (attraverso laurea, dottorato e borse di vario tipo) non si dovrebbe certo esaurire nell’arco di un anno, come lei sembra affermare, si parla di una fase molto più ampia della carriera, a quella mi riferisco.

      Chi vuole fare ricerca, o si avvia a farla, dovrebbe essere motivato, guidato da passione, interesse e curiosità. Se questi presupposti sono blandi o se addirittura si è costretti a fare il garzone di bottega, allora è meglio lasciar perdere, che senso ha, viste tante difficoltà già insite in questo lavoro?

    • Il quadro della mia area rispecchia esattamente quanto scritto da Dimitri. Centinaia di pubblicazioni, prodotte con il metodo del salami slicing, prodotte solo per superare le mediane. In genere la produzione scientifica “da concorso” non era un granché, ma quanto stiamo vedendo ora batte tutti i record.
      In futuro sarei curioso di vedere l’andamento di
      -numero di prodotti di ricerca
      -citazioni
      Scommetterei qualcosa che saranno divergenti.

  2. E bannatemi…che vi devo dire…

    Comunque il “non si sa di cosa si sta parlando” e’ purtroppo basato sull’esperienza; certo, il periodo di lavoro e’ piu’ lungo di un anno (arriva anche a 10-15…) ma di fatto il contratto e’ di un anno. E con questo bosrsisti e assegnisti devono fare i conti. E su questo mi sembra non ci sia consapevolezza.
    E quindi il commento e’ tutt’altro che superficiale ed l’ho fatto per evitare di dare una visione distorta, come se dottorandi assegnisti e borsisti (che vengono a ragione inseriti nel ‘villaggio dei dannati della ricerca”) fossero i primi ad essere colpiti dalle mediane e quindi fossero loro a sentire le nefaste conseguenze. Non e’ cosi’.

    • Ah..no nsapevo le ifosse uan vecchai conoscenza del blog…

      Comunque, prima di sparare giudizi offensivi, sarebbe meglio chiedersi in base a quale esperienza parla il nostro interlocutore, la mia dovrebbe essere ovvia. Non so quale sia la sua formazione, nè l’ambito a cui si riferisce, ma l’interpretazione che propone appare alquanto confusiva, oltre che superficiale. Lei entra nel merito di una situazione pregressa di difficoltà di alcuni giovani che si trovano nel mondo dell’università e della ricerca (non necessariamente generalizzata), forse allude alla sua stessa esperienza? Io, invece, mi riferisco alle conseguenze anche abbastanza ovvie che le mediane potranno avere sul modo di fare ricerca, soprattutto su chi si sta formando in questa nuova e degradata situazione ambientale. Da come parla mi sembra che lei non abbia colto la “sottile” differenza.
      Detto questo, è chiaro che al momento chi è ridotto a fare il portaborse o lo schiavo da laboratorio forse non sa nemmeno di cosa stiamo parlando e non si preoccupa certo delle mediane….

  3. Debbo dire che non vedo tutta questa offensività nelle espressioni di golene. E trovo un po’ discordante con lo spirito di roars la minaccia di sylos labini. Cmq che cosa vi aspettavate da un nuovo ministro di serie B. Non dal punto di vista scientifico morale e politico, ma come avevo già detto (nel mio piccolissimo sia chiaro). Che si facesse ascoltare dal Letta, marcata com’è da sottosegretari che rappresentano le università private. Povera ministro tutta la mia simpatia e solidarietà. Minaccia di dimettersi ma non lo farà (magari lo facesse). Per smarcare l’università ci vorrebbe un pezzo da novanta della politica che ci mettesse la faccia. O no?

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