Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il tema delle “competenze non cognitive” nell’istruzione è tornato alla ribalta. Ringrazio Rossella Latempa che ha citato alcuni miei articoli nel suo intervento su questo blog.

Colgo l’occasione per precisare la mia posizione. Non ho mai proposto “un voto al carattere”.

Il lavoro di indagine sulle competenze non cognitive di cui mi occupo ha lo scopo di capire che cosa possa valorizzare le capacità di apprendimento degli studenti. C’è differenza fra la misurazione scientifica di un fenomeno e la valutazione intesa come responsabilità dei docenti: da un lato di aiutare i propri alunni a capire a che punto sono nel loro percorso formativo e dall’altro di capire se loro docenti hanno fatto tutto il possibile per aiutare gli allievi a raggiungere i propri obiettivi.

Il recente volume “Viaggio nelle character skills. Persone, relazioni, valori” (Il Mulino) non lascia ambiguità sulla finalità di questi studi.

È esperienza di chiunque insegni, e numerose ricerche internazionali lo hanno dimostrato, che l’apprendimento migliora se si stimolano gli interessi, la curiosità, le emozioni di ciascun alunno. E questo si traduce in migliori risultati scolastici, che favoriscono soprattutto chi è meritevole ma “sprovvisto di mezzi” ma ha “diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, come recita la Costituzione.

Cercare di fare luce sui fattori che condizionano il processo di apprendimento non significa certo pensare di esaurire la conoscenza e il mistero che ogni persona è. Il lavoro scientifico in cui si tenta di quantificare tali capacità non ha nulla a che vedere con la valutazione che gli insegnanti fanno a scuola.

Nell’era digitale, in cui le fonti di apprendimento si moltiplicano, la scuola non può limitarsi a insegnare solo nozioni, sia pure fondamentali. La scuola dovrebbe contribuire a far crescere le persone, offrendo loro una preparazione utile alla vita.

Dopo aver completato un ciclo di studi, la maggior parte dei giovani cerca un lavoro. Questo non vuol dire asservire la scuola al mondo del lavoro (pubblico o privato). Significa dare a ragazze e ragazzi gli strumenti per “imparare a imparare”, per affrontare trasformazioni rapide, continue e spesso imprevedibili.

Per fare questo non bastano le competenze tecniche, come hanno riconosciuto gli esperti dell’OCSE-PISA, il programma internazionale per la valutazione delle competenze degli studenti, avviando uno studio su quelli che chiamano “socio emotional skills”.

Proprio in quest’anno scolastico, dominato dalla didattica a distanza (DAD) ci siamo accorti di quanto i fattori relazionali siano cruciali.

Pensiamo alla capacità di prendere iniziativa, di pensare per problemi, di porre domande, alla flessibilità, alla motivazione. E all’impatto che tutto ciò ha sull’apprendimento.

Non solo: alcune esperienze pilota fatte in centri di formazione professionale mostrano miglioramenti sorprendenti e inaspettati, per studenti che secondo i normali parametri sarebbero stati considerati con capacità modeste. È il caso della “Piazza dei Mestieri”, dove la sperimentazione è in atto da tempo.

L’istruzione è il più straordinario fattore di crescita per le persone e per la società.

In conclusione credo che la scuola debba offrire a tutti la possibilità di sviluppare le proprie capacità, che si nasca con la mente di Steve Jobs (senza grandi mezzi) oppure no. Un principio già noto agli antichi e sintetizzato duemila anni fa dal filosofo greco Plutarco: “La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”.

 

Giorgio Vittadini

Professore Universitario

Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

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