Questo articolo è stato pubblicato su Orwell, supplemento culturale di Pubblico, sabato 24 Novembre 2012.


Il tempo degli ossimori, ovvero la responsabilità degli intellettuali

Sguardi che a fatica si sollevano dalle scadenze, labirinti di deadlines, lavori a progetto, debiti  promesse e calcoli per capire se finirà prima il mese o il reddito, la giornata o il lavoro da consegnare: sono queste le metriche affannate che descrivono gli ultimi trent’anni, le crocette sulla lista dell’agenda che dal tramonto dell’epoca fordista scandiscono il lavoro atipico e la vita. Negli ultimi trent’anni la sostanziale trasformazione della geometria economica seguita alla crisi del periodo fordista ha aperto a una svolta deregolazionistica fatta di riduzione della spesa pubblica, uscita dal rapporto salariale, esternalizzazione del lavoro, precarietà, sottoccupazione, disoccupazione. È questa la collocazione storica e singolare dalla quale bisognerebbe leggere il testo di Paola Borgna e Luciano Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe, testo oggetto di discussione qualche giorno fa alla sede romana di Laterza, in un dibattito organizzato da Anna Gialluca cui hanno partecipato gli autori e una eminente serie di discussants, da Stefano Rodotà a Ugo Mattei, da Curzio Maltese a Maurizio Landini, da Asor Rosa a Furio Colombo.

Sarebbe utile partire da qui perché è in questi piccoli anfratti, in questi buchi neri del tempo che assorbono la vita, che si è mimetizzata, giorno dopo giorno per oramai trent’anni, una inesorabile trasformazione, quella che ci costringe, oggi, a fare i conti con concetti a lungo ignorati, l’ideologia di Marx, l’egemonia di Gramsci, o la governamentalità di Foucault, quella sorta di pensiero unico che da ogni dove intima una sola relazione tra gli esseri umani, la competizione. Cito questi tre concetti riprendendo l’introduzione di Luciano Gallino e Paola Borgna, laddove i due autori si chiedono “chissà se Foucault sarebbe contento, oppure atterrito, nel vedere come la sua teoria del governo diffuso, della governamentalità, appaia sempre più confermata” (p. VI). E infatti l’incipit del testo è un po’ questo, la realizzazione che, dopo trent’anni dalla fine della storia, come diceva Francis Fukuyama, davanti ai nostri occhi si dispiega oggi una storia che in realtà è continuata, e anzi celebra innanzi a noi una vittoria: come ha dichiarato Warren Buffett, “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. E infatti, scrive Gallino, “La classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori […] sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. È ciò che intendo per lotta di classe dopo lotta di classe” (p. 12). È iniziata qui la discussione dello scorso giovedì, in una conversazione intima che si dipartiva da quel processo – ci hanno detto per trent’anni – inesorabile come un terremoto e inevitabile come il destino, che oggi si rivela propriamente come una rivoluzione dall’alto, un artificio dalle cupe sembianze sorto sull’eco della profezia di Margaret Thatcher “There is No Alternative”: vi piaccia o meno, questa è l’unica realtà possibile.

Questa rivoluzione dall’alto ha dei nomi: Standard and Poor’s, per esempio. Moody’s e Fitch, le agenzie di rating che giocano con i debiti sovrani del mondo. Adam Smith Institute, Cato Institute, Heritage Foundation, per citare solo alcuni dei più influenti think tanks del pensiero neoliberale, una sorta di pensatoio reticolare erede dell’élite del potere di cui parlavano C. Wright Mills negli anni Cinquanta o G. William Domhoff negli anni Sessanta. C’era un senso di lucida preoccupazione in quella stanza. C’era un senso di lucida preoccupazione e un nodo oscuro. Il nodo oscuro della discussione era la responsabilità degli intellettuali, quel passaggio irrisolto, di volta in volta colpevole oppure inquietante, che ci porta dalla quotidianità luccicante degli anni Ottanta alla parresia della storia. Dalle paillettes del sabato sera all’austerità, passando in un solo trentennio dalla fine della storia alle parole profetiche di Nicolas Berdiaeff nell’introduzione a Il Mondo Nuovo di Huxley: “le utopie sono oggi assai più realizzabili
 di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più
angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva”. C’era un nodo oscuro, dicevo, ed è oscuro perché è presente ed è irrisoltoLa svolta storica che osserviamo oggi è più che mai responsabilità degli intellettuali. L’ideologia di Marx, l’egemonia di Gramsci, la governamentalità di Foucault descrivono questo: quella pericolosa sovrapposizione tra sapere e potere che da decenni si adopera per contenere un processo dilagante di espansione del possibile con la compressione del dicibile. Come una lente troppo stretta per un orizzonte così vasto, come uomini troppo piccoli per il rigoglio di vita che li eccede, quelli di quella classe negli ultimi trent’anni hanno delegittimato di continuo le voci dissonanti armandosi di capriole intellettuali ardite per affermare l’inevitabilità di un presente affatto inevitabile e affatto glorioso. Per la precisione, non solo l’hanno fatto, hanno assoldato complici: “da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi?”,scriveva Étienne de La Boétie. È così che l’ultimo trentennio è stato il tempo degli ossimori.

Ci hanno detto che l’austerità aiuta la crescita, i tagli riducono lo spread, la libertà di licenziamento aumenta l’occupazione, il nuovo manifesto per il movimento Occupy è il Manifesto Capitalista, assicura Zingales, le scuole servono ai meritevoli e gli ospedali ai sani, si vive per l’efficienza e si ama per dolo, oil for food non è un ricatto e la guerra contro Gaza è autodifesa: “chiamatela come vi pare, ma non difesa”, ha dichiarato liberatorio Noam Chomsky. Insomma l’ultimo trentennio è stato il tempo degli ossimori, e forse da qui forse dovremmo ripartire. Perché oggi quella nebbia, quel continuo accostamento di parole di significato opposto che imbriglia la comprensione e vela la verità è affare istituzionale. Si vede un po’ ovunque, nei grandi eventi di cultura-spettacolo, nel monopolio informativo, in un’università beatamente sorda al canto di cigno neoliberale, in quel processo accademico di selezione del dicibile che si chiama oggi valutazione. Perché “certo, è chiaro di che cosa hanno paura”, affermava Slavoj Žižek qualche tempo fa a Democracy Now“hanno paura che le persone immaginino altre realtà, altre possibilità”. Siamo qui, dunque, oggi, all’ingresso di un nuovo medioevo nel terzo millennio, e se una strada qui c’è, è fuori. Fuori, dove quel progetto pervasivo come un virus, banale come una bugia, pericoloso come un ritornello, come la speranza che la verità si possa artefare per ripetizione è alteramente abbandonato a se stesso. Fuori, dove vive ancora qualche lucida voce di intellettuale sensibile che fa ciò che più è prezioso, si affranca dal sadismo dei vincitori. Fuori, dove il sapere prolifera insieme alle relazioni, fuori dall’accademia, fuori dalle istituzioni, fuori dai vecchi privilegi di cittadinanza, fuori da tutto e dentro la vita. Laddove tempo vuol dire tempo, acqua vuol dire acqua, scuola vuol dire scuola, diritto vuol dire diritto, amore vuol dire amore, vita vuol dire vita, e verità vuol dire contropotere.

 




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