“L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto” (Keynes, 1926, The end of laissez faire)

 

In che misura può essere ammesso l’intervento pubblico in economia? La domanda non è nuova, ma negli ultimi anni, complici gli effetti recessivi della crisi internazionale, è diventata sempre più pressante; e ha cominciato a scalfire le certezze sulla capacità di autoregolazione del mercato, che da più di trenta anni si erano sedimentate nella teoria economica dominante ispirata alla scuola neoclassica. Non esistono però risposte preconfezionate e dobbiamo cominciare a leggere l’economia con senso critico, se vogliamo che non diventi “scienza inutile”, come recita il titolo provocatorio dell’ultimo saggio di Francesco Saraceno, vice direttore all’Observatoire français des conjonctures économiques(OFCE) di Parigi (La scienza inutile. Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall’economia, Luiss University Press, 2018). Saraceno ci ricorda infatti che i fenomeni economici non sono governati da “leggi universali che regolano il comportamento umano”, ma sono il prodotto di precise scelte dei soggetti, talvolta condizionate da teorie che mal si confrontano con la realtà dei fatti. L’obiettivo del lavoro – come l’autore stesso sottolinea – è quindi quello di “ricostruire in maniera sistematica, anche se non esauriente, le origini e lo sviluppo storico delle numerose idee che circolano oggi tra gli economisti e tra chi prende le decisioni di politica economica”.

Il lungo periodo che va da inizi novecento ai giorni nostri è in tal senso emblematico. Sospeso tra la grande depressione del ’29 e quella attuale, esso segna la fortuna della teoria keynesiana, che coglie la fondamentale instabilità del sistema capitalistico, collegata al contesto di totale incertezza in cui gli imprenditori si trovano a prendere le decisioni di investimento. Il sistema economico potrà quindi rimanere, anche per molto tempo, su livelli ampiamente inferiori a quelli di totale occupazione delle risorse produttive, pregiudicando oltretutto lo sviluppo futuro di un paese. Di qui la centralità dell’intervento pubblico e in particolare quello volto a sostenere l’investimento laddove l’iniziativa privata non è in grado di emergere. Sosteneva infatti Keynes che “l’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto” (Keynes, 1926, The end of laissez faire). La posizione di Keynes è perciò critica rispetto all’autosufficienza del mercato, ma non postula l’esistenza di uno Stato onnipresente. Né implica che qualunque tipo di azione atta a stimolare la spesa pubblica abbia effetti espansivi sul reddito.

Eppure – sottolinea Saraceno – l’eredità keynesiana si è andata perdendo in semplificazioni spesso dal sapore ideologico, che ne hanno indebolito la portata originaria, aprendo il varco a un ritorno della teoria neoclassica. Forte dei fallimenti del keynesismo, specialmente a partire dagli anni ’70 quando le maggiori economie entrarono in recessione a causa di shock dal lato dell’offerta dovuti all’aumento dei prezzi petroliferi, la teoria neoclassica si è andata infatti imponendo in forme sempre più radicali, relegando l’intervento pubblico a mera osservanza di “regole” che assicurino l’efficiente operare del mercato. Ma a sua volta lo scoppio della crisi del 2007 ha smentito questa visione, mentre il clamoroso insuccesso delle politiche di austerità, intraprese allo scopo di riassorbire i debiti “sovrani” esplosi sull’onda degli imponenti salvataggi di un sistema finanziario al collasso, ha successivamente condotto ad una sorta di “mea culpa” autorevoli esponenti  del mainstream neoclassico. Uno dei casi più rilevanti è quello di Olivier Blanchard, economista capo del Fondo Monetario Internazionale dal 2008 al 2015, che pur essendo stato tra i maggiori artefici della ricostituzione del fronte neoclassico,  ha recentemente contribuito a rilanciare un fecondo dibattito sul ruolo proattivo della politica fiscale, intesa come strumento di contrasto a quello stato di stagnazione permanente (più nota come “secolare”) che sempre più frena la crescita economica. Si tratta, al momento, di posizioni relativamente caute, ma che sottendono – secondo Saraceno – una qualche consapevolezza di quanto l’economia possa diventare “scienza inutile” se irrigidita entro schemi astratti e trattata alla stregua di una “scienza esatta”. E che questo segnale provenga da quel versante che ha dato nuova vita alla teoria neoclassica, non è cosa di poco conto, considerato quanto quest’ultima abbia contribuito a spogliare l’economia da ogni connotazione sociale, svuotando di senso il concetto stesso di politica economica.

Dunque tutto bene? Non proprio, sostiene Saraceno a conclusione del saggio, poiché la direzione che potranno prendere gli attuali approcci di teoria economica, non sembra essere del tutto chiara, mentre gli approcci critici della teoria neoclassica, che nel corso dell’ultimo decennio di crisi internazionale hanno preso nuovo slancio, fanno fatica ad emergere. Tuttavia è possibile fare passi avanti se, a partire dal moto di autocritica che si è levato nell’ambito del mainstream neoclassico si comincerà a recuperare quella complessità di visione che aveva accompagnato la scienza economica fin dal suo nascere, ma che si è andata perdendo e che ha portato tanto il “paradigma keynesiano” quanto il “paradigma neoclassico” a scadere in un vuoto meccanicismo di impianti formali avulsi dalla realtà. Ma se vogliamo ragionare della rilevanza della politica economica e della ragion d’essere dell’intervento pubblico nel mercato, ci sembra che la necessità di un recupero di una genuina prospettiva keynesiana sia innegabile. È Saraceno stesso a ricordarci che Keynes “concepiva la politica economica come l’arte del navigare con cautela nei meandri dell’interazione complessa tra due istituzioni intrinsecamente imperfette, Stato e mercato” mentre è caratteristica della visione neoclassica l’idea che il mercato rimanga, sia pure con qualche imperfezione, lo spazio entro il quale operano in modo efficiente individui dotati di una astratta razionalità. Potremmo spingerci anche oltre e pensare (o sperare) che il messaggio che l’autore ci consegna possa essere ben  più ambizioso per cominciare (finalmente) a parlare di obiettivi di politica economica che riguardino non più la sola piena occupazione – a cui Keynes stesso guardava come punto di partenza di una riflessione che sarebbe dovuta proseguire –  ma anche il suo contenuto, e la capacità (contestualmente) del sistema economico di soddisfare i bisogni sociali, che sfuggono a qualunque logica di mercato. “Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”, scriveva il liberale Luigi Einaudi nel 1964. Ricominciare da qui è ancora possibile.

Pubblicato il 3 gennaio 2019 su “Il Bo Live, il giornale dell’Università di Padova”

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2 Commenti

  1. Secondo me il problema non è tanto se l’economia è ‘scienza esatta’ oppure no, (neanche la meteorologia è esatta, eppure nessuno ne mette in dubbio la scientificità), quanto piuttosto stabilire ALCUNI punti fermi, che nessuno più mette in discussione, e con i quali tutti devono fare i conti nel momento in cui formulano ipotesi e esprimono opinioni. Il fatto è che tali punti fermi a quanto pare non esistono per tutti gli economisti. Per esempio dovrebbe essere un punto fermo il fatto che la spesa pubblica diventa sempre (in parte) reddito e risparmio dei cittadini. Poi si può discutere di QUALE parte, in che misura, QUALI cittadini si arricchiscono etc. Questo si è aleatorio, ma perlomeno il principio secondo cui 1) la moneta è un certificato di debito (dello Stato) e di credito (del possessore) 2) Uno Stato che non credi la propria moneta non è in grado di svolgere alcuna politica economica, questi si dovrebbero (e non sono) essere considerati dei punti fermi.

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