I docenti universitari nei primi anni sessanta

All’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, i docenti delle università italiane si distinguevano in professori di ruolo (a loro volta distinti in professori ordinari e professori straordinari), professori incaricati, ed assistenti[1]. Gli assistenti secondo l’art.1 della Legge 18 marzo 1958 n. 349, facevano parte del personale insegnante e si distinguevano in: a) Assistenti ordinari, nominati dal Ministro in seguito a pubblico concorso per titoli ed esami, b) Assistenti incaricati nominati dal Ministro (dal Rettore a partire dal 1967)  in temporanea sostituzione degli assistenti ordinari, c) Assistenti straordinari nominati dal Consiglio di Amministrazione dell’Università[2], d) Assistenti volontari nominati dal Rettore.

Professori di ruolo ed assistenti ordinari erano inquadrati nel cosiddetto “ruolo A” del pubblico impiego, che prevedeva tredici “gradi”, il primo grado essendo riservato al Presidente della Corte di Cassazione. I professori ordinari iniziavano (dopo lo straordinariato) con il grado VI, corrispondete a “colonnello” e potevano raggiungere il grado III, che corrispondeva a “generale di corpo d’armata”. L’assistente ordinario iniziava con il grado XI, corrispondente a “sottotenente”, e poteva raggiungere il grado VIII, corrispondente a “maggiore”, solo dopo aver ottenuto la Libera Docenza, e la relativa “conferma”.  Il professore straordinario che, come vedremo,  era sostanzialmente un professore ordinario “in prova” apparteneva al grado VII, corrispondente a “tenente colonnello”.

I professori incaricati  erano nominati dal Ministro, su proposta del Consiglio di Facoltà per un anno accademico, previo nulla osta espresso (a titolo consultivo) dalla prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. L’incarico poteva essere non rinnovato. Tuttavia la Legge 24 febbraio 1967, n. 62 introdusse una “graduatoria” nella assegnazione degli incarichi che privilegiava prima di tutto i liberi docenti già incaricati. La graduatoria, tuttavia, era suscettibile di “deroghe” nel “superiore interesse degli studi”.

Per i professori e gli assistenti di ruolo era previsto un organico nazionale ed il loro stipendio era corrisposto direttamente dal Ministero del Tesoro (attraverso i suoi uffici provinciali).  Anche il compenso dei professori incaricati era corrisposto dal Tesoro, ma al posto delle limitazioni associate ad un “organico” si applicavano regole che limitavano il numero dei possibili incarichi retribuiti, in relazione al numero delle materie fondamentali e complementari previste dall’ordinamento didattico, e tenuto conto delle cattedre effettivamente ricoperte da professori di ruolo. Il Consiglio di Facoltà poteva però (fino al 1973) conferire incarichi di insegnamento “a titolo gratuito” per tutte le materie complementari previste dall’ordinamento didattico.

Gli assistenti incaricati, proposti dal titolare della cattedra cui l’assistente era assegnato, erano nominati per il periodo in cui il posto era vacante (per cessazione, o congedo del titolare). Anche lo stipendio degli assistenti incaricati veniva pagato dal Ministero del Tesoro.

Gli assistenti straordinari, sempre scelti sulla base di una proposta del titolare di un insegnamento, erano invece remunerati a carico del bilancio dell’università o dell’istituto di appartenenza. Il numero degli assistenti straordinari non tardò a gonfiarsi non appena emersero prospettive di ingresso facilitato nei ruoli degli assistenti ordinari. Il trucco utilizzato per superare le restrizioni di bilancio fu quello di chiedere agli assistenti straordinari di rinunciare al compenso, che veniva formalmente erogato dall’istituto di appartenenza, ma subito versato nelle casse dello stesso istituto. Per quanto irregolare appaia oggi questa pratica essa era molto frequente specialmente nelle discipline mediche. Stiamo parlando di un’epoca in cui la riforma fiscale del 1973 non era ancora vigente e  la contabilità degli istituti era tenuta in modo molto approssimativo.

Gli assistenti volontari erano nominati dal Rettore su proposta di un professore ufficiale. C’erano delle limitazioni (piuttosto larghe) al numero di assistenti volontari che potevano essere nominati presso una cattedra, ed anche a limitazioni ai possibili rinnovi. Nel 1967 fu bloccata la possibilità di nominare nuovi assistenti volontari e fu eliminata ogni limitazione al rinnovo[3]. Per gli assistenti volontari non era previsto alcun compenso, ma potevano essere retribuite “ad horas” le esercitazioni da loro effettivamente impartite. Una legge del 1962 fissava in lire 2.000[4] il compenso dovuto per ogni ora di esercitazione.

La “Relazione della Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia”[5] , all’Allegato 1 III, così quantifica il personale insegnante delle università in servizio nel 1963: 2.067 professori di ruolo, 3.208 professori incaricati (esclusi i professori incaricati che erano anche professori  o assistenti di ruolo), 3.583 assistenti di ruolo, 669 assistenti incaricati, 4.245 assistenti straordinari, e infine 12.675 assistenti volontari. Da notare che mentre alle Facoltà di Medicina apparteneva il 21% dei professori di ruolo, le stesse Facoltà raccoglievano oltre il 38% degli assistenti di ruolo, il 50% degli assistenti straordinari ed il 43% degli assistenti volontari.

Per entrare nei ruoli di assistente o di professore bisognava superare un concorso.

Il concorso per assistente di ruolo era bandito dall’Università  che, su proposta del Consiglio di Facoltà, nominava la Commissione che era presieduta dal professore titolare della cattedra alla quale il posto di assistente era assegnato. Di regola il titolare della cattedra era un professore di ruolo, ma poteva succedere, ed in effetti succedeva talvolta, che la cattedra risultasse scoperta e che il titolare della cattedra fosse un professore incaricato.

L’esito del concorso di assistente prevedeva la designazione di tre “idonei” (in ordine alfabetico) tra i quali il titolare della cattedra cui il posto era assegnato poteva scegliere il vincitore. Gli altri due “ternati” conservavano per due anni l’”idoneità” che consentiva loro di essere nominati assistenti di ruolo per un posto vacante della stessa disciplina senza un ulteriore concorso, naturalmente su proposta del titolare della cattedra cui il posto era assegnato.

Il concorso per professore di ruolo era bandito dal Ministro su proposta dell’università che disponeva della relativa cattedra scoperta. E’ opportuno chiarire che ad ogni facoltà universitaria era assegnato, direttamente dal Ministero (e senza l’intervento del Senato Accademico o del Consiglio di Amministrazione) un certo numero di cattedre, che ne costituivano l’organico. Il Consiglio di Facoltà, a sua discrezione, assegnava le cattedre scoperte all’una o all’altra disciplina, purché prevista (anche come materia complementare) dall’ordinamento didattico dei corsi di laurea afferenti alla facoltà. Una volta assegnata una cattedra ad una disciplina il Consiglio di Facoltà poteva chiedere che fosse bandito un concorso per ricoprirla. La richiesta non era automaticamente soddisfatta. Bisognava prima acquisire il parere della prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, un “corpo consultivo” del Ministero costituito da 24 professori ordinari eletti dai professori di ruolo delle diverse facoltà,  e da tre rappresentanti eletti, rispettivamente, dagli assistenti ordinari, dai “liberi docenti”, e dai professori incaricati.  Prima di dare parere favorevole ad un concorso, il Consiglio Superiore accertava, a sua discrezione, che vi fossero esperti della relativa disciplina, e che non vi fossero “ternati”, cioè vincitori di concorso, per la stessa disciplina che non erano stati “chiamati” da una facoltà.

La Commissione, composta da cinque professori ordinari, era eletta da tutti i professori di ruolo della stessa disciplina (o di disciplina strettamente affine, come deliberato dal Consiglio Superiore) e dai professori di ruolo delle facoltà coincidenti con la facoltà cui apparteneva la cattedra a concorso. Per fare un esempio se la cattedra a concorso era quella di Economia Politica presso una facoltà di Giurisprudenza, votavano tutti i professori di tutte le facoltà di Giurisprudenza e tutti i professori di Economia Politica o Politica Economica delle altre Facoltà. La commissione, nominata dal Ministro, sulla base dei risultati delle elezioni, poteva designare una terna di vincitori secondo una graduatoria precisa. I vincitori potevano essere chiamati da qualsiasi facoltà avesse un posto scoperto, tuttavia nessun “ternato” poteva prendere servizio prima di chi lo precedeva nella graduatoria, ed il primo in graduatoria, se chiamato dalla facoltà che aveva messo il posto a concorso, non poteva prendere servizio altrove. Di regola infatti il primo vincitore occupava il posto messo a concorso e gli altri due andavano alla ricerca di una facoltà che li chiamasse. Ma la regola ammetteva eccezioni, e poteva darsi addirittura il caso che il posto messo a concorso non fosse ricoperto, e che tutti i ternati fossero chiamati altrove.

Il vincitore di un concorso una volta chiamato da una facoltà entrava nei ruoli come professore straordinario. Dopo tre anni il professore straordinario era sottoposto ad una verifica dell’attività svolta nel triennio, da parte di una commissione nominata dal Consiglio Superiore. Se l’esito di questa verifica era positivo il professore straordinario era promosso “ordinario” ed iniziava una carriera che si sviluppava solo per anzianità. In caso di esito negativo al professore straordinario potevano essere concessi altri due anni di prova, al termine dei quali poteva essere promosso ordinario, ovvero espulso dai ruoli. E’ possibile che questa seconda eventualità non si sia mai verificata.

Nella sostanza il reclutamento iniziale, come assistente, veniva lasciato alla discrezionalità del professore titolare dell’insegnamento, l’affidamento di compiti didattici “ufficiali”, come professore incaricato, era deciso dai consigli di facoltà, e l’entrata in ruolo come professore di un candidato, anche esterno al sistema universitario, veniva decisa da una commissione eletta dai professori a livello nazionale .

Si deve osservare che, almeno fino al 1973, l’assistente, anche se assistente ordinario, era gerarchicamente subordinato al titolare della cattedra cui era assegnato. In effetti il titolare della cattedra poteva proporre la cessazione dal servizio di un assistente ordinario per “esigenze della ricerca scientifica”. In linea di principio queste esigenze erano definite dal direttore dell’istituto o “cattedra”. Ne segue che si poteva chiedere la cessazione dal servizio di un assistente anche molto attivo nella ricerca scientifica che si occupava tuttavia di problemi diversi da quelli che interessavano il direttore. La proposta di cessazione formulata dal direttore doveva essere approvata dal Consiglio di Facoltà ed era ammesso il ricorso al Senato Accademico da parte dell’interessato. Contro la decisione del Senato Accademico era possibile ricorrere al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Non mancarono tuttavia casi in cui tutti i ricorsi furono respinti. Comunque la possibilità di chiedere la cessazione di un assistente di ruolo rafforzava notevolmente l’autorità del titolare della cattedra. Bisogna dire che a partire dalla Legge 18 marzo 1958, n. 349, non fu più possibile chiedere la cessazione dal servizio di un assistente che avesse conseguito la libera docenza.

Ci sono altri aspetti dello stato giuridico degli assistenti, definito dalla citata legge del 1958, che meritano una menzione al fine di chiarire la loro posizione all’interno del sistema universitario. Gli assistenti di ruolo dopo cinque anni di servizio potevano chiedere di passare all’insegnamento nelle scuole secondarie. Con questo passaggio ottenevano anche una promozione (al IX grado della Pubblica Amministrazione). Cessavano dal servizio gli assistenti che entro dieci anni dall’entrata in ruolo non conseguivano la Libera Docenza. Gli assistenti che non erano in grado di conseguire la libera docenza erano incoraggiati dunque a passare alla scuola secondaria.

Dobbiamo anche ricordare che fino alla metà degli anni sessanta non esistevano forme di sostegno finanziario per chi, dopo la laurea, voleva perfezionarsi negli studi o avviarsi alla ricerca. La posizione aperta a chi voleva continuare gli studi e intraprendere la carriera accademica era quella di assistente volontario, ed eccezionalmente quella di assistente straordinario o assistente incaricato. Fu la Legge 31 ottobre 1966, n. 942 ad istituire borse di studio per i “laureati da non oltre un triennio”. Le borse erano annuali e rinnovabili. In seguito (Legge 24 febbraio 1967, n.62) furono previste “borse di studio di addestramento didattico e scientifico”, di durata biennale e rinnovabili per un ulteriore biennio. A queste borse potevano concorrere i laureati da non più di quattro anni e, senza limitazioni di anno di laurea,  gli assistenti volontari. La stessa legge stabiliva che non potevano essere nominati nuovi assistenti volontari, una indicazione chiara che i borsisti di addestramento didattico e scientifico avrebbero dovuto sostituire gli assistenti volontari.

Negli anni sessanta maturarono due importanti novità nel reclutamento dei docenti.

La sistemazione degli assistenti straordinari

La prima fu la previsione di concorsi a posti di assistente di ruolo riservati agli assistenti straordinari con cinque anni di servizio. La riserva assieme alla istituzione di un numero di posti riservati pari al numero degli aventi diritto alla riserva, fu introdotta dalla già citata Legge 24 febbraio 1967, n. 62. In realtà una “sistemazione” degli assistenti straordinari era già prevista dal 1962. Proprio per questo una norma del 1962 vietò la nomina di assistenti straordinari che non occupassero la stessa posizione nell’anno accademico 1961-62. In pochi anni, a partire dal 1967,   divennero assistenti di ruolo “ope legis”, con concorsi riservati, circa 4.000 assistenti straordinari, di cui la metà appartenenti alle Facoltà di Medicina.  Negli stessi anni aumentarono anche, di circa 3.000 unità i posti di assistente assegnati con concorso aperto a tutti i laureati.

Il nuovo ruolo dei professori aggregati.

L’altra novità nello stato giuridico e nel reclutamento dei docenti fu l’introduzione del ruolo dei professori aggregati (Legge 25 luglio 1966, n.585). Uno dei difetti, da molti lamentato, dello stato giuridico del personale docente era l’assenza di posizioni intermedie tra quella dell’assistente e quella del professore di ruolo. Nel 1958 la legge che aveva reso effettivamente stabile la posizione dell’assistente ordinario abilitato alla libera docenza, aveva parzialmente corretto questo difetto. L’assistente ordinario libero docente, specie se titolare di un incarico di insegnamento, poteva essere considerato un docente stabile a tutti gli effetti. In vista della prevedibile espansione del sistema universitario, si ritenne tuttavia opportuno creare una posizione intermedia che, a differenza della posizione di assistente, non fosse gerarchicamente subordinata al professore titolare di cattedra. La proposta di istituire un ruolo di professori aggregati era anche contenuta nella già citata Relazione della Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia che fu presentata al Ministro della Pubblica Istruzione il 24 luglio 1963.

Nel reclutamento dei professori aggregati furono introdotte due importanti innovazioni. Prima di tutto il concorso non si riferiva ad una singola disciplina ma ad un “gruppo di discipline” affini. In secondo luogo al concorso potevano partecipare cittadini stranieri o apolidi.  La titolarità di un gruppo di discipline non significava che il professore aggregato potesse scegliere quale disciplina insegnare tra quelle del gruppo, ma piuttosto che la vincita di un concorso non conferiva automaticamente al vincitore la titolarità di una disciplina. Il compito didattico veniva assegnato dal Consiglio di Facoltà che effettuava la chiamata e poteva essere modificato successivamente alla chiamata “con il concorso dell’interessato”. Poteva anche succedere che al professore aggregato fossero assegnati solo compiti di direzione di ricerca e nessun insegnamento.

La Commissione di concorso era composta da cinque membri di cui tre sorteggiati e due eletti dai professori delle discipline appartenenti al “gruppo” per il quale era bandito il concorso. Il concorso prevedeva anche una discussione dei titoli presentati ed una lezione. La legge prevedeva anche che concorsi diversi per il medesimo gruppo di discipline fossero unificati (fino ad un massimo di tre posti a concorso)  e che, in caso di più posti a concorso, la commissione fosse composta da sette membri. Tuttavia in sede di applicazione della norma il Consiglio Superiore decise di evadere questa disposizione distinguendo gruppi sostanzialmente equivalenti, con piccoli ritocchi, cioè aggiungendo o sottraendo una disciplina complementare.

Lo stato giuridico del professore aggregato era molto simile a quello dell’attuale professore associato. C’erano due importanti differenze: i professori aggregati partecipavano ai consigli di facoltà, ma il  numero degli aggregati che partecipavano al consiglio non poteva superare la metà dei professori di ruolo. Nel caso di un eccesso di professori aggregati era prevista l’elezione di una rappresentanza. La seconda differenza era che un professore aggregato di materie cliniche svolgeva automaticamente il ruolo di primario, mentre, come vedremo, il professore associato non ha diritto automaticamente ad una posizione “apicale” all’interno del sistema ospedaliero.

L’organico previsto dei professori aggregati avrebbe dovuto raggiungere nel 1969 le mille unità. I primi concorsi furono però banditi solo nel 1969. Il ruolo dei professori aggregati fu tuttavia soppresso nel 1973 con il passaggio “ope legis” dei professori aggregati in servizio alla posizione di professore straordinario.

Il fallimento della riforma Gui.

Nella primavera del 1968 naufragò sugli scogli della contestazione studentesca un disegno di legge governativo che avrebbe dovuto riformare il sistema universitario recependo le proposte della citata “Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia”. Venne meno infatti il parziale consenso delle forze politiche, anche di opposizione, e del sindacato degli assistenti (Unione Nazionale Assistenti Universitari) sui necessari provvedimenti di riforma per l’Università. Si fece strada allora l’idea “rivoluzionaria” propugnata dai sindacati in competizione tra loro e dai partiti di sinistra, di uno stato giuridico dei docenti che non prevedesse distinzioni gerarchiche o di livello nel personale docente. Le parole chiave che riassumevano questo (peraltro assai confuso) programma erano “docente unico”. Al ruolo del docente unico avrebbero dovuto accedere con percorso in qualche modo facilitato tutti gli assistenti ed i professori incaricati. Secondo la versione più estrema sarebbero stati promossi a “docente unico” anche i borsisti.

Le anticipazioni di una riforma mai avvenuta.

Questo programma non fu mai attuato, tuttavia la Legge 11 dicembre 1969, n. 910 ne introdusse alcune “anticipazioni”. Prima di tutto non veniva più richiesta la libera docenza per la conferma in ruolo degli assistenti. Tutti gli assistenti ordinari in servizio al 31 ottobre del 1969 avevano diritto di restare in ruolo fino al pensionamento, raggiungendo per anzianità i gradi del pubblico impiego precedentemente raggiungibili solo dai liberi docenti, e cioè il grado IX ed il grado VIII. Una legge successiva (Legge 10/11/1970, n. 924) abolì poi anche gli esami di libera docenza. Il titolo di libero docente, peraltro, non fu abolito per chi già lo possedeva.

La stessa Legge 910 del 1969 introdusse la prima proroga automatica degli incarichi di insegnamento universitari. La proroga fu confermata dalla Legge 22 gennaio 1971, n. 4, e poi dalla Legge 3 giugno 1971, n.360, nella previsione della definitiva “stabilizzazione” degli incarichi operata dal Decreto Legge 580 del 1 ottobre  1973, convertito in legge dalla Legge 30 novembre 1973, n. 766 .

 


[1] Dovrebbero forse essere considerati anche i cosiddetti “liberi docenti” o “docenti a titolo privato”  i quali avevano acquisito la “licenza” di insegnare nelle università, dopo aver superato un “concorso”. Tuttavia la libera docenza, a partire, almeno, dalla Legge 30 dicembre 1958, n.1175, che l’aveva riformata eliminando ogni restrizione al numero dei liberi docenti, aveva assunto ormai le funzioni di un titolo accademico non più legato ad una effettiva funzione didattica.

 

[2] Nel 1962 fu vietata la nomina di nuovi assistenti straordinari. Per gli assistenti straordinari in servizio da almeno cinque anni furono poi previsti, come vedremo, nel 1967, concorsi a posti di assistente ordinario ad essi riservati.

[3] Per la medicina, dove sembrava impossibile fare a meno di assistenti volontari, le università inventarono allora la qualifica di “medico interno”, una qualifica che fu riconosciuta dalle leggi di sanatoria del 1980.

[4] Questa cifra dovrebbe corrispondere a circa 22 euro attuali. Su questi compensi allora non erano previste trattenute fiscali o previdenziali.

[5] Questa Commissione era stata nominata dal Parlamento sulla base di un’apposita legge e consegnò una sua relazione al Ministro nella primavera del 1963.

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42 Commenti

  1. Molto interessante … e curiosa in particolare la parte sui “gradi” del “ruolo A”. Qualche anziano collega del CNR mi citava una situazione simile per il CNR ante 1975.

    In passato avevo cercato di ricostruire la struttura delle carriere negli Enti Pubblici di Ricerca (e negli Osservatorii astronomici) almeno dal dopoguerra ad oggi (cfr.
    http://www.iasf-milano.inaf.it/Astro-Siesta/astro_lucio_4_150.pdf, in particolare le slides 11 e 9.e) ma mi ero scontrato con la “damnatio memoriae” dei ruoli del CNR anteriori alla famigerata legge del parastato (art. 15 e 38 della Legge 70/1975).

    Sarebbe carino se AFT potesse fare (nella parte II o in una appendice) una estensione della trattazione agli enti di ricerca, o quantomeno fornire, se ne e’ a conoscenza, gli estremi delle leggi relative (che poi su normattiva.it si trovano)

  2. Prosa chiarissima e materiale molto interessante. Incidentalmente, proprio oggi sono venuto a conoscenza di una “richiesta di accesso agli atti” ASN nel mio SC, chiaramente prodromica ad un ricorso: tra ASN e reclutamento anni ’60, forse era meglio, “in media”, il secondo.

  3. Interessante e meritoria rievocazione, che ha il solo (non piccolo) torto di liquidare in maniera alquanto approssimativa il tema del ruolo unico. Finora l’Università italiana ha ruotato intorno a un falso centro, quello costituito da una gerarchia di ruoli – Ordinario, Associato e Ricercatore, mentre quel che accade normalmente è che, indipendentemente da questi “gradi”, tutti fanno più o meno le stesse cose: tutti insegnano, tutti hanno (nei limiti di legge) ruoli istituzionali nella gestione degli Atenei, tutti fanno ricerca con ruoli di responsabilità dipendenti dal loro valore e non dalla posizione accademica. Questa e altre constatazioni, contenute anche in un documento in fase di predisposizione da parte delle maggiori associazioni nazionali rappresentative della docenza e dell’università, sono lapalissiane per chi nell’università lavora quotidianamente e ne garantisce risultati che collocano ancora la qualità della ricerca e della didattica italiane ai primi posti nel mondo. Ora, le fasce non solo sono la negazione del lavoro svolto da ognuno ogni giorno, ma sono pure ingiustificatamente alla base di una gerarchia irragionevole: chi dice che un ordinario divenuto tale per meriti scientifici nella sua disciplina sia meglio di un associato o di un ricercatore di un’altra disciplina per ricoprire l’incarico di rettore o direttore di dipartimento? La regola non ha alcun fondamento razionale. D’altra parte, il ruolo unico rimetterebbe “in carreggiata” oltre la metà degli attuali docenti italiani (almeno due terzi degli associati e dei ricercatori) oggi tagliati fuori non solo da prospettive di carriera ma anche dalla piena partecipazione alla gestione del funzionamento degli Atenei, che perciò stesso vengono meno a quella definizione di università (universitas) quale comunità tra pari.

    • Mia opinione personale relativa al ruolo unico, che non impegna la redazione ma solo me stesso. Cito da un libro di S. Semplici, Italia no, Italia forse, La scuola (2013): “Occorre però cercare un diverso punto di equilibrio fra l’omologazione delle comunità del sapere al mercato delle star e l’occultamento di talenti e oziosità sotto la coperta uguale per tutti delle progressioni di livello per anzianità, che umilia i primi e rende perfino tracotanti le seconde.”
      Ho la netta impressione che sotto il ruolo unico si nasconda appunto la progressione per anzianità e che la famosa valutazione ex post, sia solo una scusa, in quanto molto difficilmente praticabile. Inoltre, un conto è il discorso sulla governance (alla quale è giusto che partecipino tutti), un conto il discorso relativo alle progressioni.

    • Non si può non registrare con favore l’adesione (personale) alla necessità di garantire quanto prima unicità di prerogative riguardo alla governance. Peccato che la riforma presente vada proprio in direzione ostinata e contraria.
      A proposito della valutazione ex post per la progressione salariale, è proprio quanto già oggi prevede la legge (scatti triennali con valutazione), solo su tre diverse curve. Queste curve, avendo appena escluso di comune accordo l’unico punto che differenzia le fasce, evidentemente non hanno alcuna ragion d’essere se non quella di tentare di giustificare l’ingiustificabile.

    • @ Antonio Banfi

      La questione del Ruolo Unico oggi sta proprio nei termini di separare governance e livelli stipendiali.

      Probabilmente occorrerebbe sminare il terreno da paure e filtri ideologici. Figà Talamanca liquida con una certa fretta, forse eccessiva, quella che definisce un’ idea “rivoluzionaria”. Forse ha ragione, se riferita a quel periodo storico, visto il disastro che, pur senza pronunciare la parola proibita “ruolo unico”, fu comunque perpretrato dalle immissioni massicce nella docenza degli anni ’70.

      Ma chi parla oggi di Ruolo Unico lo fa in tutt’altra prospettiva che non e’ certo quella di una progressione di carriera “per anzianita’” lucrando su rendite di posizione acquisite una volta per sempre (ma … questo non e’ il sistema pre-240, modificato dalla riforma solo per rendere ancora piu’ elitaria la prima fascia ?).

      Si tratta banalmente di ristabilire il principio di un unico ruolo di docenza, giustificato dall’ uguaglianza dei doveri, contro il falso mito della “piena maturita’ scientifica”, giornalmente fatto a pezzi dalle stesse mediane anvur e dati bibliometrici, separando la questione del trattamento economico da quello dei diritti/doveri. Un’ idea cosi’ “rivoluzionaria” che, a ben guardare non e’ troppo diversa da quanto praticato nei paesi che si vorrebbe prendere come confronto in qualsiasi paragone sul panorama internazionale.

      Cosa ci sara’ di cosi’ terribile nel Ruolo Unico, confrontato con la situazione attuale di blocco de facto di qualsiasi vera meritocrazia ? Oltre ai “baroni”, chi ha paura del Ruolo Unico ?

    • @ Giorgio Pastore,
      non ho alcuna intenzione di attaccare il ruolo unico né i suoi fautori, mi sono limitato a esporre qualche perplessità (mia personale). Per arricchire la discussione, come prima cosa mi piacerebbe sapere quali sono i paesi nei quali esiste il ruolo unico (i.e. un medesimo ruolo indifferenziato per docenza e funzioni per tutti con avanzamenti stabiliti su base valutativa ex post combinata con progressione per anzianità – se ho capito bene).
      Mi riferisco alla frase “Un’ idea cosi’ “rivoluzionaria” che, a ben guardare non e’ troppo diversa da quanto praticato nei paesi che si vorrebbe prendere come confronto in qualsiasi paragone sul panorama internazionale.”.
      Quali?

    • Il sistema tedesco mostra come si possa separare livelli stipendiali e prerogative accademiche. Il sistema attuale ha due livelli stipendiali “flat” (W2 e W3), senza scatti, senza anzianita’, a cui si sommano pero’ bonus (non permanenti) sulla base delle performances nella ricerca, didattica e gestione che possono far raddoppiare il livello base. Tuttavia diritti/doveri non dipendono dal livello stipendiale. Il sistema francese e’ lievemente piu’ complesso ma non impedisce ad un neoassunto in ruolo permanente di dirigere un dipartimento. La norma, praticamente dappertutto, e’ che non ci sono professori di serie A, B e C se non in fasi estremamente precoci della carriera. E il tutto senza impedire che venga valorizzato il merito. Occorre farsi cadere la benda dagli occhi e riconoscere che quella italiana di tenere per decreto persone valide in serie B fino alla pensione e’ una stortura senza uguali, funzionale unicamente ad un risparmio di spesa e soprattutto a mantenere in vita un meccanismo di acquisizione “a vita” di privilegi, una volta assurti nell’ empireo, indipendentemente da quello che poi si faccia. Il che e’ l’ esatto contrario della tanto sbandierata e mai tanto conculcata meritocrazia.

    • premesso che la questione del ruolo unico mi pare meriti una riflessione a parte, e premesso che ho letto gli ultimi documenti circolanti in proposito, mi chiedo e vi chiedo una cosa: anche con tutte le critiche possibili all’abilitazione è pensabile/ragionevole proporre di promuovere (perché di questo si tratta) d’un botto tutti gli rti (anche i non abilitati)?

      la proposta sul ruolo unico mi sembrerebbe più ragionevole se prevedesse un filtro all’ingresso: il passaggio da ricercatore a professore (o docente unico) non dovrebbe essere automatico anche perché le funzioni non sono le stesse. Chi è stato selezionato (magari molti anni fa) per fare il ricercatore non doveva avere le qualifiche e le competenze di un professore, né era tenuto a fare didattica (che poi molti – anche se non tutti- l’abbiano fatto è altra questione). E il filtro più ovvio è quello dell’abilitazione appena svoltasi, cui dovrebbe seguire almeno una prova didattica da svolgersi localmente.

      Insomma, il discorso sul ruolo unico sarebbe più credibile, e meno sospetto di essere una sorta di ope legis mascherata, se accompagnato dalla previsione che alcuni possano rimanere nel ruolo a esaurimento degli rti qualora non avessero le qualifiche scientifiche e le capacità didattiche necessarie per accede al nuovo ruolo.

    • Ovviamente non si tratta di promuovere tutti (sostenerlo è strumentale a screditare l’opportunità fingendo di non averne compreso la sostanza).
      Riguardo poi ai ricercatori, è da vent’anni almeno che li si fa insegnare di regola gratuitamente (solo la 240 da due anni impone di pagarli, ma ben pochi atenei lo fanno, e meno ancora lo fanno in maniera decente). Da vent’anni dunque anche loro svolgono le medesime funzioni dei professori con carichi uguali o spesso superiori (e con stipendi più bassi). Ci manca solo che ora arrivi un’anima bella a dire che i ricercatori non dovevano insegnare e dunque abbiamo fatto per scherzare.
      Raccomando a “insorgere” di insistere in primo luogo con il MIUR perché smetta di conteggiare i ricercatori ai fini della sostenibilità didattica. Ne vedremo delle belle.

    • non vedo che bisogno ci sia di polemizzare. non mi pare che l’attività didattica dei ricercatori (e non tutti fanno didattica, io ne conosco diversi che si sono sempre rifiutati di farlo).

      cmq mi fa piacere che non si dica che tutti dovrebbero essere upgradati al nuovo ruolo, ma non mi è chiaro come sarebbe effettuata la selezione

    • L’attività didattica dei ricercatori è oggetto di valutazione tanto quanto quella dei professori. Se si ritiene che non sia così, si esplicitino le differenze.

    • evidentemente viviamo in universi paralleli, a me non risulta ci sia mai stata alcuna seria valutazione della didattica svolta per nessuno in italia.

      ciò detto i professori hanno passato dei concorsi che prevedevano una prova didattica, i ricercatori no.

      infine noto che NON è stata data risposta alla mia domanda: che tipo di valutazione/selezione prevedete per il passaggio nel ruolo unico? e che valutazione/selezione prevedete per i passaggi successivi (scatti)? finché non si chiarisce questo punto, cioè finché non si chiarisce che non sarà automatico il passaggio di tutti gli rti nel ruolo unico, tutto resta fumoso e – francamente – poco convincente

  4. Il fatto insostenibile della situazione italiana è che per le due fasce è previsto lo stesso stato giuridico. Come dire: identità di funzioni (didattica e ricerca) ma non di stipendio. In funzione di una fumosissima parole: “piena”. Perché poi la “maturità scientifica” ci ha da essere.

  5. @ Antonio Banfi,
    una adeguata valutazione per il passaggio da un livello al seguente è uno dei fondamenti della proposta dell’istituzione del ruolo unico, almeno dal 2010. Sicuramente ha un interesse dal punto di vista storico approfondire l’evoluzione dell’idea di ruolo unico, ma rimanendo al presente mi pare decisamente poco realistico il rischio dell’istituzione di un ruolo unico con progressioni per anzianità, anche perché non mi pare ci sia nessuno che lo propone. Forse però non è questa la vera perplessità?

    • Danilo Bazzanella, io ho tante perplessità, anche perché per togliermele vorrei leggere una proposta operativa (non politica). Non mi è chiaro come si entra in ruolo e come si avanza per progressioni, per dirne una. Se il nome é uno, il ruolo unico e unica la progressione stipendiale, somiglia tanto a un avanzamento stipendiale per anzianità neppure dotato dei complessi meccanismi di attribuzione di funzioni propri della magistratura (mi riferisco al CSM). Tradotto, nel mondo del ruolo unico ogni tanto si fa un concorso? (e non rispondetemi che tanto sono tutti marci che allora tanto vale chiudere bottega).
      Detto questo io non scrivo “forse non è questo il vero fine della proposta?”, ma esprimo perplessità mie. Trovo sgradevole lo stile di insinuare “altre ragioni” nelle perplessità altrui.

    • Il ruolo unico presuppone (i) di garantire a tutti i professori e ricercatori le medesime prerogative di partecipazione al governo e alla gestione degli atenei (punto sul quale anche in questa discussione siamo stati subito tutti d’accordo); (ii) di collocare tutti su una medesima progressione stipendiale (non su tre differenti come ora) sul presupposto (appunto) che compiti e responsabilità didattiche e di ricerca sono le medesime e indistinguibili tra fasce. Porre il problema del reclutamento e della progressione è strumentale e sviante, dato che già ora esistono meccanismi del tutto compatibili con il ruolo unico. Sono meccanismi imperfetti e discutibili? Senza dubbio. Vanno cambiati? Auspicabilmente. Ma non si vede nessuna ragione per cui queste riforme debbano essere saldate al ruolo unico, specie se in tal modo si ottenesse il risultato di tradformarle in una palla al piede per l’eliminazione delle fasce. Stiamo sul pezzo.

    • “Porre il problema del reclutamento e della progressione è strumentale e sviante, dato che già ora esistono meccanismi del tutto compatibili con il ruolo unico.”
      Non ho capito. Così come non ho capito la medesima progressione stipendiale: se è medesima è per anzianità, salvo valutazione negativa immagino. Quindi non si prevedono neppure passaggi dall’una all’altra progressione (è unica!) a seguito di valutazioni (ad esempio abilitazioni o cose del genere). O ho capito male io?
      In sostanza mister X entra nel ruolo unico (non si sa come) e entra in un sistema di progressione stipendiale del tipo 2-4-6-8-10-12 ecc. che percorre automaticamente salvo che sia sanzionato negativamente a seguito di periodiche valutazioni ex post? Fatte da chi e su cosa? Domando perché cerco di capire, e forse per colpa mia, capisco molto poco.

    • Banfi, temo che anni e anni di sistema italiano rendano difficile pensare ad un mondo diverso dove non c’e’ un concorso ogni tanto. Eppure basta parlare con colleghi stranieri per scoprire che mondi del genere sono possibili. Mondi in cui ci si puo’ metter in gioco in una selezione, anche estremamente competitiva per un posto pagato meglio ma in cui un professore, a parita’ di doveri, ha gli stessi diritti, indipendentemente dallo stipendio che prende.

      Di ipotesi operative sulle progressioni stipendiali se ne potrebbero fare tante e alcune ipotesi sono state fatte. Ma non e’ quello il punto centrale della questione.

      Centrale e’ prendere coscienza che proprio il sistema di carriere in cui il meccanismo concorsuale non riguarda il solo livello di entrata e’ alla base di gran parte delle distorsioni del sistema che abbiamo sotto gli occhi.

      L’ accoppiata di concorsi senza alcuna periodicita’ regolare e l’ attribuzione “a vita” di privilegi a prescindere dalle effettive performances sono alla base della peggiore malauniversita: il controllo baronale delle carriere, l’ inversione della qualita’ (cfr. settori in cui le mediane per associato sono piu’ alte che per ordinario), la demotivazione di chi vede sistematicamente disconosciuto merito e impegno, con annesso triste fenomeno di fuga senza rimpiazzo dei cervelli.

      Se si accetta il principio elementare di “uguali doveri = uguali diritti”, i dettagli dei meccanismi di retribuzione diventano una questione di valutazione ex-post invece che ex-ante come nel vecchio sistema.

    • “In sostanza mister X entra nel ruolo unico (non si sa come) e entra in un sistema di progressione stipendiale del tipo 2-4-6-8-10-12 ecc. che percorre automaticamente salvo che sia sanzionato negativamente a seguito di periodiche valutazioni ex post? ”

      La legge attuale (DM240) spiega molto bene come si entra in ruolo. Abilitazione + concorso. Col ruolo unico ce n’è una sola di abilitazione (wow, risparmieremmo anche!). E poi c’e’ un concorso. Sono gia’ due livelli di valutazione.

      Una volta in ruolo (anche adesso, a sblocco degli scatti) la progressione stipendiale non e’ piu’ automatica come nel sistema 382 (nessuno se n’e’ ancora accorto grazie al blocco degli scatti ma e’ cosi’ che sta scritto nella legge).
      Non c’e’ nulla di automatico. Lo scatto (triennale) viene attribuito sulla base di una *valutazione* che parte da un’ esplicita *richiesta di valutazione*. Senza richiesta e senza valutazione positiva uno resta al palo a vita.

      Non c’e’ abbastanza garanzia in questo meccanismo ? A me sembra di si’. E volendo si puo’ giocare sui criteri di attribuzione dello scatto. Che bisogno c’e’ di avere anche fasce separate che di fatto configurano dei veri e propri ruoli separati ?

    • scusate l’insistenza ma anche a me sembra tutto molto confuso e vago.
      una domanda semplice e chiederei risposte semplici al quesito “come si determina il passaggio degli rti al ruolo unico”?
      per semplificare vi offro alcune opzioni tra cui scegliere:
      a. passano tutti di diritto
      b. passano di diritto tutti gli abilitati
      c. passano gli abilitati di una futura abilitazione da definire
      d. passano gli abilitati (di questa abilitazione o di una futura) ma solo in seguito a valutazione locale (con prova didattica)
      e. nessuna di queste

      ci sarebbero varie altre questioni, per esempio cosa dovrebbe indurre gli attuali ordinari a non fare le barricate contro tale proposta e a non fare ricorsi su ricorsi qualora passasse o più banalmente perché il miur dovrebbe sostenerla (mi pare francamente più probabile lo sbarco dei marziani in questo momento, ma ovviamente il futuro è imponderabile). In ogni caso per ora mi accontenterei di una risposta sul primo interrogativo riportato sopra.
      grazie

    • Il ruolo unico rappresenta il riconoscimento del dato di fatto attuale che vede professori di prima e seconda fascia ricercatori svolgere precisamente i medesimi compiti didattici e di ricerca, senza alcuna distinzione di sorta che non sia l’accesso ingiustificatamente limitato alle cariche di governo e gestione e l’amcor più ingiustificata differenza stipendiale.
      Il tema dei meccanismi di ammissione e progressione è marginale e strumentale a sviare la discussione: già oggi abbiamo meccanismi per le tre fasce che funzionerebbero comunque anche con una fascia sola (ruolo unico). Quelli attuali sono meccanismi senza dubbio perfettibili, ma possono in prima istanza essere tranquillamnente mantenuti nel passaggio al ruolo unico, che deve prevedere semplicemente:
      (i) pari dignità e diritti nella partecipazione a governo e gestione dell’ateneo
      (ii) unica curva di progressione stipendiale

    • vorrei chiarimenti anche sui modelli che avete in mente, perché non si può pensare di inventare sempre da capo anche la ruota…

      finora sono stati citati come esempi di paesi con il ruolo unico il belgio (di cui non so nulla), la germania che però non ha propriamente un ruolo unico tanto che ci sono due classi stipendiali (e poi in germania i posti a tempo indeterminato sono pochissimi mentre c’è tantissimo precariato ben pagato), qualcuno ha citato la francia ma quello proprio non torna perché è un sistema su due fasce (maitre de conference e director d’etudes sono proprio due ruoli diversi e che prevedono percorsi di selezione distinti con ‘abilitazioni’ diverse).

      quindi rimane solo il belgio, mi spiegate come funziona il sistema belga? come si entra? cosa regola gli stipendi e la loro (eventuale) crescita nel tempo?

    • ok, in sostanza non mi si risponde.

      cmq cortesia vuole che quando viene posta una domanda non si replichi che tale domanda serve solo a sviare la discussione…

  6. Rispondo a Lucio Chiappetti. Purtroppo anch’io so poco del CNR prima della sua inclusione nel parastato. Tuttavia la mia impressione è che quasi tutte le posizioni di ricercatore fossero temporanee o comunque non di ruolo. Direi quasi tutte perché ad esempio l’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo aveva personale ricercatore di ruolo che mantenne la posizione di ruolo quando questo istituto confluì nel CNR.
    Vorrei aggiungere che più o meno nella stessa stagione legislativa i magistrati ottennero il “magistrato unico”. Il concetto di “docente unico” di cui si parlava tra il 1968 ed il 1973 era diverso dal concetto di “ruolo unico” emerso dai commenti al mio articolo. Mi sembra che gli attuali fautori del “ruolo unico” non prevedano una carriera che si svolge per pura anzianità, con le assunzioni solo a livello iniziale. Il “ricercatore unico” per il CNR (carriera solo per anzianità e assunzioni solo a livello iniziale) fu invece la conseguenza dell’ingresso del CNR nel parastato che avvenne nel 1976.

    • Dettaglio su CNR ecc. Non credo contasse il fatto che le posizioni fossero temporanee, so per certo da colleghi piu’ anziani che esisteva una gerarchia che loro dicono “affine a quella dei Carabinieri” e sospetto sia il menzionato ruolo A. Credo ci fossero cose come “aspirante ricercatore”, “ricercatore”, “coordinatore”, “ricercatore capo”, “dirigente di ricerca” … ma non ho trovato gli estremi di legge (mentre li ho trovati per gli Osservatori). Almeno l’ultimo citato esisteva sicuramente con quella denominazione, perche’ nel primo CCNL del Comparto Ricerca (che era un DPR), che (re)introduceva le tre fasce simil-universitarie, coloro che erano stati dirigenti di ricerca ante 1975 ridiventavano dirigenti di ricerca ope legis.
      Ma la legge del parastato del 1975 non riporta tali dettagli (il grosso della parte sugli inquadramenti su normattiva e’ tenuto in pdf “scannati”, non come testo, ed in ogni caso non entra nei dettagli limitandosi a dire che “tutto il personale ricercatore della carriera direttiva” veniva reinquadrato come “collaboratore tecnico-professionale”)

  7. Vorrei capire anch’io perchè tanta perplessità sul ruolo unico. “In sostanza mister X entra nel ruolo unico (non si sa come) e entra in un sistema di progressione stipendiale del tipo 2-4-6-8-10-12 ecc” Ma che dice!!! Perchè lo chiama mister X? E’ già un docente di ruolo!!!! è un ricercatore, è un associato, non una qualunque X. é gente che ha già fatto almeno un concorso di ricercatore. C’è chi fa direttamente l’associato o l’ordinario (eh si! è più bravo !) perciò nn può pensare poi di unirsi alla PLEBE. Ma roba da matti!!

    • Non ha capito quanto ho scritto. Il ruolo unico è “chiuso” ossia riservato a tutti coloro che sono già in ruolo, o in futuro entrerà anche qualcuno d’altro? La mia domanda era se e come un “precario” o neodottore possa entrare nel ruolo unico. Il famoso mister X. Ma capisco che l’interesse principale della discussione al momento è focalizzato sui già strutturati e sul loro stato giuridico.

  8. In questo quadro politico IL RUOLO UNICO DELLA DOCENZA UNIVERSITARIA è l’unica possibilità per far riprendere l’università, per motivare la docenza e per incentivare la ricerca con risorse umane più gratificate (se nn dal punto di vista economico) almeno in dignità di ruolo!!!

    Tra poco nn ci saranno più ordinari. Tutti associati e ricercatori a tempo determinato che dopo 6 anni diventano associati senza concorso. Allora chi ha già più di sei anni di seria attività didattica perchè non deve passare al ruolo di associato?

    Credetemi io che sono da tempo associato, francamente nn capisco perchè ormai da tempo devo assumere anche ruoli direttivi perchè nn c’è (è in pensione) l’ordinario. Il ruolo unico è la migliore soluzione, credetemi.

  9. Anche chi non è strutturato potrà entrare per concorso nel ruolo unico.
    Così è per la scuola.
    Così è anche in magistratura.
    Con le ovvie differenze.
    Mia cugina a 26 anni ha superato il concorso per magistrato. Quella si che è carriera!!

    • D’accordo. Non è che con il maiuscolo si spiega meglio.
      p.s. in magistratura le funzioni non sono uniche, questo è un paragone scivoloso. Cito dal CSM: Il sistema così come attualmente vigente è fondato sulla dissociazione delle qualifiche e delle funzioni, nel senso che l’avanzamento nelle qualifiche è indipendente dall’effettiva attribuzione di un posto corrispondente alla qualifica ottenuta. .. La sola conseguenza immediata della progressione in carriera [per anzianità salvo demerito] è il diverso e corrispondente trattamento economico.

  10. Infatti, ma il ruolo è unico.
    In magistratura, la progressione in carriera per qualifiche è funzionale anche alle più alte posizioni direttive e di maggiore reponsabilità, oltre che di trattamento economico….. Ma comunque avevo già detto “con le ovvie differenze”. Chiaramente va studiata

  11. Antonio Banfi, la mia non voleva essere una insinuazione, ma solo uno stimolo ad approfondire. Se le perplessità, legittime e certo non solo sue, fossero esclusivamente riguardanti l’automatismo della progressione, la questione sarebbe già chiusa visto che nessuno sta sostenendo questa posizione. In effetti, anche grazie ad altri interventi, stanno uscendo le questioni, che noi dibattiamo da anni, su come si entra nel ruolo unico (con progressione stipendiale unica) e come si procede nei vari livelli stipendiali. Avrei anche io enormi perplessità se la proposta fosse, come immaginava lei, di un ruolo unico chiuso in cui non possono entrare i giovani (ma che senso avrebbe? nascerebbe come ruolo a esaurimento!). E’ necessario trovare tecnicamente un modo adeguato per prevedere un ingresso ad un livello che non sia solo il primo (così come fino ad ora si poteva diventare PA senza essere RU o PO senza essere PA), una modalità di passaggio dal vecchio al nuovo regime (a mio parere, a domanda e non automatico) e una modalità di valutazione per il passaggio di livello che sia autenticamente legata al lavoro svolto (la 240 dice solo “La valutazione del complessivo impegno didattico, di ricerca e gestionale ai fini dell’attribuzione degli scatti triennali di cui all’articolo 8 e’ di competenza delle singole università’ secondo quanto stabilito nei regolamenti di ateneo” e mi pare decisamente troppo poco prescrittivo e a rischio di creare enormi difformità di applicazione, senza contare il rischio che diventi una sorta di automatismo camuffato). Personalmente non mi dispiacerebbe se si prevedessero anche dei “bonus (non permanenti) sulla base della performances nella ricerca, didattica e gestione”, in stile tedesco, come ci ricorda Giorgio Pastore. A dire il vero la 240 prevede già un fondo per la premialità, ma sembra principalmente riservato alle università tecniche (parla di “…compensi aggiuntivi per il personale docente e tecnico amministrativo che contribuisce all’acquisizione di commesse conto terzi ovvero di finanziamenti privati…”) e invece, a mio parere, la premialità dovrebbe essere finanziata in modo sistematico.

  12. Per una sorta di “ruolo unico for dummies” (molto poco tecnico e incentrato più sul significato della proposta) potete vedere

    Ruolo unico: una rivoluzione necessaria (http://ricercatoripolito.wordpress.com)

    A breve, e possibilmente in modo altrettanto largamente condiviso, proporremo pubblicamente anche soluzioni per le questioni più tecniche (entrata nel ruolo, passaggi di livello…)

  13. Non ho le idee chiare su come attuare il ruolo unico e non dovrebbe esserci scatti stipendiali per anzianità: dovrebbero essere introdotti bonus, per cui un 40enne possa guadagnare più di un 60enne se ha lavorato di più e prodotto risultati migliori. Questo accade anche negli Stati Uniti, nonostante non vi sia ruolo unico. Faccio questa osservazione poiché mi è accaduto di rilevare vari casi di ordinari diventati tali a 40 anni, a volte con appena un saggetto nei concorsi nazionali di una volta, andati in pensione da 10-5 anni. Questi ordinari sono stati tali per 35-30 anni senza pubblicare quasi niente, con poteri di governance, mentre c’erano ricercatori 30enni che producevano infinitamente molto più di loro, ma non avevano né i loro poteri, né il loro salario. Certamente il sistema di reclutamento italiano è funzionale al baronaggio. Data la situazione italiana, il ruolo unico potrebbe anche rivelarsi una iattura ( in Italia tutto può rivelarsi una iattura) però andrebbe studiato il metodo per uscire dalla situazione attuale. Soprattutto, andrebbe favorita la mobilità dei docenti, in modo tale che siano stimolati a produrre. P.e. se una università vuole mettere su un ottimo dipartimento di fisica e vuole attrare tutti i migliori docenti offrendo stipendi più alti, dovrebbe poterlo fare. Così, se un dipartimento di studi umanistici vuole attrarre i migliori docenti con salari più alti dovrebbe poterlo fare. Questo sistema potrebbe risolvere più problemi dell’ASN, che facendo decidere a 5 commissari estratti a sorte docenti per ogni ssd per tutto il territorio nazionale, può produrre mediocrità, oltre alle solite schifezze. Occorre ponderare bene, valendoci anche dell’esperienza di altri sistemi universitari.

  14. Attualmente non è possibile offrire neanche un insegnamento in più (che attrarrebbe studenti a costo zero) perché la riapertura del RAD obbliga a un riesame del CUN e tutti hanno una paura terribile: è la sovietizzazione dell’Università.

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