Il rapporto “Science, Technology and Innovation Outlook” dell’OCSE fa il punto ogni due anni dello stato della scienza, della tecnologia e dell’innovazione nei paesi membri dell’Organizzazione – e non soltanto in questi.

Nell’edizione del 2021 il focus dell’analisi è la pandemia da Covid-19.

In questo articolo vengono riportati alcuni brani del rapporto (in corsivo), nonché un approfondimento relativo alla sorprendente prestazione della comunità scientifica italiana in termini di pubblicazioni scientifiche nel campo biomedico durante il periodo della pandemia.

I sistemi scientifici, tecnologici e dell’innovazione (STI) hanno risposto con forza e flessibilità alla crisi del Covid-19. Sono state attivate nuove iniziative di ricerca del valore di miliardi di dollari in tempi record, e la ricerca e l’innovazione hanno condotto al rapido sviluppo di vaccini. Tuttavia la pandemia ha portato i sistemi STI verso il loro limite estremo, mettendo in evidenza le aree che necessitano di un rafforzamento per migliorare la loro complessiva resilienza per affrontare le sfide presenti e future, incluso il cambiamento climatico.

La crisi del Covid-19 ha accelerato fenomeni già in corso negli STI. Si è ulteriormente esteso l’accesso ai dati ed alle pubblicazioni, è stato incrementato l’uso di strumenti digitali, si è rafforzata la collaborazione internazionale, vi è stato un fiorire delle collaborazioni pubblico-privato, ed è stato incoraggiato il coinvolgimento attivo di nuovi attori. Questi sviluppi potranno accelerare la transizione verso una scienza e una tecnologia più aperte alla società nel lungo periodo.     

Al contempo, questa generalizzata focalizzazione sulle tematiche del Covid-19 rischia di penalizzare indiscriminatamente l’impegno della ricerca nelle altre aree scientifiche e tecnologiche.

Gli effetti della pandemia, particolarmente i confinamenti, hanno penalizzato pesantemente il normale funzionamento dei sistemi di innovazione, mettendo in pericolo le capacità di ricerca e innovative in settori fondamentali. La pandemia potrebbe aggravare ulteriormente le differenze esistenti nelle attività di ricerca e di innovazione tra settori “avanzati” e settori “in ritardo”, tra piccole e grandi imprese, tra aree geografiche. Questa distribuzione squilibrata potrebbe approfondire i divari di produttività, peggiorare la vulnerabilità dei “ritardatari” e ridurre la resilienza economica, e dovrà essere oggetto di intervento delle politiche pubbliche a sostegno dell’innovazione.

L’OCSE è un’organizzazione intergovernativa e la sua principale missione è quella di dare suggerimenti e indicazioni ai governi. Di seguito vengono riportate le principali linee di azione.

I governi dovrebbero ripensare le loro politiche STI.  

Primo. L’attuale crisi mostra che le politiche governative devono essere capaci di guidare gli sforzi innovativi dove c’è maggior bisogno. E’ importante dunque definire con quali modalità i governi sostengono la ricerca e l’innovazione delle imprese che nei paesi OCSE svolgono il 70% della ricerca totale. Negli anni passati l’equilibrio tra incentivi indiretti (fiscali) e meccanismi di sostegno diretto (contratti, progetti, assegnazioni) si è spostato verso i primi che sono automatici, non sono orientati verso obiettivi specifici e che tendono a produrre innovazioni incrementali. Ben progettate misure di incentivo diretto per la R&S sono potenzialmente più adatte per promuovere una ricerca di lungo periodo e ad alto rischio, e per concentrare gli sforzi su innovazioni che o generano beni pubblici (per esempio nel settore della salute) o che hanno un alto potenziale per le loro ricadute in termini di nuove conoscenze.

Secondo. C’è necessità di una ricerca transdisciplinare che non è in consonanza con le attuali norme del sistema scientifico e delle sue istituzioni. Le strutture disciplinari e gerarchiche vanno ripensate per affrontare sfide complesse.

Terzo. I governi dovrebbero collegare il sostegno alle tecnologie emergenti come la biologia ingegneristica e la robotica a più ampie missioni come la resilienza nel campo della salute che porta con sé i principi dell’innovazione responsabile.

Quarto. E’ essenziale una riforma della formazione del dottorato e del post-dottorato che consenta ai giovani di accedere ad una diversità di sbocchi professionali per migliorare la capacità delle società di reagire alle crisi e di affrontare le sfide future come il cambiamento climatico, sfide che richiedono risposte basate sulla scienza. Le riforme dovrebbero mirare a ridurre il precariato dei ricercatori nelle fasi iniziale della carriera; molti di questi sono assunti con contratti di breve termine e senza una chiara prospettiva di una carriera stabile nel mondo accademico.

Quinto. La collaborazione internazionale. Lo sviluppo dei vaccini per il Covid-19 ha beneficiato di molteplice e nuove misure per la collaborazione nella R&S. I governi dovrebbero costruire un contesto di fiducia e definire valori comuni per definire una piattaforma comune che regoli la collaborazione scientifica e che permetta di giungere ad una equa distribuzione dei suoi benefici.

Infine, i governi dovrebbero predisporre una più ambiziosa agenda per acquisire una maggiore resilienza attraverso l’acquisizione di capacità dinamiche necessarie per un processo di apprendimento in presenza di un ambiente in rapida trasformazione, coinvolgendo i vari portatori di interessi ed i singoli cittadini.

Il rapporto mostra alcuni dati relativi alle pubblicazioni scientifiche sul Covid-19 estratti dalla base dati Pub-Med nei settori della ricerca biomedicale e delle scienze della vita nel periodo dal 1 gennaio al 30 novembre 2020.

La Figura 1 mostra che il numero di pubblicazioni sul Covid-19 è di fatto decuplicato dopo l’esplosione della pandemia, raggiungendo un livello di circa 9.000 pubblicazioni a mese.

Figura 1 (Destra): Pubblicazioni nelle scienze biomediche e della vita sul Covid-19 (full count) nel periodo 1 gennaio – 30 novembre 2020

Dalla Figura 2 emerge che l’Italia è uno dei maggiori paesi produttori di pubblicazioni sul Covid-19 (7.505) sostanzialmente alla pari del Regno Unito (8.157) e della Cina (9.276) – gli Usa sono a livello di 26.716.

 

Figura 2 I 30 maggiori paesi contributori nelle scienze biomediche e della vita sul Covid-19 (full count) nel periodo 1 gennaio – 30 novembre 2020

Nella Figura 3 sono rappresentati i collegamenti misurati con il numero di pubblicazioni in collaborazione tra paesi: l’Italia emerge come uno dei più importati nodi mondiali (un terzo delle 7.505 delle pubblicazioni italiane sono svolte in collaborazione con ricercatori di altri paesi).

Figura 3 La collaborazione scientifica internazionale nella ricerca sul Covid-19 (fractional count) nel settore biomedico nel periodo 1 gennaio – 30 novembre 2020

Questi dati, in qualche modo sorprendenti, indicano che il sistema della ricerca pubblica italiana del settore biomedico pur vivendo, come tutta la ricerca pubblica, una condizione di gravi difficoltà, rappresenta indiscutibilmente un presidio di competenza e di vitalità.

Ciò nonostante gli autorevoli appelli di chi, come Luigi Zingales, invitava a lasciar perdere la ricerca biotecnologica, a causa dello scarso livello delle università italiane. Secondo l’autorevole economista, il nostro vero futuro era nel turismo:

‘Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia [e Cuneo – aggiunge Briatore dallo studio]. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro enorme nel turismo. Dobbiamo prepararci per questo, non buttare via i soldi a fondo perduto. (Servizio Pubblico, 15 novembre 2012).

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1 commento

  1. Il dato è molto importante e ROARS ha fatto bene a segnalarlo e a sottolineare che “il settore biomedico […] rappresenta indiscutibilmente un presidio di competenza e di vitalità”.
    Al contempo è forse opportuno distinguere tra settore biomedico e quello biotecnologico di cui parlava Zingales.
    In effetti tra i quattro hub della ricerca sul covid, l’Italia è l’unico che non ha sviluppato un proprio vaccino, ad esempio – per quanto abbia partecipato alla ricerca per quello inglese.
    Ed è questo che è un problema per le molte persone che la pensano come Zingales: si “buttano via i soldi a fondo perduto” per avere un sistema della ricerca e della formazione competitivo, ma che poi non è capace di creare nessun ritorno. Ma diversamente da quanto dice Zingales, il problema non è affatto l’università italiana – che in fondo fa quello che deve fare e funziona, nonostante tutto, come sottolinea ROARS – ma quello che c’è intorno.

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