Le discipline umanistiche, lo dicono in molti e con intenzioni varie, sono troppo lontane dal mondo produttivo e dalle sue leggi, e inoltre sempre peggio apprese e praticate. L’articolo sull’ultimo domenicale del sole24 ore a firma di Claudio Giunta affronta il problema come peggio non si potrebbe. Sostiene l’autore che i laureati in queste discipline sono troppi e mediocri; ciò avviene per la cupidigia delle università che vogliono accaparrarsi iscritti, a causa di studenti purtroppo non formati alla professione dal liceo (!) e non incalzati da necessità economiche (in Italia ci sarebbe un «relativo benessere»!) che rimandano il problema del lavoro studiando. La cura proposta è quella di una bella selezione in entrata (non hai letto i “libri fondamentali” al liceo”? non hai recuperato con un anno di studio autonomo, preparatorio all’università? fuori!), previa riqualificazione delle materie umanistiche liceali, utile, questa, a forgiare «cittadini migliori». Pratiche e serie soluzioni, conclude l’autore, per medicare un’Italia piena di retorica più che di cultura. Riassunto il pezzo, sciolgo le ambiguità che la sua apparente schiettezza nasconde. Per cominciare: gli studenti sono troppi rispetto a cosa? Rispetto al mercato del lavoro, unica unità di misura su cui Giunta tara la sua università ideale. Obietto: vogliamo studiare per occupare il posto che il mercato ci assegna oppure per apprendere ed elaborare un pensiero libero di modificare l’esistente? Studiare per scoprire, pensare e cambiare la realtà, e ammettere che questa potenzialità sia in tutti fino a contraria prova, è un percorso che comporta qualche sperpero, e che non ci renderà “produttivi” allo scoccare dei ventitre anni? Beh, si tratta di un costo necessario, poiché volere persone già in possesso dei propri interessi a diciotto anni implica una concezione disumana degli individui (irrigiditi in una scelta e in un ruolo sociale dalla fine dell’adolescenza alla morte) praticata nei modelli statuali – totalitari e come ultracapitalistici –  in cui il singolo esiste solo in quanto parte di un ordine produttivo e sociale. Leggendo questa spaventosa proposta (buon liceo per tutti e università con sbarramento in accesso; selezione dei destini, su base quasi inevitabilmente censitaria, a diciott’anni) si ha la sensazione che il rigorismo confindustriale prepari la propria successione al pressappochismo berlusconiano, ma in nome degli stessi principi. Negli ultimi vent’anni l’università di massa ha dismesso il proprio fondamento politico di ideale democratico e si è ridotta ad un’ipotesi di mercato (lo studente come cliente dell’azienda università). Oggi questa università è riconosciuta fallimentare non rispetto ai propri contenuti culturali ma, appunto, rispetto al mercato che l’ha infeudata; poco produttiva sui grandi numeri, deve richiudersi sul proprio classismo originario e sulla “produzione di qualità”: quella delle élites dirigenti.
L’antiretorica (prosetta atticistica, humor a denti stretti, ecc.) che l’autore oppone al buonismo sentimentaloide del vecchio umanesimo è essa stessa una retorica, e non inedita: ricorda il rifiuto, nella Germania degli anni Trenta, del «fradicio sentimentalismo filisteo» in nome di una produzione di cittadini che rispondessero ai bisogni dello Stato. L’unica misura del troppo e del poco è, per Giunta, il mercato del lavoro: cioè quel mondo produttivo contro il quale un enorme numero di persone è sceso in piazza sabato 15 ottobre, per riprendersi il diritto di vivere secondo altre regole. Vogliamo discutere seriamente la natura dell’università e dell’umanesimo attuali? Allora diciamo subito che.questi due elementi non sono determinati in alcun modo dal numero degli studenti in lettere, e reimpostiamo la discussione.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 26 ottobre 2011.

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