La legge 240 ha delegato il Governo a mettere mano alla retribuzione dei ricercatori universitari a tempo indeterminato non confermati (c.d. RUNC), per porre rimedio ad una retribuzione d’ingresso in ruolo molto
bassa, per di più “stabilizzata” nel tempo per effetto del blocco degli scatti. Ma il provvedimento del Governo, appena varato, ha effetti potenzialmente discriminatori e rischia di moltiplicare i problemi,
invece che risolverli.

La figura del ricercatore universitario a tempo indeterminato, come è noto, costituisce una “specie in via di estinzione”, per via della sua abolizione da parte della legge Gelmini. Tuttavia – in attesa di “estinguersi” – tale figura continua a rappresentare un elemento portante delle istituzioni accademiche italiane, sia con riferimento all’attività di ricerca, sia con riferimento all’attività didattica.

Abbastanza noti sono pure alcuni tra i nodi problematici che hanno alimentato la contrapposizione tra la “categoria” dei ricercatori e l’ex ministro Gelmini, ossia quelli più legati al ruolo e ai compiti di tale figura nell’economia complessiva della vita accademica. Nodi ai quali la legge 240, ed i vari atti chiamati a darne attuazione, hanno negato una soluzione (oppure ne hanno offerto una solo molto parziale): sostanzialmente inalterata l’ambigua (ed ipocrita) configurazione del ruolo e dei doveri dei ricercatori in ordine ai compiti di insegnamento; poco gratificante il riconoscimento economico per tali attività; scarsa considerazione (se non aperta penalizzazione) con riferimento all’accesso ai meccanismi ed agli organi della governance universitaria; ampia possibilità riconosciuta ai singoli atenei di differenziare (spesso, in termini peggiorativi) lo statuto giuridico dei ricercatori, nell’esercizio della rispettiva autonomia statutaria e regolamentare (e finanziaria).
A ciò si aggiunga la scarsa chiarezza dei meccanismi di progressione in carriera, che consentirebbero di convertire l’“estinzione” in positiva “evoluzione” della specie: ancora de definire compiutamente il quadro normativo ed i meccanismi di selezione dell’abilitazione nazionale, scarse aspettative quanto alle risorse investite. Tanto più che i nuovi meccanismi di progressione nella carriera, ancora da perfezionarsi, già subiscono vecchie ma pure inedite forme di concorrenza (a volte sleale) per l’accesso ai ruoli di professore universitario: per un verso, infatti, devono ancora trovare soddisfazione molte delle idoneità acquisite con l’ultimo “treno” dei vecchi concorsi locali; per l’altro, si affacciano nuove forme di “aggiramento” del concorso nazionale.

Tenuto conto che la responsabilità di governo del sistema è ora passata ad un “interno”, che conosce perfettamente questo stato di cose, ci si potrebbe attendere (con qualche speranza) almeno un cambio di atteggiamento ed una maggiore attenzione per la figura del ricercatore universitario.

Ma i segnali appaio tutt’ora quantomeno contraddittori: da una parte, si interviene positivamente per agevolare e favorire i ricercatori premiati con grant comunitari o internazionali (art. 33 del decreto legge “semplificazioni”), dall’altra (nella stessa sede) si riapre la “finestra” per contratti di docenza ad esterni “non qualificati” e a bassissimo costo (un modo, oltre che per risparmiare, per fare dumping sulla categoria dei ricercatori/docenti universitari).

Ultima, in ordine di tempo, è la vicenda relativa all’adeguamento della retribuzione dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati al primo anno di servizio (c.d. RUNC: vedi questo sito). Una vicenda che ribadisce una impressione mai sopita in molti ricercatori: “ma ce l’avete con noi?”

Gli effetti del blocco degli stipendi, ed i rimedi (promessi)

E’ abbastanza noto che il blocco delle progressioni stipendiali di tutto il comparto del l’impiego pubblico ai livelli maturati al 31 dicembre 2010 ha colpito in modo diseguale categorie e singoli dipendenti.

Forse meno noto è che la categoria di gran lunga più penalizzata dagli effetti del blocco (rispetto all’intero comparto dell’impiego pubblico) è quella dei ricercatori a tempo indeterminato che abbiano subito gli effetti del blocco nel primo anno di servizio. Dati alla mano, è stato dimostrato che costoro subiscono, nel triennio, un decremento secco valutato tra 25% ed il 34% della retribuzione; tanto più che un taglio così rilevante della retribuzione colpisce un trattamento stipendiale già estremamente basso, sia in termini assoluti, sia se paragonato alle analoghe posizioni nel resto d’Europa [Dati OSCE 2009].

Tale effetto è dovuto alla struttura retributiva dei ricercatori non confermati, che nel primo anno di servizio godono (si fa per dire!) di una retribuzione di circa 1300 euro netti mensili, che diventano 1650 all’inizio del secondo anno (per effetto della equiparazione al 70% della retribuzione da professore associato di pari anzianità di servizio, introdotta dalla l. 43/2005).

I ricercatori hanno tentato più volte si sostenere che il blocco non andava applicato allo “scattone” del secondo anno, in quanto “evento straordinario della dinamica retributiva”; ma il Governo (in sede di risposta ad apposite interrogazioni parlamentari, dell’On. Vassallo in particolare) ha sempre negato tale possibilità, sottolineando che la situazione dei ricercatori “bloccati” allo stipendio del primo anno di servizio sarebbe stata risolta (presto) in applicazione della specifica previsione a riguardo nella legge 240/2010.

La “valorizzazione” dei ricercatori non confermati.

In effetti, la evidente sperequazione in danno dei ricercatori non confermati vittime del “blocco” era talmente evidente che la legge 240 ha previsto uno specifico intervento, finalizzato esplicitamente a porre rimedio a tale situazione. In particolare, la legge (cfr. l’art. 5, comma. 1, lett. a), e comma 2, lett. g)) aveva delegato il Governo a perseguire la “valorizzazione della figura dei ricercatori” tramite la “revisione del trattamento economico dei ricercatori non confermati a tempo indeterminato, nel primo anno di attività”, a ciò destinando anche i fondi necessari (“nel rispetto del limite di spesa di cui all’articolo 29, comma 22, primo periodo”, ossia circa 11 milioni di euro).

Certo, visto che le risorse c’erano già, si sarebbe potuto provvedere direttamente nella legge 240; ma tant’è

Certo, visto che le risorse c’erano già, si sarebbe potuto provvedere direttamente nella legge 240, invece di delegare il Governo; ma tantè.

Lo schema di decreto legislativo, approvato nel luglio 2011, prevedeva l’anticipazione dello “scattone” (di cui alla l. 43/2005) all’immissione in servizio; inoltre, l’entrata in vigore della disposizione avrebbe anche comportato il superamento del blocco, riconoscendo a tutti i RUNC al primo anno uno stipendio base più alto (del 25%) di quello congelato al 31/12/2010.

E il (nuovo) Ministro assicurava, di fronte alle commissioni parlamentari competenti, che “verrà fatto quanto necessario per ovviare al problema evidenziato riguardante il trattamento retributivo dei ricercatori assunti nel 2010”.

Una nuova (ingiustificata) sperequazione?

E veniamo all’oggi: le misure per la “valorizzazione” dei RUNC al primo anno di servizio sono oramai legge dello Stato, a seguito della pubblicazione nella in Gazzetta (l’8 marzo scorso) del D. Lgs. 27 gennaio 2012, n. 19 (“Valorizzazione dell’efficienza delle universita’ e conseguente introduzione di meccanismi premiali nella distribuzione di risorse pubbliche sulla base di criteri definiti ex ante anche mediante la previsione di un sistema di accreditamento periodico delle universita’ e la valorizzazione della figura dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati al primo anno di attivita’, a norma dell’articolo 5, comma 1, lettera a), della legge 30 dicembre 2010, n. 240”).

Le buone notizie, tuttavia, sono finite qui. Il testo tradisce molte delle aspettative alimentate in questi mesi, e sembra restringere (di molto) il novero dei “beneficiati” dall’adeguamento della retribuzione.

Recita, infatti, l’art. 16 del decreto:

“1. Ai ricercatori universitari non confermati a tempo indeterminato che si trovano nel primo anno di attività alla data di entrata  in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240, e’ riconosciuto, fin dal primo anno di effettivo servizio, il trattamento  economico  di  cui all’articolo 1, comma 2, del decreto-legge 31  gennaio  2005,  n.  7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43.

2. Il trattamento economico di cui al comma 1 e’  riconosciuto  per la sola parte del primo anno di  servizio  successiva  alla  data  di entrata in vigore della legge 30 dicembre 2010, n. 240.

3. All’onere derivante dall’applicazione del comma  1  si  provvede nel limite massimo di 11 milioni di euro a valere  sulle  risorse  di cui all’articolo 29, comma 22, primo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240.”

Dunque, l’adeguamento del trattamento economico sembra spettare ai soli RUNC che si trovavano già in servizio (ma ancora nel primo anno di attività) alla data di entrata in vigore della legge 240/2010 (cioè, il 29 gennaio 2011) [comma 1], e limitatamente ai mesi di servizio successivi a tale data [comma 2]. Niente invece, a leggere la disposizione, per i ricercatori a tempo indeterminato che hanno preso servizio dopo il 29 gennaio 2011 (e sono alcune centinaia). Ma niente nemmeno per gli sventurati ricercatori che avessero preso servizio tra il 1° ed il 28 gennaio 2010: costoro non hanno potuto maturare lo scattone del 2° anno al 31/12/2010, ma all’entrata in vigore della 240 (29 gennaio 2011) non erano più nel primo anno di servizio:  cornuti e mazziati (come si una dire in questi casi…).

Si tratta, in altri termini, di un adeguamento stipendiale che opererebbe a macchia di leopardo, in maniera del tutto casuale, e che non solo lascerebbe fuori alcuni soggetti che hanno maturato i medesimi requisiti PRIMA dell’entrata in vigore della disciplina che dispone l’adeguamento stipendiale (il che è spiacevole, sostanzialmente ingiusto, ma che – nel gioco della successione delle leggi nel tempo – ci può stare), ma lascerebbe fuori anche molti soggetti che hanno maturato i medesimi requisiti DOPO l’entrata in vigore di tale disciplina. Il che è francamente sconcertante, privo di logica, e del tutto arbitrario (e costituzionalmente illegittimo, quindi).

Ora la palla passa agli atenei; e non potrebbe passare in mani peggiori, di questi tempi. Non solo per cattiva volontà (e non sempre, comunque), molti atenei stanno da tempo negando diritti e riconoscimenti economici oramai pacifici in sede giurisdizionale (come, ad. es., nel caso della ricostruzione di carriera per gli assegni di ricerca, ex art. 103 del D.P.R. 11.7.1980, n. 382), costringendo i diretti interessati a dispendiosi e defatiganti ricorsi. Il timore è che anche questa vicenda possa finire per favorire le pratiche dilatorie di quegli atenei che si sono dimostrati meno propensi ad assecondare la legge (se ciò è finanziariamente sconveniente).

Per altro, il testo del decreto non fornisce indicazioni precise nemmeno per quanto riguarda il blocco dello stipendio. Certo, la disposizione stabilisce che la retribuzione “valorizzata” spetta ai ricercatori interessati “fin dal primo anno di servizio. Ma, anche qui, non è del tutto scongiurato il rischio che gli atenei si limitino a riconoscere l’adeguamento per i mesi “imposti” dal decreto, salvo però mantenere ferma la retribuzione al livello del 31/12/2010 per tutto il periodo restante (con un curioso effetto di up and down del trattamento economico). Si pensi – per fare un esempio – ad un ricercatore assunto il 31/12/2010. In base al decreto, l’ateneo dovrebbe riconoscergli lo stipendio “adeguato” per il periodo dal 29/1 al 31/12/2011; salvo poi ritornare al livello precedente per tutti i mesi successivi (fino a tutto il 2014), in ragione del “congelamento” del trattamento stipendiale.

Insomma, un gran pasticcio!

Rammarico ed auspici

L’applicazione del decreto secondo l’interpretazione fin qui paventata (che però appare, ahimé, la più aderente al testo) determinerebbe, dunque, nuove, evidenti e francamente assurde disparità di trattamento, senza sanare (se non in minima parte, e solo per alcuni) gli effetti deleteri del blocco delle retribuzioni per i ricercatori a tempo indeterminato neoassunti. A questo punto, rammaricarsi per la formulazione poco accorta (per usare un eufemismo) adottata dal legislatore delegato sarebbe del tutto giustificato, ma poco produttivo.

Molto più importante, invece, è richiamare tutti gli attori al senso di responsabilità (e di realtà).

Il ministero, in primo luogo, che a questo punto ha il dovere di chiarire (meglio di quanto abbia fatto il decreto) destinatari, portata ed effetti dell’adeguamento della retribuzione dei ricercatori universitari al primo anno di attività, nel senso di un’applicazione non discriminatoria, ed effettivamente risolutiva dei gravi problemi determinati dal blocco triennale degli scatti. Gli elementi a supporto di una più “sensata” linea di interpretazione non mancano, sia nella legge delega, sia nello stesso d.lgs. n. 19/2012 (che ai sensi dell’art. 2 comma 2, dispone “la valorizzazione della figura dei ricercatori  non  confermati  per  il primo anno  di  attività  attraverso  la  revisione  del  rispettivo trattamento economico”). Si tratta di darvi seguito.

In questo senso, molto dipenderà anche dall’atteggiamento che decideranno di assumere gli atenei: anche qui, l’auspicio è che elementari (e del tutto evidenti) ragioni di giustizia, di equità e di ragionevolezza, possano prevalere sull’interesse (di corto respiro) al risparmio di pochi euro, tanto più che le risorse per fare fronte a questi adeguamenti retributivi risultano già distribuite alle università nella ripartizione del FFO per il 2011 (cfr. l’art. 13 del DM 439/2011).

Altrimenti, per i circa 1700 ricercatori interessati, questa operazione di “valorizzazione” finirà per risolversi in una amara beffa.

 

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