Il Sole 24 Ore sta ospitando una serie di articoli in una speciale sezione “Processo all’economia”. In questo contributo ho cercato di mettere  chiaramente in luce i limiti dell’approccio neo-classico che, ispirato dalla fisica dell’800, tutt’oggi va (incredibilmente) per la maggiore. Questo approccio non è affatto tutta l’economia (!), ma una parte “marginale”, sebbene quella più di moda e più usata per fare previsioni (sbagliate). Anzi l’Economia è una materia affascinante e densa di difficoltà di gran lunga maggiori di quelle che incontra chi studia atomi o galassie. Tuttavia altri modi di fare economia (e previsioni) ci sono ancora ma sono “marginalizzati”. Discutiamo poi brevemente quale può essere il contributo concettuale, ma anche pratico, delle scienze naturali e in particolare della fisica, all’economia (e alle previsioni economiche……).

Nel luogo dove vi trovate, vi è un gas in equilibrio a una temperatura di circa 25 gradi. Questo gas si approssima essere costituto da molecole che si scambiano energia urtandosi in modo perfettamente elastico, così da non dissiparne nemmeno un po’. Quest’approssimazione è utile per descrivere le proprietà del gas (pressione, temperatura, ecc.): utile significa che da questo modello approssimato, poiché le molecole reali si urtano dissipando energia, si possono calcolare proprietà che corrispondono a quelle misurate. Anche gli economisti (neoclassici!) si propongono di usare un procedimento simile: assumere delle ipotesi semplificative che permettano di cogliere gli elementi cruciali della complessa realtà economica. Il problema è se le ipotesi usate spiegano davvero la realtà: questa verifica, a differenza dalla fisica, è stata tralasciata, almeno dalla teoria economica che va per la maggiore.

Le politiche economiche neoliberiste che oggi dominano, si basano sull’economia neoclassica il cui scopo, formulato da Leon Walras alla fine dell’ottocento, è di fornire una formulazione matematica quantitativa all’idea di equilibrio tra domanda e offerta. L’idea base è che proprio come due forze si bilanciano per mantenere un pianeta nella sua orbita intorno al Sole, così in economia, raggiunto questo punto di equilibrio, i produttori non forniranno troppo, creando surplus, né troppo poco, lasciando insoddisfatti gli acquirenti, in modo che al punto di equilibrio l’offerta equivalga alla domanda e le forze economiche si bilancino.

Dal lavoro di Walras in poi gli economisti neoclassici concettualizzano gli agenti (le famiglie, le imprese, ecc.) come entità razionali che, avendo accesso a tutte le informazioni possibili (!), ricercano i «migliori» risultati, cioè i massimi guadagni possibili: matematicamente questa situazione equivale a trovare il massimo di opportune funzioni di utilità e di profitto. Tale situazione corrisponderebbe a un equilibrio in cui nessuna distribuzione alternativa dei prezzi o delle quantità di prodotti porterebbe a un miglior esito. La dimostrazione dell’esistenza di un equilibrio competitivo dovrebbe permettere di spiegare come funziona un’economia di mercato, dove ognuno agisce indipendentemente dagli altri cercando di ottimizzare il proprio utile. Se il singolo individuo può commettere errori nel compiere scelte economiche, si suppone che la collettività nel suo complesso abbia aspettative corrette, così da rendere efficiente il sistema economico.

Questo quadro teorico è diventato il paradigma generalmente usato per compiere scelte di politica economica. Il modello dinamico stocastico di equilibrio generale (DSGE), usato da gran parte  delle principali istituzioni internazionali per prevedere l’economia, contiene delle equazioni che rispondono ai criteri delle aspettative razionali. Il modello descrive quello che si ritiene essere il comportamento tipico del «padre di famiglia» che lavora, guadagna e spende e delle aziende che vendono, assumono e investono. I comportamenti risultanti sono calcolati assumendo che ogni agente si comporti come un perfetto ottimizzatore indipendentemente dagli altri.

Questi modelli sono dunque fondati sul concetto di equilibrio che si declina nel caso specifico in questa maniera: le possibili aspettative di domani sono calcolate assumendo che non ci siano cambiamenti rilevanti alle possibilità note oggi (le distribuzioni di probabilità sono invarianti nel tempo). Come viene notato in questo articolo 

 Questo [concetto] è formalmente inglobato nel concetto di “stazionarietà”….Fortunatamente, ci sono periodi di stabilità in cui  la conoscenza del modo in cui gli eventi passati si sono svolti può aiutare la pianificazione del futuro.. Il mondo, però, è ben lungi dalla completa stazionarietà.

La figura che segue mostra la disoccupazione del Regno Unito nel corso del 1860-2011 (una variabile macro-economica rilevante per capire quello che succede), con alcuni dei principali spostamenti evidenziati. L’imprevedibilità deriva da cambiamenti imprevisti delle distribuzioni delle variabili economiche a tempi imprevisti che sono la causa del fallimento delle previsioni e del fatto che l’ipotesi di stazionarietà non sia adeguata a descrivere il sistema. Il problema di fondo è se tali “salti” sono di natura estrinseca al sistema economico o sono da esso prodotti. Alcuni hanno sicuramente natura estrinseca (ad esempio la seconda guerra mondiale) ma per altri, come la crisi del 2007/2008 la situazione non è affatto chiara. Anzi il problema va visto in maniera speculare: è proprio il funzionamento intrinseco dell’economia (leggi: finanziarizzazione  derogolamentata del sistema) che ha dato luogo al “salto”. In questo caso, come nei vari salti del dopoguerra, le cause vanno ricercate dentro il sistema e non fuori.

Disoccupazione del Regno Unito nel corso del 1860-2011, con alcuni dei principali spostamenti evidenziati.

Infatti a ben vedere non sono solo i “salti” di grande dimensione a non essere stati “previsti” ma anche i salti di piccola dimensione. Insomma come concludono due economisti del FMI, a prescindere dal tipo di strumento quantitativo usato (modelli DSGE o altro) per effettuare una previsione, la conclusione cui si arriva studiando l’abilità nella previsione delle recessioni (piccole o grandi che siano!)  è che

I previsori possono prevedere che “ci sarà crescita in primavera”, ma la loro capacità di prevedere un’ improvviso tempesta di neve è piuttosto limitata.

Non è dunque sorprendente il fatto che i modelli DSGE (o altri basati sul concetto di stazionarietà e dunque di equilibrio)  non siano riusciti a prevedere la crisi finanziaria: le grandi fluttuazioni generate da comportamenti coerenti di grandi insiemi di agenti che agiscono con meccanismi imitativi, non sono né ammesse né concepite in questi modelli.

Se il fallimento delle previsioni basate sui modelli neoclassici è un fatto assodato e confermato quando avviene una piccola o grande crisi, come migliorare la previsione dei sistemi economici è un tema dibattuto. Da una parte vi sono coloro, come il recente premio Nobel per l’economia Richard Thaler, che si sono concentrati sui limiti cognitivi: comportamenti e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano molto più complesso rispetto alle semplificazioni della teoria neoclassica. Questi tentativi non hanno però prodotto migliori previsioni poiché non toccano il punto chiave della teoria neoclassica: l’esistenza dell’equilibrio.

D’altra parte, quello che abbiamo imparato studiando la gran parte dei sistemi fisici che ci circondano, è che per questi, se uno stato di equilibrio stabile esiste in teoria, esso può essere irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo. Vi sono poi sistemi fisici che sono fragili rispetto all’azione di piccole perturbazioni, come nella meteorologia, evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per molti sistemi, infatti, l’equilibrio stabile non è raggiunto in maniera naturale: si trovano anzi in una situazione di temporanea stazionarietà ma di potenziale instabilità ed è sufficiente una piccola perturbazione per causare grandi effetti. Come succede nel caso dei terremoti, dove si accumula energia potenziale per effetto del moto relativo di due faglie tettoniche: quando per una piccola causa si supera una soglia critica questa energia è rilasciata sotto forma di onde sismiche causando un terremoto.

Molti ritengono che la causa della crisi del 2007 sia stata proprio la fiducia immotivata nell’autoregolamentazione dei mercati e nell’enorme sviluppo di strumenti finanziari che, secondo la teoria neoclassica, avrebbero dovuto distribuire il rischio in maniera ottimale: il contrario di quello che è successo in realtà poiché è stato proprio l’abnorme sviluppo degli strumenti finanziari a creare le condizioni per il collasso del 2007/2008.

Dobbiamo sempre ricordare che secondo la visione che ha segnato lo stesso nascere della disciplina economica e che si afferma all’indomani della prima Rivoluzione Industriale con il pensiero di Adam Smith, l’economia è invece una riflessione scientifica sulla società, tesa a studiarne le caratteristiche che ne assicurano le condizioni di riproducibilità  ed eventualmente di sviluppo in base a criteri di divisione del lavoro, in un contesto sociale, istituzionale e normativo che condiziona nel tempo e nello spazio ruolo e azione dei soggetti. Non a caso si parla di economia politica, guardando al mercato come a un complesso sistema istituzionale di norme storicamente determinato e privo di qualsiasi connotato di naturalità, che non è detto che assicuri il pieno impiego delle risorse.

La maggiore sfida per l’economia del futuro è dunque quella di essere meno dogmatica della teoria neoclassica. Se c’è bisogno di assorbire metodi e concetti delle scienze naturali basati sul confronto tra ipotesi teoriche e risultati osservati, è anche necessario evidenziare che la teoria economica non potrà mai trasformarsi di una disciplina tecnico-scientifica, cosa che molti cercano invece di sostenere per nascondere le motivazioni politiche e sociali della teoria dietro una cortina fumogena di equazioni e tecnicismi che di scientifico non hanno nulla.

Spesso si sente dire

I fisici però  sempre a criticare e mai a proporre qualcosa che funziona

In questo articolo su Bloomberg Views è descritto un approccio alle previsioni in economia, che sembra funzionare molto bene, sviluppato da dei colleghi italiani:

Gli economisti sono famosi per mal prevedere la crescita. Una nuova tecnica potrebbe aiutarli ad ottenere qualcosa di meglio. Nel valutare la potenzialità di un paese nel prosperare, gli economisti in genere considerano misure aggregate come l’istruzione, l’investimento o il debito nazionale. Ciò non ha funzionato particolarmente bene: per esempio, l’economia cinese ha continuato a crescere ad un passo veloce anche se c’è stato un rallentamento da quasi 30 anni. Una linea di ricerca emergente indica ciò che gli economisti potrebbero sottovalutare: l’importanza delle capacità tecnologiche e industriali di un paese. La ricerca si concentra sul “fitness economico”, una misura che cerca di catturare la gamma e la sofisticazione delle merci che un paese produce. Due anni fa, ad esempio, questo approccio suggeriva che la Cina avrebbe continuato a crescere piuttosto che a tendere verso un “atterraggio catastrofico” come molti prevedevano – una previsione che si dimostrò corretta…..

Il lettore interessato può leggere qualche ulteriore  dettaglio qui.

(Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata sul Sole 24 Ore)

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2 Commenti

  1. Pietro Reichlin in questo articolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-10-23/in-difesa-modelli-e-teorie-192623.shtml?uuid=AEvvx3tC spiega esattamente e concisamente l’inutilità e l’ideologia che pervade un certo modo di fare economia “In realtà, l’economia serve soprattutto a spiegare fenomeni persistenti e regolari e tentare di calcolare l’effetto delle politiche economiche, piuttosto che prevedere cambiamenti improvvisi.” Vediamo più in dettaglio: (1) “l’economia serve soprattutto a spiegare fenomeni persistenti e regolari ” cioè, si fanno interpretazioni a posteriori solo di eventi “persistenti e regolari”. (2) ” e tentare di calcolare l’effetto delle politiche economiche” e qui casca l’asino. Per calcolare qualcosa bisogna avere un modello teorico, altrimenti si fa fanno semplicemente previsioni “meccaniche” supponendo che quello che è stato ieri sarà domani: insomma il nulla. Se il modello teorico assume che i fenomeni siano persistenti e regolari è ovvio che non potrà servire a nulla se non prevedere che quello che è stato sarà e dunque certamente non può essere utile a (3) “che prevedere cambiamenti improvvisi.” Il che in pratica vuole dire che si usa un modello che non serve a capire come cambia ed evolve il sistema economico e dunque che è un modello non ha alcuna connessione con la realtà, ma che è pura ideologia usata per puntellare scelte scellerate e disastrose. Complimenti.

  2. Gallegati e Dosi hanno una posizione simile a quello che ho espresso:

    “L’interazione tra queste componenti genera infatti proprietà emergenti autonome, del sistema, diverse da quelle micro. ”

    “Il futuro dell’economia sarà quello di una scienza sociale empiricamente fondata dove strumenti – aspettative razionali o agenti eterogenei che non interagiscono né cambiano – finiranno accanto agli epicicli come memorie di teorie fallite.”

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-11-01/una-cassetta-attrezzi-ripensare-210402.shtml?uuid=AEOt5b0C

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