Dalla scuola all’università la Pubblica Istruzione è allo sbando?

Come era prevedibile, il mito della “valutazione oggettiva” e dei test agisce come un gigantesco boomerang. Si era fatto credere che gli arbitrî nei concorsi universitari sarebbero stati sanati procedendo “oggettivamente” con indici ricavati dal numero delle citazioni ottenute dalle pubblicazioni dei candidati e dei commissari, sotto la guida tecnica dell’Anvur (Agenzia di valutazione dell’università e della ricerca).

La “bibliometria” è molto discussa all’estero. Personalità e istituzioni autorevoli ne hanno contestato la validità e persino denunciato la pericolosità per tante ragioni, se non altro perché le citazioni sono ricavate da database di ditte private che indicizzano quel che a loro garba, ignorando per lo più la ricerca di base o umanistica.

Sta di fatto che anche negli USA, che ne sono la patria, alcune istituzioni la usano (con criteri diversi), altre no. Solo da noi, caso unico al mondo, la bibliometria è divenuta una procedura di stato, gestita da un ente di nomina politica, tagliando fuori – come ha osservato il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida – il valutatore naturale, la comunità scientifica di riferimento. A Ferragosto l’Anvur ha pubblicato le “mediane”, ossia quei numeri che i docenti universitari o i candidati debbono superare per essere membri di una commissione o presentarsi al concorso. Quel che ne è uscito fa spesso a pugni con l’evidenza più elementare, quantomeno per chi abbia un minimo di competenza. Ma a poche ore dal termine per la presentazione delle domande, gli scienziati dell’Anvur hanno cambiato i numeri poiché le approssimazioni usate non sarebbero in linea con la definizione di mediana del decreto ministeriale relativo. Solo a poche ore dalla scadenza dei termini si sono accorti di aver fatto i calcoli sbagliati. Questa sarebbe la tanto vantata oggettività che porrebbe fine agli arbitri dei concorsi basati su giudizi di merito? Baloccarsi con gli algoritmi secondo criteri sconosciuti?

Per elementari motivi di trasparenza bisognerebbe spiegare che tipo di calcoli sono stati fatti finora e quali sono i nuovi algoritmi usati in “zona Cesarini” per mettere una toppa a un buco che neppure è chiaro quale sia.

Purtroppo l’assenza di trasparenza sembra essere una caratteristica della gestione del mondo dell’istruzione.

Difatti, siamo appena reduci dal disastro dei quiz preliminari per l’ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo, per la formazione dei nuovi insegnanti), che ha costretto il ministero ad ammettere i numerosi errori contenuti nelle domande, la loro assurdità, il loro nozionismo. Un disastro che è stato rabberciato confermando il proverbio secondo cui “la toppa è peggiore del buco”. Eppure, ancor oggi (29.8 ndr) non è dato conoscere i nomi di chi ha redatto i test né di chi è stato chiamato all’ingrato compito di mettere la toppa. Non dovrebbe essere una prassi elementare rendere noti i nomi dei “tecnici” reclutati a compilare i test, non prima, ma almeno dopo le prove?

Del resto, questa vicenda è in continuità con quella delle batterie di test al concorso per dirigenti scolastici, anche queste infarcite di errori, assurdità, ridicolaggini e ideologia costruttivista di stato, e ancor oggi non è dato sapere chi ha combinato quel disastro, né alcuno ne ha pagato il prezzo.

Ora si annuncia che il prossimo concorso per l’assunzione di nuovi insegnanti prevederà un test preliminare di “scrematura”, addirittura uguale per tutte le classi di concorso. Come escogitare domande buone per tutti? Saranno del tipo “chi era il presidente della repubblica nel 1985” o “chi ha vinto la medaglia d’oro di nuoto alle Olimpiadi del 1960”? E chi, e come, gestirà questa operazione gigantesca?  Come se i tanti disastri dei “tecnici” non bastassero, si parla di porre tutta la scuola sotto il controllo dell’Invalsi e dell’Indire (l’Istituto di documentazione e ricerca innovativa).

In definitiva, i soggetti del sistema – gli insegnanti – sono ridotti, a tutti i livelli, a semplici pedine sotto il controllo di enti di natura burocratica, nominati per via politica o per via di amicizie dirigenziali. Il sistema dell’istruzione italiano appare in preda a un dirigismo statalista ipertrofico che, in nome del mito della valutazione oggettiva e del merito, sta ponendo le premesse del suo contrario: distruggere il merito e trasformare il sistema in un’immensa e inefficiente baracca burocratica, com’è tipico di ogni sistema illiberale.

(Articolo pubblicato su il Giornale del 29.8.2012. Sulla questione TFA si veda anche questo articolo di F. Coniglione)

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61 Commenti

  1. Forse bisognerebbe rendersi conto che coloro che hanno occupato poltrone da anni, con la loro consueta abilità, stanno “riconvertendosi” rapidamente alla valutazione mediana, avendo individuato la possibilità di ricostituire su basi ancor più solide il loro potere. Per esempio, conferire il grado di riviste A a certi periodici, oppure occupare le direzioni di certe riviste di serie A, significa assicurarsi un controllo totale sulla ricerca del settore relativo e sul reclutamento. Andrebbero monitorati attentamente i “movimenti” che si stanno verificando in tal senso. La situazione che si andrebbe verificando è quantomeno uguale a quella precedente (classico gattopardismo), in realtà molto peggiore perché sarebbe accompagnata da una cristallizzazione totale del sistema che non permetterebbe l’emergere di alcuna novità (nuove riviste, nuovi settori di ricerca, interdisciplinarità, ecc.). Questo sarebbe garantito dal fatto che la valutazione si fa a monte: quel che succede a valle non lo controlla nessuno, se non sulla base di altri pachidermici VQR che basandosi sulla stessa bibliometria non farebbero che santificare l’accaduto. Per questo, L’UNICA SERIA VALUTAZIONE E’ QUELLA CHE SI FA A VALLE, E SUI CONTENUTI. Questo doveva fare l’Anvur, mentre si è autoeletto a una sorta di Presidium del Soviet Supremo dell’università: inutile dire che in tal modo ha aperto la cosa all’ingaggio nel Soviet Supremo.

    • Capisco la problematica. I miei commenti si riferiscono in particolare alle aree bibliometriche di cui faccio parte. Non conosco le aree non bibliometriche ma effettivamente quanto fatto lascia estremamente perplessi. La differenza principale è che nei bibliometrici le riviste sono state scelte da “altri”, nei non bibliometrici dalla stessa Università Italiana creando una sorta di mostro endogamico.
      V.

  2. Non so se a voi arrivano le Citazioni di spiritualità del giorno (Libreria del santo). Questa odierna recita così: “E’ più facile convertire un peccatore [nel caso in discussione ai principi e all’ideologia esplicita e soggiacente dell’Anvur nonché degli ultimi due ministri] che un religioso tiepido. ” (San Cassiano; vedere la miniatura a proposito di mobbi/zombizzazione, http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cassianofimola.jpg)

    Chi sono i nostri peccatori? Coloro che ci hanno governati in questi ultimi tre lustri permettendo il mercato dei crediti (donde CdL superflui, discipline superflue, necessità di docenza ulteriore, valanghe di contratti a precari sfruttati al massimo, caos gestionale e sprechi, studenti fuori corso in aumento). Essi tacciono, sono condiscendenti o collaborano. O sparlano di tutta l’università en bloc, avvelenando l’opinione pubblica.

    A proposito di studenti: non ci chiediamo come hanno vissuto i nostri studenti questi tre lustri. Io ricordo la prima generazione post 2000 che stava letteralmente impazzendo. Non dico, chi è sopravvissuto era brillantissimo, ma il rimanente lo abbiamo usato come carne da cannone.

    Gentile Professor Giorgio Israel, ma Lei crede che noialtri non sappiamo della ricerca ‘di regime’ e di come si creano i gruppi di consenso (attraverso, ad esempio, la citazione a circolo vizioso, tanto per fare un esempiuccio)?

  3. Curioso intervento questo. Io ricordo un certo Prof. Israel tra i fan sfegatati del Ministro Gelmini (forse sono parenti 😉

    Quello che ricordo io scriveva su Libero (8/11/2010):

    ” […] Il decreto sull’università di ieri è stata una risposta esemplare. Pochi punti, ma di significato chiarissimo. I concorsi banditi all’inizio dell’anno con la deroga della doppia idoneità – esempio preclaro dei guasti che produce il consociativismo! – non possono essere bloccati, ma il decreto cambia almeno il meccanismo di formazione delle commissioni introducendo una meccanismo aleatorio che scombina consistentemente i piani e le cordate con cui si decidono a priori i vincitori. Da un lato i tagli previsti dalla finanziaria sono confermati, e ciò costituisce un persistente richiamo al senso di responsabilità delle università che sono chiamate energicamente a fare la loro parte tagliando lauree e corsi inutili e magari anche sedi. […]”
    (Raccomando la lettura integrale dell’articolo, che potete trovare qui
    http://tinyurl.com/8hmdkub )

    Ovvero Israel_1 era un entusiasta sostenitore del geniale provvedimento della Gelmini che istituiva il meccanismo elezione+sorteggio (limitato -ça va sans dire- alla casta degli ordinari). Per la cronaca, quel provvedimento ebbe l’effetto di paralizzare il sistema dei concorsi per un paio d’anni, senza aver alcun effetto sui “concorsi pilotati”.

    Ora la scrematura dei comissari e’ fatta non a caso, ma sulla base di indici bibliometrici. Per quanto imperfetti siano gli indici, mi sembra un netto miglioramento. Ma Israel_2 si dispera e paventa catastrofi.

    Ora, se per assurdo assumessimo che Israel_1=Israel_2, cosa dovremmo concludere sul concetto di “meritocrazia” del Professore ?
    Forse che “meritocrazia” vuol dire -sic et simpliciter- arbitrio baronale?

  4. Detto che condivido parola per parola il commento di Andrea Zhok, quanto a quello precedente non merita una risposta diretta per la volgarità di insinuare rapporti di parentela (magari il signor ccarminat potrebbe essere parente di Assange). Mi limito a ribadire per chi ha voglia di fare una discussione seria e nel merito che, sì, per un certo periodo ho ritenuto che i primi provvedimenti del ministro Gelmini e la riforma universitaria potessero essere un passo avanti. Sarò stato certamente ingenuo, ma anche i sassi sanno che la riforma è stata cambiata profondamente in itinere. Quando si è profilato un andazzo inquietante ho preso le distanze, per esempio in un convegno alla sala del Mappamondo alla Camera, dove l’intervento che feci provocò la reazione a dir poco stizzita del rappresentante del Ministro. Quanto alla coerenza sulla questione della bibliometria e dell’uso degli indicatori quantitativi, potrei citare:
    http://gisrael.blogspot.it/2010/03/sulla-riforma-delluniversita.html
    http://gisrael.blogspot.it/2010/07/non-esageriamo-luniversita-ha-le-sue.html
    http://gisrael.blogspot.it/2010/10/la-cultura-non-si-misura.html
    e così via. Non risponderò ad altri interventi di quel tenore. Ma tanto per la chiarezza e perché spero che non si torni su interventi di questo tenore.
    E certo che non sono il solo a sapere come si creano i gruppi di consenso con le citazioni a circolo. In ambiente anglosassone le chiamano “societies for mutual admiration”.

    • “Mi limito a ribadire per chi ha voglia di fare una discussione seria e nel merito che, sì, per un certo periodo ho ritenuto che i primi provvedimenti del ministro Gelmini e la riforma universitaria
      potessero essere un passo avanti. Sarò stato certamente ingenuo, ma
      anche i sassi sanno che la riforma è stata cambiata profondamente in
      itinere.”

      Io ricordo bene una sorta di “chiamata alle armi” sostenuta (e firmata) anche dal Professor Israel; per la precisione trattavasi di
      un appello titolato “Difendiamo l’Universita’ dalla Demagogia”. La “demagogia” non era, come potrebbero credere gli ingenui, quella del
      Ministro Gelmini col suo mantra sulla “meritocrazia” (tanto ossessivo quanto vuoto di contenuti). Evidentemente la demagogia, secondo il Prof. Israel, era quella di chi si opponeva all’ennesima riformicchia raffazzonata (vedi qui http://tinyurl.com/9cp9rjk ).

      Si badi che l’appello non risale all’epoca dei “primi provvedimenti
      del Ministro Gelmini” bensi’ a fine novembre 2010. Ovvero a circa un
      mese prima dell’approvazione della riforma Gelmini, quando era chiaro (anche ai sassi) che non sarebbero stati possibili interventi migliorativi (anzi, in un parlamento trasformato in mercato delle vacche era sin troppo facile prevedere che ci sarebbero stati ulteriori pasticci).

      E’ bene ricordare che, se ci troviamo ora in questa situazione, la
      colpa e’ in primo luogo del quadro normativo pasticciato regalatoci
      dal Ministro Gelmini (e dai suoi fan).
      That’s all folks!

    • Nel primo commento a quell’appello, come si può constatare, scrivevo: «La gerarchizzazione degli atenei esiste già con rettori che restano in carica a vita cambiando lo statuto quando serve. I meccanismi del reclutamento sono totalmente locali adesso e almeno vi sarà un giudizio di idoneità nazionale. La valutazione è certamente un polverone pericoloso, ma tanto ci sarà comunque, si tratta casomai di gestirla bene opponendosi alle follie bibliometriche». Ma agli oppositori della riforma dell’abilitazione nazionale e della bibliometria non importava un fico secco: l’unico motivo per salire sui tetti era il precariato. A novembre non era chiaro a nessuno come sarebbe stata gestita la riforma, perché – per chi non lo sa – essa richiedeva parecchie decine di decreti attuativi. Ed è là che si è infilata la coda del diavolo, trasformando una valutazione che doveva essere a valle in una valutazione a monte, tutta in mano dell’Anvur. Ma tanto a certi oppositori di allora interessava ben altro, come si vede dal fatto che ancor oggi della bibliometria imperante non gliene potrebbe importare di meno. O anzi la gradiscono, plaudendo al ministro Profumo che, poveretto, non c’entrerebbe nulla in questa sarabanda.

    • “A novembre non era chiaro a nessuno come sarebbe stata gestita la riforma, perché – per chi non lo sa – essa richiedeva parecchie decine di decreti attuativi.”

      E’ esattamente questo il punto. A novembre 2010 era chiaro a tutti che la legge era semplicemente un ammasso di scatole vuote. In particolare tra le svariate questioni irrisolte, alcune di queste erano nevralgiche per il funzionamento del nuovo sistema. Il “merito” e la “valutazione”, pur essendo le parole d’ordine della Gelmini e dei suoi pasdaran, erano questioni che rimanevano avvolte da una fitta nebbia.

      Tutti sapevano che approvare la legge senza aver prima sciolto questi nodi avrebbe significato dare carta bianca al Ministro. Personalmente trovavo questa opzione piuttosto temeraria, visto che la probabilita’ che cio’ producesse una normativa decente erano infinitesime.

      La situazione attuale e’ figlia legittima di quell’azzardo. Forse si puo’ cercare di limitare i danni, ma non mi sembra ci siano i margini di manovra per invertire radicalmente la rotta (piaccia o no).

    • I margini di manovra ci sarebbero. Basterebbe che il PD per voce di Meloni dichiarasse apertamente ed inequivocabilmente che lo smantellamento della 240/2010 e dell’ANVUR saranno una priorità.

      Come sempre la speranza è l’ultima a morire.

  5. Io non capisco bene perché le mediane vadano strettamente collegate con una valutazione cd. oggettiva (mi sembra un criterio molto pratico e spiccio, non una manifestazione di ideologismo valutatorio e affini); la mediana è solo un primo criterio per scremare le persone ragionevolmente produttive da quelle non ragionevolmente troppo poco produttive. E insisto su un punto che a me sembra importante: nei settori non bibliometrici la mediana non è imposta dall’alto ma è un numero che dipende dalla produttività dei PA e dei PO (e nel mio settore, anni fa almeno, la regola era: primo libro per associato, secondo libro per ordinario; ma le cose sono nel tempo cambiate: negli ultimi anni per vincere un concorso da ricercatore era indispensabile un libro; quindi tendenzialmente i criteri salgono piuttosto che scendere; e non mi sembra strano proprio perché l’università è sempre più aperta e quindi anche affollata).
    Quanto al fatto che le mediane ostacolerebbero o potrebbero ostacolare la ricerca (ad esempio il dar vita a nuove riviste), non ne sono convinto: quale sarebbe l’ostacolo a che 7 ordinari italiani e 7 colleghi non italiani decidano di fondare una rivista dedicata a xy? La lista delle riviste è mobile, mi sembra, e l’ideale sarebbe di arrivare a fasce di riviste indipendentemente dal settore scientifico, proprio per favorire la ricerca interdisciplinare.

    • Semplicemente il fatto che coloro che stabiliscono la classifica delle riviste del settore v.g. di filologia classica potranno decidere che la nuova rivista è di serie C e allora nessuno vi pubblicherà, oppure diranno che l’argomento xy è fasullo e che parimenti la rivista merita la serie C. Del resto, proprio poco fa un ricercatore “bibliometrico” mi ha detto: se fare ricerche difficili (v.g. questioni sofisticate di fisica teorica) non paga, vorrà dire che ci metteremo a fare ricerche più facili. Non è qualcosa che potrebbe accadere. È qualcosa che sta già accadendo. Peggio. Il mondo universitario, che è popolato di molti don Abbondio, si sta dividendo tra quelli che dicono: l’ho scapolata (semaforo verde) e tanto mi basti e quelli che ragionano come sopra.

  6. A giudicare da questa intervista rilasciata oggi da Fantoni al sussidiario.net, forse stiamo parlando di cose senza importanza:

    “Abbiamo parlato dei criteri per i commissari. Per i candidati?

    La base è sostanzialmente la stessa, il criterio della mediana, con una differenza molto importante; la mediana non è prescrittiva, è indicativa. Può fare domanda chiunque, anche chi è sotto la mediana, la commissione a questo punto ha a disposizione ben 10 indicatori, quello della mediana è solo uno, per assegnare o meno l’abilitazione, e il peso dato ad esso in relazione agli altri 9 può essere deciso dalla commissione. Ovviamente sono tutti giudizi che dovranno essere motivati, ma la libertà della commissione è totale. Le commissioni infatti in fase di insediamento potranno decidere liberamente in che misura attenersi ai criteri quantitativi, se prevedere eccezioni eccetera.”

  7. Ma i colleggi diranno alle commissioni: “todos caballeros” …
    Perchè?
    Semplice:1)più abilitati hai nel tuo settore, più potrai far leva a livello locale perchè il budget si sposti verso il tuo settore; 2) se nel tuo settore sono tutti abilitati, potrai scegliere il più servizievole senza che nessuno possa dirti nulla …. per parafrasare Totò: “l’abilatazione sai cos’é? E’ una livella: Abilitato sei tu ed abilitato sono io”

  8. In un commento all’intervista di Fantoni si ricorda che sul Decreto Ministeriale 7 giugno 2012 n. 76 risulta che “l’abilitazione puo’ essere attribuita ESCLUSIVAMENTE ai candidati…i cui indicatori dell’impatto della produzione scientifica complessiva presentino i valori richiesti”. E giustamente si chiede: «Di fronte a questo testo del bando, quanti candidati con parametri sotto la mediana è probabile che facciano domanda?». Vedremo proprio quali commissioni si prenderanno la briga di promuovere candidati sotto la mediana, dovendone rispondere all’Anvur, e soprattutto di bocciare candidati sopra la mediana, che meritano la bocciatura (e già se ne vedono, eccome).

    • a mio parere basta solo la “papera” dell h_c (un vero coniglio dal cilindro, ignoto a tutti, che dimostra l’approssimazione con cui hanno operato i nuovi improvvisati guru della bibliometria dell’ANVUR in sede di determinazione dei criteri) per far crollare tutto il castello. Il lavoro da ragionieri delle commissioni sarà, a questo punto, vano.

      A meno di non veder comparire una rettifca al DM…

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