Pubblichiamo il documento della Associazione Italiana di Psicologia in risposta ad un articolo intitolato “Agnese nel paese dei baroni” uscito su La Repubblica.

“Agnese nel paese dei baroni”, così si intitola un articolo-inchiesta di Repubblica apparso il 22 Aprile scorso sulla homepage del quotidiano. L’inchiesta prende spunto a sua volta da un articolo di John Foot apparso a inizio Marzo su “London Review of Books” intitolato On the Barone (https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n05/john-foot/on-the-barone) e recante una serie di osservazioni sul “malaffare imperante” nell’accademia italiana che lasciano interdetti sullo (scarso) livello di conoscenza di cosa sia l’università italiana oggi, post riforma e assoggettata a esercizi valutativi di ogni forma e qualità.

L’inchiesta di Repubblica, dal canto suo, evidenzia una serie di istanze nelle quali emergono pratiche gestionali deprecabili (dalla gestione dei concorsi e dei ricorsi), prassi “baronali” che destano indignazione (gli assistenti del professore che fungono da autisti e fattorini), fino a vere e proprie truffe ai danni dello Stato relative a fondi di ricerca. Nel fare questo, tuttavia, l’articolo finisce per mettere sullo stesso piano eventi di diverso tenore e gravità e soprattutto suscita nel lettore l’impressione che tali singoli episodi (certamente da esecrare ed estirpare) non siano appunto episodi di malaffare – come avviene purtroppo tutte le istituzioni – ma un vero e proprio sistema che coinvolge l’Università tutta.

Come Associazione Italiana di Psicologia respingiamo uno stile divulgativo basato sul voler ingenerare nei lettori l’impressione che le pratiche losche, i soprusi e l’esercizio arbitrario del potere rappresentino un “sistema” generalizzato e imperante nel mondo accademico. Crediamo, al contrario, che sia doveroso contestualizzare lo scenario generale nel quale l’inchiesta si muove, ricordando alcuni dati che sono liberamente consultabili da chiunque e che evidenziano come l’Università italiana nel suo complesso sia del tutto differente dal luogo di malaffare dipinto dall’articolo.

  • L’Università italiana è tra le realtà per le quali la valutazione di performance e di processo è più diffusa e capillare. Ricordiamo (senza pretese di esaustività): l’Abilitazione Scientifica Nazionale per i docenti, la Valutazione della Qualità della Ricerca per le strutture, le procedure di Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento (AVA – che a loro volta prevedono la compilazione delle Schede Uniche Annuali di Dipartimento [SUA-RD] e di Corso di Studi [SUA-CdS]), le visite periodiche ANVUR alle sedi universitarie, la valutazione dei docenti da parte degli studenti (sia dal punto di vista didattico sia relativamente agli esami), la valutazione interna dei docenti da parte dei Dipartimenti e delle Facoltà. Molte di queste pratiche valutative poggiano inoltre su specifici parametri e algoritmi, nel tentativo di espungere ogni “parzialità”. Gli esiti di questi processi di valutazione, infine, sono di libero accesso per il cittadino.
  • Gli esiti di tali processi di valutazione evidenziano come nel complesso l’Università italiana abbia risposto in modo brillante, citando letteralmente l’ultimo rapporto ANVUR (https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2019/01/ANVUR-Completo-con-Link.pdf):
    • La crescita della produzione scientifica italiana è stata, soprattutto nel decennio in corso, superiore alla media mondiale; di conseguenza, il nostro paese ha visto aumentare la propria quota di produzione mondiale, sino al 3,9% nel biennio 2015-16, in un contesto in cui i paesi europei più importanti (Francia, Germania e Regno Unito) hanno visto ridursi la propria quota.
    • In termini di impatto citazionale medio della produzione scientifica, la posizione della ricerca italiana è oggi, grazie ai miglioramenti registrati negli ultimi 15 anni, migliore rispetto a quella di grandi paesi come Francia e Germania e sopravanza, al di fuori dell’Europa, quella degli Stati Uniti. Si è ridotto negli ultimi anche il gap rispetto ai paesi leader mondiali, che sono in questo caso Regno Unito, Svizzera, Paesi Bassi e Svezia. Miglioramenti emergono in tutte le principali aree scientifiche.
    • In linea con quanto già evidenziato nei precedenti rapporti, la produttività scientifica italiana sopravanza quella di Francia e Germania e si attesta sui livelli di Spagna e Regno Unito (paese leader a livello europeo).
    • A partire dal 2008 si osserva un netto miglioramento della presenza italiana nelle pubblicazioni di eccellenza mondiale. In particolare, la quota di pubblicazioni scientifiche italiane nel top 1% mondiale sale dall’1,4 all’1,8% tra il 2008 e il 2011, si stabilizza attorno a tale quota sino al 2015, e aumenta ulteriormente al 2,2% nel 2016. Risultati analoghi si osservano se si considera l’indicatore di eccellenza individuato dal top 5% delle pubblicazioni.
    • L’Italia è stata recentemente riconosciuta come uno dei cinque migliori stati al mondo per la produzione scientifica relativa al Covid nella l’undicesima edizione dei QS World University Ranking. In questo momento di grave crisi, da questa imponente attività di ricerca sono state derivate conoscenze direttamente applicate a favore della popolazione, spesso all’interno di Ospedali Universitari, da personale sanitario delle Università.

Dunque, uno scenario nel quale i docenti costantemente migliorano le loro performance e permettono al Paese di scalare posizioni nel ranking internazionale della ricerca scientifica, che poi applicano a favore del Paese.

Se spostiamo l’attenzione sul versante risorse, il quadro diventa desolante. Rifacendoci sempre all’ultimo report ANVUR, notiamo come:

  • La quota del PIL dedicata alla spesa in R&S in Italia, seppure in lieve aumento, mantiene un forte divario rispetto ai più elevati livelli medi dell’Unione Europea e dei principali paesi OCSE. In particolare, la spesa italiana, pari all’1,32% del PIL, si colloca al 15° posto rispetto ai 20 paesi considerati, a fronte del 2,36% per la media dei paesi OCSE e dell’1,95% per la media dei 28 paesi UE per i quali i dati sono disponibili.
  • La quota di personale impiegato in attività di R&S rispetto al totale delle forze di lavoro risulta molto inferiore alla media dei paesi dell’Unione Europea e dei principali paesi OCSE, registrando una situazione di stagnazione durante il quinquennio 2012-2016. Inoltre, all’interno del personale impiegato in R&S, la quota di ricercatori risulta notevolmente inferiore a quella degli altri principali paesi industrializzati. Analizzando la composizione della spesa per settore istituzionale, si osserva una sostanziale stagnazione della spesa nel settore pubblico; cala invece nettamente la spesa nell’istruzione pubblica (circa -8% tra il 2010 e il 2016). Unico settore istituzionale ad incrementare la spesa è quello privato.
  • Nella media dell’Unione Europea, la quota dei ricercatori rispetto al totale del personale impiegato in attività di ricerca e sviluppo è pari al 63,4% nell’aggregazione a 15 Paesi e al 63,9% nell’aggregazione a 28 Paesi nell’ultimo triennio disponibile (2014-2016). L’Italia presenta una quota di ricercatori molto inferiore, pari al 48,3%. Nel confronto internazionale, questo valore risulta superiore solo alla Cina (che ha un sistema accademico e di ricerca ben diverso).
  • Dal 2007 si è assistito a una importante diminuzione dei posti di dottorato, e solo adesso si nota una qualche flebile ripresa.
  • Il numero di docenti universitari italiani è di gran lunga inferiore rispetto a quello di analoghi Paesi europei, contando su circa 50.000 unità, mentre sono rispettivamente più di 80.000 in Francia, 95.000 in Spagna e addirittura più di 200.000 nel Regno Unito e più di 250.000 in Germania.
  • L’Italia è l’unico Paese che ha ridotto la propria dotazione di personale docente nelle università, mentre tutti gli altri Stati hanno aumentato la propria. La Germania, in particolare, ha incrementato il proprio personale accademico di 75.000 unità in un decennio, più dell’intera dimensione dello staff accademico oggi impiegato in Italia.

L’Università italiana dunque funziona e produce nonostante i sotto-finanziamenti e gli episodi scandalosi che ne frenano lo sviluppo non favorendo certamente il merito.

Per queste ragioni l’AIP da sempre condanna con forza ogni forma di comportamento illegittimo compiuto da accademici nell’esercizio di quello che riteniamo essere il privilegio di servire l’Università italiana. Ci schieriamo dalla parte del merito, dei giovani che ne sono portatori, e quindi della Agnese citata come esempio nell’inchiesta giornalistica. Stigmatizziamo ogni forma di sopruso o abuso da parte di chi, in qualsiasi ruolo universitario, dovrebbe assolvere e invece tradisce le missioni della Ricerca, della Didattica e nelle attività di trasferimento scientifico, tecnologico e culturale delle conoscenze prodotte nell’Università verso il paese. Auspichiamo che la magistratura accerti rapidamente eventuali responsabilità nei procedimenti aperti e  vigili costantemente su ogni comportamento illegale nella comunità scientifica.

Riteniamo però che un’inchiesta giornalistica che avesse voluto raffigurare in modo completo lo stato dell’Università italiana – nella quale come si è visto si riescono a ottenere risultati di eccellenza con risorse largamente inferiori rispetto a quelle degli altri Paesi, grazie al valore scientifico, all’impegno costante, alla passione e al senso del dovere di ricercatori e docenti di tutti i ruoli – avrebbe dovuto includere anche questi dati e queste considerazioni, al fine di rendere un servizio oggettivo e realmente utile al cittadino.

Ribadiamo che l’Università Italiana cui ci onoriamo di appartenere, sta con Agnese e contro i Baroni che la maltrattano, perché Agnese maltrattata dalla parte peggiore del sistema rappresenta quell’altra parte dello stesso sistema che ogni giorno si impegna con passione, nell’indifferenza generale, e ottiene ottimi risultati nonostante un grave sotto-finanziamento.

Per sconfiggere definitivamente ogni forma di malaffare, l’Università avrebbe bisogno dell’aiuto dei grandi mezzi di comunicazione, non di essere sempre rappresentata unicamente come la terra dei Baroni, a solo vantaggio di quella minoranza di disonesti che finalmente potranno deresponsabilizzarsi dicendo: “così fan tutti”.

Auspichiamo che ci siano altre occasioni per ottenere dalla stampa, e dalle istituzioni che dovrebbero sostenere l’Università, un aiuto in tal senso.

Il direttivo della Associazione Italiana di Psicologia

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5 Commenti

  1. Il miglioramento della performance indotto dalla valutazione anvuriana. Ci sarebbe da ridere se non fosse da piangere. Chissà se alla Associazione Italiana di Psicologia leggono un po’ di letteratura sul tema, oltre ai documenti governativi. Se serve posso fornire bibliografia.

  2. Francamente le critiche al documento mi sembrano ingenerose e mal dirette: guardano il dito che punta la luna invece che la luna stessa, cioè il modo in cui l’Università viene spesso presentata nella stampa italiana. Che gli atenei e i docenti e ricercatori che ci lavorano siano oggetto di un costante monitoraggio (si sia d’accordo su di esso o no, e io non lo sono) è un dato di fatto che merita di essere ricordato ai giornalisti e all’opinione pubblica, così come i successi che le università raggiungono nonostante le scarse risorse e una legislazione vessatoria. Proprio l’idea di una università del malaffare spinge a iniziative che vorrebbero punire i “baroni”, e che invece rendono difficile la vita ai giovani, come la proposta di impedire l’accesso a un posto di ruolo in un ateneo a chi via abbia studiato o lavorato negli ultimi cinque anni, che la redazione di Roars ha giustamente criticato (https://www.roars.it/online/nomadi-per-legge-punire-gli-aspiranti-baroni-lasciando-intatto-il-localismo-delle-carriere/).

  3. @annaemilia berti
    Gent.ma, comprendo ciò che dice, ma, a mio parere, si può rispondere solo con pratiche giuste per smentire. La denuncia del malaffare fare emergere il tanto buono che oggi è svilito, offuscato con la strategia del silenzio e, quando, si pensa che non si sappia o a nessuno importi, con il pettegolezzo.
    Non ho alcun rispetto e non mi sento di difendere un sistema che si basa su clientelismi e favori e non ha paura di controraccomandare qualcuno.

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