Trasformando i concorsi in un sostanziale avanzamento di carriera, la legge non ha però modificato i concorsi per i posti di ricercatore che sono rigorosamente gestiti su base locale. Una facile profezia: i vincitori dei concorsi per associato saranno solo i ricercatori dell’università che bandisce quei posti. Con il sistema attuale una singola università non potrebbe comportarsi virtuosamente senza penalizzare i propri docenti che in un sistema bloccato come il nostro rimarrebbero tagliati fuori dalle possibilità di vincere un concorso. Dunque, il meccanismo combinato dell’idoneità nazionale e dei sistemi per le chiamate e per i concorsi sembra fatto per rafforzare e non per combattere il localismo.

Negli ultimi anni l’università italiana ha subito un significativo processo di riforma che ha portato all’istituzione di farraginosi meccanismi di valutazione, alle graduatorie dell’ANVUR, alla riforma dei concorsi e così via. Uno dei cambiamenti più vistosi è quello relativo all’abilitazione nazionale su cui in questo periodo sono apparsi molti articoli che hanno criticato questo o quell’’aspetto della procedura avanzando differenti proposte correttive. Tra queste le utili proposte di ROARS. Ci pare però che sia rimasto fuori da queste riflessioni la questione della mobilità geografica dei docenti universitari italiani, che è forse la più importante.

L’obiettivo di tutto il processo di riforma è quello di rendere le università italiane più internazionalizzate e più meritocratiche. Obiettivo certamente condivisibile. Uno dei più gravi problemi dell’università italiana è certamente il suo localismo. Si tratta di un termine assai ambiguo, che si riferisce all’atteggiamento campanilistico dei gruppi culturali dominanti all’interno delle università italiane ed in particolare prevede, come condizione necessaria per poter accedere all’insegnamento universitario, quella di aver compiuto l’intero percorso accademico in seno ad uno stesso ateneo, il cosiddetto ius loci. Si possono dare mille ragioni per spiegare perché i professori vogliano trascorrere la propria vita accademica all’interno della stessa università, ma non vi è dubbio che questa inclinazione penalizzi chi sceglie un percorso caratterizzato dalla mobilità. Una conseguenza di questo habitus è la facilità con cui si creano gruppi di potere che all’interno delle singole università decidono di reclutamento e carriere.

Per combattere il localismo, per esempio, è stato modificato il meccanismo dei concorsi prevedendo un’abilitazione scientifica nazionale che desse a tutti coloro in possesso di certi requisiti l’opportunità di ottenere l’importante riconoscimento e accedere così ai ruoli universitari.

Per spezzare il localismo, il meccanismo dell’idoneità andava però accompagnato da una norma che impedisse di svolgere la propria carriera accademica all’interno della stessa università. Nella maggior parte dei paesi europei i ricercatori (o i loro equivalenti) non possono diventare professore associato (o il suo equivalente) nella propria università, analogamente il professore associato non può diventare professore ordinario (o il suo equivalente) nella propria università, ma deve trovare un’altra università che lo vuole in questo ruolo. La ragione di questa norma è decisiva: favorire la mobilità geografica dei docenti, il loro rimescolamento nelle varie università per evitare i fenomeni tipici del localismo. Una norma del genere, ovviamente, non mette al riparo dalla possibilità che alcuni gruppi particolarmente influenti sul piano nazionale possano favorirsi reciprocamente, ma ciò riguarderebbe gruppi che hanno una dimensione almeno nazionale e godono dunque del riconoscimento di un’ intera comunità accademica nazionale.

La legislazione italiana, invece, non solo non vieta questa possibilità, ma la incentiva attraverso un complesso meccanismo grazie al quale utilizzando lo stesso budget, un’università può promuovere ad ordinari 5 professori associati della propria università o chiamare un solo esterno per ricoprire un analogo ruolo.

È chiaro che nessuna università sceglierà di privilegiare un esterno contro 5 propri docenti, già dichiarati scientificamente idonei.

Vi è in effetti nella legge una percentuale apparentemente significativa di esterni che devono essere assunti tuttavia, per un complesso meccanismo, questa quota equivale al 20% del budget riservato alle assunzioni o promozioni, ma al 5% dei docenti intesi come persone fisiche.

Una conseguenza drammatica di questo sistema riguarda coloro che hanno ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale ma non sono già inquadrati nei ruoli delle università italiane; saranno di fatto esclusi dalle possibilità di vincere un concorso perché troppo onerosi per i bilanci universitari.

C’ è un ulteriore conseguenza perversa di queste norme: i professori-commissari per ASN avevano tutto l’interesse a ridurre al minimo il numero degli idonei del proprio ateneo  che non facessero parte della loro squadra. Ogni idoneo all’interno d’ateneo diventava immediatamente un diretto concorrente per il proprio allievo. Questa strategia probabilmente ha provocato alcune bocciature altrimenti difficilmente comprensibili.

Trasformando i concorsi in un sostanziale avanzamento di carriera, la legge non ha però modificato le modalità con cui devono essere organizzati i concorsi per i posti di ricercatore che costituiscono la principale modalità di reclutamento e sono rigorosamente gestiti su base locale. Per cui abbiamo un primo ingresso nella carriera docente che avviene su base strettamente locale, e determinerà tutta la successiva carriera dello studioso nel caso decida di rimanere in Italia. Per concludere una facile profezia: i vincitori dei concorsi per associato saranno solo i ricercatori dell’università che bandisce quei posti. E con il sistema attuale una singola università non potrebbe comportarsi virtuosamente senza penalizzare i propri docenti che in un sistema bloccato come il nostro rimarrebbero tagliati fuori dalle possibilità di vincere un concorso.

Dunque, il meccanismo combinato dell’idoneità nazionale e dei sistemi previsti per le chiamate e per i concorsi sembra fatto proprio per rafforzare e non per combattere il localismo.

Send to Kindle

50 Commenti

  1. “Nella maggior parte dei paesi europei i ricercatori (o i loro equivalenti) [QUINDI ASSISTANT PROFESSOR?] non possono diventare professore associato (o il suo equivalente) nella propria università”? Ma dove?? E le tenure tracks cosa sono allora?
    Semmai in molti paesi non si puo’ diventare assistant professor nell’universita’ dove si e’ ottenuto il PhD… Questa si’ che sarebbe un’utile regola per il problema a cui si riferisce l’autore dell’articolo. Ovviamente anche questa regola viene – anche all’estero -spesso indirettamente aggirata quando molti, dopo qualche anno da assistant professor in un’altra universita’, tornano da associato a quella di partenza… Ma effettivamente nel sistema attuale questo avrebbe alti costi in termini di punti organico.

    • Il sistema delle tenute track è tipico degli stati uniti, dove il problema mobilità non esiste perché sarebbe inimmaginabile un carriera universitaria che si svolga tutta nella stessa università. Le regole cui faccio riferimento sono norme in Francia e Germania e pratica consolidata in Inghilterra.

    • Non solo, ma la “tenure track”, che è un concetto americano, viene usato in Italia con una filosofia esattamente opposta a quella che ha negli USA. In Italia vuol dire “sicurezza” (ad esempio, che avranno i fondi per te). Negli USA vuol dire “insicurezza” (la tua tenure non è affatto garantita, ed hai cinque anni di tempo per dimostrare che te la meriti).

  2. In Germania, per esempio, vale la regola che vieta l’avanzamento di carriera “interno”. Una regola simile sarebbe la benvenuta anche in Italia. Però, oltre alle restrizioni legate ai “punti organico” delle singole università, se si vuole introdurre una regola del genere bisognerebbe anche rivedere gli stipendi dei docenti italiani. Con le retribuzioni attuali, il localismo non potrà mai essere superato. Se vogliamo guardare gli esempi virtuosi dei paesi esteri, dobbiamo anche avere il coraggio di parlare di retribuzioni. Offrire, oggi, ad un associato 2400 euri al mese per spostarsi, poniamo, da Palermo a Milano non ha senso…

    • Hai perfettamente ragione. Le università tedesche prevedono spesso infatti una cifra una tantum per ammortizzare le spese dello spostamento. Comunque mi rendo conto che si porrebbe un problema. Ma ciò che mi sta a cuore è porre la questione della mobilità che ritengo essere uno dei principali problemi dell’università italiana.
      Non è un caso che abbiamo subito tutto, dal taglio degli aumenti alla valutazione ecc., ma l’unica cosa che ha davvero mobilitato l’accademia è stata la battaglia corporativa contro la mobilità prevista nella riforma berlinguer

  3. ottimo articolo,
    questo sistema chiuso all’italiana anche perché non si valuta la carriera lavorativa e professionale come un plus che un aspirante docente universitario può portare in dote,
    Il più grosso errore del “all’italiana” è dato dalla sola possibilità di una carriera “chiusa” al insegnamento universitario ed interna al sistema italiano.
    un ricercatore, professore dovrebbe essere incentivato alla valorizzazione delle sue capacità e se per qualche anno prendesse incarichi da professionista in italia o all’estero e “praticasse” un di più le scienze che insegna gli si dovrebbe dare la possibilità di rientrare nel sistema universitario perchè questo favorirebbe la circolazione delle idee e delle persone.
    Però io credo che il sistema universitario non vuole confrontarsi con il detto popolare…… “chi sa fare fa, chi non sa fare ….. insegna”

    • Condivido il tuo commento. La chiusura dell’università agli esterni e agli stranieri è una delle peggiori conseguenze del nostro sistema.

  4. Mi sembra di ricordare che alla posizione di professore associato corrispondano 0.7 punti organico. Se sono nel giusto le chiamate locali sarebbero 3 e non 5.
    Ma e’assolutamente evidente che il problema esista e che ad esso siano, per lo meno in buona parte, riconducibili le vistose differenze createsi tra le varie commissioni. Neppure in UK vige la regola dello spostamento di sede per ottenere un avanzamento di carriera. Piuttosto la selezione dei professori considerati “migliori” tiene in conto le conclusioni delle Commissioni che periodicamente valutano la qualita’ dei vari Atenei. Conclusioni alle quali possono poi corispondere restrizioni di budget. Non ho poi capito perche’ il 20% destinato alle chiamate esterne debba diventare il 5% . Nell’Ateneo in cui opero questo 20%, che e’ se ben ricordo la percentuale minimale e che puo’ essere incrementata, sembrerebbe restare il 20%.
    L’osservazione,infine, del problema dei costi dei trasferimenti non e’ da sottovalutare. Nei quattro anni passati lontano dalla citta’ in cui vivevo la cosa si e’ fatta sentire e come.

  5. Concordo pienamente con l’autore di questo articolo, aggiungendo però una cosa, che le sue speranze (come le mie del resto) di dare mobilità a un sistema statico come quello dei docenti delle università italiane da una trentina di anni a questa parte (prima non era così) resteranno tali. E’ vero che solo in Italia è così diffusa la (deleteria) pratica di nascere e morire – accademicamente parlando – nella stessa università. In alcuni casi molti occupano addirittura la stessa stanza e la stessa scrivania per quarant’anni, senza nemmeno un trasloco all’interno dello stesso Ateneo. Ma ripeto, queste speranze di aumentare la mobilità rimarranno vane fino a quando il posto di ministro sarà occupato da un rettore e non da un politico. E’ chiaro che un rettore cerca di lasciare le cose come stanno, come hanno fanno Profumo, la Carrozza (che ha fatto tutta la carriera al S. Anna, nella città in cui è nata) e ora la Giannini. I cambiamenti all’università vanno imposti dalla politica.

    • Sono assolutamente d’accordo. Talvolta tra un’autovalutazione, e il calcolo del nostro settore nell’area Cun, e nel dipartimento, e la posizione del settore rispetto agli altri, e così via, piace immaginare le riforme di cui avremmo bisogno,

  6. L’adozione, alla fine degli anni ’90, dei concorsi locali in luogo di quelli nazionali avevano già “minato” il concetto stesso di Universitas con il quale si prevedeva una mobilità sul territorio nazionale, più figlia di un rapporto di vassallaggio fra grandi Università (che avevano vincitori di concorso in abbondanza) e Atenei “periferici” (che, almeno per un triennio vedevano la presenza di docenti, di prima o seconda fascia, provenienti da altrove). Con i nuovi meccanismi (Abilitazione e concorso locale) si è solo preso atto, a mio modesto avviso, di una situazione ampiamente consolidata

  7. Non so se si è semplicemente preso atto di una situazione consolidata.ma diffido sempre quando le norme si basano su ipocrisie consolidate. Le Promozioni sono una cosa ed i concorsi un’altra. Invece i concorsi relativi al 30% saranno promozioni mascherate da concorsi.
    Non va bene.

  8. Scusate la ripetizione: a parte tutti i problemi giustamente indicati, la mobilità rimarrà un sogno fino a quando gli stipendi dei docenti saranno tra i più bassi del Continente.Il sistema sembra fatto apposta affinché solo la carriera locale possa convenire. Qualsiasi realtà produttiva che cerchi personale davvero qualificato si pone in primo luogo il problema di come attrarre i migliori. Si pone cioè il problema di un salario interessante e di possibili benefit al lavoratore e alla sua famiglia. Dopodiché può sperare di reclutare davvero i migliori…

    • Caro Fido,
      fai benissimo a insistere, anche perché praticamente nessuno ha recepito. Evidentemente molti di noi non campano del proprio stipendio e non hanno idea di quanto costi trasferirsi.

  9. StefanoL, grazie per l’incoraggiamento. Hai colto nel segno! Anche io ho spesso la sensazione che i veri problemi da noi non vengano neanche nominati. Con l’entrata in vigore della “legge Gelmini” è stata abolita la ricostruzione di carriera. Oggi un associato, non importa quanta esperienza abbia, non importa da dove venga e dove vada, entra con circa 2400 euri in busta paga. Se si pensa che, nei Paesi più virtuosi, si chiamano studiosi dall’estero, i quali poi si trasferiscono con tutta la famiglia, si capisce come in Italia questo sistema non possa funzionare. E’ chiaro invece che, se uno già abita in quella città, vi ha magari casa e affetti, allora potrà sopravvivere con quello stipendio. Insomma, secondo me avremo fatto un grande passo avanti quando avremo il coraggio (almeno) di nominare i problemi…per inattuali che possano sembrare.

    • Mi pare una enormità dire che con circa 2400 € in busta paga sia difficile sopravvivere, in un paese come l’Italia, in un periodo come questo.
      Senza fare alcuna, facile, retorica credo che proprio la distanza dalla realtà, dai problemi reali (compresi eserciti di insegnanti, laureati, tecnici iperspecializzati, ecc con retribuzioni di gran lunga inferiori a 2400€) renda la classe dei docenti universitari per lo più invisa alle persone comuni.
      Quando ho iniziato i miei studi, neppure troppi anni addietro, un professore universitario era un punto di riferimento.
      Oggi, complici tutti gli scandali, ormai quotidiani, spesso non appare neppure decorso dire di essere un docente universitario.

      L’articolo sottolinea, invece, uno dei principali problemi del nostro sistema universitario, ben più importante delle buste paga
      Il localismo, le lunghe carriere in uno stesso ateneo, non sono necessariamente un male.
      Lo diventano quando sono frutto di autovalutazione, autoreferenzialità, discutibili selezioni.

    • Fido,
      il problema della mancata ricostruzione della carriera è stato creato ad arte.
      I pasdaran che hanno scritto la legge Gelmini, fallito -almeno nel breve-medio termine- l’obiettivo di bloccare per sempre la carriera degli RTI, hanno voluto scoraggiare (*) i colleghi anziani e in possesso di idoneità dall’adire la promozione.

      (*) Pardon, visto che parliamo “presumibilmente” di gente di area SECS, “dare un segnale”.

    • Marco,
      tu pensa alla tua busta paga che io penso alla mia. E le fesserie sugli “scandali” valle a scrivere sui blog del Fatto Quotidiano, che i troll anti-università lì sono parecchio in ribasso.

    • Mah i trolls sui blog del FQ veramente vivono e lottano con noi imperturbabili alla realtà: hanno ascoltato troppo Giannino, hanno letto troppo NfA e hanno fatto qualche overdose de lavoce.info. Comunque la guerra tra poveri è uno dei sistemi di governo più efficaci. Vedremo cosa succederà quando qualche centinaio di milioni del FFO sarà destinato a assumere i precari della scuola.

    • Forse ho colpito nel segno!
      Nell’anonimato, facilmente superabile per quanto mi riguarda, sembra più facile scrivere, commentare, giudicare.
      Nella realtà quotidiana, vivo nella e della mia università, cerco di governare processi e decostruzioni, conosco, studio, leggi, decreti, involuzioni, molto più di tanti altri che parlano senza neppure aver letto un comma di legge; difendo, con unghia e denti, l’università e la ricerca.
      Ma non sono cieco al mondo intorno.
      La mia “busta paga” (manco fossimo operai) è ancora molto bassa: dopo 10 anni di precariato, quando sono, finalmente, entrano nel “sistema” non esistevano più gli scatti.
      Ciò nonostante non posso permettermi lamentele, non posso dimenticare il mio, recente, passato e tutti i validissimi ricercatori, ormai altrove (paesi e mestieri): per uno che è riuscito a raggiungere il mitico ruolo RTI altri 10 sono rimasti a piedi.
      Quindi, per cortesia, non parliamo di trolls antiuniversità ed FQ, che, per quanto mi riguarda, certi ambienti sono molto, troppo, lontani dal mondo per essere credibili (credo, peraltro, di non aver mai letto un articolo di FQ)
      Quanto alla Legge 240/2010, ho provato a combatterla in tutti modi, leciti e non.
      Tutti l’abbiamo criticata.
      Ma eravamo noi ricercatori, in piazza e sui tetti. Non ricordo molti (in verità quasi nessuno) dei prof. a 2400€/mese con noi.
      Non sento ad ogni decreto su FFO, dottorati, AVA, ecc. voci di indignazione alzarsi scandalizzate, a difesa del nostro lavoro.
      Sugli scandali, cari StefanoL e prof. Sylos Labini, non serve evocare rivoluzioni, trolls, FQ: oggi, dopo due tornate di abilitazione andate come sono andate, il ministero ha dovuto sospendere la terza tornata.
      Colpa delle 240? Di FQ? Dei trolls?
      O colpa di un manipolo di commissari che hanno interpretato a loro piacimento qualsiasi riferimento normativo, regolamentare, scientifico?
      L’articolo sul localismo evidenzia, abbastanza bene, alcuni problemi che poco hanno a che vedere con “busta paga” e L. 240, riforme e controriforme. Molti altri problemi sono stati evidenziati in tanti altri articoli (analisi della ASN e VQR) con cui in Roars, tra i pochi, si costruiscono analisi e si cercano proposte.
      La realtà è che non esistono antidoti ad un sistema spesso vecchio, basato su meccanismi logori e governato con logiche fuori dal tempo.
      Non esistono antidoti ad un sistema ormai vecchio (e di vecchi, guardate le età medie) in cui si vuole discutere di massimi sistemi e di “busta paga” dall’alto e guai a chi (povero troll) non è d’accordo.
      Infatti, ben pochi si sono indignati per il bassissimo numero di precari abilitati. Poco conta. Anche se tra essi molti contribuiscono in modo sostanzioso, senza “busta paga” e senza speranza di averla, all’andamento delle università.
      Ben pochi si sono indignati per una vocina nella legge 11 agosto 2014 che elimina, per sempre, la parola “analitica” dalla valutazione. Certo i prof., con “busta paga”, sono bravissimi a valutare e valutarsi al proprio interno, consapevoli di sapere.
      E tanto basta.
      Certo non è una colpa avere una “busta paga” di 2400€. Certo una “busta paga” di 2400€ potrebbe sembrare anche poca cosa in un mondo ideale.
      Certo, però, non è possibile dare del troll o dell’estremista da FQ, a chi fa notare che c’è di peggio.
      Forse anche per questo il sistema universitario è in profonda crisi. Ed è difficile spiegare perché 2400€ in “busta paga” siano pochi se circa il 30% (per carità non attaccatemi sui numeri) di docenti e ricercatori non ha neppure risposto alla VQR.
      VQR che è, ormai, un autentico mostro. Al pari di quel blocco del 30% sparito, nascosto, refrattario a qualunque valutazione. E non certo per contrapposizione ideologica o “busta paga” a 2400€.

    • Marco: “ben pochi si sono indignati per il bassissimo numero di precari abilitati”
      =======================
      A dire il vero Fantoni si è vantato per il gran numero di precari abilitati:
      _______________________
      “larga partecipazione di queste figure e anche largo successo di queste figure. Perché, se si va a vedere tra questi candidati che hanno ricevuto l’abilitazione a professore ordinario, il 19,3% proviene dai non strutturati e tale percentuale sale al 43,3% nel caso dei professori associati.”
      https://www.roars.it/online/fantoni-alla-camera-lasn-e-meritocratica-e-contro-le-baronie-no-a-cambiamenti-sostanziali/
      _______________________
      Essendo abituati a sottoporre a verifica le affermazioni di ANVUR, abbiamo rifatto i conti: nel complesso il 31% degli abilitati (6.729 su 21.537) sono non strutturati. Prima di indignarsi, bisognerebbe capire se davvero è un numero “bassissimo”.

      https://www.roars.it/online/asn-2012-ecco-le-statistiche-finali-diverse-da-quelle-anvur/

    • Caro prof. Sylos Labini
      l’Anvur è fatta di, tanti, professori universitari che hanno condiviso metodi e criteri; come abbiamo discusso N volte su questo sito e altrove; con N>>1.
      Potrebbe leggersi alcuni dei ricorsi e delle sentenze sull’ASN per aver chiaro che la colpa non è, non solo e non principalmente, dell’Anvur. A completamento, in tema di discussioni su roars, le ricordo gli articoli di Alessandro Figà Talamanca su “Il reclutamento dei docenti universitari italiani negli ultimi cinquanta anni”. Da dove veniamo e, quindi, dove possiamo andare.
      Molti di quei docenti, reclutati con procedure alquanto discutibili a fronte dell’assenza (mi ripeto) di reclutamento che stiamo vivendo in questi anni, ritengono, ne ho sentiti a dozzine, che un gruppo di professori, più o ristretto, possa selezionare, sulla base di insindacabili criteri e metodi, chi gli dovrà succedere.
      Non importano le leggi cui far riferimento, l’occasionale VQR, ANVUR o altro, il principio è e deve restare questo.
      Amo, profondamente, il mio lavoro ma fintanto che si continueranno ad individuare soltanto all’esterno le fonti di tutti i mali del sistema universitario, non riusciremo a costruire, in modo condiviso, delle università di buona qualità, vera, per didattica e ricerca.
      Seguo con interesse, dagli albori, roars e trovo che abbia contribuito non poco ad innovare il pensiero nel sistema universitario.
      Per questo, la pregherei di non offendere la sua e la mia intelligenza rispondendo, in modo troppo parziale con dei virgolettati che trascurano l’essenza delle cose.
      Se poi vorrà continuare la discussione al di fuori del blog, sarò a sua disposizione.
      PS. Mi fa comunque piacere che non attribuisce ai trolls la responsabilità dei mali del mondo

    • Caro “decostruttore,”
      (qui le virgolette stanno bene, non intorno a busta paga che è invece una cosa terribilmente seria) se seguissi veramente ROARS sapresti che il numero di inattivi (secondo ANVUR, non secondo noi “vecchi”) è il 5%. Cinque, non >trenta: col che il principale argomento della tua invettiva contro la “vecchia” università italiana crolla miseramente.
      Mi stupisce che te l’abbiano fatta passare, evidentemente i problemi odierni al sito hanno distratto la redazione.
      Sappi che col tuo numeretto fasullo sei in ottima compagnia: anche Valditara citava lo stesso valore (ovviamente sbugiardato dalla stessa VQR) sul suo blog, prima di sparire davanti a De Nicolao. Le avanguardie della rivoluzione dovrebbero informarsi meglio, se non altro per non prendere a prestito uno dei peggiori argomenti del relatore della legge 240/2010.
      Quanto ai soldi, sei liberissimo di disprezzarli per evitare le pericolose tendenze piccolo-borghesi di chi si aspetta, da un lavoro altamente qualificato, ritorni economici (almeno per me che in un certo senso costruisco: non so quali siano le prospettive dei decostruttori). Così potrai continuare a lavorare correttamente alla (inevitabile e imminente) edificazione del socialismo.

      P.S. Le prospettive per la suddetta edificazione non sono buone, in effetti: però c’è l’ottimo precedente dei molti fabbricanti di molotov d’antan, che oggi siedono in assemblee elettive e consigli d’amministrazione, con retribuzioni tutt’altro che piccolo-borghesi, e continuando a parlar male dello Stato (anche se non più come espressione delle multinazionali ma per conto delle stesse). Continua così.

    • “Mi stupisce che te l’abbiano fatta passare, evidentemente i problemi odierni al sito hanno distratto la redazione.” E’ che a certo punto ti cascano le braccia. Poi le raccogli e te le rimetti, magari dopo un bicchiere. Riguardo Valditara, Esso ha fatto riferimento in un suo post
      .
      http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/19/riforma-delluniversita-merito-e-istruzione-possono-convivere/1033063/
      .
      all”indagine conoscitiva del Senato. Dai motori di ricerca risulta che l’apertura di un’indagine conoscitiva sul sistema universitario italiano era stata oggetto di un annuncio verso la fine del 2008, si veda per esempio:
      .
      http://www.unica.it/pub/7/show.jsp?id=6715&iso=96&is=7
      .
      Ciò nonostante, tra i documenti prodotti dalla VII commissione nella scorsa legislatura (http://www.senato.it/4277), non c’è traccia di tale indagine. Nel resoconto delle attività svolte c’è un elenco delle indagini (a pag. 70 di http://tinyurl.com/pdrnq9n), ma non risultano documenti che trattino della produttività dei ricercatori. Dove ha preso il suddetto numero?

    • L’unica speranza è che chi scrive commenti sciatti, citando numeri inventati, non sia veramente un nostro collega strutturato. Perché, se lo fosse, sarebbe veramente difficile contraddirlo quando mette sotto accusa la qualità del reclutamento accademico. Se abbiamo imbarcato gente usa ad argomentare in modo così scalcinato, siamo veramente indifendibili.

    • Marco: “circa il 30% (per carità non attaccatemi sui numeri) di docenti e ricercatori non ha neppure risposto alla VQR.”
      ========================
      Questa percentuale del 30% è del tutto immaginaria. Confermo quanto scritto da StefanoL relativamente alle percentuali di inattivi. Dato che alcuni valutati potrebbero aver presentato uno o due lavori, gli universitari completamente inattivi sono meno del 5,3% secondo un documento ANVUR del 5 luglio 2012 (vedi https://www.roars.it/online/vqr-i-prodotti-presentati-sfiorano-il-95-del-tetto-massimo-sono-pochi-o-sono-tanti/) oppure meno del 5,1% secondo il Rapporto finale VQR (Tabella 2.5, http://www.anvur.org/rapporto/files/VQR2004-2010_Tabelle_parteprima.pdf).

  10. in non sono un professore e forse per questo non capisco….
    mi spiegate come è sostenibile una azienda che non contempla un sistema di uscita dei suoi quadri dirigenti demotivati o non produttivi???
    Dall’università si esce o per pensione o per dipartita…. mai sentito di un docente che ha deciso si smettere di insegnare o di fare ricerca e che si dedichi al giardinaggio…
    L’unico principio valido per il reclutamento dovrebbe essere anche applicabile ai professori in cattedra e solo così … credo si riuscirà ad avere degli insegnanti motivati.
    i bei tempi sono finiti e le università telematiche stanno facendo passi da gigante… quando lo stato non potrà più pagare gli insegnanti pubblici….saranno dolori per tutti.
    ….meditate gente meditate…..

    • mdpirro: “mi spiegate come è sostenibile una azienda che non contempla un sistema di uscita dei suoi quadri dirigenti demotivati o non produttivi???”
      ========================
      Come non essere d’accordo? Un veloce esame delle statistiche mostra senza ombra di dubbio che, vista
      1) la sovrabbondanza di laureati
      2) l’eccesso di spesa per formazione universitaria
      3) l’abnorme rapporto docenti/studenti
      4) il reclutamento accademico in crescita incontrollata
      5) l’improduttività scientifica degli accademici
      la priorità è cacciare un buon numero di professori universitari.









    • grazie della segnalazione.
      Il fatto riportato dalla Stampa è l’ennesimo tentativo di blindare la chiusura del sistema.

  11. Marco, forse non hai capito bene. Io non ho detto che 2400 euri sono pochi in assoluto. Ho solo detto una cosa molto semplice e di facilissima comprensione: se un cinquantenne o un sessantenne, famoso nel suo campo, si deve spostare, molto spesso, data l’età e la condizione, si porta appresso la famiglia. Immaginare di poter fare questo con 2400 euri al mese è utopia. Questo è tutto. D’altronde i Paesi “virtuosi” pagano molto bene i professori: saranno tutti cretini? Naturalmente, in Italia ci sono tanti altri scandali. E’ uno scandalo. per esempio, che gli insegnanti guadagnino così poco ecc. Ma questo non è una scusa per non affermare che un professore non si muoverà mai dalla Germania, dalla Francia o dall’Australia, portandosi appresso moglie(marito) e figli per 2400 euri al mese. Non è possibile. Informati riguardo agli stipendi negli altri paesi comunitari e rifletti. La mia non voleva essere un’asserzione “politica”, ma semplicemente un tentativo
    di riflessione realistica. Purtroppo uno dei guai nazionali è proprio la mancanza di realismo. A noi spesso piacecredere alle favole…Si discetta ideologicamente sul sesso degli angeli, mentre i nostri vicini (Francia, Germania ecc.) si fanno i conti: pagano bene i propri intellettuali, si prendono il meglio sul mercato e vanno avanti…

    • La questione dei 2400 non mi appassiona molto anche perché da associato ne prendo meno di 2100.
      Ma il problema che ponevamo è relativo all’impossibilità de facto per un universitario di cambiare università o per uno studioso all’estero di venire a lavorare in italia. Purtroppo il problema non è lo stipendio. Ma la chiusura del sistema.
      Ad alcuni però questo pare un fatto trascurabile, se non positivo. Del resto perché dovrei cambiare colleghi, abitudine di ricerca e di vita, confrontarmi con altri ambienti quando posso vivere tranquillamente sapendo che se, mi comporto bene, prima o poi una promozioncina la daranno anche a me?

    • Mi scuso per il numero (volutamente) errato.
      Conosco abbastanza bene i numeri VQR per esserne consapevole, ma un mio antico maestro mi ha lasciato il gusto della provocazione.
      Provocazione fatta – “circa il 30% (per carità non attaccatemi sui numeri)”:
      Effetto raggiunto.
      Non ho ancora avuto opinioni sulle questioni, ben più importanti, che ho posto.
      Aggiungo, anche per il prof. De Nicolao di cui ho sempre apprezzato il rigore e la capacità di analisi, un po’ di pepe su alcune risposte: il senso delle mie critiche è alla rigidità del sistema che tutela tutto e tutti (viva dio e sia lodato l’art. 18, scusate: è una provocazione ci manca che qualcuno mi faccia passare per renziano), nascondendo, con la connivenza dei più, tante (non tutte) cose che non funzionano.
      A cominciare dall’incapacità di lettura delle provocazioni (cosa certo alquanto complessa) alle più semplici frasi. L’espressione “cerco di governare processi e decostruzioni” caro StefanoL non mi rende un “decostruttore” che, con ogni evidenza, l’espressione è legata alle, spesso assurde, riforme e innovazioni che hanno, letteralmente, decostruito il sistema universitario.
      Una così marchiana interpretazione è, forse, frutto del non aver affatto seguito quanto, in questi anni, è successo. E questo, sì, mi stupisce sia fatto passare (per evidenti i problemi al sito che hanno distratto la redazione)
      Sulla ASN non serve esprimere altro. I danni fatti, compresa la sospensione che crea un discriminante fortissima tra prima e dopo ASN, sono sotto gli occhi di tutti. Questo non vuol dire che tutti i commissari abbiamo mal operato!
      Mi rallegro, infine, che fido entri nel merito delle cose.
      Sono perfettamente d’accordo con lui sul livello di retribuzione. È tutto verissimo.
      Non possiamo, però, dimenticare che il livello di tutele, per tutti coloro che godono di un contratto a tempo indeterminato, non è confrontabile con quanto accade in molti paesi esteri. Ed all’estero non è tutto perfetto.
      Evitando provocazioni, evidentemente non comprese, sottolineo, spero con chiarezza, che ritengo doverose tutte e anche di più le garanzie e tutele alla libertà di ricerca ed insegnamento; libertà che, ovviamente, può esistere soltanto nella tranquillità di un livello decente, stabile e sicuro di retribuzione.
      Gli incentivi, poi, potrebbero essere anche di altra natura (ad esempio residenze per docenti, asili, scuole, servizi, ecc) interni alle università e/o ai campus.
      Ma qui si aprono ben più ampi discorsi, legati alle decostruzioni, che alcuni non hanno visto.

    • Scusi sa, ma invece di scrivere post con provocazioni o sotto-intesi, scriva in maniera chiara e soprattutto telegrafica. E se vuole interloquire con noi abbia il buon giusto di firmarsi.

    • Mi scuso per la poca chiarezza
      Sarò ancor telegrafico evitando, per il futuro, di interloquire con chi (noi, plurale maiestatis?, spero non rispecchi tutta la redazione) ritiene di essere sempre nel giusto e aver la verità in pugno
      Le ricordo, peraltro, che la gran parte dei commenti sono assolutamente anonimi, per regole da voi decise

  12. Caro Fido, leggendo il link all’articolo su La Stampa di oggi ci vien da pensare che la scarsa retribuzione non sia la sola ragione per la quale nessuno viene da noi. Non dico che non sia una ragione importante pero’… affinche’ qualcuno venga ci vuole in primo luogo la predisposizione e l’atertura nei suoi confronti, cioe’ la volonta’ di attirare un talento. Mancando questa manchera’ a priori la possibilita’ di attirare chicchessia, anche con retribuzioni faraoniche, essendo il datore di lavoro interessato a “locals only”

  13. Caro Pino, concordo. Nel mio primo commento avevo scritto che il sistema sembra fatto apposta per favorire il localismo. Allora stipendi bassi, punti-organico, non riconoscimento di abilitazioni straniere ecc. concorrono a rendere il sistema chiuso. In ultima analisi, io mi sono convinto della seguente cosa (spero di sbagliarmi): quando un paese non crede sinceramente al valore della cultura, della ricerca e dell’arte, non avverte cioè che questi valori sono importanti economicamente ma anche è forse ancor di più civilmente, allora perché darsi tanta pena per gli insegnanti, per i professori, per i musicisti ecc? Ecco, a me sembra che il peccato originale sia, in fondo più che un marcato provincialismo, un profondo pessimismo, una cultura radicata che non ci consente di guardare con ottimismo al futuro. Forse una cultura del genere poteva avere anche un suo senso nel passato, quando la palingenesi sembrava la norma, ma mi sembra eccezionalmente anacronistica e disperata oggi. Mi scuso per la riflessione forse troppo marcatamente filosofica…

  14. A Marco poi vorrei dire: benissimo la provocazione, ma questa non si fa dando “i numeri”. Non so chi sia stato il tuo maestro, ma che senso ha dire cose che si sa essere sbagliate? La provocazione puoi farla sostenendo tesi forti, anche -perché no- prendendo un po’ in giro i tuoi interlocutori, ma se spari delle balle alla fine rischi solo di rendere le tue parole risibili…Poi questo sito viene frequentato da molte persone che conoscono i dati…La luna consiglia: prudenza…

  15. Cari Marco Carapezza e fido,
    mi pare quindi concordiamo che ci sia una tendenza al localismo insita nella mentalita’ accademia italiana. Tendenza che e’ poi favorita (ma non causata) da fattori esterni quali punti organico, stipendi bassi, burocrazia concorsuale etc…

    ora pero’ vorrei fare un passo oltre e vi chiedo: “quale soluzione?”. Cosa pensate voi possa favorire un cambio di forma mentis nella nostra Accademia. E mi riferisco in primis alla forma mentis dei reclutatori (di coloro che bandiscono il posto), dei Consigli di Dipartimento che allocano le risorse, dei commissari che giudicano…

    Perche’, credetemi, e’ li’ che sta la battaglia. Una volta creata una cultura del reclutamento aperto, del talent scouting, si sentira’ il bisogno di: concorsi meno burocratici (elenchi degli elenchi, tasse da pagare, firme digitali, PEC, pacchi cartacei, orali asorpresa non retrinuiti) di salari che attirino, di ricostruzioni di crriera per attirare i top.

    Ma se non si crea la cultura all’apertura, aumentare il salario, o ridurre la burocrazia non servira’ a nulla.
    Gia’ oggi, nonostante tutto, ai concorsi si presentano almeno una decina di candidati, spesso da diverse sedi e dall’estero. Eppure vince sempre il candidato locale, e’ sempre lui il piu’ “qualificato” contro ogni ragionevole statistica.

    • io vorrei essere ottimista e futurista è quindi vi invito ad aprire un nuovo argomento “l’università che mi immagino nei prossimi 20 anni…”:
      Quando ovviamente:
      a) il reclutamento dei docenti non sarà mai più cambiato, quelli che entreranno oggi avranno aumenti di stipendio e/o di carriera praticamente automatici, la totale discrezionalità nell’assegnare borse di studio e contrattini ad amici e conoscenti.
      b) Gli studenti continueranno ad essere bloccati nella università di prima iscrizione senza poter far valere automaticamente i loro esami nelle altre sedi accademiche europee e senza potersi scegliere i docenti che voglio loro.
      L’e-learning e le lezioni streaming saranno bandite e/o al massimo limitate alle sole università “Wikipedia” e solo per gli studenti che non potranno pagarsi una camera a nero o vivere in una città universitaria.
      Poi il più importante di tutti…. i concorsi per il reclutamento dei futuri docenti:
      c) I concorsi dei futuri docenti la legge del 2035 obbligherà i RegniAtenei a fare concorsi esclusivamente per chiamata diretta nominale attraverso la sola selezione interna dell’Ateneo e ovviamente tra i soli candidati Idonei che saranno stati resi tali perché o figli di reincroci studenti/professori e/o imparentati fino al massimo al 3 grado di parentela con i docenti sopra indicati… sempre che gli aspiranti docenti lo abbiano meritato, dimostrando attraverso lettere siglate con ceralacca che hanno servito il RegnoAteneo (laurea, phd, contratti, borse) per almeno 15 anni, ovviamente sempre come schiavi.
      ……………………………..fine della parte seria………….

      Una riflessione personale….bei tempi quelli del feudalesimo universitario…. ben prima della rivoluzione di wikipedia, quando un docente entrava in classe e insegnava la sua dottrina, si dovevano venerare e si tramandavano le sue dispense/libri e agli esami prima di poter accedere a sua Maestà il professore dovevi aver debellato file di assistenti non pagati che stavano ore ad interrogarti sulla religione del loro docente.
      …meditate gente meditate…

    • Caro Pino, siamo d’accordo.
      La tendenza al localismo è insita nella mentalità accademica italiana. Ma modificare le mentalità è davvero difficile e richiede tempi lunghi. Credo, invece, che norme ben fatte ( e se ne potrebbero proporre parecchie) possano servire allo scopo per evitare che come scrivi tu il candidato locale “sia sempre il più qualificato”. ma evidentemente non siamo in molti a pensare che questa battaglia sia centrale per la nostra università.

    • Caro Pino, soluzioni in tasca non ne ho e penso nessuno ne abbia. Mi sembra senza speranza imporre la mobilita’ per legge a chi e’ gia’ attaccato come una patella sullo scoglio alla sua Universita’. Proverei invece ad agire sulle nuove generazioni, come ad esempio:
      – niente dottorato dove ci si e’ laureati;
      – niente posto di ricercatore TD dove ci si e’ laureati o dottorati.
      Non ha effetti immediati ma alla lunga formera’ una generazione di gente che un po’ di mondo l’ha visto.

    • Caro Paolo, la proposta da te fatta potrebbe essere interessante, ma se non si cambia ai vertici non è comunque realizzabile.
      Infine, con la scusa del “troppo difficile”, si pensa di attuare una giusta metodologia solo con le “nuove leve”; cercare di cambiare le cose per tutti, soprattutto per i “vecchi”, è così un’utopia?

  16. Maestro? Allievo?
    Roba d’altri tempi.
    Accendo Wikipedia e non trovo più parenti.
    Che bello ‘sto futuro,
    da schermi circondato:
    adesso per studiare me ne sto spaparanzato!
    Fatica non ne faccio e libri non ne voglio.
    Arriva a casa un foglio,
    con scritto “laureato”.

    • Il lavoro del futuro non sarà più per vecchi laureati,
      dal tempo consumati tra le aule e biblioteche,
      sarà questo lavoro per i soli giovani sempre collegati,
      che non lavoreranno per un cartellino ma per un obiettivino,
      che non avranno più una sola scrivania ma mille desktop e una emailina,
      i loro libri son PDF ma la fatica non gli manca,
      perché è sapessi quanto è difficile saper più di wikipedia,
      con il foglio “laureato” (in italia) ci faranno un bel quadrotto (al muro),
      da meter su linkedin dove cercheranno un lavoretto,
      non semetteranno mai di studiare e avranno un master (vero) all’estero acquisito,
      sapranno parlar l’inglese e nelle conference call dei leader,
      presentano il loro lavoro non muovendosi di un metro,
      e se te Stato invece di pagare i bidelli i bibliotecari mi dai la banda larga,
      Mettiamo su un Ecampus eci paghiamo tutti a ore,
      si mio caro professore,
      io sono assai gentile nel dire che di cultura del “passato” ci si può anche morire…..
      nel mondo del passato il lavoro lo hai solo “cercato” adesso nel futuro il lavoro va “creato”,
      finita la storiella,
      mi fa piacere assai buttare anche in burla una cosa seria assai.

      ….meditate gente meditate….

  17. Medito, ma non sono più sicuro di cosa è ironico (non nel senso di ossetico orientale) e cosa no… Le Biblioteche e i PDF, i Bibliotecarî (veri) e la Banda Larga non sono in contrapposizione, parlare l’inglese è senz’altro un progresso (soprattutto rispetto alla situazione attuale in cui molti semplicemente si illudono di saperlo fare), ma anche il tedesco è altrettanto importante e progressivamente russo, arabo, cinese ecc., no? Piuttosto, un paradosso è che, insieme all’enorme aumento di disponibilità bibliografiche grazie a Internet, è anche cambiato l’equilibrio del ‘consenso’ scientifico, per cui oggi bisogna difendersi anche dagli attacchi di una moltitudine di dilettanti psicopatici che stroncano chiunque non sia come loro (una specie di versione peggiorata dei vecchi tromboni)…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.