La ricerca scientifica è come un intricato labirinto con miriadi di strade e percorsi che il ricercatore deve esplorare per comprendere la natura. Spesso ci si imbatte in vicoli ciechi o in percorsi tortuosi che ci riportano al punto di partenza. Ma a volte, con un pizzico di fortuna, la tenacia e la curiosità dell’esploratore sono ricompensate dalla momentanea soddisfazione di trovare la via d’uscita. Momentanea, perché ogni nuova scoperta pone nuovi interrogativi, nuovi labirinti da affrontare…

Che  in Italia siano sempre meno coloro che “escono” dal labirinto, è ormai diventato un luogo comune, a prescindere che sia vero o meno. Ma c’è piuttosto da meravigliarsi che ancora ne “escano” così tanti, nonostante le poche risorse che il nostro paese ormai dedica alla ricerca scientifica. Per spiegare meglio questo paradosso, riflettiamo un attimo sulle strategie che  correntemente vengono messe in atto per aiutare i nostri ricercatori a trovare l’uscita del labirinto delle scienze.

 il_labirinto_planetario

Consideriamo un vero labirinto, chiuso ermeticamente, con una sola via di ingresso ed una sola uscita. Immettiamo dall’ingresso un gas rarefatto, facciamolo diffondere all’interno e aspettiamo. Dopo un certo tempo dall’uscita verranno fuori alcune molecole del gas. Non importa quanto sia complesso ed inestricabile quell’insieme di cunicoli, le molecole di un gas diffondono ed occupano tutti gli spazi accessibili in maniera uniforme. Per quanto sia casuale il loro moto, le molecole esplorano tutte le strade ed inevitabilmente un certo numero di esse trova la via di uscita. Le leggi della diffusione ci dicono poi che se raddoppiamo il numero delle molecole che entrano raddoppierà anche il numero di quelle che escono.

Purtroppo, il Ministero dei Labirinti Scientifici, a causa delle ristrettezze di bilancio, ha dovuto ridurre il turn-over delle molecole. Il numero di molecole che entrano nei nostri labirinti  è sempre più basso. D’altra parte all’estero grandi flussi di molecole continuano ad uscire dai labirinti e al Ministero si chiedono come fare per colmare la differenza. Ma poi nuove esigenze di bilancio inducono il governo a tagliare gli sprechi e si sa, ne parlano giornali e televisioni, i nostri labirinti producono già poco rispetto agli altri paesi, dunque sono uno spreco: tutte quelle molecole di gas che indugiano a girovagare per i meandri del labirinto sono uno spreco insostenibile a fronte delle poche che riescono ad uscire. Occorre una strategia!

Al Ministero dei Labirinti, per risparmiare sulle molecole di gas, decidono di chiudere gran parte dei cunicoli e vialetti secondari che fanno perdere intensità al flusso mainstream di molecole che scorre nei viali principali del labirinto. Dovendo molto risparmiare, decidono di chiudere tutte le strade “meno probabili” e di lasciare aperte al flusso molecolare solo le vie “più probabili”. Ma come fare a decidere quali percorsi lasciare aperti in un labirinto ancora inesplorato? E’ semplice! Il Ministero nomina un panel di “molecole esperte”, quelle molecole che in passato sono uscite da un labirinto, sicuramente sapranno suggerire dei criteri per individuare le vie d’uscita più probabili.

Forte di tale criterio statistico, individuate quelle poche vie “probabili”, il Ministero monta delle porte all’interno dei labirinti, chiude quasi tutte le strade, in modo da convogliare il flusso mainstream lungo i grossi viali. Il risultato è catastrofico: ad esclusione di pochi fortunati casi, la quasi totalità dei labirinti cessa di produrre molecole in uscita!

A dire il vero qualcosa fuoriesce ancora dai labirinti: le molecole riescono a diffondere anche sotto le porte che per fortuna non sono ermetiche. Diffondendo trovano la via d’uscita che era stata sbarrata. Ma è poca cosa rispetto alla produzione degli altri paesi.

Al Ministero non capiscono, ritengono che la colpa sia delle molecole fannullone che perdono tempo a girovagare a zig-zag invece di andare dritto verso l’uscita. D’altra parte ormai è noto che i nostri labirinti producono sempre meno rispetto a quelli degli altri, i giornali e le televisioni ne parlano, le nostre molecole perdono troppo tempo, fanno giri viziosi, indugiano, pretendono di passare sotto le porte invece di seguire il viale!

E poi, le ristrettezze di bilancio impongono nuovi tagli agli sprechi. E le nostre molecole non sono produttive in un’ottica aziendale: entrano in tante ma ne escono molto poche! Occorre incentivare la meritocrazia!

Il Ministero dei Labirinti Scientifici decide allora di rivolgersi all’ANVUM, Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Uscita delle Molecole, che ha il compito di valutare la capacità delle singole molecole di affrontare i meandri del labirinto.

Basta con gli sprechi! Largo alla meritocrazia! Lo scrivono anche i giornali!

L’ANVUM propone di far entrare nei labirinti solo le molecole migliori, e di tagliare il costo delle molecole fannullone. Ma come si selezionano le migliori?

L’ANVUM ha un’idea geniale: prendiamo solo le molecole che escono da un labirinto, quelle brave, ed iniettiamo solo quelle negli altri labirinti. Se sono uscite da un labirinto sapranno trovare la strada di uscita anche negli altri labirinti!

Il Ministero acconsente e istituisce l’abilitazione ministeriale per accedere ai labirinti.

Da quel momento in ogni labirinto viene iniettata una sola molecola abilitata, con una riduzione eccezionale dei costi.

Ma qualcosa va storto: nessuna delle (poche) molecole iniettate è stata vista uscire dai labirinti, ovvia conseguenza delle leggi della diffusione e della statistica. Leggi che non possono essere modificate con decreti ministeriali.

Tuttavia il sistema nazionale dei labirinti, inaspettatamente, continua a produrre un numero considerevole di molecole in uscita: vecchie molecole, non più iniettate ma rimaste a girovagare nei labirinti, non più supportate dal governo ma mosse avanti e indietro dalla loro energia termica, passando sotto le porte e da tutte le possibili aperture rimaste, ancora diffondono dall’uscita dei labirinti, nei tempi imposti dalle leggi della fisica. Ma quanto potrà durare ancora tutto ciò?

La metafora ha un’ovvia morale, ma qualcuno penserà che si sia esagerato un po’.

Qualcuno osserverà che la ricerca scientifica non procede in maniera casuale, ma sia sospinta dalla logica, l’intuizione, la fantasia e la competenza scientifica del ricercatore.

In realtà, a parità di condizioni, le ipotesi da esplorare che si presentano equamente plausibili

a un ricercatore sono veramente tante, forse infinite. Anche la ricerca è fatta di scelte, a volte

fortunate, a volte pessime. Ma è importante che tutte le strade siano esplorate perché spesso

l’innovazione proviene proprio da dove nessuno si aspettava. Se tutti seguissero la stessa strada le possibilità di sviluppo del pensiero scientifico sarebbero veramente remote.

La ricerca scientifica progredisce solo per il lavoro cumulativo di tantissimi scienziati meno noti che nell’ombra esplorano con curiosità e impegno tutte o quasi tutte le ipotesi percorribili, interagendo, comunicando, influenzandosi a vicenda. La grande scoperta nasce spesso da tale contesto, verrà magari attribuita a un singolo, ma è il frutto di un lavoro collettivo che sta alla base del progresso.

Il ricercatore che finisce in un vicolo cieco, che imbocca una strada rivelatasi infruttuosa,

non rappresenta uno spreco di risorse: quella strada andava comunque esplorata e il suo lavoro è stato utile per la collettività e per i suoi colleghi che seguiranno altre strade.

E’ aberrante paragonare all’ozio il lavoro infruttuoso di un ricercatore che pure ha lavorato con impegno, magari a un problema molto difficile, senza ottenere “prodotti” di ricerca apprezzabili nell’immediato.

E’ come in un labirinto: uscirne da soli è impossibile, ma se si è in molti a tentare qualcuno prima o poi troverà l’uscita, per la legge dei grandi numeri.

Sono i numeri che oggi più che mai mancano in Italia: solo aumentando fondi, ricercatori, docenti e studenti il sistema nazionale potrà essere competitivo a livello internazionale.

E pazienza se qualcuno apparentemente “perderà tempo” a pensare, forse dovremmo proprio tornare tutti a pensare.

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