In questi giorni, il settimanale “The Economist” ha individuato tre fattori di mutamento che stanno investendo le università: al primo posto, la crisi nel finanziamento, che ha scaricato costi sempre maggiori sugli studenti; in secondo luogo, la tendenza di buona parte dei governi a ridurre il finanziamento delle università, con Moody’s che paventa una “spirale della morte” di fallimenti; infine, la rivoluzione tecnologica, legata agli sviluppi della rete, che sta cambiando a fondo le modalità dell’insegnamento. In Italia, difensori dell’università dei bei tempi andati e cantori del modello corporate si stanno accapigliando sulle spoglie di qualcosa che potrebbe ben presto sparire del tutto. Accecati dalle rispettive intolleranze, non si rendono conto che, ancora una volta, il futuro è già qui e noi non siamo pronti.

Le università del nostro Paese stanno cambiando a causa di interventi legislativi e di innovazioni istituzionali. Allo stato attuale, l’impatto maggiore sulla vita quotidiana di docenti e ricercatori l’ha avuto la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione della ricerca (Anvur), cui la legislazione introdotta negli ultimi anni attribuisce competenze molteplici, che riguardano la valutazione della ricerca in senso stretto, ma si estendono anche al reclutamento e alla didattica. Chiunque frequenti l’ambiente accademico è al corrente delle vivaci polemiche che l’operato dell’Anvur ha scatenato. Un passaggio cruciale come dovrebbe essere quello di introdurre forme di accountability in un settore tradizionalmente geloso della propria autonomia è diventato purtroppo il fattore scatenante di una battaglia ideologica in cui non pochi hanno impiegato toni degni di miglior causa.

Alcuni aspetti discutibili nel disegno istituzionale dell’agenzia (che in molti casi opera di fatto come un organismo di policy, oltre che come un controllore), e non pochi errori che probabilmente si potevano evitare, hanno offerto il destro a chi voleva negare del tutto la legittimità della valutazione per mettere in discussione il principio stesso su cui essa si fonda. Al contrario, altri hanno fatto, non della valutazione, ma dell’operato dell’agenzia, un dogma che non è possibile mettere in discussione, pena la scomunica in quanto nemici del progresso. A poco più di tre anni dall’insediamento del Consiglio direttivo dell’Anvur sarebbe opportuno tirare le somme (in tutti i sensi, anche quelli più prosaici) e valutare ciò che si è fatto. Difficile, tuttavia, che ciò avvenga se non si esce dall’atmosfera di lotta tra il bene e il male che ha caratterizzato questi mesi.

Una pausa di riflessione, e un ripensamento complessivo del lavoro fatto fino ad ora, non solo nel campo della valutazione della ricerca, sarebbe particolarmente opportuno alla luce di cambiamenti di lungo periodo che stanno investendo tutte le università del mondo, di cui chi lavora in quelle italiane sembra far fatica a rendersi conto, probabilmente perché distratto dal clamore delle polemiche cui abbiamo accennato. Proprio in questi giorni, il settimanale “The Economist” (nel numero del 28 giugno) ha sintetizzato queste trasformazioni individuando tre fattori di mutamento principali che stanno investendo tutte le istituzioni di Higher Education del mondo, in misura diversa a seconda del livello di internazionalizzazione delle loro attività. Al primo posto c’è la crisi nel finanziamento, che ha visto molte delle università scaricare i costi sempre maggiori delle proprie attività sugli studenti. Lo strumento dei prestiti, che anche nel nostro Paese ha alcuni difensori molto attivi nel promuoverne la causa attraverso i mezzi d’informazione, comincia a mostrare i propri limiti, in una situazione in cui i guadagni dei futuri diplomati potrebbero essere insufficienti per onorare il debito contratto per pagarsi gli studi. Se si aggiunge a questo fatto la tendenza di buona parte dei governi dei Paesi sviluppati – sia di destra sia di sinistra – a ridurre le risorse destinate al finanziamento delle università, non è difficile rendersi conto che le prospettive per il futuro non sono confortanti.

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Nel lungo articolo pubblicato dall'”Economist” si riporta il parere di un’analista di Moody’s che si spinge fino al punto da paventare una “spirale della morte” di fallimenti, almeno per quelle università che non saranno in grado di reggere la pressione finanziaria. Infine, c’è la rivoluzione tecnologica legata agli sviluppi della rete, che sta cambiando a fondo i modi di trasmissione della conoscenza e le modalità dell’insegnamento. Non c’è bisogno di essere un fanatico dell’e-learning (io non lo sono affatto) per rendersi conto che oggi abbiamo accesso a una quantità di materiali (lezioni, conferenze, corsi interi, strumenti per la didattica) che un tempo erano fuori dalla portata di chiunque non fosse nelle immediate vicinanze, o non fosse comunque in grado di procurarsi (con dispiego di tempo e risorse) riproduzioni artigianali di tali contenuti.

Non per la prima volta, in questo Paese, corriamo il rischio di continuare a combattere una guerra finita e di farci cogliere impreparati da un nuovo conflitto che si profila all’orizzonte. Difensori dell’università dei bei tempi andati e cantori del modello corporate che si è imposto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso si stanno accapigliando sulle spoglie di qualcosa che potrebbe ben presto sparire del tutto. Accecati dalle rispettive intolleranze non si rendono conto che, ancora una volta, il futuro è già qui, e noi non siamo pronti.

Pubblicato sul sito de Il Mulino

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20 Commenti

  1. Interessante notare che nei momenti di crisi un po’ tutti i governi hanno reagito allo stesso modo.
    Secondo me sbagliando, come ad esempio il governo inglese che ha tagliato 6 mila sterline di contributo (a studente) da un anno all’altro scaricando questo corso sui famosi prestiti, che un UK non si pagano se non guadagni oltre una certa soglia.
    Morale della favola, adesso si stanno facendo i conti con il fatto che sempre piu’ studenti non riescono (o non devono) ripagare il mutuo perche’ non guadagnano abbastanza e lo stato deve pagare al posto loro le banche…

    • L’e-learning potrebbe diventare, in futuro, l’ultima frontiera della libera docenza. Gia’ oggi molti studenti mi dicono che imparano molto su youtube.

    • Purtroppo chi redige i piani di studio dei corsi di laurea spesso e volentieri non è all’altezza del proprio fondamentale compito, e vengono fuori dei percorsi non del tutto soddisfacenti. Questo quando “là fuori” ci sono materiali di elevata qualità disponibili gratis.

  2. Grazie per l’interessante articolo, che mi lascia però perplessa in diversi punti.
    Purtroppo si ripropone la critica all’operato dell’Anvur come una lotta fra il bene dell’autonomia, intesa però nel senso di rifiuto della valutazione, e il male della volontà di valutazione imposta da enti “terzi” (non vero, fra l’altro, come si sa). Non è così, e’ stato ripetuto qui spesso che la critica non è alla valutazione in se’, che molti accademici ritengono invece utile, ma è rivolta alle modalità con le quali questa e’ stata proposta e realizzata in Italia.
    A questo c’è da aggiungere che una valutazione di qualità può essere utile per il miglioramento generale del sistema e/o può rendersi necessaria per operare una selezione restrittiva in caso di risorse insufficienti. Nel nostro caso, si è trattato purtroppo nei fatti di privilegiare il secondo obiettivo, con dichiarazioni degne a volte di mobbing, come e’ stato denunciato qui. Ma, mentre l’obiettivo del miglioramento di sistema e’ sempre buono e giusto, il secondo obiettivo può rispondere a logiche di scelta politica non sempre condivisibili.
    Il fatto di tagliare i fondi per l’educazione si è rivelata in molti casi una scelta prevalentemente politica, almeno nella misura in cui poi è stata attuata.
    Questa scelta ha avuto conseguenze diverse a seconda dei sistemi educativi, politici e sociali dei diversi paesi. L’articolo riporta dati di paesi anglosassoni, dove le rette universitarie sono anche molto alte e i costi di sostentamento di molte università pure. A fronte dei tagli, la politica e’ stata quella di aumentare i costi delle rette, come si vede dal grafico, con la conseguenza di rendere nei fatti poco o per nulla accessibile l’ingresso alle categorie meno abbienti, e di privilegiare le elite, o meglio i loro figli. Che la soluzione possibile sia poi a volte non la migliore, e cioè i MOOC, non sorprende quindi più di tanto.
    Da noi a quanto pare Renzi ha dichiarato nel programma un approccio simile, parlando anche di fare accordi fra università e banche: quella sopra diventa una delle brutte conseguenze possibili.
    Venendo proprio ai MOOC, non li conosco nello specifico, ma l’idea dei corsi a distanza non è affatto nuova, ha 20 anni forse ormai. Anch’io ho tenuto qualche corso e fatto esami per il vecchio Nettuno (Network per l’università ovunque) che poi è stato realizzato fisicamente con le università telematiche. Nessuno di questi sistemi ha ancora minato realmente l’esistenza delle università come centri vitali del sapere, vitali perché sono vere e proprie comunità di persone che si scambiano conoscenze ed esperienze.
    L’università è antica, ma non è vero che è rimasta uguale nei secoli dai tempi di Aristotele e tuttora nella già menzionatissima Cina, l’investimento nella creazione di centri (fisici) universitari di livello corrisponde ai numeri che si leggono nell’articolo stesso.
    Mi viene da dire allora che il futuro non è qui in molti casi e che dobbiamo essere pronti anche a questo.

  3. L’articolo di Ricciardi ha il merito di porre all’attenzione del dibattito la questione forse più rilevante con cui i sistemi universitari di tutto il mondo dovranno confrontarsi. L’integrazione di multiple piattaforme tecnologiche consente già oggi e in misura molto superiore lo consentira’ in futuro, di superare la necessita’ di localizzazione fisica oltre a molte altre delle forme storicamente consolidate di insegnamento.
    Questo potrebbe portare rapidamente alla “deregulation” del sistema per consentire di mettere sul mercato prodotti “educativi” differenziati, personalizzati, altamente standardizzati. Una pluralità’ di offerta che non significhera’ affatto una offerta più’ democratica, infatti come accaduto per molti altri settori, dopo una fase di pluralismo disordinato ci sara’ una concentrazione dei prodotti educativi in poche mani.
    In Italia probabilmente saremo toccati con ritardo perché il nostro sistema di educazione superiore non dipende dal mercato come in USA e in misura minore in UK, ma poi la necessita dei governi di tagliare la spesa pubblica, soprattutto nel welfare toccherà’ anche noi.
    In questo quadro l’accreditamento diventerà’ qualcosa che assomiglierà’ molto alle attuali agenzie di ratings, ovvero espressioni dei “poteri forti” del mercato.
    A mio avviso questo quadro si troverà’ di fronte diverse contraddizioni

    1- staticità del sapere, riprodotto e trasmesso ma non innovato, poiché diminuirebbe enormemente la massa critica di ricercatori cioè’ dei produttori di nuove conoscenze
    2- dopo un periodo transitorio mancanza di base di reclutamento di docenza qualificata, infatti il sistema richiederebbe pochissimi docenti appartenenti allo star system ed eliminerebbe il grosso della categoria.
    Quali giovani vorrebbero entrare un sistema in cui solo “uno su mille ce la fa”? Dopo poco tempo la contrazione della base di reclutamento potrebbe portare ad un abbassamento della qualità’ dei punti di massimo.
    3-la mancata risoluzione della contraddizione tra conoscenza / nozione con un forte rischio di eliminazione del “sapere critico”

  4. Spinta dalla curiosità (il fattore imponderabile del discente, di Fausto De Biase 🙂 ) mi sono andata a vedere un po’ di commenti sull'”università del futuro” e mi è venuto effettivamente il dubbio che qui da noi qualcuno vo’ fa’ l’americano, di nuovo.
    Ecco qui la teorizzazione del nuovo modello americano di università, che si realizzerebbe nei prossimi 15 anni:
    http://www.the-american-interest.com/articles/2012/12/11/the-end-of-the-university-as-we-know-it/
    In sostanza, dopo la bolla immobiliare che ha dato origine alla crisi che stiamo sperimentando (la peggiore dopo quella del ’29), si prevede in America la bolla dei college universitari, a causa dei debiti che sempre più famiglie stanno contraendo per sostenere gli studi dei figli nelle sempre più costose università.
    Per questo, l’autore prevede che resteranno in vita solo poche università del calibro di Harvard, MIT, Stanford, Princeton ecc… le quali faranno corsi interni per elite (di ricchi, principalemte) e corsi democratici MOOC per milioni di altri studenti che prenderanno un degree a parte, ma sempre sulla base di corsi erogati dalle università più prestigiose del mondo. Questo significherà sancire la differenza tra learning e research university, perché gli altri professori (schiacciati dalla concorrenza dei super-professori) smetteranno di esserlo e si dedicheranno solo alla ricerca. Una ricerca che però dovrà essere principalmente market-oriented e quindi valutata in base al rapporto funzionale col tessuto aziendale.
    Sembrano discorsi già sentiti anche qui: è questa la finalità, dunque?
    I vantaggi sembrano essere una sostanziale democratizzazione del sapere, aggratis (cioè, fino ad un certo punto, se deve essere riconosciuto ufficialmente), e il fatto che molti professori potranno finalmente dedicarsi soltanto alla ricerca e non “sprecare” più il loro tempo ad insegnare.
    Gli svantaggi sarebbero invece la perdita del rapporto studente-docente come lo conosciamo (qualcuno in effetti potrebbe non rimpiangerlo, per carità) e quella di tutta la socialità legata alla partecipazione alla (reale) comunità universitaria, che diventerebbe solo virtuale per la creazione di social network universitari dove si scambiano idee, ecc… sui singoli corsi.
    L’esperienza universitaria diventerebbe quindi una specie di “second life” (il famoso gioco sulla vita virtuale da crearsi comodamente seduti sul divano di casa), ma non più “second”, fatta di un misto di Wikipedia, Youtube e Facebook.
    Non so perché mi torna in mente “Wall-E”, della Disney-Pixar (Steve Jobs!), che io amo molto, anche per la bellissima colonna sonora che è una specie di revival anni ’60 nel 2800:
    https://www.youtube.com/watch?v=_xToQ4cIHkk
    Sono un’amante di internet e delle tecnologie, leggo solo e-book, affitto film su i-Tunes, vorrei che i miei figli a scuola portassero e-reader invece che chili di libri e che usassero lavagne multimediali per vedere “oltre l’aula”, ma non sono per la sostituzione completa dell’elemento umano, quando questo ha un ruolo insostituibile.
    Poi per fortuna si legge ancora di chi la pensa in questo modo:
    http://www.universityworldnews.com/article.php?story=20130911143403554
    Vedremo chi avrà ragione, ma non sarei così sicura che in certi casi chi vincerà avrà vinto davvero.

  5. Cari colleghi e care colleghe,

    l’ articolo dell’Economist (http://www.economist.com/news/briefing/21605899-staid-higher-education-business-about-experience-welcome-earthquake-digital) a me sembra un tentativo di rilanciare iniziative che stentano a decollare e una forma di pubblicita’ ad alcune societa’ (come Udacity o Coursera). Cio’ include lo stantio argomento che le universita’ non sono cambiate dai tempi di Aristotele.

    L’articolo e’ particolarmente sbilanciato sui sistemi universitari britannico e statunitense. Inoltre non considera almeno i seguenti punti:

    1. le universita’ non sono solo esamifici, ma anche centri di ricerca (e cio’ e’ vero anche negli USA e nel Regno Unito);

    2. sono in attesa di vedere un MOOC di fisica sperimentale. In altre parole ci sono corsi di laurea, come fisica, chimica, biologia, ingegneria, medicina, ecc. con corsi di laboratorio non facilmente riproducibili on-line;

    3. anche considerando la possibilita’ di una formazione universitaria di base on-line in altre discipline, come la matematica, come si possono trasmettere i “trucchi del mestiere” agli studenti senza un’interazione faccia a faccia?

    In definitiva, secondo me, quella spacciata in questi anni per una grande novita’ e’ solo una rivisitazione della Open University (http://www.open.ac.uk/) attiva dal 1969 o della vecchia Scuola Radio-Elettra (http://www.scuolaradioelettra.it/), attiva dal 1951 e che mi sembra anche piu’ avanzata, perche’ tenta di rispondere all’obiezione 2 inviando kit di elettronica (l’obiezione 2 pero’ rimane valida, perche’ non si possono mandare a casa kit per l’autocostruzione di uno spettroscopio NMR, mentre si puo’ farlo usare agli studenti in una sede universitaria tradizionale).

    Cordiali saluti

    Enrico Scalas

  6. L’articolo ben focalizza alcuni aspetti (rimando al riassunto), molto meno altri. Crisi economica, finanziamenti in calo, uso e misuso delle nuove tecnologie, uso e soprattutto misuso delle valutazioni e degli accreditamenti non esauriscono il quadro, la cui cornice è politica e questo andrebbe ribadito. Tutto il resto ne deriva, non per legge della natura, ma per scelte operate o per processi non monitorati, volutamente o meno. Mi permetto perciò di citare questi altri due articoli, di cui il secondo descrive un problema presente nel primo, portato alle sue quasi estreme conseguenze.

    “Criticism that there is less autonomy and more state interference in university affairs has been voiced this year by many university leaders and experts, while teaching staff believe their democratic influence will fade within the more complex hierarchical structures.”

    Ci riconosciamo? Tuttavia non si tratta dell’Italia ma della Francia. Titolo: “Crunch time for French universities”; http://www.universityworldnews.com/article.php?story=20140710170406186

    Ma succede di ben peggio: ” Thailand. Junta is still threatening academics during ‘talks’ “; http://www.universityworldnews.com/article.php?story=2014070916510040

    Forse occorrerebbe rileggersi Foucault.

  7. L’articolo dell’Economist sollecita sicuramente interessanti riflessioni. A mio avviso, la previsione sul futuro dell’università in esso proposta sconta però alcune debolezze.
    In primo luogo, si assume che valga l’ipotesi dell’imperativismo tecnologico, secondo la quale basta una nuova tecnologia per modificare comportamenti e modelli sociali. Tale ipotesi è stata più volte smentita, in quanto senza un consenso o una legittimazione politica e normativa, le nuove tecnologie vengono spesso respinte e marginalizzate (si veda UBER).
    In secondo luogo, si assume che il sistema universitario sia una organizzazione “tipo macchina automatica”, per cui l’adozione di una tecnologia che enfatizzi l’automatismo consentendo standardizzazione, efficienza e qualità di tipo tayloristico e/o industriale avrà sicuramente successo e modificherà l’università proprio perchè ne migliora il funzionamento intrinseco. Anche tale ipotesi è discutibile, in quanto le università sono centri dove il pensiero e le idee si formano e si distruggono, secondo processi difficilmente standardizzabili ex ante. Dunque non sono intrinsecamente “macchine”, ma “cervelli” e infatti il loro funzionamento, in tutto il mondo, è stato già modificato in maniera assolutamente non prevista da nuove tecnologie di coordinamento e scambio di conoscenze, come skype, e.mail, siti intranet, open access, groupware, piattaforme multimediali, ecc. ecc. Anzi spesso proprio nelle università le nuove tecnologie sono nate e con spin off accademici si sono diffuse sui mercati.
    In terzo luogo, si ipotizza che i first mover nei MOOC cresceranno e diventeranno cosi’ grandi da dominare il mercato, eliminando gli altri atenei. Sembra di rivedere le fabbriche del primo novecento basate sulle economie di scala e sul taylorismo. Quello che invece si osserva da tempo è che le tecnologie ICT sono replicabili ed imitabili, dato che il loro costo progressivamente si riduce negli anni. Anche un ateneo delle Maldive (!!) se sostenuto da adeguati finanziamenti (si vedano le telematiche in Italia) potrà aumentare il numero di studenti con i MOOC. Dunque il vantaggio competitivo di Harvard, MIT, Oxford ecc non si baserà certo sulle tecnologie, sulla riduzione di costi e sul “gigantismo industriale”, ma sul mix di competenze istituzionali e scientifiche difficilmente replicabili che sono e saranno in essi combinate in modo originale.
    In conclusione, le nuove tecnologie sicuramente eserciteranno un effetto ma non nel senso NEO TAYLORISTICO immaginato dall’articolo. Neanche nelle aziende manifatturiere ormai le ICT sono utilizzate per produrre prodotti standard a basso costo, in quanto non è in questo modo che si conseguono vantaggi durevoli (il basso costo, si imita).
    Una politica di sviluppo serio del sistema universitario deve ovviamente considerare le ICT, l’e.learning, ecc. ecc. ma alla fine non dovrebbe puntare su modelli di università automatizzati in cui le ICT consolidano la burocratizzazione (tipo AVA) e l’uniformità di pensiero (tutti seguono le lezioni di un solo professore), ma dovrebbe incentivare forme universitarie innovative che possono ricombinare le competenze e le tecnologie per innovare contenuti, forme e metodi della ricerca e dell’insegnamento.
    Se il Governo di un paese (tipo Italia) puntasse su un sistema universitario controllabile e standardizzabile mediante le nuove tecnologie, si ritroverebbe un modello che dopo qualche anno non sarebbe più utile, perchè incapace di innovarsi ed innovare.
    Il pericolo che deriva dall’aderire alla visione proposta dall’articolo è invece proprio di legittimare la attuale italiana visione burocratica e neo taylorista dell’università, per cui alla frase “e’ l’europa che ce lo chiede” si aggiungerebbe “sono le nuove tecnologie a richiederlo” con la conseguenza che chi invece propone forme diverse,eterogenee, mutevoli e autonome di università verrebbe considerato contrario al progresso, in una logica quasi “modernista futurista”, che ricordiamolo, in un certo momento incitava alla guerra come “pulizia sociale”.

  8. Giusto per avere un riferimento anti burocratico e anti AVA di università, si può citare il MIT Media Lab in cui si segue una prospettiva ANTIDISCIPLINARE, si veda

    http://www.media.mit.edu/files/overview.pdf

    C’è un corso che si chiama: How To Make (almost) Anything

    Insomma, se invece di sprecare energie e risorse mentali sull’AVA, il governo promuovesse tali forme di università, innovative, destrutturate, ricombinatorie, non saremmo tutti più felici?

    PS: il MIT media lab funziona con 45 milioni di $ annui, con circa 250 persone più o meno.

  9. Leggevo poco fa un vecchio articolo del Prof.Coniglione che destò tante polemiche sulle università telematiche, alcune fondate altre dettate dall’ignoranza e dalla superficialità. Come scrissi, credo che il futuro dell’istruzione sia blended, non sono a favore delle pure strutture telematiche come non lo sono a favore del “vecchio stampo”(per carità medioevo puro). La cosa che forse tanti non hanno compreso è che istituzioni storiche e potenti come ad esempio la Sapienza etc, potrebbero diventare cento volte più importanti e forti adottando un modello didattico blended ben fatto. Una lezione potrebbe essere tenuta di fronte a 50.000 studenti, magari anche solo tutti italiani, in diretta,con possibilità di interagire tra prof e studenti. Sarebbe credo fantastico per chi opera nel settore. Non parlerei di futuro ma di presente. Personalmente ho potuto constatare più volte sulla mia pelle l’arretratezza del sistema Italia, ormai allo sfascio totale. Ad esempio nel sistema sanitario…ho avuto una diagnosi via skype su una rara malattia dopo aver inviato le mie rmn via posta negli Stati Uniti al costo di 350,00 euro, due anni fa. Ripeto è il presente non è il futuro, già il mondo si muove così, in alcune zone, le più evolute. Qui per contattare un medico bisogna ancora chiedere spesso l’autorizzazione al Papa, fra l’altro mondo accademico e sanitario sono ben vicini in Italia ed è per questo che faccio questo esempio, perchè l’Università non si ferma al solo mondo “didattico” è un sistema più ampio che ha ripercussioni sulla vita fuori dagli atenei. Basta pensare al numero chiuso, che non fa altro che creare una casta di montati senza merito(perchè il merito non si stabilisce da due test a scelta multipla e credo sia evidente a chiunque) e se continueranno così fra un pò cureranno solo loro stessi perchè saranno capaci di ascoltare solo loro stessi ed i propri compagni “eletti” da un test di ammissione che nulla a che vedere con le reali competenze sul campo.

  10. Quello che voglio aggiungere è che si può fare OGGI, si può fare domani mattina. Si possono inserire telecamere nelle aule degli atenei,sviluppare piattaforme on line di grande qualità a costi secondo me “non eccessivi” perchè le risorse informatiche sono ovunque, iniziare a fornire lezioni in diretta streaming e in videolezione registrata(lo fa la Marconi ad es. e lo fa il Politecnico di Torino da anni, basta andare sul suo sito). Si può fare e basta volerlo. Organizzare corsi di fisica secondo me, che sono un laureato in ingegneria della Marconi, si può fare tranquillamente, davanti ad una telecamera si può spiegare tutto, fare anche dei laboratori(li fa sempre il polito, oggi).Per latree applicazioni ci vorrà sempre la pratica. Secondo me una buona università di Ing. ad esempio oggi deve fornire la maggior parte della didattica on linee chiedere agli studenti attività pratiche serie, formandoli professionalmente allo stesso tempo. Università dinamiche e di livello notevolmente superiore alle attuali(sia tradizionali che on line). Quanto al contatto umano…sinceramente non vedo perchè una piattaforma on line di alta qualità elimini questo rapporto, si non ci si può toccare fisicamente ma si possono scambiare tutte quelle opinioni pareri ed anche “emozioni” che un contatto diretto può dare, con piccole limitazioni

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