Fin dal mio ingresso nell’università come studente (era la calda fine degli anni ’60), poi come docente e responsabile di dipartimento e di facoltà, sono stato uno strenuo difensore dell’università ‘pubblica’ contro l’invasione dei ‘privati’ (mi riferisco qui ad aziende o associazioni convenzionate, non ad altri atenei non statali).

Pur senza dichiararmi pentito in linea di principio, devo però ammettere che col tempo, e con l’esperienza, ho imparato a distinguere tra privati che ‘prendono’ (persone, risorse, prestigio, know how) dall’università pubblica, e cercano di fagocitarla in disegni di potere che bisogna continuare a combattere, e privati che collaborano realmente e onestamente su progetti di ricerca e intervento che l’università pubblica non potrebbe portare avanti da sola.

Ci sono collaborazioni con privati che danno possibilità non solo di supporto finanziario ma anche tecnologico e di ricerca avanzata impossibile con mezzi propri.

Le convenzioni con aziende ed enti – per stage e tirocini – con i loro ritorni in termini di professionalizzazione degli studenti e di disseminazione del sapere scientifico, consentono di rendere l’università aperta e ‘socialmente utile’ anziché chiusa nella sua fortezza vuota e impegnata solo a sfornare laureati senza futuro professionale o a conteggiare mediane ‘accademicamente utili’ per fare carriera (che peraltro è sempre più una chimera).

Il discorso è tanto più attuale in un momento in cui i fondi ministeriali si riducono a zero, e le norme stesse invitano a cercare convenzioni e fondi dai privati anche per l’ordinaria amministrazione; e nei consigli d’amministrazione entrano in quantità esponenti della ‘società civile’, che spesso però tanto civili non sono (e contro i quali pochi si pronunciano, gli altri magari pensano di trarne qualche beneficio clientelare).

Il problema è trattare correttamente con i privati, non farsene scudo per portare interessi spuri dentro l’università; lavorare perché dagli accordi derivi un vantaggio per tutta l’università, e non solo per alcuni e per certi settori; fare in modo che questo processo sia controllato e verificato costantemente dagli organi collegiali, in primo luogo dai senati accademici e dai nuclei di valutazione, oltre che dalla componente studentesca e dei non docenti che pure devono partecipare attivamente alla gestione dell’apertura alle risorse esterne.

Il ‘matrimonio’ col privato non deve essere un matrimonio d’interesse, ma neanche venire ostacolato per principio da chi lo teme sul piano emotivo, o peggio demonizza il matrimonio formalizzato perché pensa ad altre convivenze, magari nascoste e irregolari. Non è un mistero che in certi dipartimenti alcuni dei più strenui difensori del ‘pubblico’ fanno i soldi sottobanco nel privato: cioè traggono vantaggi ‘privati’ mentre negano l’utilità di quelli ‘pubblicizzabili’.

Il rapporto fra i potenziali partner dev’essere reso trasparente, controllato, soprattutto aperto ad una distribuzione degli “utili” a tutta la comunità accademica: una ripartizione che sia programmata in via regolamentare e che torni a beneficio di tutti, anche delle categorie di personale – docenti, amministrativi, studenti – che non partecipano direttamente alle convenzioni esterne perché appartenenti a settori in cui queste convenzioni sono poco fattibili. Ma proprio dalla ripartizione generalizzata degli utili delle convenzioni stipulate nell’ateneo tutti gli ambiti possono avere ricadute benefiche, in termini di finanziamenti per ricerca o per posti, in periodi di vacche magre (anzi quasi stecchite).

Con occhi bene aperti per evitare strumentalizzazioni, e perché ne risulti un vantaggio per tutti; ma senza remore pregiudiziali – per quanto in buona fede – da parte di nessuno.

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