Nell’introdurre il convegno organizzato il 21 marzo 2012 a Roma dal PD su La valutazione della ricerca in ambito umanistico  il deputato Eugenio Mazzarella, ordinario di filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha toccato alcuni punti chiave che si inseriscono più che appropriatamente nel dibattito attuale intorno al destino delle discipline umanistiche e alla loro valutazione. Se quest’ultima non soltanto non è più eludibile, ma anzi appare quanto mai indispensabile se si vuole davvero ricostruire l’università italiana, è essenziale che la discussione verta non soltanto su come essa debba avvenire ma anche e soprattutto quali siano le sue finalità e le sue possibili ricadute.

Mazzarella ha giustamente sottolineato come nel caso delle discipline umanistiche  e della cultura più in generale gli “oggetti” da valutare non siano “brevettabili”, e cioè misurabili per esempio in termini di immediata ricaduta economica, ma vadano considerati piuttosto come “tecnologie sociali”, e cioè per la loro capacità di contribuire all’identità stessa di un paese.

L’osservazione appare quanto mai calzante e meritoria di approfondimento se si tiene conto della piega che il dibattito intorno alla valorizzazione del patrimonio culturale ha preso a partire dal Manifesto per la costituente della Cultura pubblicato dal Sole 24Ore nel febbraio scorso (1). Come è stato sottolineato da più parti, il documento, condiviso e sottoscritto da molti, non appare scevro di ambiguità riguardo al modo di intendere il ruolo dello Stato nella valorizzazione e tutela del patrimonio culturale del nostro paese.

Il richiamo a concetti quali complementarietà o sussidiarietà (accolto quest’ultimo nel trattato di Maastricht del 1992 ma anche pilastro della dottrina sociale della Chiesa), da un lato, e la persistente confusione tra storia e memoria nei discorsi e negli “eventi” pubblici, dall’altro, sono la spia di una percezione della cultura intesa non come costruzione di comunità riflessive, aperte e tolleranti in un rapporto di scambio democratico tra cittadini, istituzioni e luoghi di produzione culturale, ma piuttosto come mero strumento di trasmissione o adesione a tradizioni e valori locali o “nazionali” uniformi  e ideologicamente preformati (2).

E’ soltanto a partire da considerazioni più generali e cioè nel quadro di un progetto culturale e politico più ampio che dovrebbe situarsi la discussione intorno alla valutazione dell’attività di ricerca nell’università  proprio nel campo umanistico. Mazzarella ha giustamente suggerito di interrogarsi sul quel “secondo livello” di valutazione e cioè sul cosa fare quando affioreranno  delle “zone d’ombra”, dei vuoti, delle mancanze di contributi rilevanti alla ricerca. Anche qui l’allusione, mi pare, al tema rilevantissimo del destino  complessivo dei dipartimenti ed atenei sottoposti alla valutazione appare quanto mai appropriata, e tuttavia, salvo qualche eccezione, non è  stata raccolta nella discussione che è seguita all’intervento di Mazzarella.  Molti relatori si sono concentrati – anche perché questo era stato l’invito da parte degli organizzatori del convegno – sul tema specifico della valutazione delle Humanities in termini di criteri, ranking/rating delle riviste, distiguo tra diverse discipline, criteri bibliometrici e/o di peer review.

Insomma, è emersa tutta una “contabilità” della ricerca, anche interessante, nella quale però sembra che sia sfuggito quello che dovrebbe essere il vero oggetto di discussione. Sintomatico il fatto che nessuno  abbia parlato per esempio di “innovazione” (metodologia, storiografica etc.) come uno dei criteri chiave per valutare un contributo scientifico. Chi ne ha parlato, alla fine, è stato invece il ministro, nel momento in cui ha parlato di “social innovation” come uno dei punti da integrare a Horizon proprio per sostenere e valorizzare il ruolo delle discipline umanistiche e delle scienze sociali.

Più in generale quel “che fare?” è rimasto come sospeso nel vuoto, come se non sia interesse e compito non solo della politica ma anche di chi in questo momento dialoga con essa discutere di strategie più generali di intervento sull’università.  O meglio, sicuramente se ne parla, e immaginiamo anche serratamente, ad altri e “alti” livelli. Anzi si può addirittura supporre che l’argomento sia o sarà oggetto di intense trattative: lo percepiamo nei frammenti di discussione che emergono tra rettori e presidenti di corsi di laurea impegnati progettare improbabili o artificiosi corsi di laurea interateneo  finalizzati non a una formazione più qualificata ma a mantenere in vita università medio-piccole dislocate sul territorio magari a distanza di poche decine di chilometri l’una dall’altra, con pochi studenti iscritti e molti docenti.

Uno spettacolo non meno desolante appare anche, in taluni casi, il tentativo di costruire progetti PRIN entro gli stretti (e iniqui) binari imposti dal ministero per l’ambito umanistico, progetti nei quali le concrete esigenze della ricerca, eventualmente anche di piccoli gruppi o addirittura individuali, sono dissolte in “carrozzoni” in cui ci si aggrega senza un vero costrutto pur di rimediare qualche spicciolo.

Se c’è qualcosa su cui sarebbe interessante discutere  e, per esempio, conoscere l’opinione non solo del PD ma anche del presidente della Crui, del Cun, del presidente dell’Anvur e del Ministro, è il senso di quella dichiarazione rilasciata dal responsabile della VQR Sergio Benedetto nel corso dell’intervista a Repubblica del 4 febbraio 2012, quando ha parlato di una valutazione che ha come ultimo fine quello di “far ripartire da zero” le università (3).  “Quando la valutazione sarà conclusa”, ha affermato Benedetto, “avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa”. Una frase forse sfuggita a Benedetto, che però ci illumina su un disegno strategico complessivo  del quale tuttavia si continua a non discutere. Si può essere per esempio anche d’accordo sull’introduzione di un principio di competizione tra gli atenei ma a patto che siano messi in condizione di farlo dalle medesime condizioni  di partenza.

Il rettore di Foggia Giuliano Volpe  in una lettera aperta al Ministro del 3 gennaio 2012 (firmata, tra gli altri, anche dal rettore dell’università di Bari, Corrado Petrocelli che era presente al convegno del PD) a questo proposito ha messo in luce come la valutazione di merito sui risultati conseguiti  possa essere falsata  dalle sperequazioni  nella  distribuzione dei finanziamenti ordinari di cui molti atenei del meridione soffrono da tempo (4). Ma anche su questo punto la discussione e il confronto pubblico, salvo alcune voci isolate, stentano a decollare. Lo stesso si può dire per quell’accenno, sempre di Benedetto, alla presunta seconda tappa della valutazione degli atenei, e cioè quella riguardante la didattica. Su questo punto, allo stato attuale della discussione, il silenzio è pressoché  assoluto. Eppure dovrebbe essere un tema determinante se davvero si vuole procedere a una ricostruzione virtuosa delle università italiane improntata sull’eccellenza e sul merito. E’ un tema delicato, che concerne il rapporto tra ricerca e didattica: siamo proprio certi che la seconda possa sopravvivere senza la prima? Come si troveranno quegli studiosi  e ricercatori eccellenti che per motivi spesso casuali, non dovuti cioè a demeriti personali ma a strategie complessive di lobby e cordate, si troveranno confinati in atenei di serie B, senza poter disporre di fondi adeguati di ricerca? Quale spreco di risorse prima di tutto umane si potrebbe prefigurare senza adeguati strumenti correttivi e di perequazione?

Che l’attuale governo e l’attuale ministro si collochino sulla scia del progetto di riforma avviato dal precedente governo è fuor di dubbio anche nell’impostazione complessiva dell’intervento che appare, innegabilmente, di tipo accentratore. Carla Barbati, che insegna diritto amministrativo allo IULM e che è membro del CUN, ha giustamente sottolineato  i pericoli insiti nella vasta operazione di valutazione i cui effetti potrebbero essere non di semplice indirizzo ma anche sanzionatori e dunque lesivi dei principi dell’autonomia. Ai legittimi timori di scelte preordinate e forse anche punitive nel ridisegno complessivo della mappa degli atenei italiani, il presidente dell’Anvur Stefano Fantoni ha risposto alludendo soltanto all’assoluta trasparenza di tutta l’operazione VQR,  che ha saputo tener conto, nel corso di questi mesi, delle osservazioni e dei rilievi della comunità scientifica. Risposta, nello specifico, forse anche corretta, ma non sufficiente.  E allora perché non incalzare il Ministro, che era presente, sulla strategia complessiva che ha in mente? Alla domanda su cosa si aspettasse dal complesso processo di valutazione in corso Profumo ha parlato, in termini assai generici, di un auspicato “riequilibrio del sistema”. Ecco, sarebbe stato bene chiedergli qualcosa di più proprio su questo punto, così come sarebbe interessante sapere cosa pensi il PD di questo progetto di ridisegno dell’università  e quali politiche, quali strategie abbia in mente riguardo alle rilevantissime questioni appena  accennate.

Un confronto aperto su questi temi sarebbe davvero auspicabile e, oltretutto, urgente. Un esempio concreto? Il giorno dopo il convegno, e cioè il 22 marzo, è stato discusso alla Commissione Cultura, Scuola e Istruzione della Camera dei Deputati lo Schema di decreto legislativo recante disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei  (atto n. 437), nel quale, al contrario di quanto promesso dal governo in sede di parere al Senato,  si dispone un ulteriore blocco maggiorato del turn-over delle assunzioni che si aggiunge a quello in atto dal 2009 e che dal 2012 toccherebbe la cifra del 79% e oltretutto sie die, senza limite temporale (5). Tradotto in pratica, le riassunzioni crollerebbero dall’attuale 41% al 21%: insegnamenti, se non interi dipartimenti si estinguerebbero non per effettivo deficit di qualità o di merito, ma per motivi casuali e per ragioni anagrafiche. Manuela Ghizzoni  del PD, che ha votato contro il provvedimento, ha parlato di un sistema universitario al collasso e di cancellazione di ogni speranza per i giovani che vogliano intraprendere la via della ricerca in Italia. Ebbene, in questo quadro, che senso ha parlare di valutazione in termini così astratti? Finalizzata a cosa? Non sarebbe stato bene domandare al ministro conto anche di questo?

 

(1)    http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-02-18/niente-cultura-niente-sviluppo-141457.shtml?uuid=AaCqMotE

(2)     Cfr. Michele Dantini, Una Costituente non convincente. L’appello per la cultura del Sole 24Ore, in: Il Manifesto, 29.2.2012, p. 10 (http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/). Cfr. anche Tomaso Montanari, Il dubbio “manifesto” in: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/dubbio-manifesto/196385/

(3)    Simonetta Fiori, Daremo le Pagelle ai professori per fare la classifica delle università, in La Repubblica, 4 febbraio 2012. Per una discussione più analitica sull’intervista rimando al mio Teaching Universities vs. Research Universities  ( http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/06/teaching-vs-research-universities/). Cfr. anche la lettera di Alberto Baccini, I valutatori dell’università, pubblicata su Repubblica, 11 febbraio 2012 ( https://www.roars.it/online/?page_id=849)

(4)    Lettera aperta dei rettori delle universita’ della Federazione Unisei al ministro Profumo, 3 gennaio 2012, online @ http://www.rettore.unifg.it/dblog/articolo.asp?articolo=625

(5)    Per il resoconto sulla discussione cfr. http://www.camera.it/453?shadow_organo_parlamentare=1500&bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201203/0322/html/07

* Storica e saggista, insegna storia moderna all’università di Parma. Ha pubblicato, tra l’altro, Il governo della follia. Ospedali, medici e pazzi nell’età moderna (Bruno Mondadori, 2003) e Lo smemorato di Collegno. Storia di un’identità contesa (Einaudi 2007).

 

 

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8 Commenti

  1. Ero presente al convegno romano e vorrei aggiungere qualche osservazione che secondo me manca.
    Personalmente ho trovato la parte che chiamata “contabile” di estremo interesse, perché un’analisi critica (e genealogica), che a mio avviso è il punto di partenza ineliminabile per affrontare consapevolmente la materia, si deve misurare con le grigie pratiche concrete ed essere capace di guardare anche negli interstizi di tali pratiche: in questo caso appunto tabelle, numeri, parametri, indici e così via, i quali sono destinati ad avere la massima ricaduta concreta, molto più di discorsi bianchi come le nuvole. Per esempio, non possiamo nasconderci che gli articoli di Roars di impianto bibliometrico siano stati i più efficaci nel costringere l’ANVUR a venire allo scoperto.
    In secondo luogo, ho trovato di estremo interesse gli interventi, in questo resconto ignorati (penso anzitutto a Illetterati e Pontani), tesi ad illuminare la retorica e l’ideologia della valutazione (la quale ultima costituisce non un aspetto tra gli altri della riforma Gelmini ma il vero cuore, l’asse portante dell’intera architettura riformatrice, e lo si vede dagli statuti approvati e in via di approvazione). Nel nostro paese questa ideologia sembra ancora intatta e nessuna idea innovatrice di “innovazione” (qualche perplessità sull’uso stesso di questo termine però ce l’ho, ricordando magari – ma a me stessa non certo a una storica – che il nuovo non si ottiene aspirandovi ed inseguendolo, ma solo grazie ad uno sguardo anzitutto “inattuale”) può aprirsi il varco se non si lavora appunto sull’ideologia. Quest’ultima, com’è chiaro, non corrisponde a discorsi più o meno forzati ed estremi – ad una distorsione che spicca – ma assai più pianamente a quello che si va imponendo come senso comune: nel suo stato più puro e reale, cioè, l’ideologia è l’apparire ovvio e naturale di certi giudizi, lo sfondo di ciò che vuole essere accettato pacificamente e spontaneamente. Una critica dell’ideologia, in questo senso, corrisponde alla messa in luce dei rapporti di forza che producono e sostengono la verità che si vuole condivisa e degli effetti di potere che essa induce e che la riproducono.
    Così ad esempio sarebbe il caso di smetterla, secondo me, di ripetere ovunque parole d’ordine – dell’ordine nuovo – come “eccellenza” e “merito”. Già nel lontano 1996 Bill Readings, in un classico della critica della valutazione intitolato University in ruins – ricordato a Roma non a caso da Pontani -, scriveva: “Il punto è che nessuno sa che cosa è l’eccellenza, ma ciascuno ha una propria idea di quel che è. E una volta che l’eccellenza è stata accettata da tutti come principio di organizzazione, non c’è bisogno di discutere delle diverse definizioni”. E Readings invitava a “resistere contro questo processo”, progettato per “introdurre un mercato competitivo nel mondo accademico, per cui l’investimento segue al successo e il governo interviene per accentuare le differenze nella qualità percepita invece che per ridurle […]. La tendenza a lungo termine è di permettere la concentrazione delle risorse in centri di alte prestazioni e di favorire la scomparsa di dipartimenti e forse anche di università percepite come più deboli”. 1996. Da allora ne sono state riempite di pagine, centinaia e centinaia, anche se qui non molti se ne sono accorti, e nei mesi scorsi, altrove, c’è anche chi ha provato lanciare appelli alla “désexcellence”. Quanto basta a me pare per usare un po’ di diffidenza verso queste parole tutt’altro che neutrali, fatte per veicolare valori, automatismi e comportamenti irriflessi.
    E in effetti ci si sta provando, quasi più di quanto si potesse sperare. Il 24 a Bologna si è tenuta un’assemblea su “Università Bene Comune”, dalla quale è uscito un documento che qualche idea sull’università l’ha lanciata. Il 31 a Roma ci sarà un’altra assemblea, quella dei docenti firmatari (750 a febbraio) dell’appello “L’università che vogliamo”. Già prima un altro appello, quello di TQ, che vede tra i promotori proprio Dantini citato in quest’articolo, avanzava in qualche modo un problema di critica dell’ideologia imperante. Insomma, al di là dei singoli contenuti, qualcosa si muove, un’atmosfera uniforme si rompe. Qualche giorno fa sulla mia bacheca di facebook è comparsa, condivisa da un collega direttore di dipartimento, l’immagine di una scritta bianca in campo nero. Testualmente: “Fare schifo, in società che obbliga all’eccellenza, è un preciso dovere morale”. Solo qualche mese fa sarebbe stata impensabile.

    http://a3.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/404601_217930438288867_100002157376626_498553_1383048996_n.jpg

  2. Anche io ho molto apprezzato gli interventi di Pontani e di Illuminati, e per le stesse ragioni che dice lei. Tuttavia il mio articolo non voleva essere un verbale o resoconto stenografico del convegno, ma un commento su alcuni punti in parte emersi e in parte elusi nel corso della discussione, soprattutto nel momento in cui era presente un ministro invitato da un partito che, allo stato attuale, si definisce come partito “di governo”. Non credo che si possa parlare di valutazione, anche nel concreto, senza tener conto del disegno complessivo non soltanto ideologico ma normativo nel quale essa è inserita: non si può insomma criticare l’una senza tener conto dell’altro. Quanto ai termini come “eccellenza” e “merito”, ai quali possiamo aggiungere anche “qualità” e “competenza”, è vero che sono molto abusati o sfruttati in modo demagogico per giustificare progetti, come quello del governo, fortemente distruttivi dell’università pubblica. Purtroppo però non me ne vengono in mente altri per definire l’”università che vorrei”, un’università che realizzi pienamente i compiti che le sono attribuiti dalla Costituzione, che non sia un’istituzione assistenziale, un parcheggio per futuri disoccupati o per docenti che da tempo hanno smesso di insegnare o di fare ricerca, ma uno strumento che favorisca la mobilità sociale attraverso il diritto allo studio, che formi adeguatamente i giovani al lavoro o alla ricerca, con un corpo docente preparato sotto il profilo didattico, selezionato non per ragioni anagrafiche o per logiche di appartenenza ma appunto per il “merito” e cioè per i contributi effettivi forniti allo sviluppo dei saperi e dlela conoscenza attraverso l’attività di ricerca. Allo stato attuale l’università italiana non è in grado di garantire tutto questo e pensare di rimanere aggrappati allo status quo, a un’università che è “di massa” solo sulla carta, ma che in realtà ha continuato e continua a riprodurre logiche d’élite, baronali e di cooptazione (logiche che la “ricetta Gelmini” non ha fatto altro che esaltare), ecco, questo mi sembra davvero “inattuale”.

  3. cara Valeria,

    trovo che la necessità di un’archeologia politica del processo di riforma universitaria sia davvero importante, almeno quanto discussioni che a tratti sembrano infrangersi su technicalities e obiezioni a technicalities.

    La questione universitaria è una questione civile: investe diritti fondamentali di cittadinanza, distribuzione di risorse, composizione sociale e culturale delle classi dirigenti. Il sottotesto della riforma Gelmini è discriminatorio e egemonico: per niente tecnico. I “ceti riflessivi” e l’eredità culturale degli anni Settanta ne sono il bersaglio: per quanto poco quest’ultima possa avere relazione con ognuno di noi, che al tempo neppure eravamo nati.

    Oggi esistono due orientamenti che sospingono in direzione di dequalificazione, disinvestimento, commissariamento, “estinzione”. Il primo è neoclericale (o “neoguelfo”); l’altro è confindustriale (o tecno-economicista). Se desideriamo ricorrere al logoro schema duale destra|sinistra vediamo che (nello specifico almeno) non funziona: nessuna parte ha oggi davvero a cuore il destino della ricerca.

    Forse è possibile o persino doveroso varare iniziative di disobbedienza civile: in questo il ceto accademico è colpevolmente tardivo. Ma tornare a attaccare “merito” e “eccellenza” sembra una strategia fuorviante. Proporrei di mutare il dizionario, questo sì: ma non di depotenziare iniziativa o capacità individuali|collettive.

    Determinazione, combattività, competenza, reputazione, talento sono tra le poche dimensioni (per così dire) anticicliche nel contesto sociale e culturale in cui ci troviamo, con un ceto politico disinteressato all’università, vertici accademici subalterni quando non collusi, media indifferenti o ostili. Vorrei dire di più: sono “comuni”, per quanto spesso non li riconosciamo come tali, sostenuti da comunità largamente minoritarie. Un caro saluto MD

  4. ps. qui di seguito il link a un convegno sul tema “Humanities. Formazione, tutela, innovazione” che Lisa ed io curiamo all’Istituto Editoriale Treccani di Roma in data 20.4.2012. Se tu o altri vorrai|vorrete partecipare per discutere di ciò che ci preme sarai e sarete i benvenuti.

    http://micheledantini.micheledantini.com/2012/03/26/humanities-formazione-tutela-innovazione-programma-del-convegno-roma-istituto-dellenciclopedia-italiana-treccani-20-4-2012/

  5. Merito – eccellenza – competenza – reputazione – talento – risorse umane… perché si dovrebbe pensare che in questi concetti si dica qualcosa di diverso da quello che pensa, con buona coscienza, ad esempio Michel Martone? Cosa passa attraverso questa cornice linguistica? “Quando accetti un frame, hai già perso” insegna Lakoff. Eppure è vero, non vale la pena di fissarsi sulle parole. La cosa però va oltre una questione di efficacia comunicativa, ha natura sostanziale: lo sforzo di trovare altre parole va fatto, se – se – si hanno altri pensieri, altre idee. Per esempio, la cornice “ bene comune” è una cornice vincente, ma affinché “l’università come bene comune non si riduca alla ripetizione di uno slogan suggestivo” è importante “immaginare l’università che vogliamo come il luogo privilegiato di ripensamento e trasformazione del modello attuale di società”, capace di “parlare al paese ‘fuori’ dagli atenei” (Marella).
    Quando parlo delle parole d’ordine dell’ideologia, quindi, non sto pensando ad un uso sbagliato o distorto delle parole e dei concetti, secondo un’opposizione verità/menzogna che si tratterebbe, attraverso una critica e/o decostruzione genealogica, di smascherare. Magari sì, forse se Michel Martone parla di merito può darsi che ci si trovi di fronte ad una semplice menzogna. Ma se invece si parla della figlia del ministro Fornero non ci si trova affatto di fronte ad una menzogna: nessuno (cosa che ad esempio Michele Serra non ha capito) mette in dubbio che sia assolutamente competente e qualificata. Il problema è il rapporto di forza, il “regime di verità” che queste espressioni mantengono, propongono, promuovono. Quindi non si tratta di mutare dizionario, fare un restyling delle parole, ma di vedere se è possibile costituire una nuova “politica della verità”: in questione è il “regime politico, economico, istituzionale di produzione della verità”.
    Il successo della figlia della Fornero è infinitamente più apprezzabile del successo dell’assessore Minetti. Capisco. Ma il fatto che in un caso ci sia il “merito” e in un altro altro, quanto cambia realmente le cose in termini di rapporti di forza? Gli orientamenti politici che guidano l’innovazione del nostro Paese sono cambiati? I “progetti fortemente distruttivi dell’università pubblica” sono diversi tra il ministero dell’eccellente professore Profumo e quello della poco presentabile precedente ministro, nota per aver fatto l’esame di Stato dove le maglie erano più larghe e per altro? (“Un ceto politico disinteressato all’università”? A me pare che se ne interessino maniacalmente: il precedente governo ha qui una delle sue poche coccarde, ripresa con ferrea convinzione dall’attuale). Non diversamente le technicalities non sono proprio, a me pare, solo technicalities ma – più o meno invisibili – tecnologie sociali e tecnologie del sé, tramite le quali si decide delle condotte, le si governa e le si predispone a condursi come si deve.

    Temo quindi che se andiamo oltre le questioni di dizionario le divergenze nelle nostre analisi potrebbero essere anche più profonde, se davvero si pensa che la riproduzione delle logiche di élite sia messa in questione dal merito e che l’innovazione rispetto allo status quo possa ridursi alla messa a punto di meccanismi che favoriscano una qualche mobilità sociale… La ricetta Gelmini (ovvero Tremonti), che ha solo perfezionato la ricetta Berlinguer, mi pare molto ben perfezionata dell’attuale governo meritocratico (e non dico per dire, qualcuno ha parlato appunto di meritocrazia al governo – ok, Martone non conta). Quando, il 31, gli studenti e i precari andranno a protestare a piazza Affari e prima però, significativamente, sotto la Bocconi, non ci andranno per dire che alla Bocconi sono asini, che si premiano ingiustamente i ciucci, per chiedere più borse di studio per i meritevoli. Lo slogan non sarà, credo: più Perrotti per tutti. Ci andranno per dire che non sono d’accordo: che sono e vogliono essere una cosa diversa da un meritevole studente della Bocconi, anche da quel meritevole studente che ci è entrato per merito vincendo una borsa di studio.
    Insomma, qui c’è una distinzione politica che bisogna fare, perché mi pare che sia il tempo di farla. Forse è quello che si farà all’assemblea dell’università che vogliamo – lo spero ma non ne sono certa, sia chiaro, immagino che anche lì ci saranno posizioni molto differenti. Ma in ogni caso bisogna farla. Quando, Michele, ormai quasi un anno uscì il vostro primo manifesto TQ – e c’era ancora il governo Berlusconi – lo lessi con molta attenzione e pur riconoscendo senza esitazione il valore delle persone che vi si dedicavano, intervenni su Nazione indiana nello stesso senso: una debolezza di scenario, che faceva virare tutto verso una sorta di assunzione morale di responsabilità. Giulio Mozzi riprese poi su Vibrisse il mio commento mettendoci un titolo assolutamente appropriato: “TQ, liberisti involontari?”. Ora leggo non solo il vostro nuovo manifesto sull’università, ma anche la presentazione del convegno cui gentilmente mi inviti e direi che possiamo togliere il punto interrogativo e pure (però dovreste decidervi tra di voi) l’aggettivo. O mi sbaglio? Con tutto il rispetto io non capisco, dovrò forse rileggerla più attentamente, come si tengono insieme la tua critica al Manifesto sulla cultura del Sole24ore e – cito dal link al convegno – roba come: “Banca nazionale dell’innovazione”; “start up negli ambiti dell’editoria, il giornalismo, le tecnologie (informatiche e non) dei beni culturali, l’impresa sociale”; “i corsi delle facoltà umanistiche dovrebbero essere concepiti in modo nuovo, e integrate le competenze”; “un sobrio [un sobrio! è solo questione di vocabolario?] programma di investimenti”; “indicatori di ‘innovazione’ che […] accrescano senso di responsabilità e appartenenza, producano partecipazione e diffusa densità argomentativa, preludano a trasformazioni sociali, culturali, ambientali”. Tutto questo, a me pare, significa che qui qualcuno vive e qualcun altro muore. Voi chiamate status quo quello che, perché questo viva, sembrate ben disposti ad accompagnare a Cherbourg; io lo chiamo sapere umanistico e università come luoghi di conflitto e trasformazione rispetto a sistemi di valori dominanti e omogenei.
    Ma mettiamo pure che con questo io stia solo difendendo un mio spazio di privilegio: quindi, liberiamoci di me, di quelli come me e dello status quo (anche se a me pare che l’università italiana non sia quella che le campagne mediatiche e chi le ripete vogliono intendere e che se i laureati non trovano lavoro non lo si debba all’università ma a ragioni di sistema: di questo sistema produttivo), liberiamoci di tutto quello che c’è… ma – chiedo – come si può pensare che venga qualche vera innovazione – cioè qualcosa di diverso da tutto quello che c’è già adesso intorno – da una cosa come una start up negli ambiti dell’editoria, il giornalismo, le tecnologie dei beni culturali, l’impresa sociale?

    Sentire al convegno di Roma pronunciare la parola “neoliberismo” (Pontani), che il solo pronunciarla fa la differenza, a me ha fatto molto effetto. Spero che adesso si capisca perché a me pare importante parlare contro l’eccellenza e ho richiamato il libro di Readings: un testo in cui la nozione di eccellenza è presa in esame molto dettagliatamente, e non solo nell’intero capitolo dedicato appunto a questo tema, perché, come vi si legge, “Excellence exposes the pre-modern traditions of the University to the force of market capitalism […]. Excellence, that is, functions to allow the University to understand itself solely in terms of the structure of corporate administration”. Insomma, in queste terminologie si giocano concreti rapporti di produzione e di interessi materiali. Per questo secondo me non è affatto “fuorviante” attaccare merito e eccellenza. Si può non essere d’accordo ma questa è una divergenza, non una svista: non è una svista adoperarle, secondo me, come non è fuorviante attaccarle.
    Senz’altro, e su questo siamo d’accordo, è fuorviante lo schema destra/sinistra, ma questo perché, e su questo credo che non saremo d’accordo, tanto da destra quanto da sinistra non si dice niente su quei rapporti e quegli interessi: “Finalmente chi ha merito gestisce la cosa pubblica. Dopo il governo delle veline e del bunga bunga, che cosa si può dire di fronte a un esecutivo composto da chi ha studiato — non importa perché, dove, cosa o per cosa? Non si dice niente, appunto: ecco il problema” (Roggero).

    Sul merito faccio solo ancora due osservazioni, se no il discorso diventerebbe ancora più lungo.
    Una è una semplice citazione dalla Scienza come professione, dove Weber si trattiene su “un motivo caratteristico della carriera universitaria”. In questa, dice, “senza dubbio non domina soltanto il caso, ma esso ha tuttavia un’influenza straordinariamente grande. Non conosco altre carriere al mondo dove il caso abbia una parte così grande. Tanto più sono in grado di dirlo io, che personalmente devo ad alcune circostanze meramente casuali di essere stato chiamato giovanissimo, ai miei tempi, a una cattedra di ordinario in una materia nella quale allora altri, della mia età, avevano senza dubbio acquistato meriti maggiori dei miei. E in base a questa esperienza presumo di avere una vista più acuta per scorgere l’immeritata sorte dei molti ai quali il caso ha giocato e ancor gioca il tiro opposto e che, nonostante tutta la loro valentia, non giungono attraverso quell’apparato selettivo al posto che loro spetterebbe”.
    L’altra osservazione è, al limite, un’osservazione di psicologia politica. Il merito, che dovrebbe funzionare per riequilibrare le ingiustizie è – a parte ogni altra considerazione di natura politica – un moltiplicatore di risentimento, un vero detonatore per comprensibili cariche d’odio. Contrariamente a quanto si possa credere, quelle che rendono tollerabili le insopportabili diseguaglianze sono in fondo le gerarchie consolidate, ereditate e trasmesse o percepite come dipendenti da fattori naturali ovvero imponderabili – non le gerarchie flessibili costruite intorno ai ranking o alla reputazione guadagnata sul campo per via di prestazione, secondo la convocative leadership della nuova bibbia dello humanistic management 2.0. Insomma, proprio in una società meritocratica (alla “Player Piano” di Vonnegut) l’odio di classe divampa. Mi sono sempre chiesta che senso hanno i festeggiamenti nelle ricevitorie del lotto, quando si è stati lì a comprare il proprio sfortunato biglietto magari solo un istante prima dello sconosciuto cui è toccato in sorte quello fortunato: perché diavolo si festeggia chi ha comprato al posto nostro un biglietto vincente? Perché non scoppia l’invidia ma al contrario si festeggia? Cosa propriamente si festeggia? Io credo che si festeggi la fortuna, la sua cecità, il suo essere assolutamente non equa. Il fatto che il capitalismo venga sentito come profondamente ingiusto è precisamente, per quanto ciò possa apparire paradossale, proprio ciò che lo rende accettabile ai più. O anche, prendendo a prestito il titolo di un’opera di Bourdieu: “Il mondo sociale mi riesce sopportabile perché posso arrabbiarmi” – non con me, che non sono alla fine responsabile del mio fallimento, ma col volto irrazionale del capitalismo e del mercato, con la sua casualità: ciò che non mi incolpa è quello che fa “buono” il mercato. Il fatto che esso è una forza cieca – come ben sapeva von Hayek – rappresenta (Zizek) una versione moderna del destino ineluttabile. Se non alza l’indice che accusa (e magari anche beffardamente il medio), la mano invisibile del mercato può sembrare una mano d’acciaio che scuote il bossolo dei casi, assomiglia molto alla dea che non vede: è colpa sua, non certo mia, se questa volta non è toccato a me il biglietto vincente. Ritenta, sarai più fortunato.

    (P.S. Devo essermi spiegata male: per “inattuale” non intendo arretrato, non più attuale; intendo guardare al futuro nell’unico modo possibile, ossia da una prospettiva non occlusa non soltanto dal passato ma anche dal presente e ancora dal futuro visto unicamente a partire da questo presente – vale a dire una prospettiva non occlusa dall’attualità e dal suo regime di verità).

    In ogni caso grazie dell’invito al convegno.

  6. cara Valeria,

    ti ringrazio per l’attenzione con cui leggi i miei interventi, credo però che molte cose ci dividano: non è male, a mio parere. L’unanimità stanca.

    Taluni pensano che il discorso democratico sia in primo luogo un discorso sulle regole; talaltri sul “mutamento di sistema”. Personalmente considero con attenzione e rispetto gli argomenti degli uni e degli altri, anche se, per impellenza pragmatica, mi schiero con i primi. Ho troppo desiderio che qualcosa cambi per invocare che tutto cambi: a ciò, temo, non bastano le forze.

    Il paese è quello che è proprio perché argomenti come il tuo sul ceto accademico attuale – è più desiderabile proprio perché illegittimo e persino indegno: affermazione che mi trova del tutto contrario – hanno per troppo tempo disperso iniziative e risorse attorno a obiettivi velleitari, consolidando litigiosità acerrime e distogliendo dal praticare il praticabile. Perdonerai la franchezza: ma te la devo.

    Sei troppo colta – le tue citazioni lo dimostrano – perché ti ricordi che esiste una terza via tra neoliberismo e rivoluzione: ma sono certo che, se letti con minore precipitazione, tutti i miei interventi su quella che chiamo “archeologia politica del processo di riforma universitaria” ti confermeranno la sommarietà della tua interpretazione.

    Per adesso basta così. Avremo sicuramente modo di parlare de visu di simili e altre questioni. Un caro saluto MD

    ps. se desideri un mio punto di vista sulla regia della riforma posso rimandarti a due post: il primo su Sacconi e l’altro su Tremonti. Concordo con te che Gelmini sia stata una semplice groupie di un processo di epurazione su base sociale e culturale.

    http://micheledantini.micheledantini.com/2011/12/18/diario-italiano-comuni-rustici-margravi-e-paterfamilias/

    • Caro Michele, credo anch’io, lo spero, che non mancherà de visu l’occasione. Per parte mia non mancherò di rileggerti meno precipitosamente (può ben darsi che io abbia letto con attenzione ma anche precipitosamente) e sono pronta a rivedere la mia interpretazione se dovessi accorgermi di aver avanzato un’accusa sommaria. Vorrei chiedere in cambio che le mie posizioni non siano liquidate sommariamente come estremiste (davvero dico che sono preferibili gli indegni?), ma poco importa adesso – un’altra volta. Solo a un punto tengo, e spero davvero non si pensi a un’insistenza dovuta a mera caparbietà. Dici: “per impellenza pragmatica, mi schiero con i primi. Ho troppo desiderio che qualcosa cambi per invocare che tutto cambi”. E dici: “distogliendo dal praticare il praticabile”. La società di Filosofia teoretica, di cui faccio parte, è stata l’unica – ripeto l’unica su venti, come dice il Gev-leiter dell’Area 11, che vedo invitato al tuo convegno – a rifiutarsi di presentare il ranking delle riviste, motivando dettagliatamente il rifiuto di questo strumento sbagliato e proponendo assai praticabilmente al suo posto una lista ampia di riviste accreditate non suddivise in fasce. In minima parte – una parte decisamente più importante l’ha avuta la Sifit nel suo insieme, vertici e organi, a partire dagli altri membri della commissione valutazione – mi ritengo corresponsabile di questa scelta. Può darsi che anche questa non sia stata una scelta pragmaticamente vincente (o addirittura non al passo coi tempi). Tuttavia non ho visto altre “scelte”. E soprattutto aspetto ancora di vedere i risultati di coloro che pragmaticamente praticano il praticabile.
      Un caro saluto a te e grazie per le segnalazioni. Leggo, seppure non regolarmente, il tuo blog.

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