Quest’estate il Sole 24 Ore ha ospitato sulle sue colonne un dibattito sull’Università raccolto sotto un cappello dinamicamente intitolato “Il dibattito sull’Università – 40 anni persi”, che avrebbe avuto molti motivi per essere intitolato, in modo forse più rispondente ai fatti, “Il dibattito sull’Università – 40 anni di riforme sbagliate”. Rilanciamo, in vista delle alchimie governative che di solito a settembre/ottobre prendono forma a ridosso della predisposizione della prima bozza della legge di stabilità, il contributo che ha offerto a questo dibattito Giovanni Pascuzzi. Ove si mette all’indice in modo assai puntuale ed incisivo la tracimante e ormai irrefrenabile “deriva indicatoria” che ha preso possesso dell’Università sull’onda della legge 240/2010, cui urgerebbe più che mai porre rimedio.  

 

La normazione recente in materia di Università abbonda di riferimenti ad indicatori dei tipi più diversi. Di seguito un breve inventario.

  1. Gli indicatori nei piani della performance universitaria. Le Università devono redigere il «Piano della performance», per individuare gli indirizzi e gli obiettivi strategici ed operativi (articolo 10, d. lgs. 150/2009). Nel piano devono essere specificati gli indicatori per la misurazione e la valutazione della performance dell’amministrazione.
  2. Gli indicatori nella programmazione strategica. Le Università devono seguire la logica dell’azione volta al perseguimento di obiettivi (si veda l’art. 1-ter del d.l. 7/2005). Negli allegati al d.m. 635/2016 sono contenuti gli indicatori in relazione ai più svariati obiettivi.
  3. Gli indicatori di bilancio. Le Università devono pubblicare il «Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio» (articolo 29, comma 2, d. lgs. 33/2013).
  4. Gli indicatori nella procedura di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio. La legge 240/2010 (art. 5, comma 3, lett.a) ha introdotto un sistema di «accreditamento delle sedi e dei corsi di studio universitari fondato sull’utilizzazione di specifici indicatori per la verifica del possesso da parte degli atenei di idonei requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e delle attività di ricerca, nonché di sostenibilità economico-finanziaria».
  5. Gli indicatori nella VQR. La stessa legge (art. 5, comma 3, lett. b) ha introdotto anche un «sistema di valutazione periodica basato su criteri e indicatori dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». La VQR 2011-2014 è stata effettuata sulla base di indicatori dell’attività di ricerca delle strutture.
  6. Gli indicatori nella procedura per individuare i dipartimenti di eccellenza. La legge 232/2016, (art. 1, commi 319 e 320) ha istituito una procedura per selezionare i migliori Dipartimenti universitari ai quali giungeranno ingenti risorse. La selezione viene fatta in base all’ ISPD («Indicatore standardizzato della performance dipartimentale»). Esso tiene conto della posizione dei Dipartimenti nella distribuzione nazionale della VQR.
  7. Gli indicatori nella abilitazione scientifica nazionale (ASN). Anche le procedure relative alle progressioni di carriera fanno riferimento ad indicatori (articolo 1 del d.p.r. 95/2016, art. 1). Gli indicatori, in questo caso, servono a stabilire l’impatto della produzione scientifica.
  8. Gli indicatori della qualità e della efficacia della didattica.

L’articolo 2, comma 1, lettera p, della legge 240/2010 attribuisce ai Nuclei di valutazione presenti in ogni Ateneo «la funzione di verifica della qualità e dell’efficacia dell’offerta didattica, anche sulla base degli indicatori individuati dalle commissioni paritetiche docenti-studenti». L’esempio più intuitivo sono gli indicatori che popolano i questionari sulla valutazione della didattica che gli studenti sono chiamati a compilare.

Qualche considerazione di carattere generale.

  1. Nel volgere di pochi anni le Università sono state travolte dalla logica degli indicatori;
  2. il concetto di indicatore ha a che fare con la misurazione di qualcosa. Ma non bisogna dimenticare che non tutto può essere ricondotto a fenomeni che possono essere misurati. In più esistono fenomeni che non solo non sono misurabili, ma non sono nemmeno osservabili, cionondimeno, appunto, esistono e svolgono ruoli fondamentali;
  3. gli indicatori sembrano avvolti da un alone di «oggettività». Ma non c’è bisogno di scomodare l’epistemologia del ‘900 per ricordare che non esiste fenomeno osservato senza un osservatore e non esiste una misurazione sulla quale non influisca il soggetto che misura ovvero il punto di osservazione;
  4.  la scelta degli indicatori non è mai neutra. I risultati cambiano sensibilmente sulla base dell’indicatore scelto. La classifica delle Università italiane stilata dal Sole 24 ore ha una peculiarità: può essere “personalizzata”. Collegandosi al sito ciascuno può “dosare” i diversi indicatori (ottenendo, di volta in volta, una classifica diversa);
  5. la scelta degli indicatori retroagisce sui comportamenti. Se si ricevono risorse maggiori quando gli studenti completano il corso di studio nei tempi previsti, può scattare qualche comportamento opportunistico. Se si considerano più importanti le pubblicazioni su riviste rispetto alle monografie si può arrivare a governare gli stili di riflessione di una intera branca del sapere;
  6. gli indicatori appartengono alla logica della misurazione quantitativa. Ma l’Università non produce unità di prodotto, ma qualcosa di molto più impalpabile e anche di molto più importante. Questa logica sta snaturando l’Università;
  7. la rincorsa al rispetto degli indicatori sta minando la stessa possibilità di produrre pensiero critico e innovativo: l’indicatore è lo standard, mentre l’innovazione è ciò che, per definizione, è fuori dallo standard;
  8. l’Università deve perseguire l’innovazione. Invece si assiste ad un morbido adattamento a queste nuove logiche. Il conformismo indotto è una delle cose che si può facilmente misurare andando in giro per gli Atenei italiani.
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