Se il controllo della qualità non è in sé una cattiva idea, lo stesso non si può dire del modo in cui il Ministero, basandosi sulle indicazioni dell’ANVUR, ha scelto di metterla in pratica. Annunciato da un comunicato stampa del Ministro, è infine uscito il D.M. 47 del 30/1/2013 che recepisce il documento sull’Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento (A.V.A.) di sedi universitarie e corsi di studio, diffuso dal ANVUR nel luglio scorso.

L’obiettivo è ambizioso. Scrive il Ministro nel comunicato stampa: “Le attività di valutazione […] dovranno verificare e accertare la qualità della didattica e della ricerca, dei corsi di laurea, dell’organizzazione delle sedi e dei corsi di studio, nonché la presenza e i requisiti delle strutture al servizio degli studenti, come le aule e le biblioteche, il resto degli strumenti didattici e tecnologici e, non ultimo, la sostenibilità economico-finanziaria dell’ateneo.” Per chi non sta alle regole la pena è capitale: “Il rispetto di tali requisiti sarà condizione necessaria per ricevere l’accreditamento iniziale.”  Gli atenei dovranno assicurarsi di rientrare nei parametri stabiliti dal Ministero per ricevere l’accreditamento iniziale (e quindi di poter rimanere aperti) entro il 4 marzo 2013: quattro settimane scarse!

Fra tutti i requisiti per l’accreditamento iniziale delle sedi richiesti dal D.M. 47 ci sono due vincoli quantitativi: uno è posto sulla quantità massima erogabile di didattica (misurata in ore di didattica erogata dai docenti), quello che nei documenti dell’ANVUR e nel D.M. 47 viene chiamato “indicatore DID”; l’altro concerne la numerosità massima degli studenti per corso di studio.  Entrambi i valori dipendono dal numero di docenti dell’ateneo. Vi è poi un terzo indicatore, riferito alla “sostenibilità economico/finanziaria” che rende più stringenti i requisiti per istituire nuovi corsi di studio. Gli altri requisiti si riferiscono alla struttura organizzativa e burocratica che gli atenei devono mettere in piedi per sostenere il processo di accreditamento. In questo articolo ci concentriamo sui requisiti quantitativi della didattica erogabile e della numerosità degli studenti, rimandando ad altra occasione l’esame delle procedure amministrativo-burocratiche richieste per l’accreditamento.

Numerosità degli studenti, con sorpresa

Sin dal D.M. 17/2010 ogni corso di laurea può immatricolare solo un certo numero di studenti. Per accettare più studenti del massimo sono richiesti docenti supplementari. Ad esempio: per attivare una triennale sono richiesti 12 docenti, per una magistrale 8. Con quei docenti si possono accettare studenti fino a una certa numerosità massima, che dipende dalla classe del corso: ad esempio per Fisica, 75 studenti alla triennale e 60 alla magistrale; a Economia, rispettivamente 230 e 100.

Se si vogliono accettare più studenti si deve incardinare un numero maggiore di docenti. La formula del DM 17 era:

Corsi di laurea: Dtot = 12 + |9 x W|

Corsi di laurea magistrale: Dtot = 8 + |6 x W|

dove

W = [(studenti immatricolati)/(numerosità massima)] – 1

Quindi W vale 1 se gli studenti immatricolati sono il doppio del massimo, vale 2 se è sono il triplo e così via. Con le formule di cui sopra a Fisica un quinquennio completo al doppio delle numerosità richiede 12+9=21 docenti per una triennale da 150 studenti e 8+6=14 docenti per una magistrale da 120 studenti. In tutto 35 docenti.

Leggendo il decreto AVA si scopre però che la formula è cambiata! W è sempre lo stesso, ma si usa così:

Dtot = Dr x (1+ W)

Quindi, per avere il doppio degli studenti ora serve il doppio dei docenti. Se prima raddoppiare Fisica richiedeva 35 docenti, ora ne richiede 40, quasi il 15% in più rispetto al D.M. 17.

Gli effetti negativi sono parzialmente mitigati per i corsi attualmente divisi in curricola, in quanto nel decreto AVA non sono più richiesti i 2 docenti in più per ogni curriculum aggiuntivo previsti dal D.M. 17. D’altra parte, la nuova formula infierisce di più sugli atenei grandi: per chi è al triplo della numerosità serviranno il 20% di docenti in più di oggi, per chi è al quadruplo il 23%: la progressione è tale da vanificare ben presto gli eventuali effetti benefici dovuti all’abolizione dei requisiti per i curricola.

Una volta incardinati tutti i docenti disponibili, i corsi con numerosità superiore a quella ammissibile dovranno ridurre gli immatricolati e quindi inserire (o abbassare ulteriormente) il numero chiuso. Dato che i requisiti di docenza sono introdotti in maniera progressiva non succede quasi niente per tre anni: la bomba scoppierà quando i requisiti andranno a regime, nel 2016/2017, e il loro effetto si sommerà al pensionamento in massa dei docenti entrati con l’ope legis del 1980, di cui diciamo più avanti. Il 2016/2017 sarà quindi un anno di introduzione generalizzata del numero chiuso (sempre che gli studenti non siano già stati sufficientemente decimati dall’aumento delle tasse).

Alcune domande infine si impongono: a quale ratio si ispirano questi provvedimenti? In base a quali considerazioni viene determinato il numero minimo di docenti e qual è la ragione di questa variazione al rialzo? Secondo le parole del decreto, la numerosità minima dei docenti serve genericamente ad assicurare la qualità, ma neanche mezza parola viene spesa su come sia stato determinato il fatidico numero minimo, e tantomeno sul motivo delle modifiche rispetto al DM 17. Il dubbio (a essere sinceri, è quasi una certezza) è che questi numeri non siano definiti a partire da considerazioni qualitative, ma dal puro e semplice desiderio di limitare sempre più l’accesso degli studenti all’Università.

 

LA DIDATTICA ASSISTITA: MAMMA, TI PRESENTO IL DID

Con il decreto AVA fa il suo esordio una nuova classificazione della didattica: la didattica assistita.

Innanzitutto: cos’è la didattica assistita? La nota del decreto è laconica: “Tutte le forme di didattica diverse dallo studio individuale erogabile.” Che cosa sia lo “studio individuale erogabile” non è dato saperlo: una ricerca in rete non restituisce risultati. La questione è interessante: a parte la curiosità su come sia possibile “erogare studio individuale”, a rigor di logica la nota implica che nella didattica assistita sia incluso tutto lo “studio individuale non erogabile”, entità al momento altrettanto misteriosa ma che le amministrazioni universitarie dovrebbero nondimeno calcolare.

Fortunatamente, in un altro passaggio, il decreto magnanimamente ci dà degli indizi: “La didattica assistita erogata è sempre espressa in termini di ore, includendo oltre alle ore relative alle lezioni frontali anche quelle riservate ad esercitazioni, laboratori, altre attività (incluse le ore dedicate alle “repliche” di queste attività formative rivolte a piccoli gruppi di studenti).”

L’idea del decreto è che per assicurare la qualità si debba porre un limite alle ore di didattica assistita introducendo per ogni ateneo una “quantità massima di didattica assistita”, per gli amici DID. Usando i valori massimi previsti nel D.M. per i parametri che “traducono” i docenti in ore di didattica, la formula che serve a calcolare la DID di un ateneo è questa:

DID = (120 x Nprof + 90 x Npdf +60 x Nric) x (1 +0.30)

Dipende unicamente dall’organico: professori, a tempo pieno (Nprof) e definito (Npdf) e ricercatori (Nric), inclusi quelli a tempo determinato. L’ultimo parametro riguarda la didattica a contratto, al massimo il 30% del totale, con qualche esclusione rilevante di cui si dirà più avanti.

Il calcolo di questo parametro è di importanza primaria, perché “nel caso in cui, in fase di presentazione della SUA-CdS [Scheda Unica Annuale relativa ai Corsi di Studio, da presentare il 4 marzo], vengano superati i limiti di ore erogabili, la sede e i relativi Corsi di Studio non otterranno l’Accreditamento Iniziale.” . Per fortuna, calcolarlo è piuttosto semplice. Noi lo abbiamo fatto per l’ateneo di Torino: a novembre 2012 il valore di DID è di circa 242,000 ore (un migliaio di professori, altrettanti ricercatori, una cinquantina di tempi definiti).

Se calcolare il tetto massimo è relativamente semplice, conoscendo l’organico dell’ateneo, diverso è invece calcolare la didattica assistita attualmente erogata dagli atenei perché, come accennato sopra, comprende ogni tipo di attività;  ore di lezioni frontali, esercitazioni, laboratori incluse le repliche per i turni, con la sola esclusione dei “Corsi di Studio relativi alle Professioni sanitarie, Scienze motorie, Scienze della Formazione, Servizio Sociale, Mediazione linguistica e traduzione e interpretariato e le attività di tirocinio.” (D.M. 47, allegato B, punto (b). Quest’ultima esclusione è una novità rispetto al documento ANVUR del luglio 2012).

A quattro settimane dalla scadenza della procedura di accreditamento non esiste ancora un conteggio ufficiale delle ore di didattica assistita effettivamente erogate, quelle da confrontare con DID. Per provare a valutare il numero attuale delle ore di didattica assistita erogate dall’Università di Torino abbiamo quindi dovuto necessariamente basarci su delle stime. Gli unici dati disponibili sono quelli del conteggio delle ore di didattica effettuato per il calcolo del fattore H previsto dall’allegato E del D.M. 17/2010; questo conteggio però non teneva conto pienamente di “laboratori, altre attività (incluse le ore dedicate alle “repliche” di queste attività formative rivolte a piccoli gruppi di studenti)”, che è stato necessario stimare, utilizzando alcuni dipartimenti campione scelti fra quelli che di questi fattori avevano tenuto conto.

Il risultato delle stime è che la didattica assistita effettivamente erogata dall’ateneo di Torino nell’A.A. 2012/2013 ammonta a circa 252,000 ore.

La nostra stima può dunque avere qualche grado di approssimazione, ma l’ordine di grandezza del problema è evidente: potremmo trovarci a dover eliminare circa 10,000 ore di didattica dalla nostra offerta formativa. E dubitiamo fortemente che altri atenei siano in condizioni molto migliori del nostro. Dobbiamo tagliare, ma non perché la nostra didattica sia malfatta, o superflua: questo lo si accerterà in un secondo momento con le procedure qualitative (ma solo per i corsi sopravvissuti).

Se consideriamo che un corso di laurea triennale richiede circa 1,000 ore di didattica assistita, siamo di fronte alla necessità di prendere in un mese la decisione di chiudere l’equivalente di almeno 10 corsi di laurea (di più se consideriamo le lauree magistrali), pena la soppressione dell’ateneo! Certo, non è necessario chiudere interi corsi di laurea, si possono chiudere singoli insegnamenti: circa 250 corsi da 6 CFU per esempio. Si interviene sui crediti liberi, sui corsi proposti in alternativa – unico margine lasciato dai rigidi piani di studio, RAD per gli amici – con buona pace della ricchezza culturale offerta, della possibilità per gli studenti di scegliere la propria formazione culturale al di là degli insegnamenti fondamentali. Insomma veloci verso un’offerta standardizzata e indifferente alle specifiche conoscenze dei docenti che si riflettono solitamente nei corsi opzionali.

Da notare che, come già per la numerosità, manca nel decreto una qualsiasi giustificazione teorica che leghi la formuletta DID alla qualità della didattica. Perché il moltiplicatore è 120 ore e non 130, ad esempio? Neanche una parola sull’argomento. Vale la pena rimarcare che la scelta del numero 120 crea grandi problemi: in molti atenei questo massimo corrisponde esattamente al minimo di ore di didattica frontale che ciascun professore deve tenere (il numero 120 deriva dall’art. 1 comma 16 della legge Moratti, che fissa l’impegno minimo didattico per il rapporto a tempo pieno in “non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale”). Per rispettare contemporaneamente il limite massimo di DID e il numero minimo di ore di didattica ciascun professore deve quindi erogare esattamente 120 ore di didattica, né una di più né una di meno. Seguendo la lettera del decreto dovranno quindi essere ridefiniti gli impegni didattici dei docenti, che attualmente in molti casi sono superiori alle 120 ore?

In pratica, l’applicazione del decreto AVA si traduce in una diminuzione forzosa delle ore di didattica erogate da ciascun professore: un risultato del tutto paradossale, che testimonia quanto il valore del parametro DID non abbia nulla a vedere con la qualità della didattica e derivi piuttosto da un malcelato intento di taglio dell’università pubblica, tanto indiscriminato quanto ideologico.

Questo scenario arriva non completamente inatteso, ricalcando – pur con modifiche – il documento ANVUR del luglio scorso. A quel documento, che non aveva forza coercitiva differentemente dal Decreto Ministeriale, nessun ateneo ha reagito o ha manifestato pubblicamente preoccupazione, sconcerto, allarme. Prendiamo ancora Torino come esempio. L’ateneo e i suoi organi dirigenti hanno tenuto la testa sotto la sabbia fino ad ora nonostante i numeri della didattica erogabile ed erogata in ateneo (basati sul documento ANVUR, allora unico documento disponibile) siano stati presentati nella seduta del Senato Accademico di Dicembre scorso dal Presidente della Commissione Didattica (uno degli autori di questo articolo). Nessuna presa di posizione pubblica, nessun allarme. In effetti il Presidente della Commissione Didattica è un Senatore rappresentante degli studenti e questo forse crea qualche problema: si può credere a uno studente? Evidentemente i Senatori torinesi fanno fatica (e non solo i Senatori, dato che le sedute del Senato sono trasmesse in diretta streaming a tutto l’ateneo). E così eccoci con il D.M. pubblicato e un mese per fronteggiare il problema. E non ci pare che altri atenei, o la CRUI si siano distinti per maggiore lungimiranza.

 

SE NON FAI RICERCA ALLORA NON FARE NEANCHE DIDATTICA

Ma non è finita. Il D.M. 47 del 30/1/2013 applica un fattore K a questo DID:

DID (r) = DID x Kr

producendo “la quantità massima di didattica assistita erogabile corretta in funzione della qualità della ricerca“. Il fattore K (che varia fra 1 e 1.20) dipende dal risultato dell’ateneo nella VQR, cioè nella valutazione della ricerca e della capacità di raccogliere soldi (pudicamente chiamata “terza missione”) dei nostri dipartimenti.

La VQR è riferita a un decennio prima dell’offerta formativa in discussione: il risultato del periodo 2004-2010 determina l’offerta formativa del 2013-2018. Inoltre, ammesso e non concesso che la VQR sia qualcosa di correlato con la nostra capacità di fare ricerca , la norma implica che se non sai fare ricerca allora non sai neanche fare didattica. Vale la pena notare che nel RAE inglese a chi fa poca ricerca viene al contrario attribuito un maggiore carico didattico: è evidente che la logica di ANVUR e Profumo non è ispirata alla riallocazione delle risorse, ma al più semplice principio “bastona il cane che affoga”. Risuonano le parole di Sergio Benedetto dell’ANVUR: “qualche sede dovrà essere chiusa”…

Inoltre, l’accreditamento iniziale è concesso a partire dal valore base di DID, e non di DID(r) incrementato per la qualità di ricerca.  Peraltro, l’ANVUR ha tempo fino al 30 giugno 2013 per pubblicare i risultati della VQR: quindi ad oggi il fattore K è sconosciuto e qualunque seria programmazione è impossibile. A Torino basterebbe K>1.04 per mantenere i corsi aperti, ma con le norme attuali dovrà innanzitutto tagliare. Dobbiamo chiudere centinaia di corsi, attendere K e poi magari essere autorizzati a riaprirli l’anno dopo?

Uno sguardo all’evoluzione temporale del DID è ancora più preoccupante. Abbiamo stimato l’andamento del valore massimo di didattica erogabile da UniTo tenendo conto delle uscite previste e delle norme sul turnover. Nel 2013 DID dovrebbe scendere a circa 237,000 ore, mentre nel 2014 DID risalirà a circa 242,000 ore (si aggiunge il reclutamento straordinario dei PA: 25 punti organico, il 20% dei quali a esterni, una tantum). Nel 2015 DID potrebbe crollare a 232,000 ore, perché il turnover rimane al 20% e gli RTD assunti tutti insieme (hanno raggiunto in un anno il 10% del totale dei ricercatori in ateneo) arriveranno a scadenza e nessuno sa cosa accadrà (per approfondimenti si veda qui). Non ci sono dati oltre il 2015 sulle uscite del personale, ma il trend è fin troppo chiaro: se cala il personale cala la quantità di didattica erogabile.

L’AVA si ripete ogni 5 anni, quindi il profilo temporale conta poco (anche se il Nucleo di Valutazione è chiamato con la sua attività annuale di sorveglianza a monitorare la persistenza dei requisiti quantitativi e qualitativi), ma dà l’idea degli effetti che si cumuleranno verso il 2018. La prossima tornata di accreditamento vedrà infatti dispiegarsi gli effetti di un ulteriore problema, molto più difficile da affrontare. La distribuzione per età dei docenti universitari italiani (rapporto CNVSU 2011, p 155) mostra chiaramente che cosa accadrà nei prossimi 5 anni: arriverà al pensionamento il grande picco di professori entrati con l’ope legis del 1980. A quel punto si assisterà a un crollo verticale del numero dei professori, che si ripercuoterà sulla formula DID e quindi sulla quantità dell’offerta didattica degli atenei. Gli atenei italiani subirebbero un importante ridimensionamento, in confronto al quale il calo di 50,000 immatricolazioni degli ultimi 5 anni apparirà insignificante. Se non ci sarà una radicale revisione delle norme sul blocco del turnover e un forte rifinanziamento degli atenei, il verificarsi di questo scenario disastroso sarà certo.

Eppure la qualità non è uguale per tutti…

E per quanto riguarda le università non statali? Anche esse saranno obbligate a sottostare alla mannaia? Vale la pena riportare per intero il comma 1 dell’art. 3 relativo all’accreditamento iniziale delle sedi universitarie esistenti: “Le Università istituite al momento dell’entrata in vigore del presente decreto ottengono l’accreditamento iniziale a seguito della verifica del possesso dei requisiti di cui all’allegato B fatta eccezione, per le Università non statali, di quanto previsto alla lettera b) relativamente all’indicatore di sostenibilità della didattica.“. Cosa c’è alla lettera (b)? Il requisito quantitativo. Quindi il Ministero ci scrive, con la massima serenità, che le università non statali possono – in quanto tali – non sottostare ai vincoli sulla didattica massima erogabile. Solo le università statali devono chiudere i loro corsi di studio per poter continuare ad operare, nel caso non rispettino la magica formula per il calcolo dell’indicatore DID di cui all’allegato B, punto (b) del D.M. 47.

Non solo: anche i requisiti di docenza richiesti alle università private sono più bassi (del 25%) di quelli delle università pubbliche.  Evidentemente, secondo il MIUR, le università private sono in grado di assicurare la stessa qualità con il 25% di docenti in meno!

Per chi avesse ancora dei dubbi: anche il vincolo quantitativo della sostenibilità economica (allegato A punto (f)), che limita l’apertura di nuovi corsi di studio, è richiesto solo per le università statali.

Al di là degli aspetti tecnici, sarà difficile sostenere che questa decisione del Ministero non rappresenti un ulteriore, ennesimo regalo all’Università privata a fronte di uno sfregio di quella pubblica.

 

IL TUTTO SEMBRA PRIVO DI SENSO. MA LO È?

E’ questo un modo serio di governare l’Università pubblica? Ci sono tutti gli elementi che servono a qualunque persona ragionevole per dubitare che lo scopo ultimo di questo decreto e del sistema costruito dall’ANVUR sia effettivamente la valutazione e il miglioramento della qualità degli atenei pubblici italiani: non sarà che l’obiettivo finale è piuttosto quello di ridimensionarli con la scusa della valutazione e dell’efficienza? Di rivedere verso il basso l’anomalia di quella “bolla formativa” che così tante volte è stata citata in questi mesi? Non sarà che questo decreto e ciò che ci sta dietro sono un nuovo, subdolo passo verso quello smantellamento dell’università pubblica a cui tanto hanno contribuito tutti i governi degli ultimi 15 anni?

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20 Commenti

  1. Confesso di non essere riuscito ad andare oltre la ventesima riga dell’articolo. Insegno Linguistica (L-LIN/01) da un quarto di secolo, faccio ricerca e pubblico, ho diretto due dipartimenti e partecipato alle più svariate commissioni: che cosa hanno a che fare col mio lavoro questi numeri e queste indicazioni astratte e incomprensibili?

  2. ha a che fare con il tuo lavoro che a forza di numeri e formule ci chiudono, e se uno non si sforza di capire cosa c’è dietro a questi numeri (grazie agli autori!) il proprio lavoro non lo potrà più fare!

  3. Siamo alle solite. Forse occorre di nuovo rinfrescarci le idee circa il carico didattico imposto dalla legge alle singole componenti, ricercatori a TI inclusi. E allora non ci sarà bisogno di eliminare 10mila ore di didattica, ma soltanto di organizzarla diversamente. Mi infastidisce anche la feticcizzazione del RAD e della rigidità dei piani di studio, che nessuno ha mai voluto contestare. E oramai forse è troppo tardi dal momento che anche generazioni di studenti sono stati educati nel ‘culto’ del piano di studio imposto e irregimentato in caselle, codici, divieti ecc. Uniforme è stata accettata, uniforme si ha. E se penso che le prime leggi della riforma imponevano o raccomandavano la flessibilità curricolare…
    http://aperinsubria.blogspot.it/2010/10/il-mito-delle-120-ore.html

    • Cara Marinella, grazie per il commento. Una sola cosa: non ho capito cosa intendi quando affermi che non ci sarà bisogno di eliminare 10mila ore di didattica. A quanto ho capito leggendo il decreto, il tetto massimo di didattica erogabile è assoluto, prescinde dall’effettivo carico didattico imposto dalla legge ai docenti e non può essere aggirato…

  4. L’articolo ha ovviamente il grande merito di mostrare cosa implicano formule, numeri e rinvii tecnico-giuridici impervi a una qualsiasi innocente lettura. Credo divenga sempre più evidente che il solo a parlare chiaro, in questo anno di pasticci ministeriali e ANVUR, è stato Benedetto. L’eccezione quantitativa a beneficio delle università non statali è rivelativa, come pure le mille voci che si levano ogni giorno contro il sistema universitario pubblico. Il progetto, se ne esiste uno, è di portare il sistema attuale al collasso e poi ripartire introducendo la distinzione tra teaching e research universities; con le università pubbliche ricondotte in larga parte a compiti teaching. Cosa che prefigura un grave torto istituzionale a quanti, in un contesto concorsuale sinora unitario, si troveranno dalla sera alla mattina a insegnare in qualcosa come una scuola superiore.

  5. Riguardo alla formula Dtot = Dr x (1+ W), Dr è il numero di docenti richiesto per avviare il corso di laurea. Vale 12 per le lauree triennali, 8 per le magistrali e 20 per le quinquennali a ciclo unico.
    Mi scuso a nome anche degli altri autori per l’omissione della definizione nel testo!

  6. No, mi dispiace. Non considero mio lavoro interpretare le cabale ministeriali Il lavoro di un docente è insegnare e fare ricerca e questi signori sono stati avallati sin troppo.
    Il progetto cui accenna Dantini è assurdo e bisogna esplicitarlo al massimo in tutte le sedi per opporsi con forza a esso.

  7. Non ho letto l’intero articolo, anch’io mi sono fermata ad un certo punto. Per le 10mila ore da tagliare penso però che se i docenti insegnassero secondo la legge in vigore (che non è la legge Moratti per la quale mancano dopo sette anni i decreti attuativi e ci sono tanti altri aspetti da rispettare e da risolvere) la quantità si ridimensionerebbe da sé. Non so se quadrerebbe con il resto.
    Per come ho vissuto io l’applicazione della riforma Berlinguer, il peccato originale è stato quello di istituire tre cdl laddove la facoltà ne sopportava due. E infatti, dopo 10 anni, a due siamo stati costretti a ridurci, con la fusione di due in uno interclasse che poi i problemi della didattica effettiva li risolve male.
    Per l’eccedente necessità didattica si è ricorsi a contratti (oltre alla spesa, aumento del lavoro burocratico, mancanza di certezze attuative ogni anno, scombinamento della didattica complessiva per la condensazione inevitabile delle lezioni dei contrattisti), ai corsi tenuti da ricercatori (fino a 120 ore di didattica frontale), anche da ricercatori non confermati da un certo momento in poi (hanno cambiato la legge), all’aumento del carico didattico della maggioranza, sia in ore sia in numero di studenti laddove il corso era per necessità ‘trasversale’. Si è arrivati così al ‘mito’ delle 120 ore (presenti nella legge Moratti, ma sottoposte a condizioni), attraverso una prassi irrispettosa sia delle norme sia del buon senso. Il tutto affogato in una burocrazia crescente e oramai metastatica, ma che non accenna a diminuire, anzi. Come ha detto qualcuno in una riunione di oggi, se vogliamo far funzionare le cose, bisogna accettare tutti gli adempimenti burocratici anche se assurdi (scadenze ravvicinate, nuove normative da un anno all’altro, combattimenti con gli uffici) e poi si vedrà.
    Devo aggiungere una cosa che mi aveva colpita all’inizio del processo ‘Berlinguer’. Un collega mi ha detto, ovviamente preoccupato, e dire che era un sindacalista: vedrai che ci licenziano. Questa paura, che evidentemente era ed è di molti, è stata la ragione per cui si è ingoiato tutto.

  8. E’ opportuna una precisazione. Nell’articolo scriviamo che le ore in eccesso rispetto al limite posto dal D.M. 47 devono essere eliminate entro l’inizio di marzo, quando scade il termine per comunicare al Ministero l’elenco dei corsi di studio che ogni ateneo intende attivare (i RAD). Questa affermazione rimane corretta in linea di principio, ma l’attuazione delle procedure permetterà di rimandare alla fine di maggio la decisione sul taglio delle ore di didattica da erogare. Infatti solo a fine maggio andranno formalizzate le SUA-CDS, che contengono per ogni corso di studio l’elenco degli insegnamenti attivati, delle ore di lezione di ogni insegnamento e ogni altro dettaglio che cade sotto gli
    indicatori richiesti dal D.M. 47. Vi è evidentemente una inconsistenza temporale: infatti le università dichiareranno a marzo di attivare un certo numero di corsi di studio, che però non sono certe di poter
    attivare veramente. Poi a maggio qualcosa (o molto) sparirà.

  9. CHE FARE?

    Cari amici di ROARS,

    credo che sia ORA DI AGIRE. Faccio presente, da matematico, che le formulette, si possono rigirare a proprio favore, senza cambiarle: questo e` quello che si chiama strategia DI BREVE TERMINE.

    Caro Giorgio Israel, hai fatto parte del Comitato Gelmini: ora, che ti sei pentito, studia come rigirare le formulette, invece di infuocarti sui disastri CHE SONO STATI COMPIUTI da RUBERTI FINO A PROFUMO.

    Quando fu introdotto il 3+2 dissi nella mia Facolta` che dovevamo bloccarlo perche’ era l’inizio della distruzione DELL’UNIVERSITA` e avevo ragione. Ma ero solo il rappresentante dei ricercatori, non contavo nulla e il Preside nemmeno verifico` il numero legale come da me richiesto visto che nessuno dei (pochi: erano ormai le 19) professori presenti appoggio` la mia richiesta.

    Molti pensano soltanto alla propria scatolina (anche alcuni dei commenti qui sopra, scusate), mentre la risoluzione dei problemi va pensata INDIPENDENTEMENTE dalle proprie scatoline personali. NON sto dicendo che bisogna sacrificare sull’altare di AVA & Co. NESSUNO: sono contraria agli effetti collaterali e anche alle valutazioni: ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire essere valutati, sia in Italia che nei famosi USA, dove <>, ma INVECE dipende ANCHE da altri fattori: non CI PIACE la tua area di ricerca, sei una donna, non ti appoggia un gruppo forte –alias di amici nostri–, sei sposata, e chi piu` ne ha piu` ne metta: ah, dimenticavo SEI VECCHIA/VECCHIO e le migliori ricerche nella tua area si fanno PRIMA DEI 40 ANNI.

    E` ora che, OLTRE ALLA VOSTRA SUPERMERITORIA SPIEGAZIONE A TUUTI NOI di cosa c’e` dietro ai numeretti di AVA, ANVUR etc, ci si muova per evitare il tracollo: ROARS ha 2 milioni di iscritti su FB. Alcuni politici vi fanno gia` la corte (Sandro Baccini sei silenzioso/scioccato?) sentendo PROFUMO di voti: non vi fate ingannare dalle vostre stesse OPINIONI politiche e iniziamo ad AGIRE, perche’ quando sara` sparita l’universita` e la scuola PUBBLICHE sparira` IL NOSTRO STESSO PAESE e di giovani capaci e meritevoli NON NE PRODURREMO (sic) PIU`.

    PER ESEMPIO: non sono una giurista, ma, chiedo ai giuristi dentro ROARS, posso fare una denuncia di altro tradimento contro MONTI? La posso motivare razionalmente, ma a Giurisprudenza non insegnano LOGICA (forse) e quindi, chiedo, su quali basi giuridiche?

    Posso fare un esposto alla Procura della Repubblica? E su quali basi giuridiche? E se una di queste azioni e` possibile, fatta solo da me, che risonanza avrebbe fatta anche solo dal 10% degli “iscritti” a FB di ROARS (per coloro che pur avendo fior fior di dottorati non lo sanno — e GUAI, o Lucignolo, se incolpi la/il tuo insegnante delle elementari — basta dividere il suddetto numero per 100 e moltiplicare per 10).

    Un’azione del genere fatta ORA a pochi giorni dalle elezioni GENERALI che risonanza avrebbe?

    La vera rivoluzione la fanno gli intellettuali ridotti in poverta`: non l’ho detto io, ma uno che ALCUNI CREDONO (in buona fede?) sia morto ideologicamente, tanto per essere CLARA.

    • “ROARS ha 2 milioni di iscritti su FB.”
      Sarebbe bello, ma purtroppo sono “solo” 2.000.

  10. Come noto, la Fields medal viene assegnata a matematici sotto il 40 anni che abbiano ottenuto risultati eccezionali. Qualche anno fa (2010) e’ stata data al francese Cedric Villani. Il quale pero’ ha ottenuto questi risultati in articoli pubblicati con il nostro “vecchietto” Giuseppe Toscani (Unipv).

    La favola che “i lavori migliori si fanno prima dei 30 anni” e’ stata messa in giro dai francesi, per i quali il matematico ottimo e’ Galois, morto a duello a 20 anni.

    Ecco, io preferirei non fare duelli, e neppure andare in piazza a manifestare…non si sa mai.

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