Dal 20 febbraio, in concomitanza della chiusura di tutte le attività universitarie in presenza, è iniziata la didattica a distanza. Si riteneva che tale metodo innovativo fosse determinato dalla sopravvenuta situazione di emergenza, da utilizzare per il tempo necessario, fino a un ritorno alla normalità. Ma mai si era pensato – almeno credo io – che la didattica sarebbe stata guidata, oltre che nei suoi metodi, anche nei contenuti. Infatti, a parte le università telematiche che fanno dell’e-learning la ragione stessa della loro esistenza, tutte le altre ero convinto dovessero procedere secondo una pratica didattica ancorata a quella in presenza.

Tanto è vero che a partire dai primi di marzo ho tenuto le lezioni del mio corso secondo il sistema della videoconferenza oppure, dandosi agli studenti la possibilità di interagire con domande o richieste di eventuali approfondimenti tematici, avvalendomi di Microsoft Teams. Restando inteso, pareva un’ovvietà, che ciascuna lezione da remoto avesse la medesima lunghezza di quelle in presenza; vale a dire, per due ore accademiche, come in aula. In tale modo, ritenevo di applicare sia alla lettera sia nello spirito le indicazioni del rettore prof. Elio Franzini, nella sua esortazione a proseguire la didattica a vantaggio di studenti che, pagando le tasse universitarie, mantengono il diritto a un insegnamento di qualità non dissimile – nei limiti del possibile – da quello impartito in aula.
Tuttavia, da parte del Centro per l’innovazione didattica e le tecnologie multimediali (CTU) di ateneo sono arrivate indicazioni su come svolgere la didattica a distanza. Né si tratta di soli suggerimenti tecnici circa l’uso di tecnologie a cui la maggior parte dei docenti non è avvezza. Premettendosi, comunque, che ai professori universitari a oggi non viene richiesta una competenza nella didattica multimediale (per fortuna certo, ma ancora per quanto tempo?). Ma ugualmente, il CTU a “Tecnologie per la didattica – e-learning – Coronavirus – 19: Azione straordinaria di produzione di contenuti digitali per la didattica” (https://coronavirus.ctu.unimi.it/), ha emesso tra i documenti “Linee guida per una corretta creazione di moduli multimediali (videolezioni)” (con accesso diretto a www.ctu.unimi.it/download/Linee_Guida_Slide.pdf), fornendo indicazioni non solo tecniche, ma anche su come trattare gli argomenti presentati a lezione. Infatti, per la creazione di slide si indica di “preferire periodi brevi, evitando quindi la narrazione prolissa”. Ebbene, secondo il Dizionario della lingua italiana Gabrielli, “prolisso” significa “che si dilunga troppo”, e poi “eccessivamente dettagliato”, “verboso”. E ancora, sempre stando al Gabrielli, “prolisso” può significare anche “pedante”, “pignolo”. Insomma, tutta una serie di significati negativi per questo aggettivo, espressi da parte del CTU nella valutazione di merito tutta negativa, di un’ipotetica lezione fuori dai modelli da esso stesso creati, esposta secondo un ipotetico metodo sbagliato, almeno a detta di tale documento. Ma chi deve valutare presunte incisività o prolissità di un concetto disciplinare declinato nella didattica? E poi, chi si arroga il diritto di stabilire valori qualitativi alle lezioni di un docente, indicando persino come le si deve impostare? Concetti complessi richiedono, che piaccia o no, argomentazioni complesse, mentre sta alla sensibilità e alla bravura del docente farsi capire dal proprio uditorio, e possibilmente senza ricorso a schemi banalizzanti. Ma a quanto pare, nelle videolezioni preferibile evitare le argomentazioni complesse.
Ancora, si raccomanda di “preferire elenchi puntati (per mettere in risalto dei concetti o chiarire argomenti complessi)”. Che quindi possono ritornare, ma come? Con un sapere somministrato in pillole, anzi erogato – ormai si dice così, secondo una equiparazione del docente a un rubinetto o a una pompa di benzina – mediante brevi definizioni scandite da punti, alla faccia del sapere critico da trasmettere. In altre parole, auspicato un “mangime telematico” distribuito in pacchetti preconfezionati tra l’altro, come si vedrà, anche interscambiabili.
Che l’osservazione di cui sopra non sia una farneticazione paranoide, si evince dalle raccomandazioni / prescrizioni contenute nei seguenti punti successivi che si riportano testualmente compreso quanto inserito tra parentesi tonde, mentre le chiose tra parentesi quadre sono di chi scrive: “evitare di inserire riferimenti all’insegnamento per le quali le slide [per il CTU alla base dell’insegnamento a distanza] sono state create (il nome del corso e altri riferimenti possono essere inseriti direttamente nella piattaforma di erogazione [rubinetto, per l’appunto]), in questo modo le registrazioni possono essere riutilizzate per insegnamenti/corsi differenti”. E poi, “evitare riferimenti temporali (es. come vedremo nella lezione successiva, come abbiamo visto nella lezione precedente, ecc.) per potere riutilizzare i moduli didattici anche con un ordinamento differente;” inoltre: “evitare di riferirsi alla numerazione delle lezioni (es. questa è la seconda parte dell’incontro) per la stessa ragione del punto precedente.”
Dal quadro soprastante, si è fatto evidente quanto prima lasciato intravedere: lezioni ridotte a pillole interscambiabili; per cui meglio non numerarle, in modo da potere usare i “moduli didattici” anche in contesti differenti da quelli per cui sono stati impostati e secondo un ordine “altro”. In proposito, inquietante la possibilità di riutilizzare il materiale didattico di un corso per altri insegnamenti/corsi. Questi ultimi tenuti da chi? Da docenti di altre materie, magari senza il consenso di chi li ha prodotti? La lezione in aula, anche se tenuta nei locali dell’ateneo è pubblica nel senso che chiunque ha diritto ad ascoltarla, anche chi è estraneo all’università. Ma è anche di proprietà del docente, consumandosi nel momento stesso in cui le ha pronunciate: in aula verba volant. Mentre in didattica online, visa et scripta manent grazie alle nuove tecnologie.  Ma lascia perplessi che terzi, pur interni all’università stessa, possano farne uso in contesti diversi da quello in cui essa ha avuto luogo, ma non previa autorizzazione del docente, piuttosto dell’Università, diventata proprietaria della lezione. Inoltre, pare che per il CTU di Milano anche nella didattica viga la proprietà commutativa delle addizioni aritmetiche: cambiando l’ordine gli addendi – cioè i moduli non legati a una numerazione progressiva – il risultato non cambia. Forse si tratta di una novità nel campo didattico ispirata dal mondo della matematica, colpevolmente sfuggitami. Ma la lezione dovrebbe restare sempre attaccata al docente che l’ha impartita, il quale si assume ogni responsabilità di quanto detto; mentre essa, al contrario, è diventata di proprietà dell’università per la quale si è tenuto il corso. Invece ecco venire fuori, con indubitabile genialità creativa, la lezione interscambiabile, senza nome, senza un proprio numero progressivo (sic!), di pronto uso in contesti vari, scardinata da quello per cui era stata impostata. Progressi delle metodologie didattiche… chissà.
Lista delle indicazioni tutt’altro che terminata. Infatti, si tocca anche il tema della durata delle lezioni online: “È stimato che un’ora di didattica in presenza corrisponde a circa 20/25 minuti di videolezione. Si consiglia di registrare delle videolezioni di durata compresa tra i 10 minuti e i 20 minuti max.” Insomma, apoteosi della cultura in pillole, la cui erogazione deve cessare dopo 10 minuti, massimo 20. Con una stima di un’ora di didattica in presenza equivalente a 20/25 minuti di videolezione. Spontanea una domanda: durata stimata da chi? Pensare che nel mio corso di Geografia (60 ore, cdl in storia, II semestre), dovendo passare alle videolezioni dopo sole sei ore in aula e cercando di mettere in pratica l’appello del rettore, ho cercato di renderle simili il più possibile a quelle in presenza. Il che ha comportato una loro durata di 90/110 minuti ciascuna. Poveri studenti, costretti a subirsi sbrodolate di concetti e riflessioni per quasi due ore, equiparate a salvifici 40/50 minuti di videolezione e somministrati in spezzoni lunghi ciascuno 20 minuti al massimo. Ho quindi violato tutte le norme anche se, potendo tornare indietro rifarei tutto ugualmente. Anche se la videolezione non soltanto richiede una preparazione degli argomenti da presentare talora complessa proprio come quella in aula, ma anche un grande lavoro tecnico e “sotterraneo” di allestimento e di inserimento della lezione per la sua fruibilità universitaria che a me, dalle competenze informatiche meno che elementari, è costato per ognuna ben di più del suo tempo di svolgimento. E naturalmente, anche nelle presentazioni delle videolezioni ho puntualizzato, con precisione quasi ossessiva, il loro numero progressivo nel contesto delle 30 lezioni totali per 60 ore contravvenendo – anche questo con il senno di poi lo rifarei ugualmente – alle norme del CTU a cui pare sembri affidata non solo la direzione tecnica, ma anche la metodologia didattica telematica di ateneo. Critiche queste, ma senza togliere nulla al lavoro egregio del CTU, che ha dovuto fronteggiare un’emergenza scoppiata quasi da un giorno all’altro, senza che l’ateneo sia – né si spera che lo diventi, nemmeno parzialmente – un’università telematica.
Ma lo stesso, qualche considerazione ulteriore è d’obbligo. L’11 aprile 2020, su ROARS, l’articolo di Laura Angelucci, “Scuola e didattica a distanza: una riflessione”. Secondo l’autrice, si sono attuati cambiamenti nella didattica diventata online, la quale “… nei limiti temporali di una situazione contingente […] non può assolutamente configurare per la scuola, in prospettiva, nessun’ipotesi di lavoro alternativa futura”. Infatti, “tutto il lessico che descrive il lavoro agile rimanda ad una concezione del lavoro che, per statuto, non appartiene alla scuola”. Pubblicazione, la sua, che sottoscriverei interamente, senza se e senza ma, avendo avuto una pratica pluridecennale come docente di secondaria – negli anni ’80 e ’90 – prima di approdare all’università. Ma i pericoli di una trasformazione strisciante della didattica di ateneo in una struttura, anche solo parziale, di e-learning sono già percepibili. E non è la sola forma a cambiare lasciando inalterata la sostanza, ma sono le forme stesse, nella didattica che piaccia o no “vere sostanze”, a modificare fin nei presupposti tutto l’insegnamento.
Intanto l’ANVUR – neanche la pandemia riesce a fermare questa agenzia – continua a valutare i “prodotti” (cioè oggetti in stile catena di montaggio, ora che “pubblicazioni” costituisce un termine ormai desueto) dei docenti non in base alla loro qualità intrinseca, ma a seconda della classe della rivista o del prestigio della casa editrice che li pubblica. In altre parole, involucro valutato al posto del contenuto, configurandosi una metonimia involontaria degna della migliore retorica. E procedendo innanzi, a quanto appare, si mette mano alla metodologia didattica, tra l’altro da usarsi per esigenze estranee non solo a quelle dell’aula, ma eventualmente estranee anche alla sensibilità del docente.
L’ANVUR fornisce l’incipit al rullo burocratico che sta permeando, dopo la secondaria, anche l’università. Una burocratizzazione che ormai fuori controllo che alimenta sé stessa, nonostante ripetute promesse di un suo snellimento. Tra le new entry in tale senso, la “terza missione”: come principio in sé non disprezzabile, ma dopo la sua introduzione “soft”, essa è diventata prima di tutto un obbligo, almeno morale per i docenti, per non fare sfigurare il proprio dipartimento nelle valutazioni comparative. Essa però, terzo pilastro aggiunto a quelli della ricerca e della didattica, sottrae tempo ed energie al perseguimento dei primi due. Dopodiché si è aggiunta come ennesimo adempimento burocratico: gli eventi relativi non vanno semplicemente segnalati ed eventualmente messi in curriculum; piuttosto, devono venire inseriti, per via esclusivamente digitale e secondo schemi predisposti dall’Amministrazione. In caso contrario, loro riconoscimento uguale a zero. Insomma, come in ogni burocrazia che si rispetti è la “carta” – materiale o virtuale, non fa differenza – a determinare la realtà e non viceversa. Nuova gabbia burocratica, a scoraggiare le iniziative, o almeno la loro ufficializzazione. Diventate ardue a praticarsi anche azioni banali come il riconoscimento di spese per fotocopie o l’acquisto di cancelleria a uso didattico: tanto complicati da spingere a provvedervi di tasca propria. E poi, perdite tempo a compilare sempre più moduli e scartoffie anche per la didattica, vero coronamento a essa. Aggiungiamo il bisogno di segnalare “prodotti” per soddisfare gli AIR quando prima bastavano gli elenchi delle pubblicazioni a curriculum. Poi quello di corrispondere ai criteri ANVUR, carrozzone governativo che non favorisce certo una ricerca libera e disinteressata nemmeno nel ramo umanistico del sapere, ai fini di una competizione tra atenei e dipartimenti per ottenere risorse sempre più esigue. Si potrebbe andare avanti…
Tornando alla didattica, bisogna farsi una ragione che la sua standardizzazione è irreversibile, anche se questo inquieta. L’introduzione di “abilità” e “competenze” a porre ombra alle “conoscenze critiche”, di fatto svalutate da seguire la tendenza consolidata in secondaria, ha cominciato a prendere piede fin da quando con la riforma del 3+2 la preparazione professionale si è fatta “obbiettivo” (secondo un lessico militare) da perseguirsi anche in cdl spiccatamente umanistici come storia e filosofia.
Non credo che queste riflessioni provengano da un allarmismo ingiustificato, considerando la china discendente intrapresa dall’università, specialmente nell’ultimo decennio, che ha visto il corpo docente passivo in proposito, salvo lamentele di corridoio assolutamente inutili. Come le anime nel Paradiso dantesco poste nel cielo della Luna astro che non brilla di luce propria, le quali in vita si erano distinte per mancanza di determinazione e per la tendenza alla sottomissione passiva, da ridursi in cielo a un’apparenza di ectoplasmi non riconoscibili come “sostanze” dal Poeta, che come la Luna non brillano di luce propria. Ecco le parole di Beatrice: “vere sustanze son ciò che tu vedi, / qui rilegate per manco di voto” (Par. III, 29-30). Ma forse anche troppo il cielo della Luna per i professori universitari italiani, trattandosi pur sempre di Paradiso. Infatti, l’inerzia del corpo docente raggiunge vette eccelse, altro che Piccarda Donati. Basti considerare il rifiuto al boicottaggio quasi generale della prima VQR. In proposito, davanti a un provvedimento iniquo a danno dei soli universitari tra tutti gli alti dirigenti dello Stato non contrattualizzati (parlamentari, magistrati, ufficiali superiori delle Forze Armate), l’accademia a parte qualche inutile mugugno ha messo la testa sotto la sabbia.
Infine, riguardo ai passi verso la sottrazione di spazi alla libertà didattica, si deve alla collega Ana Millan Gasca la citazione di un passo di Filostrato (su ROARS, 12 aprile), che recita: “Gli dei conoscono il futuro, gli uomini ciò che accade, i saggi ciò che si avvicina”. Non sta a me dire che sono saggio, ma anche senza che io lo sia, nessuna altra definizione mi sembra più azzeccata in relazione all’università (e alla scuola) nei giorni nostri.
Ma per fortuna, l’articolo 33 primo comma della Costituzione repubblicana non è stato ancora abrogato anche se, con l’aria che tira alimentata dall’emergenza della pandemia, a qualcuno comincia ad andare stretto. Né, sono convinto, vi sia bisogno di eliminarlo tout court: basta disapplicarlo a piccoli step magari a colpi di circolari, ai fini di una standardizzazione e semplificazione dei contenuti didattici trasmissibili.

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50 Commenti

  1. Violante conclude giustamente il suo preoccupato intervento riferendosi all’art. 33 della Costituzione, un baluardo che nessun decreto rettorale e nessun “consiglio” degli uffici tecnici può scalfire.
    Basta non tener conto di tutta la paccottiglia burocratica relativa alla cosiddetta Dad [http://www.bollettino.unict.it/articoli/perché-la-dad-non-è-didattica ].
    Lo scorso 30 marzo ho registrato gli ultimi 10 minuti delle mie lezioni telematiche, spiegando le ragioni per le quali avrei continuato a svolgere le lezioni in streaming senza però registrarle.
    Il video si può trovare qui, liberamente visibile: Unict. Lezione di Filosofia teoretica. 30.3.2020 [ https://www.dropbox.com/s/wmyu0rpmen2r0da/Filosofia%20teoretica%20%28Scienze%20filosofiche%29%20-%2030.3.2020.mp4?dl=0 ]

    • Capisco e concordo sulle preoccupazioni di fronte all’espropriazione anche solo formale del proprio lavoro. Tuttavia io ho optato per continuare a registrare tutto, anche con la consapevolezza dei rischi. In condizioni normali non registrerei neanche un millisecondo e per un ragionamento didattico. Ma siamo in emergenza, e so (per interazione con gli studenti) che una parte di loro ha seri problemi pratici di fruizione della lezioni in streaming. Allora, la lezione registrata può fare la differenza tra poterla seguire o perderla completamente. Di fronte a questa alternativa non ho dubbi e registro.

      L’opposizione all’esproprio del mio insegnamento la faccio nelle interazioni con i vertici di ateneo, quando fanno scelte tecniche subottimali dal punto di vista della didattica, e continuerò a farla se qualcuno volesse considerare la situazione emergnziale come la sperimentazione del futoro prossimo venturo.

    • È curioso che un professore non sappia che tutti i flussi audio-video trasmessi in streaming sono facilmente registrabili con molte applicazioni gratuite. Quindi, anche se non vengono resi disponibili in download, possono essere intercettati e ridistribuiti. È una pratica semplicissima e diffusissima che i giovani (anche quelli che studiano filosofia teoretica) sono ovviamente più abituati a usare per appropriarsi di materiale d’intrattenimento. Se però ritenessero utile conservare e scambiarsi le lezioni del Prof. Biuso non avrebbero alcuna difficoltà a farlo con una delle innumerevoli applicazioni che già hanno a disposizione sui loro device.

    • È curioso che l’anonimo lettore non colga lo scopo e il significato politico e simbolico del mio gesto. So bene (da quindici anni sono sempre connesso, praticamente un cyborg) di non danneggiare eventuali studenti che intendano registrare le lezioni. Ma non metto a disposizione di Microsoft le mie lezioni, non do il mio consenso a questo esproprio e soprattuto segno un gesto di discontinuità -come dico nel video, nel caso e.g. lo abbia visto- rispetto a precise dichiarazioni dei responsabili di Ateneo.

  2. La tendenza segnalata qui sopra, a Milano si consolida. Il 28 aprile avevo provato a entrare nel mio sito Ariel, la piattaforma online di ateneo per i materiali didattici: accesso negato, a meno si non dichiarare di accettare nuove disposizioni emesse il 26 aprile e dalla valenza retroattiva. Tra cui, il divieto di pubblicare nei corsi “erogati [ci risiamo] con gli LMS (Learning Management System) … materiale a carattere erotico od osceno, offensivo del pubblico pudore o della pubblica decenza …”. Insomma, si vieta di trasformare il proprio sito didattico in un sito porno. Ma si sa, a vietare qualcosa prima neanche lontanamente ipotizzata da potenziali trasgressori, si riconosce, proprio grazie al suo divieto, che quel qualcosa si possa anche fare. Avvilente per tutti i docenti essere arrivati a siffatte raccomandazioni, almeno credo. Peccato però che nessuno a Milano, a parte me, abbia trovato niente da ridire. Ma il vero punto importante è quanto segue. Si chiede di accettare – in un burocratichese giuridico che è necessario leggere più volte per afferrare il significato di quanto scritto – che tutto quanto immesso tramite LMS, non solo gli autori ma anche il CTU (e dunque l’Università di cui esso è emanazione) possano utilizzarlo “in qualsiasi ambito, anche di natura commerciale”, senza che compaia il nome dell’autore. In altre parole, l’Università può pubblicare e/o tradurre, tutto o in parte e per qualsiasi contesto, il tuo lavoro previa cancellazione del tuo nome. Obbligatorio accettare se si vuole continuare l’insegnamento online. Quindi, per parte mia, ho dovuto fare diventare Ariel (gestito da me per l’immissione dei contenuti, ma di proprietà dell’Università) un guscio vuoto, usato solo per comunicazioni di servizio agli studenti e tutt’al più contenitore di lezioni in videoconferenza, ma senza grafici e tabelle e solo con la mia faccia in primo piano e con tantissimi riferimenti e rimandi, da renderle inutilizzabili in contesti altri rispetto alla lezione stessa.

  3. Quanto segnalato da Violante nel suo commento di oggi mi pare molto grave. E’ un pericoloso precedente che andrebbe boloccato sul nascere perché non venga seguito da altri atenei. Mio chiedo anche se sia legale. Credo che su questo sia necessario un intervento sindacale.

  4. Caro Collega,
    grazie per il post. Chi denuncia quanto scrivi non è paranoico così come non è complottista chi ritiene che il programma di digitalizzazione dell’università, che esiste da anni, sia sostenuto innanzitutto dalle multinazionali del digitale e dal loro indotto. Come dici tu, esistono ancora leggi che sta solo a noi far valere. La pandemia ha accelerato la realizzazione del programma ma sta solo a noi reagire organizzandoci per contrastarlo in nome della libertà, non solo accademica.

  5. Sono problemi che in parte mi sono posto anch’io, rifiutandomi di adeguarmi all’uso di un sistema di teledidattica di ateneo (chiamato Elly) che giudico rigido, male impostato e poco funzionale, oltre che tecnologicamente obsoleto. E delle assurde istruzioni ricevute dall’Ateneo su come usarlo.
    Da oltre 10 anni mi ero già sviluppato il mio sistema, sul mio sito web personale (www.angelofarina.it), in cui ho pieno controllo dei contenuti, dei formati, degli accessi, etc.
    Sono 10 anni che videoregistro le mie lezioni, e le metto a disposizione dei miei studenti (in realtà di chiunque, visto che il sito è di libero accesso). E che faccio fare agli studenti esercitazioni “online”. Sia da casa, sia portando il loro computer, tablet o smartphone in aula.
    Scelgo io i contenuti, i tagli, le impostazioni, se numerare le lezioni (io le numero), se indicare nelle slides il corso di appartenenza (io lo indico).
    Sto facendo ampio uso di tecnologie teledidattiche da 10 anni, non ho dovuto inventare nulla di nuovo causa il virus. Peraltro, alcune delle problematiche tecniche della teledidattica (la parte audio) rientrano in pieno nei contenuti scientifici della mia attività di ricerca, e pure di uno dei corsi da me tenuti (Applied Acoustics per Telecommunication Engineering, ovviamente in inglese).
    Una sacco di autoproclamati esperti si sono arrogati il diritto di venirci ad insegnare come si fà teledidattica (senza averla mai fatta), anzichè venire umilmente a chiedere consiglio a chi ne aveva già poliennale esperienza.
    Ovviamente ho completamente ignorato le raccomandazioni forniteci, che erano pure spesso tecnicamente sbagliate (soprattutto con riferimento alle mie competenze, ovvero su come fare a fornire un segnale audio dotato di adeguata intelligibilità, senza il quale qualunque forma di videolezione, sia preregistarta che interattiva, diventa facilmente del tutto inutile, se uno non riesce a sentire bene e dunque a capire cosa viene detto).
    Tuttavia segnalo che ho visto anche reazioni preconcette ed ingiustificate da parte dei miei colleghi. Molti hanno rifiutato la teledidattica “tout court”, considerando essa stessa una inaccettabile imposizione.
    L’imposizone (sbagliata) riguarda le modalità di attuazione, non lo strumento in se’. E’ un errore pensare che la teledidattica sia sbagliata “a prescindere”: se utilizzati in modo appropriato, gli strumenti oggi disponibili forniscono un formidabile potenziamento alla nostra capacità di trasmettere il sapere, esattamente come un microfono e gli altoparlanti forniscono un eccellente miglioramento nella intellegibilità delle lezioni in una grossa aula affollata.
    Faccio questo paragone perchè ricordo, da studente, un mio professore assolutamente retrogrado, che rifiutava di usare il microfono, dicendo che lui era contrario “a prescindere” all’uso delle tecnologie elettroniche e che tanto, se stavamo zitti, lo avremmo sentito lo stesso. Con 250 persone in aula, pure troppo riverberante, in verità si sentiva malissimo e prendere appunti era pressochè impossibile…
    Conclusione: trovo giusto ribellarsi a queste cervellotiche “raccomandazioni”, spesso tecnicamente infondate ed ideologicamente allineate ad un certo modo di fare didattica, diciamo, “all’americana”. Ma non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca: gli strumenti che ora abbiamo a disposizione (in realtà ci sono da anni, ma la maggior parte dei docenti li ha scoperti solo ora) sono utilissimi, sia al docente che allo studente.
    E’ davvero stupido non provare ad usarli e rinunciare agli enormi vantaggi che possono derivarne, sulla base di assunzioni preconcette, che hanno lo stesso stupido grado di rigidezza idologica delle fuorvianti raccomandazioni di cui sopra, anche se di segno opposto.
    La triste vicenda del virus ci ha dato delle nuove opportunità, che ovviamente per essere colte richiedono di impadronirsi di conoscenze che molti di noi non avevano. Cerchiamo tutti di restare umili, di imparare quel che non sappiamo, di trarre vantaggio dagli errori che altri prima hanno commesso (io di errori in questi 10 anni di sperimentazione ne ho commessi tanti, ma non c’era nessuno con cui confrontare le esperienze – oggi invece le possiamo conforntare fra tutti noi). La ricetta ottimale sarà ovviamente diversa per ciascuno di noi, e spesso sarà diversa per ogni singolo corso, perchè diversi sono i contenuti ed i metodi, e diversi sono anche gli studenti (io insegno in 4 diverse facoltà: Ingegneria, Architettura, Medicina, ed al Conservatorio). Non è pensabile di standardizzare tutto, ed ogni docente deve mantenere la sua libertà e responsabilità. Ma senza ergere barricate o rifiutarsi a priori…

  6. Il problema, caro collega, è del mantra sulla superiorità dell’e-learning che ci viene propinato da anni per imporre una didattica standardizzata e funzionale all’organizzazione manageriale dell’università che si è imposta negli ultimi anni. Io rivendico, non per chiusura ma per convinzione, l’uso della lavagna in ardesia e del gesso come strumento didattico per i miei corsi e non ritengo siano strumenti didattici inferiori o obsoleti rispetto a quelli dell’e-learning. Se qualcuno intende utilizzare l’e-learning non ho nulla da obiettare se lo fa per i propri corsi in buona fede ma qui stiamo parlando dell’imposizione di questo strumento a tutti, ora in situazione emergenziale, ma temo, subito dopo, per realizzare un programma già ben strutturato e sostenuto da potenti lobby. Chi si oppone a questo sistema non è né stupido, né squilibrato, né paranoico: il fatto che il collega Violante abbia dovuto ricordarlo più volte è un grave indizio di un clima ideologico post-neoliberale che sconfina nello stalinismo. Non vorrei dovessimo essere costretti, un giorno forse non molto lontano, ad abiurare, confessando di fronte a un qualche comitato per l’innovazione didattica di essere dei “revisionisti pedagogici”.

  7. No comment sul post qui sopra di uno dei tanti pasdaran della teledidattica, ignari delle implicazioni epistemologiche, ideologiche, sociali ed economiche dello ‘strumento’ – ovviamente l’autore sembra essere un ingegnere, cioè un professionista la cui forma mentis è ideale per adeguarsi alle richieste del sistema. Eccellente invece l’articolo su ciò che succede nell’ateneo milanese, forse non a caso, per ragioni ambientali: abbiamo del resto appena visto gli strepitosi successi della sanità lombarda, all’avanguardia nella privatizzazione e monetizzazione delle conoscenze, di fronte all’epidemia attuale. Quel che è triste è che non sono molti a rendersi conto del carattere di trojan horse della teledidattica ai fini di un’espugnazione del sapere critico e umanistico come lo abbiamo conosciuto e com’è stato alla base della civiltà occidentale negli ultimi due o tre secoli. Che sia un bene ricorrere all’insegnamento da remoto, per ragioni di salute pubblica (e privata), è un conto; che questo stato di eccezione diventi un esperimento sociale trasformativo e demolitivo dell’università pubblica (quanti posti di ricercatore risparmiati con le videolezioni… ecco perché le si vuole rendere anonime e intercambiabili!), meglio di no. Resistere, resistere, resistere.

  8. Vedo che si continua ad assegnare una valenza negativa allo strumento teledidattica di per se, e non al suo uso “finalizzato” ad un certo modello di insegnamento che stanno cercando di imporci. Uno strumento è solo uno strumento e possiamo usarlo come vogliamo. Anche non usarlo, laddove non è efficace, ma riconoscendo che in altri ambiti invece è utile. Secondo me non c’è nulla di male ad usarlo, lo strumento è neutro per definizione. Avendone padronanza e controllo, è un’arma, ed e’ potente. Come tutte le armi, se usata male, è pericolosa. Per questo dobbiamo imparare ad usarla, e bene.
    Viceversa, l’ideologia che ci han costruito sopra è pessima.
    Anche io la rifiuto, prevede uno spezzettamento del sapere in pillole glassate, che le inghiotti liscie e ti impasticcano senza che te ne accorgi, e ti tolgono la libertà di pensiero e di critica.
    Ovvio che stanno usando la teledidattica come “scusa” per imporre questo demenziale modello formativo, che possiamo e dobbiamo rifiutare.
    Stanno cercando di far passare l’idea che gli strumenti teledidattici vanno usati solo cosi’ come dicono loro, e dunque che essi si portano dietro inestricabilmente il modello delle “pillole”.
    Ma esattamente per questo motivo dobbiamo spezzare il legame artificioso fra strumento e metodo.
    Solo comprendendo che il legame non esiste, e che lo strumento può venire usato anche in mille altri modi, eviteremo di doverci adeguare ad un metodo che non riconosciamo.
    Chi invece, come i due colleghi qui sopra, accetta l’identificazione dello strumento col metodo, ha di fatto già consegnato la vittoria all’avversario. Chè questa è la tesi di chi ci vuole imporre la didattica in pillole, e nel momento in cui accettiamo che la teledidattica “si fa solo cosi'”, vedete bene che abbiamo già perso.
    Quel che dico io invece è di spezzare questa inesistente corrispondenza: ognuno deve continuare ad usare le metodologie didattiche che ritiene idonee, senza farsi condizionare da questi maldestri tentativi di plagiarci a schemi comportamentali precostituiti. Rivendichiamo la nostra libertà di insegnamento: per farlo, dobbiamo anzitutto sdoganare la teledidattica da portatrice di un metodo di insegnamento unico e non modificabile. Riportiamola a quello che è, uno strumento versatile e potenzialmente utile, esattamente come il microfono, il videoproiettore o i pennerelli e i gessi colorati. Sono strumenti che possono aiutare: col solo gesso bianco è più difficile mostrare certe cose che coi gessi colorati, col microfono mi stanco meno a parlare due ore, e gli studenti capiscono meglio – ma se non so fare un disegno a colori alla lavagna, o non so usare il microfono e lo faccio fischiare andando nella zona di effetto Larsen degli altoparlanti, ecco che strumenti potenzialmente utili diventano dannosi.
    Più strumenti ci sono, meglio è per tutti. Meglio li conosciamo e li sappiamo usare, meno ne saremo condizionati, perchè ne avremo il controllo.
    Ecco perchè mi sono sviluppato il mio personale portale teledidattico, invece di subire le rigidezze di quello di ateneo. Ecco perchè nella mia attività di ricerca uso programmi per l’elaboratore scritti da me, anzichè adagiarmi su quelli standard che usano tutti. Il controllo sugli strumenti rende liberi, l’ignoranza ed il rifiuto ci rende incapaci di controbattere e di prendere il controllo della situazione.

    • il collega Farina dimostra ciò che ho scritto precedentemente quindi concluderei con il consueto QED.

    • Qualsiasi innovazione tecnologica nel momento in cui apre nuove possibilità ne elimina o modifica altre: una rotatoria, per esempio, rende più scorrevole il traffico automobilistico ma più complesso e rischioso il passaggio di ciclisti e pedoni e la sua stessa costruzione presuppone la scelta di un sistema di circolazione costruito a misura di automobilista e non di pedone. Per il resto, però, sono d’accordo con Angelo Farina. La teledidattica non surroga la didattica in presenza, ma è un ausilio utilissimo soprattutto quando la frequenza degli studenti è, per amore o per forza, saltuaria. Forse, però, si dovrebbero porre questioni più specifiche, quali:

      1. il software che ci fanno usare è libero (come Jitsi, Moodle, Jami) o proprietario?

      2. la piattaforma adottata offre ambienti didattici rigidi e definiti una volta per tutte o lascia agli utenti qualche margine di scelta?

      3. dove finiscono i dati nostri e degli studenti? In mano a enti pubblici nazionali o locali, oppure a multinazionali private estere?

      4. che grado di controllo abbiamo su di essi?

      5. il diritto d’autore sulle lezioni rimane ai docenti, oppure questi sono indotti a cederlo all’amministrazione?

      La vicenda narrata dal professor Violante è raccapricciante, ma mi ha aiutato a capire che la tignosissima scelta di non usare Microsoft Teams per il corso in teleconferenza perché proprietario, di perdere tempo a registrare le lezioni con Audacity per depositarle, sotto licenza CC-by-sa, su un sito Moodle che, come da prassi, a fine corso renderò accessibile a tutti, mi ha permesso di:

      a. mantenere il controllo sul mio lavoro;

      b. conservare anche on-line quella pubblicità delle lezioni universitarie in presenza che è una bella e importante tradizione dell’università italiana;

      c. aggiungere, anche per il futuro, un aiuto importante per gli studenti che non possono frequentare, a complemento degli ipertesti che, ormai da anni, metto on-line per tutti quanti abbiano interesse ad approfittarne.

      In un sistema universitario pubblico che fosse cooperativo e rispettoso del diritto d’autore, la presenza di ausili teledidattici resi volontariamente accessibili dai docenti potrebbe essere di aiuto per tutti: per gli studenti, che potrebbero valersi anche delle spiegazioni di professori diversi da chi è capitato loro in sorte; per i docenti che potrebbero trarre spunti dal lavoro dei colleghi e talvolta linkarlo e perfino per il cosiddetto contribuente, che potrebbe accedere a quanto ha contribuito a pagare e avrebbe modo di istruirsi anche fuori da un percorso formale di studi.

      In generale, mi pare che – come ha fatto Platone con la scrittura e la comunità scientifica moderna con la stampa – anche noi dovremmo chiederci se e come sia possibile usare gli strumenti telematici invece di esserne usati, o, meglio, invece di accettare che le decisioni in proposito siano prese principalmente o esclusivamente da chi li smercia e da chi, avendoli acquistati talvolta incautamente, pretendesse di imporli senza che noi possiamo sceglierli, studiarli ed eventualmente cambiarli.

    • Vorrei complimentarmi con A. Farina, che non conosco, per la calma con la quale ha risposto ad un intervento che dire indisponente è poco. Dal concetto di sapere “critico e umanista”, come se le due qualità andassero necessariamente assieme, come se il sapere umano fosse davvero distinguibile in umanista e non umanista (che pensiero triste) ed arrivando a dire che “l’autore sembra essere un ingegnere, cioè un professionista la cui forma mentis è ideale per adeguarsi alle richieste del sistema”, su cui vorrei avere la forza di rispondere come de Nicolao.
      Forse l’autore è un pasdaran delle teledidattice e voleva in realtà sminuire quello che lui, solo apparentemente, reputa un rischio: che la teledidattica svolga il ruolo di cavallo di troia per il sapere umano come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 2 – 3 secoli?

  9. La burocratizzazione è solo il mezzo. Il fine è la mercificazione, cioè la trasformazione dell’evento “unico” in prodotto “interscambiabile” in modo che possa essere venduto. L’interscambiabilità è sia tra persone (vendita), che con altri concorrenti (sostituzione dell’eventuale unità produttiva non prona).

    In pratica, trovo che sia utile guardare un millimetro oltre la burocratizzazione, e considerarla semplice tentativo di presa di potere: chi ha il potere di comandare cosa a chi. L’imporre piattaforme tele-burocratiche, che impediscono materialmente di fare il proprio lavoro se non si clicca “accetta”, è un arma nelle mani dei manager-commercianti per invertire i rapporti di fiducia, tradizionalmente a favore di chi *fa* il lavoro.

  10. Cerchiamo di mantenere una discussione all’altezza del sito Roars e della dignità dei docenti. Ma come ci si può rivolgere a un collega che espone il suo punto di vista squalificandolo come “ingegnere”? Mi pare di ritornare ai tempi in cui, come racconta Paolo Rossi in I filosofi e le macchine, in Italia “ingegnere” era un insulto! Mi pare naturale che ogni studioso colga le circostanze in cui si trova nel suo agire e pensare, e non vi è dubbio che la chiusura prolungata delle università ci abbia suggerito più di uno spunto sul nostro lavoro.
    Qualcuno, immediato, sull’inadeguatezza degli spazi che ha l’università: infatti, con infrastrutture fisiche migliori la chiusura poteva non essere così radicale. [Ancor peggio si trova la scuola: solo una fuga in avanti pericolosa e colpevole fa metter la questione della connessione digitale delle scuole davanti a quella basilare degli edifici, la distribuzione degli spazi, i laboratori, le palestre e campi sportivi, le mense e i servizi igienici. La scuola è un luogo dove stare, prima di ogni cosa.] Ma questo si unisce al discorso più generale (pensiamo agli ospedali), non riguarda soltanto il sistema di istruzione.
    Antonio Violante ci ricorda l’ennesimo esempio di come la burocratizzazione quantificante digitalizzante delle nostre università ci stia mettendo sempre più all’angolo, costretti come scolaretti ad andare a sentire “corsi” su come usare l’ennesima piattaforma amministrativa mal concepita e oltretutto di una bruttezza grafica che amareggia le nostre giornate, oppure su come compilare le domande dei fondi perché siano allineate alle richieste di “grandi fratelli” infinitamente più razionali di noi poveri prof fuori moda, e ora ci mancava che ci dicano che dobbiamo tenere corsi secondo criteri “pedagogici” da tutorial per l’aggiornamento degli utenti dei software.
    Chi ha scritto quelle istruzioni forse non ha mai assistito a una vera lezione universitaria. Le lezioni che insegnano e dimostrano che il sapere non è la sommatoria di una serie di item registrati numerati, dove ogni item è composto di alcune diapositive a puntini; che il sapere è passione, vita civile, libertà e bellezza.
    Violante entra anche sulle riflessioni, ben più interessanti davvero, che questo periodo ci invita a fare sul nostro lavoro didattico, sulle sue trasformazioni recenti e future. E su questo interviene Farina. E su questo sarebbe interessante che si aprisse un dibattito su Roars.Oltretutto, la situazione attuale della università italiana è tale che di fatto abbiamo un enorme numero di studenti non frequentanti, ossia in parole povere studenti a distanza, alle volte la stragrande maggioranza: spero che ciò possa cambiare, ma senza personale, con finanziamenti scarsi e che premiano la competizione con criteri bibliometrici e simili e senza borse di studio, siamo costretti ad affrontare quella situazione (e non sto parlando ovviamente di fare lezione online). In questo periodo sicuramente abbiamo avuto per forza occasione di riflettere su tutto questo.

    • Se qualcuno mi dà dell’ingegnere, io rispondo: “Badi come parla sa, ingegnere sarà lei ha capito?”. Purtroppo, ingegnere lo sono davvero, ma vale sempre il detto: “Non dite a mia madre che faccio l’ingegnere. Lei crede che io suoni il piano in un bordello”. Oppure, “I refuse to belong to any club that would have me as a member”.

  11. ovviamente concordo con gli ultimi due post. rattrista un po’ constatare che si ignori che non ci sono strumenti innocenti e soprattutto non nell’era di internet: rattrista ma si può capire. suggerisco la lettura di McLuhan (per retrodatare un po’ la discussione). aggiungerei che una macchina per scrivere, un telefono, anche la radio e il televisore, nelle loro forme novecentesche, non archiviavano dati dei loro miliardi di utenti all’interno di programmi proprietari sottratti al controllo pubblico come fanno teams, g-meet, zoom, jitsimeet & c. ma immagino che … all’epoca ci saranno stati anche gli entusiasti sostenitori del prodigioso zyklon-B (e dubito che fossero degli umanisti). sorry, ma stavolta non si può fare di necessità virtù. d’accordo sulla necessità, non sulla virtù.

    • Jitsi veramente è software libero. E su Jitsi girano i server resi disponibili su iorestoacasa.work, che permette ai docenti di fare videoconferenze con software libero e senza dipendere da datacenter esteri. Ora vi contribuiscono, fra gli altri, anche il GARR e alcuni istituti CNR: ma è degno di nota che questa iniziativa non venga, collettivamente, dalle università – che per lo più, salvo lodevoli eccezioni come il Poli.To, si sono appoggiate a Microsoft e Google – ma nasca, distributivamente, per aggregazione dal basso.

      In Francia si sono comportati diversamente: il governo ha messo a disposizione di tutti i suoi funzionari una piattaforma nazionale, https://webconf.numerique.gouv.fr per teleconferenze che gira, appunto, su Jitsi, allo scopo di evitare che possibili dati sensibili finiscano in mani diverse da quelle dello stato. Si veda, qui, la risposta alla domanda Pourquoi un service de webconférence opéré par l’Etat?

  12. Degno veramente di apprezzamento il software moodle, open source, per scelta politico-culturale di Martin Dougiamas, e che conserva quella semplicità – senz’altro anche grafica – che quasi fa tenerezza poiché evoca i bei tempi andati di una informatica con cuore e discernimento pur nel lavoro caotico, la serie TV Halt and catch fire li ricorda efficacemente. Si mette al servizio delle idee, invece di fare quei cocktail vagamente euforici delle varie piattaforme con grafica (apparentemente) più moderna, ma essenzialmente brutta, perché si affidano alla propaganda digitalocentrica senza alcuna consapevolezza estetico-espressiva.

    Grazie a Maria Chiara Pievatolo per la segnalazione del software Jitsi, e per quei punti per mettere a confronto criteri cruciali politico-culturali (lezioni pubbliche, lezioni come opere di ingegno, libera circolazione delle idee, diritto allo studio) e lo sviluppo tecnologico (come si presenta oggi e nelle tendenze che si potrebbero delineare, virtuose o meno).

    Si dimostra ancora una volta che i nostri sistemi liberaldemocratici sono stati travolti dall’ondata tecnologica digitale. Non è forse vero che ogni cittadino avrebbe potuto avere un indirizzo statale di posta elettronica così come ha un indirizzo assegnato con una via e un numero? il che certamente serve al catasto, ma ci da anche una presenza civile e permette di farci consegnare la posta: si sarebbe potuto fare, se lo si fosse individuato non come un servizio commerciale, ma come qualcosa in grado di favorire la presenza individuale come cittadino e nel tessuto sociale.

    La scelta francese di una piattaforma statale di teleconferenze almeno per i funzionari appare uno sforzo di civiltà in tal senso. Certo, non tutti saranno d’accordo, ma almeno discuterne…

    [Riconosco apertamente che moodle è usato da anni come piattaforma-spazio di incontro didattico online del mio Dipartimento].

  13. Grazie (sinceramente) a De Nicolao per l’arguzia della risposta che lo distingue, anzitutto. Sono anche quasi del tutto d’accordo con M.C. Pievatolo. quasi, perché se ci mettiamo a discutere del software forse non ci rendiamo conto che abbiamo già perso la battaglia principale, quella sulla permanenza in vita (non in terapia intensiva, per usare una triste immagine di questi giorni) dell’università e della scuola pubblica. mi permetto, anche se pleonastico per qualcuno, un suggerimento bibliografico dell’ora: https://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/insegnare-e-vivere-ai-tempi-del-virus – oltretutto, a buon prezzo!

    • Se non si discute del software si è già perso la battaglia per l’università e la scuola pubblica. Che cosa rimane di pubblico se la tua posta, come hanno fatto molte università, è in mano a Google, se le interfacce con cui parli con studenti e colleghi e i tuoi dati sono gestite e determinate dalla Microsoft, se Elsevier sa che cosa citi e che cosa leggi e usa i tuoi dati per tenerti attaccato ai suoi servizi? Se i docenti regalano i dati propri e dei loro studenti a Google usando Google Drive o caricando conferenze e lezioni su Youtube, e comunicando via Gmail? Se pensano – con un certo ritardo – di essere moderni perché fanno le dirette su Facebook? Se comunicano con Skype, della Microsoft, invece di usare, per esempio, Jami, e in generale venir informati e informare su altre soluzioni?

      Rimangono parole, che andranno a ingrassare algoritmi finalizzati al controllo e al profitto di qualche monopolista.

      Non possiamo ribattere agli “ingegneri” che gli strumenti non sono mai neutri, e poi liquidare la questione del software come secondaria. Anche perché costruire un’infrastruttura pubblica basata su software libero richiederebbe finanziamenti, cooperazione, coltivazione di competenze locali, consapevolezza: richiederebbe, cioè, la scuola e l’università pubblica. E per mostrare che ce c’è bisogno basterebbe provare tutti a fare lezione solo su iorestoacasa.work e vedere che succede.

      Le alternative ai sistemi proprietari e al capitalismo della sorveglianza esistono, e possono perfino essere individualmente scelte. Ma il problema è di sistema: se cominciamo ad accorgercene solo quando viene compressa la nostra personale libertà didattica è troppo poco e troppo tardi.

      Quanto scrive SPARC sugli editori scientifici commerciali vale a maggior ragione e con maggior forza per Apple, Microsoft, Facebook, Amazon e Google: “This is evidenced by a change in the product mix that they are selling across higher education institutions, which is expanding beyond journals and textbooks to include research assessment systems, productivity tools, online learning management systems – complex infrastructure that is critical to conducting the end-to-end business of the university. Through the seamless provision of these services, these companies can invisibly and strategically influence, and perhaps exert control, over key university decisions – ranging from student assessment to research integrity to financial planning.”

    • Obtorto collo bisogna però ammettere che google translate non ha rivali. Una volta lo si usava per le barzellette, ora è una cosa che fa persino paura.

  14. Tutto materiale su cui riflettere. Credo il messaggio sia governare i mezzi più che esserne governati.
    Intanto, segnalo che l’ammontare di ore di lavoro cresce e non diminuiscono le domande di produzione scientifica. Pensare a creare condizioni migliori per una cultura che possa essere veramente più libera. Davvero il tempo è il bene più prezioso e ci manca.

    • @m.c.pievatolo: non ho la sua formidabile competenza tecnica, perciò concedo volentieri che anche la discussione sugli applicativi non proprietari sia importante, ma come discussione appunto: dum romae discutitur, saguntum expugnatur. sicuramente sono accecato dai miei pregiudizi (dei quali almeno sono consapevole, cosa che forse non sempre si può dire di chi ha una formazione e una mentalità esclusivamente ‘tecnico-specialistica’), ma temo che i processi decisionali prevalenti provengano ancora soprattutto dagli ambiti economico-materiali (e dai connessi interessi di classe): oppure, in altre parole, che quando il mondo degli applicativi non proprietari avrà raggiunto (se la raggiungerà) una massa critica sufficiente a influenzare il mercato e le scelte generali… sarà assorbito e recuperato dal mercato come qualunque altra ‘rivoluzionaria’ proposta – e mi pare che abbiamo già visto dei casi (openoffice / libreoffice; opera / vivaldi); chiedo venia per l’inguaribile pessimismo, ma … è il capitalismo, bellezza!

    • poscritto: il lato principale della contraddizione su cui si stava discutendo era teledidattica vs didattica dal vivo, rispetto a cui è indubbiamente secondaria la scelta del software per la teledidattica

    • @Aristotele.

      1. Quaestiones facti.

      Opera e Vivaldi sono entrambi proprietari, anche se basati su Chromium che è a sorgente aperto. Si sono diversificati sul ruolo della comunità degli utenti.

      La successione fra Openoffice e Libreoffice è invece un successo del software libero contro il tentativo di controllo da parte di un’azienda, Oracle, che ha indotto sviluppatori e utenti a passare dal primo al secondo, basato su principi che vale la pena di leggere qui.

      Infine, il software libero ha già una massa critica, tant’è vero che la Microsoft, dopo aver detto che era “un cancro” ora cerca di incorporarlo. Solo per fare un esempio dei moltissimi, “Roars” gira su WordPress, così come il “Fatto quotidiano”. In altre parole: sta già da tempo nel mercato ma consente anche di perseguire progetti più o meno alternativi (a me, come alla redazione di “Roars” e al “Fatto” WordPress costa zero) perché appunto fondato su un bene comune immateriale non privatizzabile grazie alla sua licenza. E questo bene comune fa concorrenza non semplicemente come modello di sviluppo più efficiente (Linus Torvalds), ma anche come modello di possibili – ancorché non necessarie – relazioni sociali alternative (Richard Stallman, Dmytri Kleiner)

      2. Quaestiones iuris

      La teledidattica è certo solo un surrogato di didattica, ma ora, trovandoci in una situazione di emergenza, dobbiamo chiederci come farla, perché rifiutarla, in questo momento, equivarrebbe a rifiutare di insegnare: nel modo in cui riferisce Antonio Violante, o nel modo che preferisce Angelo Farina?

      Il secondo modo richiede che anche un umanista, come me, si informi sugli strumenti che usa, sia in grado di scegliere con consapevolezza e di muovere obiezioni su diritto d’autore, privacy e apertura, cioè su conoscibilità, criticabilità, modificabilità e proprietà, del codice dei programmi che pretendono di fargli usare: è anche questa, infatti, una questione costituzionale di libertà dell’insegnamento. E che una battaglia apparentemente di retroguardia si trasformi in una battaglia di avanguardia: il modello “Violante” si adatta a un’università-azienda in concorrenza con le altre che privatizza lezioni una volta pubbliche e proletarizza il docente, l’altro ha bisogno di un’università servizio pubblico, che produce e lavora su beni comuni e che, senza la cooperazione consapevole delle persone, diventerebbe nulla.

      Incidentalmente, imparare un po’ di html per scriversi le proprie pagine web – se insoddisfatti delle rigidezze di Moodle – non è particolarmente difficile. Io lo insegno in un mio corso, ora liberamente accessibile, a studenti di una laurea magistrale di scienze politiche che, all’inizio delle lezioni, non sono in grado neppure di dire che cos’è. E questa – ha ragione Angelo Farina – è una carenza educativa grave, che li espone e ci espone alla manipolazione.

  15. Essendo anch’io un docente di UniMI, mosso dalla curiosità ho recuperato il materiale di cui parla il collega Violante. Materiale che, ai tempi in cui ci era stato inviato per email, avevo deciso di non leggere perché incredibilmente prolisso, visibilmente sovraccarico di inutili dettagli tecnici e, soprattutto, privo di carattere vincolante.
    Dopo averlo scorso devo riconoscere che, non essendo un umanista e avendo scarsa capacità di apprezzare oscuri significati politici e simbolici, per me continua a restare solo un elenco di indicazioni deliranti e innocue (proprio perché non vincolanti), quasi certamente frutto di un selvaggio copia-e-incolla necessario a giustificare qualche stipendio (come del resto molte altre cose in Ateneo, per esempio il ridicolo corso d’aggiornamento obbligatorio su “La Sicurezza ai tempi del Coronavirus” che abbiamo dovuto lasciarci somministrare in questi giorni). D’altra parte, per lo stesso motivo, suppongo sia stato letto da ben poche persone.
    Devo ammettere però di conoscere parecchi colleghi che abbraccerebbero con entusiasmo la proposta di equiparare 20 minuti di didattica registrata a 45 minuti di didattica in sincrono… Immagino che, se davvero fosse stata la direzione d’Ateneo a informare gli estensori del documento, schiava dei poteri forti della Silicon Valley e dello Stato Imperialista delle Multinazionali dell’Edutainment, questa esplosiva affermazione non sarebbe mai stata inserita nel vademecum del bravo professore a distanza!

  16. Aggiungo una osservazione a proposito di una della “condizioni obbligatorie e vincolanti” per continuare ad avvalersi dei servizi Ariel e Learning Management System di Ateneo senza i quali, però, la didattica a distanza diventa quasi o del tutto impossibile. Non me ne ero accorto alle prime letture, in quanto poco pratico di quello che può celarsi dietro un linguaggio giuridico e burocratico.
    Quando si precisa che gli “Utenti” (cioè l’autore o gli autori del testo, del post o di qualsiasi altra cosa immessa) possono pubblicare i contenuti in LMS, ma “in forma anonima”, significa che l’autore non può mettere il proprio nome su detto materiale, quandanche ideato da lui stesso. Mentre per il CTU e dunque per l’Ateneo è proprio la forma anonima a indicare una paternità ceduta dalla persona fisica suo autore, alla struttura universitaria.
    Dunque caro collega e.g. di UniMi, quanto reso obbligatorio da sottoscrivere per proseguire la dad di ateneo non costituisce solo un cumulo di regole emesse per la necessità di entità burocratiche che devono giustificare la continuità stipendiale ai propri dipendenti, sparando a raffica inutili scartoffie da firmare senza che neanche valga la pena leggere: piuttosto – ma a modo mio di vedere non essendo io un giurista – si tratta di una vera e propria sottrazione di copyright a danno degli autori, mascherata da condivisione di proprietà.

    • Sinceramente pensavo si stesse parlando delle indicazioni riguardanti la preparazione delle lezioni online. A me sembra che quelle indicazioni non siano in alcun modo vincolanti e siano anzi dei banali suggerimenti malamente copiati da un ipotetico manuale di “Didattica online… for dummies!”.
      Per quanto riguarda il problema del copyright, invece, si ripresenta per la didattica un problema che affligge alcuni colleghi anche per la ricerca e la sua pubblicazione su riviste scientifiche (qualora non si abbia la convenienza a brevettare). Devo ammettere di aver poco considerato la cosa perché consapevole dell’impossibilità di guadagnare alcunché sia da quello che insegno sia da quello che ricerco (a parte lo stipendio, ovviamente). Capisco però che per alcuni colleghi la cessione del copyright comporti un effettivo danno economico e capisco anche (sebbene a maggior fatica, essendo poco sensibile alle questioni prive di conseguenze tangibili) che qualcuno possa essere preoccupato da questo esproprio anche o soprattutto per ragioni meno grette, per così dire “di principio”.

    • Il diritto morale dell’autore, che comprende il diritto alla paternità, è legalmente inalienabile, cioè rimane all’autore anche quando questi ha ceduto tutti i diritti di sfruttamento economico. Non capisco a che titolo l’amministrazione possa pretendere l’anonimizzazione delle lezioni.

  17. … ma secondo voi questa epidemia non è un chiaro segno del fallimento di Horizon2020 e della ricerca applicata o finalizzata? Non siete d’accordo com me che questo è una indiretta dimostrazione che la ricerca deve essere LIBERA?

  18. Anzitutto non mi sono mica offeso per essere stato identificato come ingegnere. Ci sono offese peggiori…
    E comunque la mia formazione e’ classica ed umanistica, e la mia attivita’ di ricerca e’ incentrata sull’uomo ed i suoi canali percettivi, nello specifico quello sonoro, che e’ centrale nei processi di trasferimento dell’informazione (e quindi anche dell’insegnamento).
    La teledidattica dunque mi interessa da tempo principalmente per motivi scientifici, che spaziano dagli algoritmi usati per la compressione del flusso di dati audio (MP3 e suoi eredi), agli effetti psicoacustici della perdita del sincronismo labiale.
    Su questo punto specifico debbo tirare le orecchie ai molti colleghi che, mentre fanno lezione, chiudono la telecamera perche’ non vogliono farsi vedere dagli studenti. Cosi’ facendo creano una ulteriore barriera comunicativa, l’intelligibilita’ del parlato peggiora del 20% se si elimina la visione della faccia del parlatore.
    Concludo confermando che il software non e’ neutro, e questo e’ il motivo per cui mi sono fatto da solo il mio portale teledidattico. Non ho usato Moodle o altre soluzioni preconfezionate: secondo me anche i software open source non sono neutri, anzi spesso portano con se modelli espressivi e comunicativi preconfezionati e discutibili.
    Il sistema Elly utilizzato dal mio ateneo e’ un Moodle open source. Ma lo giudico pessimo, molto rigido e con uno stile pedante come se fossimo tutti coglioni che debbono essere incanalati e guidati anche nelle operazioni piu’ semplici.
    Se uno vuole il controllo totale e mantenere al 100% la proprieta’ intellettuale si deve scrivere lui il codice, e farlo girare sul proprio server personale. Programmare vuol dire scrivere in una lingua diversa dalla propria, una attivita’ che dovrebbe essere congeniale soprattutto a letterati ed umanisti.
    Quando dicevo che gli strumenti sono neutri mi riferivo al computer, alla telecamera ed al microfono. Il software per me e’ un contenuto, non uno strumento, e come tale ha un suo stile, una sua forma comunicativa, un suo valore culturale (peraltro riconosciuto dalla legge, visto che il software e’ considerato un’opera di ingegno, come un libro).
    Quindi un docente universitario deve decidere, per la sua didattica, se adottare un software gia’ esistente, esattamente come adotta un libro di testo. Se non trova un libro gia’ pronto che rispecchia contenuti, stile e forma espressiva a lui graditi, se lo scrive lui, magari come dispense, e lo mette a disposizione dei suoi studenti.
    Lo stesso secondo me vale per il software: se ne trovo uno gia’ fatto che mi aggrada, lo adotto. E se no me lo scrivo io, come ho fatto.. .
    Secondo me sapersi sviluppare il proprio software dovrebbe essere al giorno d’oggi una conoscenza di tutti. Purtroppo invece e’ una capacita’ espressiva che il nostro sistema scolastico sta negando, esattamente come viene negata l’istruzione di massa ad un’altra forma espressiva che secondo me dovrebbe essere insegnata a tutti: la musica…
    Accettereste che l’ateneo vi imponesse che libro di testo adottare nei vostri corsi? No di certo!
    Ed allora perche accettate che l’ateneo scelga per voi il software da usare per i vostri corsi?

    • Non so se qui si possa, ma potrei avere testi guida? I titoli, intendo. Chiedo soprattutto ad Angelo Farina. Sono poco pratica… Perciò non intervengo molto sulle piattaforme offerteci.

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