Il discorso che gli allievi e le allieve della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa hanno scritto, e che tre di loro –tre giovani donne – hanno letto durante la cerimonia della consegna dei diplomi è una profonda critica allo stato dell’università. In questa “università-azienda l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto; la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi; lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e la deregolamentazione crescente delle condizioni contrattuali delle lavoratrici e dei lavoratori esternalizzati; le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali”. Tutto vero, ma la situazione è ancora più grave di come appare dal discorso pisano, perché la deformazione neoliberista non ha affatto cancellato la vecchia università feudale e indolente o il centralismo di fondi vincolati. COME SE NE ESCE? Un primo passo è che i professori e gli studenti non stiano al loro posto: ma siano insubordinati, capaci di contestare dall’interno lo stato delle cose.

“Ex ore parvulorum veritas”: è dalla bocca dei piccoli che viene la verità. Dato il paternalismo gerontocratico dell’università italiana, l’adagio calza al discorso che gli allievi e le allieve della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa (punta di diamante delle università pubbliche italiane) hanno scritto, e che tre di loro –tre giovani donne – hanno letto durante la cerimonia della consegna dei diplomi.

Il discorso – che si può leggere e vedere qui -è una profonda critica allo stato dell’università italiana, al ruolo della stessa Normale, allo statuto del sapere umanistico. Per l’irritualità, per la grazia con cui è stato proclamato, per la risposta nervosa della Scuola, il discorso ha suscitato moltissime reazioni: dalle strumentali adesioni di potenti professori dimentichi delle loro responsabilità (“si sa che la gente dà buoni consigli …se non può più dare cattivo esempio”), alle trombonaggini di chi ritiene che dalle bocche più giovani escano solo superficiali corbellerie, alle accuse di sputare nel piatto dell ’eccellenza.

Da parte mia, credo che si tratti di un discorso luminoso. Quando ero allievo dello stesso corso in Normale (1990-1994) non avrei mai avuto consapevolezza, maturità e coraggio sufficienti per pensare e dire qualcosa del genere: anche per questo sono grato a questi giovani colleghi. E credo che i professori della Normale dovrebbero rallegrarsi (e poi magari farsi qualche domanda): quel discorso dimostra che, malgrado tutto e forse anche malgrado se stessa, la Scuola funziona ancora, perché riesce a suscitare quel pensiero critico che è sopito in quasi tutta l’università italiana. Ma cosa dicono le normaliste e i normalisti? Dicono – ma queste sono parole mie – che l’università è stata profondamente uniformata all’ideologia dominante del nostro tempo: gli atenei sono stati trasformati in aziende governate monocraticamente, messi in concorrenza tra loro, misurati sul numero dei “prodotti della ricerca”; gli studenti sono considerati clienti; i professori, in misura crescente precari senza alcuna libertà, non devono rovinare il brand e l’immagine dell’azienda. E sono sempre più maschi via via che la gerarchia sale. Si è rotto il nesso con la scuola, si è negato il carattere di servizio pubblico, si è abbattuto il diritto allo studio. Una risibile retorica dell’eccellenza ha coperto l’erosione drammatica del finanziamento pubblico di un’università che laurea quasi solo i figli dei laureati. In questa “università-azienda – e queste sono invece parole del discorso – l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto; la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi; lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e la deregolamentazione crescente delle condizioni contrattuali delle lavoratrici e dei lavoratori esternalizzati; le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali”. Ebbene, sono tutte cose vere: perfino ovvie. È tutto quel che c’è da dire dell’università? No, naturalmente. Si potrebbe obiettare, per esempio, che anche la valutazione dei docenti da parte degli studenti è una bestialità aziendalistica; o aggiungere che la deformazione neoliberista non ha affatto cancellato la vecchia università feudale e indolente; o che l’autonomia di tipo aziendale è contraddetta dal centralismo di fondi vincolati. Tutto vero: infatti la situazione è ancora più grave di come appare dal discorso pisano.

COME SE NE ESCE? Un primo passo è che i professori e gli studenti non stiano al loro posto: ma siano insubordinati, capaci di contestare dall’interno lo stato delle cose. Le normaliste e i normalisti lo hanno capito, e hanno denunciato che “schierarsi apertamente a favore o contro precise scelte politiche è ormai da tempo considerato non un valore aggiunto, bensì una macchia di cui l’accademico di oggi non deve in alcun modo sporcarsi”. Si potrebbe dire che è perfino peggio: negli stessi giorni del discorso, la Normale chiamava tra i suoi docenti colui che resse la segreteria tecnica della ministra Gelmini nel momento in cui fu perpetrato il massimo massacro morale e materiale dell’università italiana. La lezione è chiara: si può uscire dalla biblioteca solo per fare i consiglieri del principe, non per contestarlo. Quando ero studente in Normale, lessi un saggio di Erwin Panofsky sull’immagine della torre d’avorio: dove si rammenta che la torre accademica dell’isolamento, la torre della “beatitudine egoistica”, è anche una torre di guardia. Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo, ha il dovere di gridare, nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra. La condizione per meritare di vivere nella torre è la disponibilità a dare l’allarme. Qualcuno, in Normale, lo ricorda ancora.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 2 agosto 2021)

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