Con le disposizioni introdotte dal DM Programmazione 2013-2015 il Ministro Carrozza ha sostanzialmente stravolto (seppure con le modalità soft law dell’incentivazione) il sistema del reclutamento dei professori associati e ordinari: emanando indicazioni che potrebbero restaurare in capo alle comunità scientifiche nazionali, raggruppate nei diversi Settori Scientifici Disciplinari, un potere di decisione – e non solo di filtro preliminare – sulla copertura dei posti messi a concorso dai singoli atenei.

In un articolo su ROARS di sei mesi fa avevo scritto che la riforma Gelmini, demandando alle commissione dell’ASN – espressione degli SSD o settori concorsuali – un giudizio non comparativo, e consentendo alle sedi universitarie (SU) di mettere in gioco il posto localmente disponibile solo dopo che il candidato “interno” aveva conseguito l’abilitazione, aveva sostanzialmente marginalizzato gli SSD nelle scelte relative al reclutamento: un candidato, per quanto apprezzato o appoggiato dalla comunità nazionale, poteva facilmente conseguire l’abilitazione ma difficilmente aspirare a vincere un concorso locale se non localmente “gradito”, non tanto perché la sede avrebbe preferito il candidato interno, quanto piuttosto perché la cattedra non sarebbe mai stata messa in gioco (i.e.: il concorso locale non sarebbe mai stato bandito) se non in presenza di un candidato già idoneo gradito alla sede.

Scrivevo anche che gli SSD in questo sistema avevano perso il loro ruolo strategico, vedendosi ridotti alla scelta tra una “tattica harakiri” (limitare al minimo gli idonei nell’ASN per escludere candidati, pur localmente graditi dalle SU, sui quali non si raccolga un forte consenso nazionale) e una “tattica kamikaze” (concedere l’idoneità nazionale a tutti i candidati dotati di una sede “amica”, a maggior ragione se ritenuti non meritevoli, per indurre le SU a tirare fuori dal cassetto i posti e poi tentare la “scalata ostile” con forti candidati “esterni”).

La risposta strategica degli SSD si è invece fatta sentire in sede politica, e si è tradotta nell’art. 2 del DM Programmazione, che richiede ai regolamenti di ateneo di prevedere la presenza maggioritaria di docenti esterni nelle commissioni di selezione: commissari estratti a sorte da elenchi nazionali, così come avviene per l’ASN. In sostanza, dopo l’abilitazione nazionale il candidato dovrebbe nuovamente sottoporsi ad un giudizio (stavolta comparativo) nel quale le comunità scientifiche nazionali potranno imporsi rispetto agli interessi della sede che ha bandito il posto e che ne sosterrà gli oneri finanziari.

Va detto che la nuove disciplina del reclutamento in sede locale non si presenta, formalmente, come precettiva: trattandosi di una previsione finalizzata a dosare gli incentivi, gli atenei potrebbero teoricamente disattenderla. Tuttavia sembra difficile preconizzare una resistenza all’adozione di regolamenti coerenti con le indicazioni ministeriali: da una parte perché l’autonomia non ha sostanzialmente intaccato la cultura della subordinazione  gerarchica nei confronti del ministero; dall’altra perché pochi saranno disposti ad esporsi come “dissidenti”, tanto più che i regolamenti di alcuni atenei sono già coerenti con le indicazioni ministeriali sul punto, sicché gli altri rischierebbero concretamente di perdere la corsa all’incentivazione.

E’ legittimo, tuttavia, domandarsi da dove ci si aspetta che gli atenei trovino le risorse per assumere come associato o ordinario quel vincitore del concorso locale che non sia già stipendiato dalla stessa sede, ed è evidente che la necessità di trovare per ogni posto da bandire una copertura “vera” e integrale (soldi e non solo differenziale di punti organico a costo reale zero) rischia di frenare fortemente le politiche di reclutamento (ma dovrebbe dirsi: di promozione) delle università italiane a valle dell’ASN, ancora più di quanto non possano essere rallentate dalla necessità di riscrivere i regolamenti d’ateneo in ottempranza al DM Programmazione e poi effettuare i sorteggi.

Se il Ministro facesse sul serio, il nuovo e rivoluzionario sistema di reclutamento (che, al netto dell’ASN, ricorda quello che per alcuni mesi governò l’assunzione degli ultimi ricercatori a tempo indetermina) dovrebbe accompagnarsi ad una politica del FFO che consenta, quantomeno, di trasferire i punti organico (e la relativa copertura finanziaria reale) da un ateneo all’altro per i vincitori di concorsi banditi in sedi diverse da quella di servizio: misura, questa, a costo zero, che indubbiamente ripristinerebbe una qualche di mobilità geografica in occasione delle “promozioni” del personale docente. Ma se il Ministro facesse davvero sul serio, dovrebbe assicurare agli atenei le risorse per assumere in ruolo gli idonei non strutturati che, eventualmente, abbiano superato l’ASN e poi vinto il concorso locale, sbaragliando candidati interni e strutturati di altre sedi; potrebbe dirsi che questo restituirebbe ai “baroni” che dominano le comunità scientifiche nazionali il potere di “piazzare” nelle sedi i loro allievi, senza subire condizionamenti, e riaccentrerebbe in capo agli SSD il potere di gestione del reclutamento.

Ma al momento, in mancanza di supporto finanziario, il decreto Carrozza si limita a scatenare una guerra tra poveri: da una parte i poveri ricercatori di ruolo, che speravano che il superamento dell’ASN fosse l’ultimo scoglio prima di una promozione in sede, a costo effettivo zero (o addiritutra a costo negativo, quando titolari di supplenze retribuite); dall’altra i poveri abilitati (o abilitandi) non strutturati che vedono nella commissione locale sorteggiata l’unica speranza di trasformare un pezzo di carta in un posto di lavoro… E mentre i poveri si schierano gli uni contro gli altri il sistema mantiene la sua inquietante immobilità.

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79 Commenti

  1. Leggo molti interventi informati dal Qualunquismo Cosmico e dal Cinismo.
    Dannosissimo pensare di usare il “metodo Bertolaso”: lasciamoli ancora più liberi di fare ciò che vogliono, tanto vedremo dopo: ma dove pensate di essere? Già sono sempre stati sufficientemente liberi: tant’è che “più o meno” programmavano per N anni un SSD.
    Non c’è nessun “dopo” che possa alterare “deterministicamente” il “prima”: bisogna agire SUBITO, bisogna fornire in modo obbligatorio alle Commissioni giudicatrici quei criteri e metodi di valutazione che RIDUCANO la libertà di comportamento dei singoli. Ma non certo la bibliometria (o solo la bibliometria), che “blocca” anziché RIDURRE la discrezionalità, e poi la “blocca” in modo stupido.

    • Io non concordo con Renzo Rubele. Il metodo Bertolaso, decisamente sbagliato nel suo interventismo sfrenato e poco attento all’analisi del problema, non ha nulla a che vedere con i problemi delle nostre università. E non è vero che poichè siamo italiani non possiamo apprendere da inglesi e olandesi. La produttività scientifica non è un fatto etereo e non visibile perchè difficilmente misurabile; tutti noi sappiamo che ci sono docenti di ruolo che non producono o perchè hanno raggiunto una posizione apicale adagiandosi o perchè non hanno lo spessore di un docente universitario o per altri scopi o interesse. Ciò è inconfutabile e sono inconfutabili anche le storture che nel sistema italiano non permettono agli elementi di valore di eccellere. In Olanda ci sono tante occasioni per giovani di valore di diventare assistant professor con contratti triennali e quinquennali; se dimostrano valore scientifico gli assistant professor diventano di ruolo negli atenei olandesi che certo non se li lasciano scappare. Il valore, lo spessore del ricercatore deve attrarre l’Università, non deve lasciarla indifferente. Credo sia ipocrita non voler ammettere il valore scientifico di un soggetto perchè si usano magari criteri di misurazione solo formali o poco seri. Il problema è un’altro: bisogna fare in modo che l’ateneo sia attratto del valente ricercatore e che lo stesso ateneo abbia i mezzi per obbligare a cambiamenti di rotta gente di ruolo scientificamente senza valore da anni e che magari per politiche accademiche raggiunge posizioni apicali. Fornire altri criteri ai commissari, quantunque più vicini a una corretta valutazione dei candidati, non basta a determinare questo cambiamento radicale necessario. Un cambiamento radicale che deve incidere sulla mentalità e sull’approccio operativo tutti italiani di cui ancora son pregne le nostre università.

    • Quindi concordi con me: “Un cambiamento radicale che deve incidere sulla mentalità e sull’approccio operativo tutti italiani di cui ancora son pregne le nostre università.”

      Bisogna incidere sulla mentalità e sull’approccio operativo. Non si può importare a spizzichi il sistema Inglese ed Olandese.

    • vedremo se è un idiozia. la bibliometria è sempre preferibile al deserto normativo che avevamo sotto gli occhi fino all’altro ieri. mi scuso se non conosco le proposte alternative alla bibliometria di roars. potete informarmi cortesemente? Semmai cambio idea. grazie.

    • Ad esempio, un processo un po’ più partecipato (sulla falsariga dell’ANPREPS), e che tenga conto delle differenze qualitative, e non solo numeriche, tra i diversi settori?

  2. Non capisco il senso di queste norme. Se uno vuole tornare ai vecchi concorsi nazionali, ma perche’ stiamo a cincischiare con idonei, mediane, due passaggi etc…facciamo una commissione nazionale che decide tutto e le sedi si beccano chi è deciso dai grandi gruppi. Se le sedi devono contare allora devono decidere la commissione. Nessuna delle due possibilita’ ci salva da comportamenti mafiosi, infatti non esiste nessun motivo per preferire una mafia locale ad una nazionale. Un famoso rettore si vantava di aver messo in cattedra oltre 200 ordinari, compresi tutti i congiunti. Il sorteggio ? Non garantisce nulla, infatti per pure ragioni statistiche le commissione vengono dominate, indipendentemente dal valore, dai gruppi numerosi a livello nazionale che se sono mafiosi possono fare autentiche pulizie etniche dei candidati dei gruppi minoritari, anche se più bravi.

    • Concordo con il suo ragionamento e mi permetto di dire che delle “mediane e tutto il resto” molte commissioni se ne sono completamente disinteressate. Morale della favola, quelle che oggi sono le “abilitazioni nazionali” saranno i prossimi “concorsi nazionali a sorteggio” di domani. Cambia tutto per non cambiare niente!

    • @p.marcati
      “non esiste nessun motivo per preferire una mafia locale ad una nazionale”
      il motivo è che una sola mafia fa meno danni (almeno all’erario) rispetto a decine o centinaia di mafie. basta guardare ai nostri enti locali per accorgersi degli effetti del cosiddetto “federalismo” e della cosiddetta “autonomia” (inclusa quella universitaria)

    • @ Fausto Proietti
      Quinsi siamo arrivati al punto di accettare una mafia, perchè più mafie fanno più danni. Sarebbe questa l’amara conclusione?

      Amici di Roars, specie strutturati, conducete battaglie insieme ai non strutturati per rendere più decente l’università italiana. Per fare questo cominciamo a dire che i comportamenti mafiosi (vi ricordate le cordate, che erano nazionali e non solo locali, organizzate via mail?) debbano essere denunciati e i PO improduttivi debbano starsene a casa e non condizionare i giochi al ribasso. Per fare questo le mediane aiuteranno molto quando si stabilizzeranno in alto e andranno a regime e non credo che le stesse possano creare nuove mafie, poichè il profilo dello studioso rispetto al passato ora è misurabile oggettivamente. Si può disquisire sull’alta o bassa capacità di misurazione ma è misurabile. Sparare di continuo contro le mediane significa demolire l’unico tentativo oggi possibile ed agibile che può tentare di rendere l’università italiana meno mafiosa.

    • Questo è l’argomento emergenziale a cui ho già replicato molte volte. L’idea che la situazione sia talmente degenerata da giustificare (o richiedere) la sospensione dei requisiti di equità e scientificità che le metodologie di valutazione dovrebbero soddisfare. Argomento che è debole da due punti di vista. In primo luogo non è per nulla scontato che il modo giusto di curare un paziente che si crede gravemente malato sia ricorrere agli intrugli di qualche guaritore. In secondo luogo, gli stessi dati bibliometrici pubblicati dall’ANVUR nella terza parte del rapporto finale VQR (http://www.anvur.org/rapporto/files/VQR2004-2010_RapportoFinale_parteterza_ConfrontiInternazionali.pdf) mostrano che non esiste uno “stato di eccezione” che giustifichi l’adozione di leggi speciali. Viceversa, l’esperienza internazionale, dalla Cina (http://www.economist.com/news/china/21586845-flawed-system-judging-research-leading-academic-fraud-looks-good-paper) alla Serbia (https://www.roars.it/online/bibliometrics-yes-please-we-are-serbian-and-italian/) a al Brasile (http://www.nature.com/news/brazilian-citation-scheme-outed-1.13604) mostra chiaramente i potenziali rischi della “deriva bibliometrica” che stiamo adottando.

    • “Quinsi siamo arrivati al punto di accettare una mafia, perchè più mafie fanno più danni. Sarebbe questa l’amara conclusione?”

      Non accetto un bel niente. Ho solo detto che tante mafie locali sono peggio di una sola mafia centrale. Un po’ meno di ipocrisia farebbe molto bene all’Italia, e non solo all’Università. Pensare che le mediane distruggano le mafie mi pare un’idiozia.

    • vedremo se è un’idiozia. la bibliometria è sempre preferibile al deserto normativo che avevamo sotto gli occhi fino all’altro ieri. mi scuso se non conosco le proposte alternative alla bibliometria di roars. potete informarmi cortesemente? Semmai cambio idea. grazie.

  3. Gli esterni non strutturati sono comunque degli “sfigati”. Anche se abilitati, hanno un costo di 0.7 punto organico come PA, mentre uno esterno strutturato costa 0.2…Avranno la consolazione delle medaglia di cartone dell’abilitazione

    • Assolutamente falso. Un esterno costa 0.7 po qualunque sia il suo ruolo.

      Se un RTI di una università A viene chiamato come associato da una università B, all’università B costa 0.7 po. D’altronde con le regole sul turnover all’università A verranno restituiti 1/5 degli 0.5 punti organico di un RTI, cioè 0.1 po, da usare per nuove assunzioni.

  4. Esempio: in un SSD vengono abilitati un ricercatore dell’Università della città A e un ricercatore di un Ente di ricerca. Bene esce una posizione come Prof. di II fascia (costo 0.7) per l’Università della città B e vi partecipano entrambi gli abilitati. Entrambi sono considerati esterni. Ma non partono dalle stesse condizioni al contorno. Il ricercarore dell’università della città A, essendo strutturato costerebbe all’università della città B solo 0.2 e potrebbe essere considerato esterno (quindi pescabile nel famosi 20%). Il poveretto dell’Ente di ricerca, abilitato ma non strutturato se lo ritieni bravo e lo vuoi assumere ti costa 0.7.

  5. @Gianni: sul piano giuridico la ipotesi dell’appaltatore o concessionario del pubblico è totalmente diversa per la semplice ragione che questi non spende denaro pubblico, ma denaro, sia formalmente che sostanzialmente, proprio: viene pagato per l’appalto, certo, ma come in una qualunque relazione contrattuale tra privati, assumendosi ovviamente tutti i connessi rischi imprenditoriali, in una relazione di scambio di utilità (ossia sinalagmatica).
    Veniamo al caso delle libere università: esse si autofinanziano in massima parte e nascono dall’iniziativa privata (in genere si tratta di fondazioni, come la Bocconi, che nasce dal lascito del sig. Bocconi in memoria del figlio Luigi). Ricevono sì alcuni (limitati) finanziamenti pubblici, ma del tutto non paragonabili a quelli delle statali. Infine (ma trattasi probabilmente di scelta non costituzionalmente necessaria) sono soggette, come noto, al sistema concorsuale, almeno per l’assunzione dei docenti e ricercatori .
    Un sistema che ponesse a carico del pubblico le università statali attuali sgravandole, sulla base di una privatizzazione meramente formale, dal sistema concorsuale sarebbe incostituzionale, perché elusivo dell’art. 97 Cost (non basta cambiare nome agli enti, bisogna anche cambiarne la sostanza). Potrebbe funzionare solo ove la privatizzazione fosse sostanziale: i.e., un finanziamento pubblico significativamente ridotto, pari a quello delle attuali scuole paritarie o università libere: ne vale la pena?

    • Quando c’era il turn-over l’università A poteva riassumere un nuovo ricercatore o comunque usare il budget pieno dei 0.5 punti. Ora invece perde l’80% del budget, come per un pensionamento, corrispondente a 0.4 punti. Lo Stato non favorisce i trasferimenti anzi, incassa.

    • attenzione, pero’, se il ricercatore e’ assunto con il piano straordinario associati, l’universita’ che lo perde viene ripagata da 0.5 punti organici pieni da usare solo x associati (si sommano a quelli che ha dal piano per conto suo).

    • Io, prima della firma del decreto programmazione (che spinge per concorsi con commissioni sorteggiate), avevo capito quanto segue.

      I posti possono (potevano, non so se ora è cambiato) essere banditi secondo una delle due modalità seguenti:

      – in base all’Art. 18 della legge 240/2010 con bando aperto agli esterni

      – in base all’Art. 24 legge 240/2010 con bando riservato agli interni

      Nel secondo caso non valgono le regole sul turn-over, e l’ateneo spende solo 0.7-0.5=0.2 punti organico. Nel primo caso recupera invece solo il 20% dei p.o. (o il 50%, se aumentano la quota come si diceva doveva accadere a partire dal 2014).

    • In ogni caso l’università che prende uno strutturato esterno deve avere 0.7 punti organico disponibili e non 0.2. I punti organico non possono essere trasferiti.

    • Allora, il riferimento è:
      L. 30 dicembre 2010, n. 240, art. 29, comma 9.

      Alla voce “Utilizzo delle risorse assegnate” dice che le chiamate si fanno secondo le due modalità citate, ed in entrambi i casi “non trovano applicazione le disposizioni in materia di turn-over”. Al punto 4 si chiarisce che l’università che perde il ricercatore riacquista integralmente i punti organico.

      Per quanto riguarda il turn-over, la legge sulla spending review dovrebbe fissarlo al 20% per il 2014, 50% per il 2015 e 100% nel 2016 (a meno di slittamenti).

      Una domanda: la scadenza dei fondi per PA del triennio 2011-2013 è stata prorogata? O quelli dei primi due anni li abbiamo già persi? Saranno ancora in cassa o sono stati usati dalle università per pagare le bollette?

  6. Allora se capisco bene lo 0.5 viene garantito all universita che perde il ricercatore. Quindi se a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, due universita possono accordarsi…tu ti prendi il mio ricercatore abilitato come PA e te lo paghi 0.7 e io ti prendo un ricercartore diciamo anche di tipo B. Lo sfigatello se pur bravo di un ente di ricerca poiche non mi garantisce alcunche lo lasciamo a far la sua ricerca e i sui corsi universitari a contratto o gratis…dai si e pure preso l abilitazione che vuole di piu dalla vita.
    @Abbondazio…se leggo qui credo la scandenza di cui parli dovrebbe essere prorogata…http://www.flcgil.it/universita/ai-lavori-del-cun-interviene-marco-mancini-nuovo-capo-dipartimento-del-miur-per-l-universita-l-afam-e-la-ricerca.flc

    • Sì, due università possono mettersi d’accordo. Inoltre, dopo che l’università A ha assunto il ricercatore b1 e dopo che l’università B ha assunto il ricercatore a1, tutto usando la quota riservata agli esterni ma, al netto, pagando solo 0.2 punti organico ciascuna, se non ricordo male i due neo-associati possono concordare fra loro di scambiarsi le sedi e quindi tornare al punto di partenza, a patto che siano dello stesso SSD. Non sono sicurissimo, ricordo una norma di questo tipo, ma non ricordo se è tuttora in vigore.

  7. @Abbondanzio
    non vorrei sbagliarmi ma mi pare che la percentuale per il turn over si già stata alzata al 50% (decreto Fare se non erro..)

    Per caso si sa come saranno effettuati i sorteggi delle Commissioni? Dal decreto ministeriale non si capisce…ogni università deciderà un criterio? Saranno fatti dall’ANVUR anche questa volta?Dagli atenei?
    Inoltre non c’è il rischio che i bandi vengano comunque blindati con la richiesta di profili e requisiti iperdettagliati?

    • Al 50% a partire dal 2014, credo. Inoltre mi pare che questo vincolo sia quello imposto al sistema universitario nel complesso, le quote spettanti ai vari atenei sono rimodulate in base alla quota base cui hanno diritto a seconda del proprio “virtuosismo” (superamento o meno della soglia dell’80% del budget per spesa personale, indebitamento…).

  8. In questo decreto non vedo un disegno complessivo di sviluppo dell’Università italiana come motore dello sviluppo sostenibile del paese. Vedo invece un disegno di accentramento delle Università in pochi poli di “eccellenza”, meglio se privati. Mettere sullo stesso piano Messina e Milano in termini di efficienza didattica non ha senso. A Milano ci vanno i migliori diplomati di Messina, spesso dalle poche famiglie benestanti. A Messina (come in tutti gli atenei meridionali) il 35% degli iscritti abbandonano entro il primo anno in larga misura perché non hanno le basi per poter affrontare un percorso universitario. Sarebbe stato molto meglio definire obiettivi di crescita relativa di ciascun ateneo su cui definire le premialità, in modo da tener conto dei contesti locali, che in Italia sono molto diversificati. Questo avrebbe dato notevoli margini di crescita in qualità anche per atenei “minori” contribuendo alla crescita della qualità del sistema complessivo. Non si può ignorare la continua emorragia di (bravi e benestanti) studenti dal profondo sud d’Italia (e isole) verso le migliori università del paese. Questo porta ad una spirale di decrescita per il sud e di fatto alla separazione culturale in due del Paese. Non vedo una strategia, neanche a parole, per contrastare questo cancro del nostro Paese. Anzi vedo una strategia neanche tanto occulta di trasferimento di cervelli, oltre che risorse economiche, dalle zone più povere verso quelle più ricche e la concentrazione in poche grandi città delle Università “eccellenti”. Un modello che persegue uno sviluppo economico di crescita in cui il 10% della popolazione detiene il 90% della ricchezza.

  9. la coerenza non è sempre una virtù, però può aiutare a far chiarezza ricordare quale era la proposta per il reclutamento.
    dal documento roars del novembre 2012 copio il punto c:
    “C) Occorre distinguere tra reclutamento e progressione di carriera. Il reclutamento nelle diverse fasce deve avvenire mediante concorsi locali riservati ai possessori dell’abilitazione scientifica, con commissioni composte per i 4/5 da soggetti esterni all’ateneo, appartenenti al settore scientifico disciplinare o al macrosettore, scelti per sorteggio pubblico tra coloro che sono dotati dei requisiti minimi di produttività scientifica.”

    mi pare che l’attuale incentivo a introdurre il sorteggio vada esattamente in questa direzione.

    allora roars ha cambiato idea? o prima semplicemente si stava scherzando?

  10. A me, il fatto che il concorso locale a valle dell’abilitazione venga nuovamente messo in mano agli ssd, togliendo potere all’ateneo, suona strano. Questo, al di là dello storico braccio di ferro localismi/grandi scuole.
    Infatti, se si va nella direzione di una forte autonomia e concorrenza tra gli atenei, impedire all’ateneo che bandisce un concorso di avere voce in capitolo nello scegliere tra i migliori (quali sono gli abilitati) non mi sembrerebbe la soluzione più efficiente. Insomma, si potrebbe addirittura ipotizzare un interesse da parte di un commissario esterno a scegliere il peggiore tra i migliori, per abbassare la qualità di quell’ateneo, che è in competizione con il proprio.
    Naturalmente ragiono per iperboli, però qualche dubbio mi viene.

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