Nel presentare l’intervento di Paolo Santori, Dal punto di vista di uno studente, la redazione di Roars ha rilevato che noi docenti abbiamo delle responsabilità se non siamo riusciti a interessare il corpo studentesco alle tematiche concernenti la politica universitaria e la gestione degli Atenei.

Condivido l’osservazione, anche se non condivido l’impostazione “minimalista” del contributo di Santori: egli propone, in alternativa a vaste Assemblee in cui “due parlano da un megafono, molti ascoltano e pochi si interessano”, “incontri, una volta ogni due settimane, con un gruppo di amici (o conoscenti) per discutere”. Al contempo, egli non fa neppure un cenno alle situazioni nelle quali gli studenti, attraverso loro rappresentanti, sono già presenti in organismi cruciali per il funzionamento delle Università.

Sappiamo tutti quali siano i limiti di queste rappresentanze, limiti che in parte sono determinati dal basso numero di partecipanti alle relative elezioni, e in parte determinano tale basso numero. Peraltro, per ottenere, come auspicato, una maggiore attenzione e un coinvolgimento della “base” potrebbe essere decisivo il fatto che gli studenti vedessero che la presenza dei loro delegati ha un peso nelle scelte; il disimpegno dipende soprattutto dalla convinzione della inutilità di sforzi tesi a immedesimarsi con le problematiche dell’istituzione.

Un riferimento interessante è quello europeo. Nella gestione del “Processo di Bologna”, teso a realizzare l’Area europea dell’istruzione superiore (EHEA, European Higher Education Area), l’ESU (European Students’ Union) ha un ruolo notevole, e tutti i documenti di tale Processo enfatizzano l’esigenza dei contributi degli studenti alla definizione dei percorsi formativi: contributi individuali, ognuno in merito al proprio percorso (curricoli student-centered), e contributi collettivi, in merito alle caratteristiche dell’offerta formativa proposta dalle Università e alle procedure per l’assicurazione di qualità relativa a tale offerta. Proprio per il peso che il sistema europeo dà agli studenti, in tutte le Università italiane è stato individuato un “referente” per le tematiche in questione, e nel novembre scorso i referenti si sono incontrati in un Seminario nazionale su Il ruolo delle rappresentanze studentesche nello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore (v. i relativi materiali qui). Essi hanno rilevato quelle difficoltà nel coinvolgimento dei colleghi che sono alla base dell’intervento di Santoni; al contempo, hanno comunque deciso di costituirsi in una rete che continuerà a riunirsi (non solo on-line, ma anche con incontri), poiché sono convinti del potenziale positivo che può avere la reciproca conoscenza dei risultati che, nelle diverse sedi, si riescono a ottenere attraverso il coinvolgimento degli studenti nelle decisioni dell’Ateneo. Il tutto, si intende, per rafforzare non solo le rappresentanze, ma anche il rapporto delle stesse con il complesso degli studenti. E’ da rilevare che, proprio in coerenza con le indicazioni europee (Linee Guida dell’ENQA sulla Assicurazione di qualità), le procedure di autovalutazione dei Corsi di studio universitari (il cui rilievo è destinato ad aumentare fortemente nel prossimo futuro) hanno al proprio centro le Commissioni Paritetiche docenti-studenti, e che studenti entrano ora a pieno titolo nei Nuclei di Valutazione degli Atenei; sono strumenti da utilizzare, anche se il rischio di “vertici” disconnessi dalla “base” deve essere ben presente.

Per concludere ricollegandomi alle osservazioni iniziali: si tratti di maxi-Assemblee o di più ristretti incontri di amici, può essere decisivo che in essi vengano anche discusse, approfonditamente, le relazioni dei “rappresentanti” su ciò che viene deciso negli organi universitari. Ciò non solo per dare concretezza alle riunioni, ma anche perché il peso delle opinioni dei rappresentanti stessi è tanto maggiore, quanto più è visibile il collegamento di essi con l’intero corpo studentesco.

Negli organismi universitari, dai Consigli di Corsi di studio agli organi centrali di Ateneo, molti di noi hanno cercato di sostenere posizioni che tenessero conto degli interessi degli studenti piuttosto che degli equilibri tra potentati accademici; ma, in assenza di un effettivo impegno degli studenti stessi, avevamo spesso il disagio di sentirci “paternalisti”. E’ una situazione che, col contributo di tutti, deve essere superata.

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4 Commenti

  1. Gentile professor Luzzatto,
    la mia lettera (sono Santori e non Santoni) non aveva la pretesa di una trattazione sistematica del problema. Leggo con grande interesse del ‘Processo di Bologna’ teso a realizzare l’area Europea dell’istruzione superiore e del Seminario nazionale su Il ruolo delle rappresentanze studentesche nello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore. Ritengo, in ogni caso, che il rischio del vertice disconnesso dalla base sia grande e che la via da me delineata, al contrario di assemblee generali, possa portare ad una rappresentanza reale, essenziale nel generale disinteresse che lei sottolinea a fine articolo. A questo, come lei ha giustamente sottolineato, deve aggiungersi la possibilità che i nostri delegati abbiano un peso nelle scelte. Concludo ribadendo l’importanza di organizzare tali riunioni, oltre a quelle a livello nazionale alle quali partecipano i nostri rappresentanti. L’obiettivo di informare molti è, a mio modesto parere, ha lo stessa priorità dell’intervenire in modo efficace. Le due cose si presuppongono e completano a vicenda.

  2. E se la strada fosse invece quella di tornare a riconoscere una “soggettività” al singolo studente, portatore di istanze culturali e professionali (in particolare nel settore degli studi umanistici), recuperando qualcosa di simile all’articolo 2 della legge 910/1969? (“lo studente puo’ predisporre un piano di studio diverso da quelli previsti dagli ordinamenti didattici in vigore, purche’ nell’ambito delle discipline effettivamente insegnate e nel numero di insegnamenti stabilito. Il piano e’ sottoposto, non oltre il mese di dicembre, all’approvazione del consiglio di facolta’, che decide tenuto conto delle esigenze di formazione culturale e di preparazione professionale dello studente”).

  3. Concordo del tutto. Nel mio intervento avevo già scritto che occorre che venga dato spazio alla possibilità, per gli studenti, di contribuire alla definizione del proprio percorso formativo (curricolo “student-centered”). Voglio peraltro osservare che la norma richiamata da Andrea Brugnoli è pienamente in vigore; non si tratta di “recuperarla”, bensì di attuarla! In molti Atenei -non in tutti-essa è stata infatti dimenticata. Quando invito gli studenti a “darsi da fare” negli organi di governo intendo proprio che essi devono impedire che alcune opportunità, come quella citata, vengano abusivamente cancellate. Anche a livello nazionale, il Consiglio Nazionale degli Studenti potrebbe pretendere che il MIUR esperisse una indagine sulle situazioni nelle quali, a livello locale, diritti come questi non vengono riconosciuti.

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