All’inizio di settembre, si sono svolte le elezioni per designare il rappresentante del personale nel Consiglio di Amministrazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Un passo importante, sia pur piccolo, per rinnovare il modello di governance del CNR, allineandolo agli standard europei e alla fantomatica Carta Europea dei ricercatori.

Il CdA, composto da soli 5 membri incluso il Presidente, è infatti un organismo di importanza strategica nella struttura estremamente verticistica del CNR, dal momento che approva i piani triennali della ricerca ed il documento di visione strategica decennale, nomina i direttori di istituto e di dipartimento, decide i profili dell  e assunzioni, le commissioni dei concorsi ed i criteri delle relative valutazioni, oltre naturalmente a deliberare sull’impiego delle risorse e sul bilancio.

Per la verità, non è la prima volta che il personale è stato chiamato a una simile consultazione, ma le elezioni svoltesi nel 2011 consentirono alla comunità del CNR soltanto di indicare all’allora ministro Gelmini il nome del suo potenziale rappresentante. Il precedente statuto assegnava infatti al ministro la scelta del componente del CdA in una terna completata con proposte di altri organi (ad esempio, la Conferenza Stato-Regioni), ed in quella occasione il rappresentante indicato dal personale non venne nominato. Grazie al nuovo statuto, questa volta si era invece di fronte a una “vera” elezione, essendo garantita la nomina del candidato vincitore nel CdA[1].

Le elezioni si sono svolte con modalità estremamente democratiche e inclusive, visto che l’elettorato attivo era costituito da tutto il personale dell’Ente (ricercatori, tecnologici, tecnici ed amministrativi) sia a tempo indeterminato che determinato, per un totale a circa 8000 votanti.

Per questo, e anche per l’opinabile tempistica (la campagna elettorale si è svolta quasi interamente ad Agosto), un commento a questa esperienza non può che partire dallo straordinario dato di partecipazione del personale. Ha votato infatti il 60% degli aventi diritto, oltre 5000 persone che hanno riconosciuto la valenza e l’importanza dell’appuntamento. Non male per una comunità, quella del CNR, spesso apparsa impalpabile come soggetto politico e nella quale convivono molte e diverse anime (culturali e professionali).

Il primo dato, quindi, è che queste elezioni sono la testimonianza tangibile del fatto che la comunità del CNR esiste e anela ad ottenere riconoscimento e rappresentanza. L’ampiezza del corpo elettorale è anche un elemento di rilievo: mentre è forse possibile indirizzare in qualche forma un numero esiguo di votanti, la cosa è impossibile davanti ai numeri che si sono messi in gioco.

Ad aver vinto le elezioni è stato Vito Mocella, che, con oltre il 38% delle preferenze, quasi 2000 voti, ha ampiamente superato la soglia prevista per essere eletti al primo turno senza necessità di ballottaggio.

Animatore con l’associazione Articolo33 di numerose battaglie per ridare centralità alla ricerca, “contro” gli aspetti più soffocanti dell’amministrazione centrale del CNR, Mocella era un po’ un outsider rispetto agli altri tre candidati, che nella percezione di molti apparivano come espressione rispettivamente del “palazzo” (Fabrizio Tuzi, ex direttore generale dell’Ente), dell’establishment scientifico (Rosaria Conte, vice presidente del Consiglio Scientifico) e della “corporazione” dei ricercatori (Antonio Rizzo, candidato con l’endorsement dell’ANPRI, il sindacato dei -soli- ricercatori).

Per la sua azione politica, comunque parallela ad una vivace attività scientifica, la vittoria di Mocella potrebbe quindi suggerire una semplice lettura del voto come espressione, netta e inconfutabile, del dissenso del personale rispetto alle politiche dei vertici del CNR. La cosa potrebbe anche non sorprendere, visto che storicamente il CNR è stato gestito, se non con l’intento, sicuramente con l’effetto, di mortificarne la sua principale risorsa, le persone che tutti i giorni ci lavorano, in larghissima parte con passione e dedizione.

Il secondo dato deriva dunque dal risultato elettorale inatteso, che ha mostrato l’importanza dell’introduzione di strumenti democratici nella gestione del CNR, evidenziando come la struttura gerarchica che da sempre lo contraddistingue sia tutt’altro che solida.

Tuttavia, è chiaro che non è possibile ridurre l’esito della consultazione al trionfo del voto protestatario. La chiave del largo successo elettorale è piuttosto da ricercarsi nei principi che incardinavano il programma di Mocella: trasparenza, rispetto delle regole, sburocratizzazione, multi-disciplinarità.

Questi concetti rappresentano l’aspirazione di gran parte della comunità del CNR, sono la base della “visione” che dell’Ente hanno la maggior parte di coloro che ci lavorano in prima persona. E pur essendo richiamati, almeno in parte, anche dagli altri candidati, sono declinati da Mocella in modo fattivo attraverso un’attività politica (le battaglie di cui sopra portate avanti da Articolo33) che gli garantisce credibilità e centralità.

Per chi è estraneo all’universo del CNR sarà facile capire l’urgenza di queste istanze sapendo che, ad esempio, i verbali del consiglio di amministrazione non sono pubblici e le delibere dello stesso organo, che ovviamente hanno un significativo impatto sulla vita dell’Ente, sono accessibili solo dopo molti mesi e non a tutto il personale. Analogamente, le commissioni dei concorsi sono decise in modo autocratico dal Presidente e ratificate dal CdA senza alcuna possibilità di intervento della comunità scientifica.

Il CNR è dunque un ente in cui è necessario portare trasparenza, anche, e soprattutto, per fare chiarezza sui meccanismi top-down con cui le risorse (economiche e di personale) sono assegnate alla rete scientifica, in modo spesso chirurgico e silenzioso, con criteri mutevoli e dettati dalle esigenze specifiche da soddisfare. Si tratta di garantire parità di accesso alle già esigue risorse.

D’altro canto, pur nelle sue condizioni attuali caratterizzate da una governance non trasparente e una visione profondamente gerarchica, il CNR non è un ente in dismissione, ma funziona, talora anche egregiamente, grazie alla dedizione del personale e alla significativa capacità di attrarre fondi esterni. Un simile potenziale potrebbe essere ancora meglio sfruttato se liberato dal peso di una sovrastruttura (i dipartimenti), la cui unica utilità sembra quella di creare la sopracitata dimensione gerarchica, non agendo né da catalizzatore culturale né da attrattore di fondi. Una sovrastruttura che, inoltre, penalizza la natura multi- ed inter- disciplinare della gran parte delle attività del CNR, e ne rappresenta la cifra distintiva.

Si può capire allora che i temi sollevati sono veri e propri elementi di governance, obiettivi cui puntare per rendere il CNR un ente migliore, con beneficio dell’intero sistema paese. Ma affinché un simile auspicio si trasformi in esiti concreti, è necessario che la comunità che ha certificato la sua esistenza vada oltre la delega che ha democraticamente assegnato al suo rappresentante e diventi, con lui, attore del processo.

[1] Il nuovo statuto ha tuttavia limitato la rappresentanza del personale al solo CdA, eliminando la presenza di membri eletti dal personale nei consigli scientifici di dipartimento e nel consiglio scientifico generale, a favore di un meccanismo di selezione di tipo concorsuale.

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