Le riforme neoliberiste adottate al tempo del governo Sarkozy contrastano il desiderio degli studenti di avere accesso a una cultura ampia e qualificata. Più in generale: è proprio vero che una riduzione della spesa produce inevitabilmente istituzioni più “efficienti”?

 

Perché mai le istituzioni dovrebbero essere povere e insicure? Spinoza ci ricorda nel Trattato politico che il fine principale delle istituzioni risiede nella ricerca della sicurezza, poiché senza di essa non è garantita l’affermazione della «potenza» individuale e collettiva – e dunque del diritto nel suo insieme. La «sicurezza» delle istituzioni rappresenta quindi la condizione di possibilità dell’affermazione della «potenza» come diritto.

Comincerei da questi rapidi presupposti teorici per proporre alcune considerazione sul significato e sull’uso odierno delle istituzioni, a cominciare dall’istituzione universitaria. La prima domanda sorge spontanea: a cosa serve oggi  l’istituzione universitaria?

La vulgata neoliberista, che inonda quotidianamente i mezzi di informazione con i suoi ripetuti propositi, induce a credere in primo luogo che le istituzioni rappresentino un costo» insostenibile per il debito pubblico e in secondo luogo che lo sviluppo economico e la «ricerca» – la «produttività del sistema» – passino esclusivamente attraverso il «rischio» degli investimenti privati. Solo un connubio fra il privato e il pubblico permetterebbe di salvare l’istituzione universitaria dal naufragio ampiamente annunciato.

Ma siamo così certi che le cose stiano realmente in questi termini? Voglio dire: una tale richiesta viene espressa direttamente dagli studenti, ossia dai principali interessati da queste «riforme»?  Da anni insegno filosofia in Francia in una facoltà umanistica, vale a dire in un’istituzione colpita da «riforme» che di fatto si sono solo risolte, come negli altri paesi d’Europa, in un impoverimento delle risorse disponibili. Di fronte a una tale situazione ho sempre chiesto ai miei studenti che cosa cercassero veramente iscrivendosi ad un corso di Filosofia. Competenze professionali? Un diploma non troppo impegnativo? Uno spaccato delle teorie filosofiche recenti e più alla moda? Niente di tutto questo. Mi hanno sempre risposto che quello che vogliono è solo «cultura», vogliono che spieghi loro Nietzsche e Kant, Agostino e Aristotele, Cartesio e Platone. Si iscrivono in una facoltà umanistica perché vogliono apprendere «altro» da quello che sentono e vedono tutti i giorni. Benché siano tutti sempre e comunque «connessi» ai social networks con i loro smartphones, non hanno per niente rinunciato al desiderio di conoscere e di apprendere. La loro domanda di cultura è altissima. Magari non in forma diretta e immediata, ma essa esiste ed è presente.

Dobbiamo quindi veramente rinunciare a trasmettere questi contenuti «difficili» e obsoleti alle nuove generazioni? Perché non possiamo offrir loro strumenti «potenti» per vivere ed orientarsi con sicurezza e autonomia nel mondo – anche in un mondo affatto «nuovo», dominato dalle tecnologie più avanzate?  Non si tratta di opporre, sulla scia della Scuola di Francoforte, una cultura «alta» a una cultura «alienata», forme ideologiche della dominazione e presunti concetti emancipatori. Una tale «dialettica negativa» ha ormai fatto il suo tempo. Si tratta al contrario di far convivere, ed è sicuramente possibile, una cultura ricca, difficile e «lontana» con forme di vita innovative e diversificate, nomadi, molteplici e contaminate. Non c’è alcuna incompatibilità fra queste due modalità del sapere, come non c’è incompatibilità fra il libro stampato e l’e-book.

La seconda domanda riguarda invece il problema dei costi e delle riduzioni della spesa. Perché si devono necessariamente impoverire le istituzioni? Che cosa dimostra la validità dell’assioma meno costi = più efficienza = più libertà? Solo istituzioni più ricche, più potenti e più «sicure» garantiscono infatti l’esercizio reale e effettivo della democrazia e quindi della libertà. Un’istituzione debole e fragile costituisce un autentico pericolo per la democrazia, perché quest’ultima non è un’entità vaga e astratta, quanto piuttosto un «compito quotidiano», una presa di responsabilità diretta delle donne e degli uomini che nelle istituzioni democratiche esercitano le loro funzioni. In tal senso, l’istituzione universitaria non è diversa dalle altre: anch’essa richiede da parte nostra partecipazione e collaborazione. Ma partecipazione e collaborazione hanno senso solo in un progetto politico e culturale a lungo termine, consolidato da investimenti e prospettive – contro ogni pratica spietata di «spending review». L’Europa non sa più inventare «istituzioni sicure» perché non vuole più avere a che fare con la «ricchezza della democrazia». La «sicurezza delle istituzioni» presuppone infatti un rapporto costruttivo con il futuro – senza il quale non ci può essere in alcun modo un’affermazione «potente» della libertà – quindi della democrazia.

Saverio Ansaldi

Università Montpellier III/Scuola Normale Superiore di Lione

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35 Commenti

  1. Ancora prima di leggere, voglio comunicarvi questo, appena ricevuto:

    “La Universitat de Barcelona està en vies de privatització i
    autodestrucció. Recenment, hi ha hagut un episodi més en aquesta via
    que és indignant i inadmissible. Es tracta de les retallades en
    l’oferta d’ensenyament a la Facultat de Filologia de la UB aquest
    2014, que consisteixen en l’eliminació del grau de FILOLOGIA ROMÀNICA a la UB i l’eliminació de l’ensenyament de llengües (CATALÀ, ÀRAB, ITALIÀ, HEBREU, PORTUGUÈS, BASC, GALLEC, POLONÈS, GREC I LLATÍ) als graus de LINGÜÍSTICA I LLENGÜES I LITERATURES MODERNES.” Etc.

    L’Università di Barcellona si sta avviando alla privatizzazione e alla
    autodistruzione. Da poco si è aggiunto un altro episodio a questo
    processo inammissibile che suscita indignazione. Si tratta di tagli
    nell’offerta didattica (=formativa) del 2014 nella Fac. di Filologia
    della Univ.Barc. che consistono nell’eliminazione della laurea in
    Filologia romanza e degli insegnamenti di lingue (catalano [!?],
    arabo, italiano, ebraico, portoghese, basco, gallego, polacco, greco e
    latino) nelle lauree di Linguistica e lingue e letterature moderne.

    Il resto a: http://www.change.org/es/peticiones/contra-la-retallada-d-ensenyament-de-la-facultat-de-filologia

    C’è una sottoscrizione in atto per protestare. Per favore, fatelo! E diramatelo! Siamo del resto all’avanguardia. In maniera strisciante in Italia sta succedendo lo stesso. Possiamo però congratularci anche con noi stessi. Tu l’as voulu, Georges Dandin! Te la sei cercata! (Molière)

    Buon Primo Maggio!

    • In che modo si stà “privatizzando” l’Università di Barcellona?

      In che modo si stanno “privatizzando” le Università italiane? In Italia non mi risulta sia in atto una privatizzazione delle università, anzi il ruolo dello Stato Centrale sulle università statali sembra sempre più invasivo.

  2. E’ ora di farsi sentire. Questa è l’Europa che non vogliamo.
    Colonia degli Stati Uniti, eliminazione del passato, eliminazione del pensiero complesso, uomo asservito al consumo, università azienda etc. etc.

  3. Gli antecedenti barcellonesi sulla privatizzazione non li conosco. Ma questa è la tendenza in atto, come sta accadendo o già accaduto in Finlandia. Le spinte alla costituzione delle fondazioni universitarie italiane significavano questo, sarebbe il caso di rispolverare quell’episodio. Però io mi riferivo ad altro, alla scomparsa o ridimensionamento delle lingue (e materie affini di qualsiasi tipo) nelle offerte formative, dove reggono solo le cosiddette ‘grandi’. Peraltro ciò è in sintonia con le problematiche della mainstream research, di cui leggiamo anche qui ogni tanto. Impoverimento culturale, in termini secchi. E l’invasività statale, cioè l’irregimentazione (formazione di “ovelletes”, cioè di pecore), potrebbe preparare il terreno ad una svolta brusca, come è successo in Finlandia. Se non privatizzazione totale, quanto meno parziale. L’aumento in Europa delle università private, telematiche [istruttiva la discussione sulla Marconi, in questo sito] o non, è abbastanza evidente. Se qualcuno può scrivere qualcosa di più organico o rimandare a cose già scritte, farebbe cosa gradita.

  4. Non si capisce a quale “vulgata” di quale “neoliberismo” l’autore si riferisce, e se tutto l’articolo critica la “vulgata”, il “neoliberismo” o i “mezzi di informazione” che ci inondano con versioni semplificate di idee più complesse. é vero che per la “vulgata neoliberista” propinata dai “mezzi di informazione” le “istituzioni rappresentino un costo» insostenibile”? La tecnica dello strawman all’ennesima potenza? Leggiamo con la lente della vulgata sui mezzi di informazione?

    Con tutto il rispetto per Spinoza, le istituzioni sono una serie di regole volte a favorire, o sfavorire, alcuni comportamenti per raggiungere certi fini (cfr Omstrom o North o Coase o altri che hanno detto qualcosa di sensato sull’argomento nell’ultimo secolo). Le istituzioni sono quindi sia pubbliche sia private. Ad esempio, il mercato è una istituzione con le sue regole per le quali per farle funzionare correttamente è necessario mettere in piedi altre istituzioni (i tribunali che permettono di far eseguire i contratti). Se si estendesse il ragionamento di Spinoza-Ansaldi, si dovrebbe dedurre che l’istituzione mercato andrebbe rafforzata. Per parafrasare Popper, le istituzioni sono come fortezze: devono essere congegnate bene e guarnite meglio. Pare però che l’autore si riferisca alle istituzioni solo nel senso di organizzazioni, in questo caso le università che, come noto, possono essere sia pubbliche sia private. Quindi agli enti pubblici ci si vuole riferire e non alle istituzioni in generale (hasty generalization?). Detto questo qual è la connessione di tutto ciò con gli studenti francesi di filosofia che vogliono studiare filosofia?

    • Francesco Lovecchio: “Non si capisce a quale “vulgata” di quale “neoliberismo” l’autore si riferisce, e se tutto l’articolo critica la “vulgata”, il “neoliberismo” o i “mezzi di informazione” che ci inondano con versioni semplificate di idee più complesse. é vero che per la “vulgata neoliberista” propinata dai “mezzi di informazione” le “istituzioni rappresentino un costo» insostenibile”?”
      _______________________
      Un certo numero di esemplificazioni di questa “vulgata”, che ha avuto larghissima diffusione in Italia, sono state elencate e discusse nel seguente articolo:

      https://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/
      Alcune citazioni relative al “costo insostenibile”, in rapporto ai (presunti) inefficienti risultati:
      ________________
      Ha ragione Roberto Perotti: il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento (R. Alesina e F. Giavazzi 2003, http://www.lavoce.info)
      ________________
      [i professori ordinari] con 13.667 euro mensili lordi al mese sono proprio i più pagati dell’Unione Europea, seguiti dai britannici, che incassano 12.554 euro e dagli olandesi che guadagnano 10.685 euro. (Francesca Gallacci, il Giornale 26-5-2012)
      _________________
      È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) (M. Gelmini 2009)
      _________________
      non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita (F. Giavazzi 2010)
      _________________
      la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia (R. Perotti 2008)
      _________________
      l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale (R. Perotti 2008)
      _________________
      La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto cioè che il sistema universitario va riformato con urgenza […] Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima unversità italiana al 174° posto (M. Gelmini 2009)
      _________________

    • @De Nicolao, se interpreto correttamente gli esempi citati nel commento delle 15:12 questi non suggeriscono l’idea che “le istituzioni rappresentino un costo insostenibile” ma che quelle specifiche organizzazioni sono inefficienti o mediocri. Ciò li collocherebbe nella vulgata del “neoefficientismo” romantico italiano. E qui non si tratta di credenze: lo sono o non lo sono.

    • Per una volta, mi permetto di dissentire da F. Sylos Labini. Lovecchio ha ragione: è evidente che gli esempi che ho citato sono valutazioni di inefficienza e mediocrità frutto di uno scrupoloso ed imparziale esame delle migliori statistiche economiche e bibliometriche. Essendo affermazioni basate su rigorose analisi svolte con la massima onestà intellettuale da persone che occupano posizioni di rilievo nel mondo politico o scientifico, nessuno (eccetto i faziosi come F. Sylos Labini) potrebbe nutrire il sospetto di un uso strumentale per giustificare il pregiudizio che le istituzioni pubbliche nel campo dell’istruzione “rappresentino un costo insostenibile”.

    • E’ vero. Ad esempio l’analisi di Giavazzi e Alesina era molto rigorosa e i dati sono analizzati in maniera talmente cristillana da risultare quasi trasparenti. Ma uno dei commenti a lato dell’analisi rigorosa dei dati è proprio da incorniciare e dunque ve lo riporto a futura memoria

      “Illudendosi che sia possibile migliorare l’esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori, cioè di coloro che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo. Nelle istituzioni esistenti, i consigli di facoltà, i comitati del Cnr, il Cun, la conferenza dei rettori, i conservatori hanno sempre la meglio perché dispongono di maggioranze sufficienti a garantire i loro privilegi. E così i riformatori diventano, malgrado le migliori intenzioni, conniventi con i conservatori.”

      Dunque cari riformatori è inutile che vi sbracciate tanto: sappiamo che in realtà siete dei conservatori. L’unica possibilità è …. già qual’è ?

      http://archivio.lavoce.info/articoli/pagina821.html

    • Se un tizio si lamenta dell’eccessiva spesa per la pulizia delle scale e della mediocrità della gestione condominiale, sarebbe ridicolo l’amministratore del condominio che etichettasse la critica come “neoliberale”, o accusasse il tizio di voler indebolire l’istituzione “condominio”. Vi pare?

      Provo a capire il vostro personale weltanschauung, ma il mio commento si riferiva all’articolo di Ansaldi e non a quello di Alesina e Giavazzi di 11 anni fa (citato da F Sylos Labini) quando il sistema universitario si stava espandendo e si discuteva come impiegare l’extra (e poi s’è visto come è stato impiegato l’extra); gli esempi invece citati da De Nicolao effettivamente vogliono dire che l’università italiana è inefficiente e mediocre, financo irrimediabilmente mediocre. Vere o false che siano quelle affermazioni dei “Giavazzi, Perotti & co.” basterebbe un qualunque altro “contabile” per verificarne la fondatezza secondo corretti princìpi contabili (non è rocket science!). Non è pura e innocua dramatizzazione retorica invocare generiche vulgate neoliberali e complotti per indebolire le istituzioni. È proprio fuori bersaglio.

    • Vere o false che siano quelle affermazioni dei “Giavazzi, Perotti & co.” basterebbe un qualunque altro “contabile” per verificarne la fondatezza secondo corretti princìpi contabili (non è rocket science!)
      =====================
      È vero: non è rocket science. Per verificarlo basta consultare statistiche OCSE e database bibliometrici. Già fatto:
      https://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/
      Nel caso di Giavazzi (https://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/) e di Gianna Fregonari (Corriere della Sera, https://www.roars.it/online/il-corriere-la-spara-grossa-in-italia-ci-sarebbero-oltre-400-atenei/) basta solo contare il numero delle università consultando Wikipedia o il sito del MIUR. Se un tizio si lamenta della gestione condominiale affermando che il condominio ha tre scale mentre invece ne ha una, cosa dovremmo pensare? Forse che è prevenuto nei confronti dell’amministratore (e fiducioso nella dabbenaggine degli altri condomini al punto di usare argomenti a vanvera).

    • Undici anni fa non c’era nessuna espansione del sistema universitario, cosomai c’era un momento stazionario primo dei tagli e del blocco. Non c’è nessun personale weltanschauung ci sono dati di fatto: gli articoli di Giavazzi Alesina & co sono quelli che hanno accompaggnato sia la legge Gelmini che i tagli di Tremonti. Vuole le referenze o è in grado di cercarsele da solo? Se si afferma che l’università italia è irriformabile mi sembra ci sia nulla da discutere. I pochi dati forniti dai nostri erano sempre e solo sballati. E comunque la retorica neoliberale serve solo per ammansuire una opinione pubblica frastornata da una cassa mediatica che racconta prevalemente balle. Per il resto Giorgio Israel ha perfettamente colto nel segno https://www.roars.it/online/riformare-anvur-meglio-tardi-che-mai/comment-page-1/#comment-6283

    • @Sylos Labini, l’espansione c’è stata eccome. Ad esempio, dal 2003 (anno in questione e non scelto da me) al 2008 (anno della crisi) si è passati in termini di docenti di ruolo (ric. p.a. e p.o.) da 56480 a 62768 (oltre il 10%). Se si prendono gli fte degli academic staff (cioè anche lettori e doc. contratto) dalle tavole eurostat educ_pers1t, il numero è cresciuto di quasi il 20%, cioè da circa 87 mila a 103 mila (circa +18%). Volendo si può parlare dell’esplosione dei dottori di ricerca, che in proporzione sono ora superiori ai phd rilasciati negli USA,in Francia e in UK a residenti. Nella variabile più importante del costo del sistema universitario, cioè il lavoro, l’espansione c’è stata, eccome.

      @De Nicolao, abbiamo già parlato della questione efficienza in altri thread. Non ho molto da aggiungere oltre il punto che ho già espresso sopra.

    • Francesco Lovecchio: “l’espansione c’è stata eccome. Ad esempio, dal 2003 (anno in questione e non scelto da me) al 2008 (anno della crisi) si è passati in termini di docenti di ruolo (ric. p.a. e p.o.) da 56480 a 62768 (oltre il 10%). Se si prendono gli fte degli academic staff (cioè anche lettori e doc. contratto) dalle tavole eurostat educ_pers1t, il numero è cresciuto di quasi il 20%, cioè da circa 87 mila a 103 mila (circa +18%). ”
      ======================
      Quando si citano evoluzioni temporali dei dati OCSE ė bene controllare che nel frattempo non siano subentrati cambiamenti nei criteri di conteggio (non è raro che l’OCSE precisi che alcune serie presentano discontinuità in determinati anni). Per quanto in quel periodo ci sia stato un aumento, esso sembra anche risentire di un cambio di criterio dato che dal 2004 al 2005 c’è stato un incremento di 13.000 unità, cosa che avevo già osservato in un mio commento del 9.4.2014 che riporto per comodità:
      ________________________
      Nella serie storica OCSE italiana dei ricercatori nel settore Higher Education fino al 2004 l’headcount corrisponde alla somma di ricercatori+associati+ordinari. Dal 2004 al 2005 c’è un incremento brusco di circa 13.000 unità (che si riflette in un incremento di circa 9.000 FTE come verificabile sul database OCSE). Di chi si tratta? Non dovrebbero essere i dottorandi perchè sono troppo pochi. Sono gli assegnisti (o altro) che sono stati conteggiati?
      _______________________________


      (https://www.roars.it/online/il-pericoloso-percorso-a-ostacoli-che-porta-alle-universita-di-eccellenza/comment-page-1/#comment-25807)
      _______________________________
      Vale la pena di osservare la nota “(a) Break in series with previous year …”
      _______________________________
      In ogni caso, nonostante l’espansione dell’academic staff, nel 2008 l’Italia stazionava al quartultimo posto nella classifica del rapporto docenti/studenti.
      _______________________________


      ===============================
      Francesco Lovecchio: “Volendo si può parlare dell’esplosione dei dottori di ricerca, che in proporzione sono ora superiori ai phd rilasciati negli USA,in Francia e in UK a residenti”
      _______________________________
      Per quanto riguarda i dottori di ricerca, il dato OCSE sull’entry rate ci vede 21-esimi su 32 nazioni.


      _______________________________
      In termini assoluti, il numero di studenti di dottorato dovrebbe essere ugualmente o ancora più basso perché l’entry rate è rapportato al numero di studenti, come evidenziato da questa spiegazione a pag. 295 di Education at a Glance 2013:
      _______________________________
      “Many OECD countries invest heavily to provide doctoral-level education. Chart C3.4 shows the percentage of students who will pursue their studies up to the highest academic level across OECD countries. In Germany, Switzerland and, as a consequence of the implementation of the Bologna Process (EC, 2013), Slovenia, about one in 20 students is expected to enter an advanced research programme. By contrast, in Argentina, Chile, Indonesia, Mexico, Saudi Arabia, Spain and Turkey, fewer than one in 100 students is expected to begin doctoral studies during their lifetimes if current entry patterns remain stable (Table C3.1a).”

    • @Francesco Lovecchio: nella mia risposta ho usato dati OCSE. Più sotto, riporto anche la tavola Eurostat educ_pers1t (http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/submitViewTableAction.do). Vedo alcuni problemi:
      1. Per molte nazioni i dati oscillano di anno in anno. In UK si passa da 102.000 nel 2006 a 96.000 nel 2007 per tornare a 101.000 nel 2008.
      2. L’Italia è uno dei pochissimi paesi che mostra una fila di zeri quando si chiedono i dati del personale part-time (ci si arriva con un paio di clic).
      3. Se dovessi discutere le dinamiche del personale, mi sentirei più sicuro con i dati MIUR che credo siano quelli cha danno un incremento da 56.480 a 62.768. Un incremento che non era tuttavia riuscito a schiodarci dalle posizioni di coda nel rapporto docenti/studenti.


    • Questa era la situazione del rapporto docenti/studenti nel 2003 (fonte: Education at a Glance 2005): Italia penultima. Forse c’era anche qualche buona ragione per un’espansione.


    • @De Nicolao, rispondevo all’obiezione di Sylos Labini che non credeva all’espansione che il sistema universitario stava registrando nel 2003 (data scelta dal suo articolo) fatto necessario per mettere “in context” l’articolo stesso di Alesina-Giavazzi del 2003, dove non si parlava di tagliare ma di come distribuire risorse, cioè tutto il contrario di quello da cui eravamo partiti. Le ragioni di fondo o contingenti dell’espansione non erano il punto.

      Io preferisco citare i dati nazionali dei paesi che conosco (i dati sugli strutturati erano fonte miur) e che sono più o meno sempre quelli. Se i dati internazionali ocse dicono una storia diversa fammelo notare, ma finora sul punto non raccontano una storia diversa.

      Per quanto riguarda i dottorati, oppormi il dato ocse degli entranti nei dottorati non è proprio la risposta giusta. Mi riferivo infatti a quanti prendono il dottorato, cioè concludono con successo il percorso. Però questo evidenzia un’altra peculiarità italiana che meriterebbe di essere approfondita (no qui, please) e cioè che il tasso di frizione nei dottorati italiani è molto basso rispetto ad altri paesi, in particolare Francia e UK di cui ho citato in un altro thread i dati da fonti nazionali. Che vorrà dire?

    • Nel 2003 non c’era nessuna espansione e la situazione ha passato un periodo di stazionarieta’ all’inizio degli anni duemila, come si evince guardando l’andamento dell FFO.

      Il sistema non si riforma, il sistema si abbatte e i peggiori nemici sono i riformisti. Questo hanno detto Giavazzi & Alesina. Provo vergogna per loro.

    • Qualche idea ce l’avrei, ma prima vorrei vedere i dati. Sarebbe così gentile da fornirmi la fonte dei dati sui dottorati conseguiti e sui tassi di frizione?

    • Francesco Lovecchio: “l’articolo stesso di Alesina-Giavazzi del 2003, dove non si parlava di tagliare ma di come distribuire risorse, cioè tutto il contrario di quello da cui eravamo partiti”
      =========================
      Ecco cosa dicono Alesina e Giavazzi:
      __________________________
      “il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento”
      __________________________
      Un pacato invito ad una migliore distribuzione di risorse? Da notare che le statistiche internazionali (mai riportate correttamente da Giavazzi) mostravano una spesa per studente e un rapporto docenti/studenti inferiori alla media OCSE e una produttività scientifica (misurata bibliometricamente) più che buona. Giavazzi nel 2010 arriva a dare dati sbagliati persino sul numero (!) delle università:
      __________________________
      “In Italia abbiamo 100 università, una per provincia. Sono troppe? Dipende … Il problema è che tutte e 100 le nostre università offrono, oltre ai corsi di triennio, corsi di biennio e di dottorato”
      http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/06/Interventi_Repliche_co_9_101106090.shtml
      __________________________
      Sciatteria o propaganda deliberata? Bastava andare sul sito del MIUR per vedere che le università:
      – non erano 100
      – che non era vero che offrivano tutte quante corsi dalla triennale al dottorato
      – che c’erano 28 atenei non statali di cui 11 telematici

    • @De Nicola 10:15

      i dati sui dottorati per USA, Italia, Uk e Francia

      nel 2009 circa 49,5 mila phd nelle varie materie in usa
      https://www.census.gov/compendia/statab/2012/tables/12s0815.pdf

      Per l’Italia I dati partono dal 1998 fino al 2011, da 12,3 mila dottori di ricerca conseguiti nel 2009 a 11,3 mila nel 2011 (incluso Normale, SISSA etc.)
      http://statistica.miur.it/scripts/postlaurea/vpostlaurea.asp

      22 mila dottorati nel 2012/2013 in UK, di cui 12,5 mila a Uk residents
      http://www.hesa.ac.uk/dox/dataTables/studentsAndQualifiers/download/Quals1213.xlsx

      In Francia 12,5 mila dottorati (pagina 80) nel 2011
      http://cache.media.enseignementsup-recherche.gouv.fr/file/etat_du_sup_en_2013/41/6/EESR_2013_Complet_116_web+index_250416.pdf

    • Grazie del riferimento ai dati. Riguardo alle mie impressioni sulle percentuali di successo (che però andrebbero ricostruite con cura prima di essere commentate): in altri paesi è dato quasi per scontato che una percentuale non piccola di dottorandi non arrivi a conseguire il titolo e ci sono supervisori che dedicano poche ore mensili a ciascuno dei loro (molti) dottorandi. A volte si impara qualcosa anche da una (strepitosa ma spesso amara) striscia a fumetti: http://phdcomics.com/comics.php
      All’estero, si arruola forse con maggior facilità, lasciando poi che sia la lotta per la sopravvivenza a fare la vera selezione. Dopo tutto, i dottorati sono forza lavoro a basso costo da impiegare non solo per la ricerca, ma anche per la didattica (http://www.economist.com/node/17723223). Il dramma di chi ha fatto una scommessa costosa, sia economicamente sia in termini di qualità della vita, e poi scopre di averla persa sta emergendo sempre più frequentemente, vedi per esempio un interessante blog di The Guardian: http://www.theguardian.com/higher-education-network/series/academics-anonymous.
      È bene porsi il problema anche in Italia. Per esempio, una buona parte dei PhD di ingegneria dovrebbero essere spendibili anche nell’ambito della ricerca industriale (e in alcuni casi si sta andando in questa direzione), ma anche nelle scienze umane e sociali inserire i PhD nelle imprese o nel settore pubblico avrebbe senso. Tutto ciò richiede attenzione nella scelta dei temi di ricerca e nelle collaborazioni con il mondo esterno all’università.
      Ma, ripeto, queste sono impressioni che potrebbero risentire di errori prospettici dovuti al mio osservatorio.

  5. Per chi ancora ha bisogno di esempi per comprendere come ci sia un progressivo impoverimento delle istituzione universitarie pubbliche rispetto a quelle private qualche osservazione:
    a)Nonostante non ci sia evidenza di superiorità complessiva del sistema delle università non statali (comprese le telematiche) è diffuso nei mass media (inclusi i talk show) e tra i commentatori autorevoli (?)che le università non statali siano decisamente migliori di quelle pubbliche.
    b)Il sistema pubblico della Istruzione Superiore e della Ricerca sta vivendo un momento di impoverimento senza precedenti: riduzione del numero dei docenti, riduzione della offerta formativa, riduzione dei corsi di dottorati, auspicata chiusura di sedi universitarie, etc.
    c)Il decreto MIUR relativo alla programmazione triennale (https://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/04/DM-Programmazione-triennale-2013_2015.pdf) all’Art. 3 – (Sviluppo Sostenibile del Sistema Universitario) prevede il divieto di istituire nuove università statali e la la possibilità di istituire, a seguito di proposta da presentare entro 60 giorni dalla data
    di registrazione del decreto, fino ad un massimo di 3 nuove università non statali legalmente riconosciute.
    Se questo non significa privilegiare le istituzioni private e impoverire il sistema pubblico della Istruzione Superiore, io sono la Regina d’Inghilterra.

    • Caro Ferrara, se penso alla qualità del dibattito pubblico su università e ricerca dell’ultimo decennio, temo che potrebbe esserci qualcuno pronto a baciarle l’anello, pur di negare l’evidenza.

  6. „La scuola non serve a niente“ questo il titolo del libro di Bajani, solo esso è già un segno degli stereotipi incuneati nelle menti globali. Se avesse scelto come titolo „La scuola serve“ probabilmente non ne avrebbe venduto né venderebbe nemmeno una copia!
    Dall`articolo di Repubblica
    http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/03/news/ilibra_laterza_repubblica_bajani-85069992/?ref=HRER2-2
    nell`articolo trovate anche il libro formato ebook.
    Consiglio di guardare anche il video allegato!
    ——–
    Insomma, Bajani, perché oggi «la scuola non serve a niente»?
    “È un paradosso: oramai è diventato un mantra della nostra società per qualsiasi cosa, dall’economia al lavoro. Invece, bisogna uscire da questa logica utilitaristica: la scuola non deve soltanto “servire”, alla stregua di una chiave inglese. Bisogna tornare a quello che c’è dentro la scuola”.

    • Leggo dal link:

      “Il governo francese venderà una quota del 3,7% del colosso energetico Edf per finanziarie un piano di investimenti da 5 miliardi di euro destinato alla modernizzazione delle università.”

      E gli universitari francesi nonostante questo protestano?

      Mah.

    • In effetti, se avessero fatto un po’ di gavetta in Italia, avrebbero imparato a leccare anche la ciotola vuota. Ultimamente, da noi è sparita pure quella.

    • Il commento qui sopra di Salasnich è ampiamente indicativo – ha ragione De Nicolao – dell’atteggiamento ormai irrimediabilmente passivo della “cultura” universitaria italiana. Luca, ma il dubbio che quegli investimenti siano stati disposti dal governo francese PROPRIO PERCHé esso era consapevole del fatto che gli universitari francesi non avrebbero accettato la situazione passivamente non ti viene?
      Su una cosa però concordo: le braghe ormai le abbiamo calate, definitivamente, nel 2010. Fare raffronti, oggi, con la situazione di un Paese come la Francia non ha più il minimo senso.

    • Forse in Francia i politici sono più accorti che in Italia semplicemente perchè hanno studiato nelle GU, che in Italia di fatto non ci sono.

      27 anni fa, quando ero matricola di Fisica eravamo in 200 in aula a seguire Analisi 1. Ora le cose sono un pò migliorate: sono in 180. Sicuramente è merito delle proteste.

    • Sono cosi passivo che adesso scrivo queste frasi:

      Le Università pubbliche italiane si sono dotate di “codice etico”. Lo hanno fatto anche altre Istituzioni Pubbliche Statali?

      Prima di pensare di licenziare dall’Università un docente perchè “non supera i parametri ANVUR del giorno” o “ha preso brutti voti da parte degli studenti”, voglio vedere licenziati tutti i dipendenti pubblici di altre Istituzioni dello Stato che picchiano a morte le persone.

    • @Luca Salasnich

      Hai colto nel segno. Agli occhi della collettività, il poliziotto, anche se “cattivo”, non è mai inutile. Il professore universitario, invece, lo è per principio, almeno fino a quando non riuscirà a dimostrare il contrario.

      E, per come stanno andando le cose, sarà sempre più improbabile che ci riesca.

      Per inciso:

      – se l’agente, “per errore”, uccide qualcuno, la gente può pensare che ciò sia dovuto allo stress: il corpo di polizia è sotto organico, e quindi va potenziato con nuove assunzioni;

      – se il docente non supera i parametri dell’ANVUR, questa è la prova “oggettiva” della sua colpevole inefficienza; e quindi sarebbe meglio licenziarlo e magari chiudere quella “fabbrica delle illusioni” che è la sua università.

      *************

      Non è una provocazione. Vorrei tanto che lo fosse. Temo che, invece, sia la fotografia della nostra triste realtà in progressivo disfacimento.

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