Le parole chiave negli scritti di Gramsci sulla scuola sono del tutto inattuali. La discussione sull’istruzione ha infatti ormai abbandonato il terreno delle grandi categorie del pensiero politico: uguaglianza, disuguaglianza, diritti costituzionali. La scuola e la formazione sono diventate funzionali esclusivamente alla formazione di capitale umano, perché il capitale umano è una degli elementi chiave della crescita economica. Il successo dell’investimento individuale in istruzione si misura considerando il reddito e le scuole sono in competizione tra loro per offrire i migliori servizi agli studenti che devono essere messi in condizione di “votare con i piedi” spostandosi nelle scuole migliori. Per rendere digeribile questa impostazione a chi storceva la bocca pensando al carattere “classista” della selezione, si sono introdotti correttivi misericordiosi per cui anche il “capitale umano è di sinistra”. Per non finire come la rana bollita, si deve rimettere al centro l’idea che l’istruzione è un bene primario per cittadini liberi e uguali. L’istruzione è uno di quei beni di cui ciascuno ha bisogno per partecipare su una base di parità alla vita pubblica e ai processi democratici; ed è un elemento essenziale per proteggere e alimentare il rispetto di sé delle persone.

(Testo dell’intervento per la presentazione del libro Gramsci per la scuola. di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, Siena, Biblioteca degli Intronati, 30 novembre 2018)

Devo prima di tutto spiegare perché sono qua. Non sono un esperto di Gramsci. Non frequento la letteratura connessa. In questi anni mi sono però occupato in modo continuo di politiche dell’istruzione, in particolare di politiche universitarie. Il mio contributo sarà quindi legato ad alcune riflessioni sulle politiche per la scuola, che emergono a mio parere dalla lettura del bel libro di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, Gramsci per la scuola.

Si deve distruggere il senso comune che si è creato intorno a istruzione e scuola e università negli ultimi 30 anni di dibattito. E si deve rimettere al centro l’idea che l’istruzione è un bene primario per cittadini liberi e uguali. Si tratta cioè di uno di quei beni di cui ciascuno ha bisogno per partecipare su una base di parità alla vita pubblica e ai processi democratici; si tratta di uno degli elementi elementi essenziali per proteggere e alimentare il rispetto di sé delle persone.

Leggendo il libro con questo background, la mia prima impressione è stata di trovarmi di fronte ad un insieme di idee e considerazioni inattuali. Per farvi capire cosa intendo con inattuali ho provato a mettere a confronto le parole chiave del libro con quelle della discussione attuale sulla scuola in Italia.

Ecco alcune parole chiave dal libro: scuola unitaria, scuola attiva, scuola democratica, sapere disinteressato, indipendenza intellettuale degli allievi, la scuola deve “preparare dei giovani che abbiano un cervello completo”.

Ed ecco le parole chiave della discussione attuale: società della conoscenza, capitale umano, sviluppo economico, merito (promuovere il merito/meritocrazia), scuola delle competenze, competenze chiave, soft skills, misurazione (la presidente di INVALSI Anna Maria Ajello in un recente editoriale sostiene addirittura che si devono “misurare le competenze individuali dell’imparare a imparare”), test standardizzati, valutazione.

Il capitale umano è di sinistra?

Ma cosa è successo che fa apparire così inattuali le parole chiave di Gramsci? La mia idea è che l’inattualità delle parole chiave di Gramsci sia dovuta al fatto che si è rinunciato a discutere della scuola e delle politiche scolastiche all’interno delle grandi categorie del pensiero politico: uguaglianza, disuguaglianza, diritti primari, diritti costituzionali. E che si è progressivamente accettato di ridurre il ragionamento alle categorie dell’economia. Per cui la scuola e la formazione sono diventate funzionali esclusivamente alla formazione di capitale umano, perché il capitale umano è una degli elementi chiave della crescita economica dei paesi.

La svolta avviene negli anni Sessanta, parte dagli Stati Uniti (Gary Becker, Human Capital 1964) con l’apparizione ubiqua dell’individuo razionale che investe oggi in formazione per avere redditi più elevati in futuro. Il successo dell’investimento si misura considerando il reddito aggiuntivo guadagnato e le scuole migliori sono quelle che fanno guadagnare di più i loro allievi. In questa logica le scuole devono essere messe in competizione tra loro per offrire i migliori servizi agli studenti che devono essere messi in condizione di “votare con i piedi” spostandosi nelle scuole migliori. Per rendere digeribile questa impostazione a chi storceva la bocca pensando al carattere “classista” della selezione, si sono introdotti correttivi misericordiosi che hanno sdoganato l’idea che anche nel campo dell’istruzione il “liberismo è di sinistra”.

Per quanto riguarda il dibattito nel nostro paese, la sintesi di questa visione si trova in un libro firmato da Andrea Ichino e Guido Tabellini (2013)  Liberiamo la scuola, pubblicato dalle Edizioni Corriere della Sera:

“Le scuole autogestite riceveranno inizialmente un fondo pari al loro costo storico. Successivamente, saranno finanziate in proporzione agli studenti ammessi. Non potranno chiedere rette di iscrizione, ma potranno raccogliere finanziamenti privati, tassati a favore delle scuole disagiate. Lo Stato dovrà informare adeguatamente le famiglie sulla qualità delle scuole, affinché possano scegliere bene quelle che meritano un finanziamento. Tutti gli studenti dovranno superare gli stessi test ed esami nazionali.”

Rane bollite

Come nel principio della rana bollita, siamo ormai così assuefatti alle nuove parole chiave e al nuovo clima che ormai si chiede a tutti la disponibilità a discutere costruttivamente nei dettagli minuti di valutazione, classifiche delle scuole, istituzioni, senza mettere in dubbio le questioni di fondo, senza pensare ad alternative radicali. Prendiamo il caso delle classifiche delle scuole. Non solo la Fondazione Giovanni Agnelli pubblica ogni anno classifiche delle scuole (Eduscopio), cui la stampa dà ampio spazio. Ma è addirittura il MIUR che ha costruito una arena dove, nel nome della accountability, le scuole sono messe in competizione tra loro. Si tratta di Scuole in Chiaro il portale del marketing scolastico gestito dal MIUR. Non tutti ricorderanno l’episodio dello scorso febbraio, quando l’allora ministra Fedeli si indignò leggendo il testo predisposto da una scuola romana:

“Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.

A suo tempo avevo commentato qui e qui che quelle frasi erano molto semplicemente il frutto avvelenato del marketing scolastico. Se entriamo nella logica della competizione, le scuole con “clientela selezionata” hanno indicatori di performance più elevati e i risultati nei test Invalsi degli alunni stranieri sono peggiori rispetto a quelli degli italiani. Quindi quale famiglia preferirebbe mandare i propri figli in una scuola piena di stranieri e persone a basso reddito, con molti studenti disabili e performance scolastiche peggiori? La frase del dirigente scolastico che fece indignare la ministra, che è stata cooptata nel board della Fondazione Agnelli che produce ranking di scuole, è molto semplicemente l’esito non voluto, ma prevedibile, di politiche che hanno dimenticato l’articolo 3 della Costituzione in nome della fede nelle virtù taumaturgiche del mercato e della concorrenza.

La tessera personale delle competenze

Gramsci (lo si legge a p. 174 del libro), scriveva che il moltiplicarsi di tipi di scuole (oggi diremmo, di serie A e di serie B):

“tende dunque ad eternare le differenze tradizionali, ma siccome in queste differenze, tende a suscitare stratificazioni interne, ecco che fa nascere l’impressione di una sua tendenza democratica. Ma la tendenza democratica non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni cittadino può diventare governante e che la società lo pone, sia pure astrattamente, nelle condizioni di poterlo diventare”

E continuava distinguendo tra l’interesse dei pochi –gli imprenditori- che preferiscono servirsi di operai macchine e l’interesse generale che esige degli operai uomini, i cui benefici si riversano su tutta la collettività:

“la scuola professionale non deve divenire una incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima, ma solo dall’occhio infallibile e dalla mano ferma […] oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola disinteressata (non immediatamente interessata) e formativa o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola elite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale”

A cento anni di distanza la discussione sull’alternanza scuola-lavoro serve ad illustrare la distanza del dibattito contemporaneo dalla scuola disinteressata. Pietro Ichino scrisse questo commentando l’intervento di un genitore che in una trasmissione radio lamentava il fatto che il figlio era stato mandato a fare il cameriere in un fast food nello ore di alternanza scuola lavoro:

Gran parte dei problemi che stanno alla radice dell’elevata disoccupazione giovanile nascono dalle indicazioni sbagliate che i genitori danno ai propri figli, e soprattutto da questa: «devi puntare subito al lavoro “buono” […]. Questa è un’idea vecchia, che risale al tempo in cui si veniva assunti a 18 o 20 anni in un posto e ci si rimaneva fino alla pensione. Oggi il mercato del lavoro non funziona più così. La cosa peggiore che possa accadere a un ragazzo che esce dalla scuola media o dall’università non è essere assunto per fare il cameriere o il garzone di una bottega: è rimanere a lungo disoccupato. All’occupazione più adatta alle sue aspirazioni e capacità arriverà molto più facilmente dalla cucina di un ristorante o dalla bottega artigiana.

Ed ovviamente non c’è più bisogno del valore legale del titolo di studio. L’esame di stato non serve a nulla. Servirebbe invece un certificato delle competenze: quello che deve predisporre INVALSI. Perché ovviamente ce lo chiede l’Europa. Già nel 1995 (rane bollite!) si leggeva nel Libro Bianco della Commissione europea intitolato Insegnare e apprendere verso la società conoscitiva:

Che fare?

Capisco che il quadro sia desolante, ma si tratta del quadro che si deve fare ogni volta che in questo paese si parla di scuola e università. E allora che fare?

Intanto riappropriarsi delle parole corrette sulla scuola. E’ venuto il momento di saltare fuori dalla pentola per non restar bolliti. Purtroppo “è molto difficile distruggere, tanto difficile quanto appunto creare. Poiché non si tratta di distruggere cose materiali. Si tratta di distruggere rapporti invisibili, impalpabili” (p. 19)

Si deve distruggere il senso comune che si è creato intorno a istruzione e scuola e università negli ultimi 30 anni di dibattito. E si deve rimettere al centro l’idea che l’istruzione è un bene primario per cittadini liberi e uguali. Si tratta cioè di uno di quei beni di cui ciascuno ha bisogno per partecipare su una base di parità alla vita pubblica e ai processi democratici; si tratta di uno degli elementi elementi essenziali per proteggere e alimentare il rispetto di sé delle persone.

Testo dell’intervento tenuto il 30 novembre 2018 presso la Biblioteca degli Intronati di Siena per la presentazione del libro Gramsci per la scuola. Conoscere e vivere di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, pubblicato da L’Asino d’oro edizioni. Di seguito il video completo dell’incontro cui hanno partecipato gli autori del libro, Silvia Foschi (presidente Anpi Siena), Gabriele Fichera (docente di Lettere), Raffaele Ascheri (Presidente Biblioteca Comunale degli Intronati).

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1 commento

  1. ” distinguendo tra l’interesse dei pochi –gli imprenditori- che preferiscono servirsi di operai macchine e l’interesse generale che esige degli operai uomini, i cui benefici si riversano su tutta la collettività:”

    Io parlerei, semplicemente, del diritto degli operai ad essere considerati uomini e non macchine.

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