Intervengo nella discussione sollevata dall’articolo di Angelo d’Orsi apparso sul Fatto quotidiano prima di tutto per esprimere la mia solidarietà a d’Orsi e a Lucio D’Angelo. La critica di d’Orsi era certamente dura, benché ineccepibile nella sostanza, ma nelle loro repliche i colleghi della Sissco, come al solito, hanno passato il segno, scivolando nell’insulto personale. Dico come al solito, perché non ho dimenticato gli sghignazzi plebei con cui alcuni esponenti di quella Società hanno accolto l’appello, mio e di d’Orsi, per “L’università che vogliamo”.

Ma intervengo soprattutto per entrare nel merito dei problemi della valutazione e del ruolo della Sissco nelle scelte dell’Anvur.  Com’ è noto, una delle ragioni del contendere è la possibilità di essere ritenuti idonei nel concorso di abilitazione per docente grazie alla pubblicazione di un solo articolo pubblicato su una rivista considerata di fascia A. Credo che non ci sia migliore prova del carattere a dir poco strumentale di tale disposizione delle affermazioni che lo stesso Andrea Graziosi svolge nella lettera inviata al Fatto per replicare a d’Orsi. Ricordo che Graziosi, ex presidente della Sissco, è l’ispiratore stesso di tale norma. Ebbene, di fronte alla sacrosanta obiezione di d’Orsi (e di tanti colleghi ragionevoli) che una ponderosa monografia rischia di essere ininfluente per il giudizio di merito di un candidato e possa invece essere decisivo un breve articolo solo perché pubblicato in rivista di fascia A, Graziosi suggerisce agli interessati: «basterà infatti ricavare dalle loro ricerche due-tre saggi da pubblicare in quelle riviste per non essere esclusi a priori dalle abilitazioni». Dunque, gli studiosi che dopo anni di ricerche hanno pubblicato una qualche importante monografia acquisiscono il sigillo della scientificità se tagliano qualche capitolo del proprio lavoro e si mettono in fila con tanti altri colleghi per farlo pubblicare sulla rivista considerata di fascia A. Ma che ragionamento è? Una monografia, e soprattutto una monografia di storia, ha la sua logica di costruzione, è intessuta di nessi e di rimandi interni, ha un suo svolgimento narrativo. La stessa capacità di organizzare un ampio materiale in un vasto ordito narrativo è un merito scientifico-intellettuale che va valutato. Perché non può essere giudicata come lo è stata sinora da oltre un secolo? Deve essere smembrata in articolo e messo dentro la “scatola scientifica” di una rivista per poter essere giudicata positivamente? Perché, tanto per fare un esempio, un testo come All’origine dell’egemonia borghese in Calabria di Augusto Placanica, risultato di oltre un decennio di spoglio archivistico, una ricerca gigantesca, ma pubblicato con una modesta tipografia (Frama Sud di Chiaravalle) deve valere meno di un mio articolo coevo pubblicato su Studi storici? Ora, chiunque abbia senno non può che trovare grottesca questa trovata in cui si è ficcata la Sissco. E poiché Andrea Graziosi, oltre che un valente storico è una persona intelligente, è evidente che egli afferma cose prive di senso perché  impegnato a difendere una causa insostenibile.

Ma qui devo entrare nel merito della scientificità delle riviste a cui si darebbe la palma della fascia A, solo per affrontare un caso che conosco per esperienza diretta. Vorrei tuttavia prima ricordare che la patente di scientificità assegnata alle riviste dall’Anvur mostra il caos dell’arbitrio più sfrenato in cui questa Agenzia ci sta trascinando. Dal lungo elenco delle riviste scientifiche, che il benemerito sito Roars ha mandato in rete (vedi link), risultano onorati da tale aggettivo fogli come Yacht capital, Barche, Arte e fede, Airone, FareFuturowebmagazine, ecc. E mi fermo qui perché non ho spazio per il sarcasmo.

Credo che il caso dell’esclusione dalla fascia A della rivista Meridiana – fondata con altri studiosi nel 1986 e da me diretta per 17 anni – costituisca una prova inoppugnabile del carattere arbitrario e scientificamente discutibile dei criteri di valutazione dell’Anvur. Rammento che per anni a questa rivista hanno collaborato i più noti e accreditati storici italiani dell’età contemporanea, oltre che dell’età moderna. Ricordo alcuni dei loro nomi: Alberto M. Banti, Giuseppe Barone, Giuseppe Berta, Luciano Cafagna, Giovanni Contini, Guido Crainz, Leandra D’Antone, Giovanni Federico (oggi consulente Anvur, ma che quando scriveva non sapeva di collaborare a una rivista di serie B), Paul Ginsborg, Gabriella Gribaudi, Mario Isnenghi, Carlo Fumian, Silvio Lanaro, Salvatore Lupo, Adrian Lyttelton, Paolo Macry, Marcella Marmo, Luigi Masella, Guido Melis, Paolo Pezzino, Raffaele Romanelli (consulente Anvur) Ercole Sori, ecc. E gli storici modernisti rispondono ai nomi di Franco Benigno (anche lui consulente Anvur), Giovanna Fiume, Giovanni Levi, Angelo Massafra, Augusto Placanica, Biagio Salvemini, Marcello Verga, Paolo Viola, Maria Antonietta Visceglia, ecc. Non è mancato, ovviamente, il contributo di storici stranieri, da Maurice Aymard a Donald Worster, da Lucy Riall a John Dickie, dai coniugi Schneider a Ramon Garrabou. Insieme a Quaderni storici, Meridiana è stata l’unica rivista storica italiana dell’ultimo ventennio caratterizzata da una programmatica impostazione interdisciplinare. Vi hanno perciò collaborato economisti di rango, da Augusto Graziani a Paolo Sylos Labini, da Gianfranco Viesti  a Pierluigi Ciocca, sociologi oggi a tutti noti, da Arnaldo Bagnasco ad Alessandro Pizzorno, da Serge Latouche a Carlo Donolo, da Carlo Trigilia a Ilvo Diamanti. Chi altro doveva scriverci per potere essere considerata una rivista di fascia A? E non entro, per ovvie ragioni di stile, nel merito del contributo che essa ha dato alla storiografia italiana e alla comprensione di alcuni grandi nodi della storia nazionale.

Ho citato questo caso di solare arbitrarietà per portare un contributo analitico ravvicinato sulla inaffidabilità di merito dell’Anvur, senza soffermarmi su altri aspetti. Ma qui si discute della Sissco. E allora io mi chiedo: è quella di Andrea Graziosi la posizione da tenere in merito alle valutazioni degli studi di storia? E’ questo il modo di tutelare i tanti nostri giovani studiosi, che pur vedono nella Sissco un piccolo porto nella tempesta, non essendo rappresentati da alcuno? Ma questo modo di gestire la Società degli storici contemporanei è una bagattella miope e corporativa, asservita di fatto alle logiche della politica  Gelmini-Profumo. Non sarà la fascia A o la fascia B, le riviste o le monografie a dare una prospettiva alla nostra gioventù studiosa. Non sono in gioco regolamenti e procedure, ma le risorse e gli investimenti che si fanno per la formazione e la ricerca. E stupisce che degli storici contemporaneisti non riescano a sollevare il naso dalle loro carte e guardare ciò che accade nel grande mondo. Come ha ricordato un autorevole modernista inglese, Keith Thomas, oggi l’”Università è sotto assedio”. E’ tutto il sistema formativo pubblico, così come l’abbiamo finora conosciuto, che è scosso dalle fondamenta. Oggi viene messa in dubbio la possibilità di accesso a tutti all’alta formazione, vale a dire la base imprescindibile delle pari opportunità, la condizione della mobilità sociale, la formazione a livello di massa di cittadini dotati di cultura critica: dunque le premesse stesse di una società democratica. Ebbene, nessuno si è accorto dell’esistenza della Sissco nelle battaglie che si sono combattute e si combattono in Italia contro l’emarginazione crescente dell’istruzione pubblica nazionale.

Un’associazione che accetta di assecondare le strutture di un organismo costoso, inefficiente e autoritario come l’Anvur – un’altra corporazione in mezzo alle altre mille che frantumano oggi la vita italiana – non si vede proprio a cosa possa servire.

Send to Kindle

14 Commenti

    • Totale condivisione di quanto dice bevilacqua. Orrore per le affermazioni di graziosi. Per le nuove generazioni di giuristi, meridiana ha offerto spunti incredibili di ricerca. Mi pare poi che grondona confonda qualita con quantità. Una cosa e’ richiedere un minimo di produzione scientifica, altra cosa e’ creare un mostro come la mediana. Ricordo che i giuristi positivi vanno in cattedra scrivendo libri, e per scrivere un libro serio ci vogliono anni. Talvolta e’ impossibile dedicarsi ad altri lavori scientifici.

  1. Nono sono esperto dei settori non bibliometrici, ma se veramente Graziosi ha detto: «basterà infatti ricavare dalle loro ricerche due-tre saggi da pubblicare in quelle riviste per non essere esclusi a priori dalle abilitazioni», rimango desolato e mi conferma che in pochi mesi (non anni) le “buone pratiche ANVUR” introdurranno comportamenti furbesci ed opportunistici di cui l’Italia (non solo l’Università) non aveva bisogno.
    Sono desolato, ma non sorpreso. Vi ricordate che il nostro ex presidente del Consiglio per rilanciare la FIAT aveva proposto 500 di color rosso “Ferrari” con il cavallino “Ferrari” sul cofano?

    • Poiché si è ritenuto corretto pubblicare una lettera alla lista Sissco senza la mia risposta alla medesima, diretta ai soci, provvedo a rendere nota quest’ultima
      cordialmente, g

      Care Socie e Cari Soci,

      Rispondo a solo due dei punti sollevati dalla lettera che Piero Bevilacqua ci ha fatto trasmettere, perché anch’io so che Piero è un uomo intelligente e anche per questo non riesco a capire quali possano essere le fonti di tanta incomprensione.

      Il primo riguarda il “carattere a dir poco strumentale” che avrebbe la difesa che ho fatto della terza mediana nella mia risposta a D’Orsi. Parlo da storico a storici: ma come è possibile si possa solo pensare che io di fatto invitavo degli studiosi a fare i furbi, a rivendere come saggi i capitoli dei loro libri? Credo che chiunque ha fatto nella vita ricerche che, dopo molti anni di studi, hanno portato a una monografia, non possa che comprendere che il mio «basterà infatti ricavare dalle loro ricerche (notare il “ricerche” non monografie, ag) due-tre saggi da pubblicare in quelle riviste per non essere esclusi a priori dalle abilitazioni» si riferiva al fatto che uno studioso che decide di imbarcarsi per una di queste grandi avventure potrà essere così sicuro di non restar tagliato fuori, perché saprà che se—come di regola accade ed è accaduto a moltissimi di noi—nel frattempo, prima della monografia, pubblicherà 2-3 saggi nelle migliori riviste, non sarà automaticamente tagliato fuori.
      Insomma io ho pensato la cosa per aiutare chi vuole fare grandi viaggi, e per renderli possibili: senza ciò, chi si impegnerebbe nelle condizioni determinate dalle sole mediane quantitative in monografie che determinerebbero l’automatica esclusione dalle abilitazioni? Ma allora, come è possibile che persone per bene e intelligenti interpretino tutto come complotto, ‘furbata’, manovra da fare a posteriori per fregare le regole?

      La seconda riguarda Meridiana, una bella rivista diretta da un mio amico, che ha giocato per anni un ruolo importante e cui ha collaborato, come ricorda Piero, il professore con cui mi sono laureato e che ha sostenuto i primi passi della mia carriera (Augusto Graziani). Non è in A per le storie, me ne dispiace, ma NESSUNA società storica ne ha fatto il nome come rivista di A. In antropologia ciò è successo e la rivista è in A, così come–credo–nelle scienze sociali. Ma allora forse bisognerebbe chiedersi perché nessuna Società di storia la ha segnalata come tale, piuttosto che prendersela con chi ha regolato il processo o pensare a manovre.

      Insomma, sarebbe bello vivere –almeno tra noi– in un mondo normale, e non in mezzo a complotti che non esistono

      Un saluto cordiale, andrea graziosi

  2. trovo interessante questa affermazione, nella conclusione dell’articolo:

    “Oggi viene messa in dubbio la possibilità di accesso a tutti all’alta formazione, vale a dire la base imprescindibile delle pari opportunità, la condizione della mobilità sociale, la formazione a livello di massa di cittadini dotati di cultura critica: dunque le premesse stesse di una società democratica”

    e trovo in particolare significativa l’ultima frase: “dunque le premesse stesse di una società democratica”:

    quelli elencati sono alcuni dei modi per svuotare di significato la natura democratica di una società (dall’elenco manca ovviamente il controllo dell’informazione);

  3. Non vorrei banalizzare troppo la questione mediana, ma devo anche dire che, almeno tra i giuristi, da sempre è accaduto che il classico primo capitolo (o anche qualche capitolo) della monografia venisse anticipato in qualche rivista (anzi questa prassi nei tempi più recenti è venuta meno); penso che servisse soprattutto a far sapere agli altri i temi di cui ci si stava occupando (e in tempi comunicativamente più lenti, far uscire un saggio su una rivista del 1960 facendo capire che il libro su quel tema sarebbe uscito nel 1961 aveva un senso); ora forse questa necessità è venuta meno e dunque anche questa prassi.
    Dico questo perchè il comportamento disonesto oppure onesto di chi anticipa su rivista una parte di un libro non credo sia determinato esclusivamente dalle mediane. Ora non voglio insisistere ancora nella difesa a oltranza delle mediane non bibliometriche (delle altre non dico perchè so troppo poco, ma evidentemente i problemi ci sono); ma il fatto che io non conosca persona del mio settore che sia sotto la mediana qualcosa vorrà pur dire; e mi sembra anche ragionevole che la mediana sia determinata dalla produttività dei PA e dei PO: è ovvio che se io RU aspiro alla idoneità devo scrivere di più del 50% più produttivo dei PA. Non mi sembra nè troppo cervellotico nè scorretto.
    Certo che la mediana rimessa alla produttività di PA e di PO può produrre ad esiti negativi (il rischio che si abbassi ulteriormente o che si alzi eccessivamente a discapito della qualità); ma non vedo dove stia la colpa della mediana, in questo; la colpa è di chi non prende sul serio le mediane.
    Per quanto riguarda poi le riviste di classe A, credo che basterebbe fare un catalogo unico (e come tale transdisciplinare) delle riviste e diversi problemi protrebbero essere risolti, ed anzi invoglierebbero a scrivere su riviste diverse dal proprio settore specifico (il che, credo, sarebbe un gran bene).
    In chiusura un’ultima osservazione: il problema dello scrivere libri piuttosto che articoli (per riprendere un rilievo del prof. Israel) forse può essere visto anche in questa luce: per dialogare con l’esterno è opportuno scrivere anche articoli su riviste a diffusione internazionale e che quindi siano letti.
    Se io scrivessi anche un capolavoro ma su un tema di diritto italiano e in lingua italiana, il peso scientifico di questo lavoro sarà a mio avviso giustamente inferiore all’articolo in inglese pubblicato in rivista prestigiosa.
    Anzi arrivo a dire che se io volessi candidarmi per un posto di insegnamento all’estero, i titoli in italiano non dovrebbero essere nemmeno presentati, perchè sono rilevanti in una dimensione nazionale, ma, dato che le scienze fortunatamente non conoscono nazionalità, il dialogo tra studiosi deve essere fondato su basi transazionali, permettendo all’interlocutore quantomeno di capirti. Naturalmente questa regola non vale per tutti i settori giuridici: qualunque romanista del mondo legge almeno l’italiano, il tedesco, l’inglese e il francese; il comparatista considererà del tutto naturale scrivere in inglese, e forse una bizzarria scivere nella propria lingua nazionale.
    Ma queste cose si sanno bene all’interno della propria comunità scientifica; e del resto le mediane altro non fanno che rispecchiare lo stato presente di alcune cose accademiche.
    Io vedo la mediana come un buon strumento a disposizione dell’accademia per migliorare, non come un macigno che qualcuno dall’esterno ci ha fatto cadere sulla testa.
    Scusate la lunghezza, ma già che ci sono faccio un’ultima considerazione: dato che le mediane sono destinate ad essere irrilevanti, l’effetto è che l’unico criterio di selezione sarà il giudizio sovrano della commissione. Io sono favorevolissimo al giudizio sovrano della commissione così come sono favorevolissimo alla cooptazione pura, ma senza filtro quantitativo mi pare evidente che il rischio di considerare idonee persone troppo poco produttive è tornato alto. Sarò io a sbagliare, per carità: ho seguito il consiglio di ragionare in una prospettiva opposta a quella che uno è portato naturalmente a seguire, ma nonostante ciò non riesco a vedere la tragedia provocata dalle mediane non bibliometriche.
    Saluti cordiali e come sempre moltissimi ringraziamenti a Roars & C.

  4. condivido punto per punto la lettera di Bevilacqua…nel merito generale e per quelo che riguarda lo scandalo dell’esclusione di “Meridiana”, una rivista di cui io forse non ho condiviso totalmente il progetto storiografico ma di cui ho sempre ammirato l’altissimo livello scientifico e la grande apertura e vivacità.
    Permettemi anche di dire che se io (vecchio moderato) mi trovo perfettamente d’accordo con le posizioni dell’amico D’Orsi (con chi ho spesso polemizzato con reciproca lealtà su questioni prettamente storiografiche) questo vuol dire che la battaglia in corso non conosce divisioni di parte e di fazione ma ha il solo obiettivo di salvare quanto resta della libertà di ricerca in Italia.

  5. Noi italianisti ci troviamo in una posizione se vogliamo paradossale (controcorrente). Come il collega giurista afferma: “Se io scrivessi anche un capolavoro ma su un tema di diritto italiano e in lingua italiana, il peso scientifico di questo lavoro sarà a mio avviso giustamente inferiore all’articolo in inglese pubblicato in rivista prestigiosa”, per noi è un po’ il contrario: siamo destinati – non solo per comodità ma anche per correttezza comunicativa ed epistemologica – a usare l’italiano come lingua veicolare. Ciò ha effetti riduttivi (nonostante non siamo un settore bibliometrico) nelle “classifiche” internazionali: per questo il nostro peso a livello di opinione pubblica accademica è piuttosto ridotto. Molto più attivi (ad es.) in questo frangente mi paiono i colleghi storici, che ricoprono un altro ambito cruciale delle discipline umanistiche. Quello che mi preoccupa – ai fini delle abilitazioni – è certo perdurante silenzio degli italianisti sul valore sia delle monografie sia delle curatele. In linea di principio, credo che a ogni italianista serio sembri chiara l’incongruenza di un’impostazione per cui “una ponderosa monografia rischia di essere ininfluente per il giudizio di merito di un candidato e possa invece essere decisivo un breve articolo solo perché pubblicato in rivista di fascia A” (e questo a prescindere dagli schematismi di quest’ultima tassonomia).

  6. Sentite il problema è questo ( e io lo dissi fin dal 2010) non si può valutare un prodotto per il suo contenitore (Rivista di fascia A o Z) ma per il suo contenuto.
    Tutto il resto sono chiacchere, chiacchiere che trovano udienza solo in questo provincialissimo paese di furbastri.
    se poi la lista delle riviste eccellenti è stata fatta come è stata fatta: cioè male, con la più grande opacità, senza nessuna sterilizzazione dei coinflitti d’interesse accademici ed economici, il problema si aggrava…e mette veramente a rischio la libertà della ricerca.
    Soprattutto tra noi storici non si può essere obbligati a scrivere su una rivista di presunta fascia A se questa non corrisponde al nostro progetto culturale che molto spesso ha anche giustamente fiorti risvolti ideologici.
    Ad es, io trovo che Studi Storici (una rivista a impianto neo-gramsciano) sia una rivista SPlENDIDA!!!, ma non scriverei su di essa, o meglio non la privilegerei, per le mie pubblicazioni, perché le mie idee in fatto di ricotruzione del passato sono diverse da quelle che questo periodico esprime.
    Il rapporto tra studioso e rivista è un rapporto di affinità elettiva e tale deve restare. L’italia, a differenza di altri Paesi, ha un assetto editoriale policentrico che non può essere smantellato da un’arbitraria reductio ad unum decisa da esperti di valutazione (o presunti tali) nominati per via ministeriale…
    Dico questo soprattutto per i colleghi più giovani che dovrebbero si pensare giustamente al loro avanzamento di carriera ma anche a tutelare la loro libertà di studiosi.

  7. Caro Piero,
    condivido la tua lettera in in ogni sua piega,e come spesso (o forse come sempre) le tue posizioni. Ho espresso su Roars il mio rifiuto per ogni criterio preventivo e meramente quantitativo di giudizio scientifico, segnalando (certo non da sola)il vero rischio politico dell’operazione Anvur e compagnia: affidare la valutazione della ricerca e poi la scelta dei meccanismi di una valutazione concorsuale nazionale a un gruppo di docenti e consulenti che si considera una élite al di sopra di ogni “sospetto”. Registro le proteste di singoli docenti e di importanti associazioni scientifiche, particolarmente attivi gli storici. Ma, come è stato notato in un intervento precedente, registro anche il silenzio assordante di interi settori delle scienze umane: gli italianisti (è stato ricordato), ma anche tutti o quasi gli “stranieristi” (anglisti, francesisti, germanisti, ecc.). Più ancora mi addolora il silenzio della filologia (classica, romanza, germanica, orientale), lo zoccolo duro delle scienze “molli”, fiore all’occhiello internazionale della ricerca del nostro paese. Sono davvero convinti che un articolo su una rivista scelta da avventurosi Gev possa corrispondere a un’edizione critica o a un commento scientifico di Petrarca o di Ariosto?

  8. A me sembra evidente che la classificazione delle riviste di fascia A sia stata una splendida occasione, colta al volo dalle cordate preminenti delle cosiddette società scientifiche, con la partecipazione interessata dei GEV, visti i numerosi conflitti d’interesse che si possono facilmente individuare e il sigillo definitivo dell’Anvur, per ridisegnare la mappa del potere accademico in Italia. E che questo sia avvenuto sotto l’egida di una cosiddetta Agenzia indipendente (come tutte le Authority, del resto) e con ampio utilizzo di denaro pubblico, è un piccolo sintomo di come sia ridotta male, e a quale punto di moralità, la vita civile e l’Università italiana.

  9. Il problema del conflitto d’interesse Gev e Gruppi di lavoro Cun (interesse non solo accademico, ma anche economico, professionale,famigliare) mi si dice, abbia destato il preoccupato interesse di qualche parlamentare.
    Non sfuggirà comunque all’attenzione della giustizia amministrativa e di quella civile….
    è sfuggito invece all’Anvur e a i suoi vertici, nonostante una dettagliata normativa in questo senso contenuta nel codice etico dell’Agenzia….

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.