Il confronto nell’area europea dei tassi di occupazione giovanile nelle fasce di età 20-24 e 25-29 anni mostra caratteristiche assai particolari dell’Italia. Limitiamo il confronto a cinque paesi: Italia, Germania, Spagna, Francia, Inghilterra. Un primo aspetto che risalta dai dati 2010 è che in Italia i tassi di occupazione (occupati su popolazione di riferimento) dei 20-24enni si flettono pesantemente al crescere dei livelli di istruzione. A ciascun livello formativo l’Italia condivide con Spagna e/o Francia i livelli più bassi di occupazione, ma mentre in tutti e quattro i paesi i tassi crescono con l’istruzione, in Italia il tasso si flette. Dunque la distanza dell’Italia da tutti gli altri paesi cresce con i livelli di istruzione. Nei livelli di istruzione ISCED 0-2 (i livelli fino alla scuola secondaria inferiore) , circa 15-10 punti percentuali separano il tasso di occupazione italiano da quello, rispettivamente, tedesco e inglese. Il tasso di occupazione dei laureati italiani nel 2010, pari al 25%, è invece inferiore di circa 50 punti rispetto al tasso tedesco o inglese e nettamente inferiore anche ai valori che si registrano in Spagna e Francia. Il fenomeno riguarda entrambi i segmenti di genere: il tasso scende addirittura al 21.7% nel segmento maschile e arriva al 27.4% tra le donne.

Il secondo aspetto è la particolare evoluzione della occupazione dei laureati 20- 24enni italiani, che conduce a ciò che si è appena osservato: un sostanziale isolamento dell’Italia nel panorama europeo per quanto riguarda l’occupazione dei giovani laureati. La Tabella acclusa mostra i dati 2000-2010 nei cinque paesi .

Senza entrare in dettaglio nei movimenti dei tassi nei singoli paesi (una analisi più approfondita è contenuta in questo articolo ), gli aspetti di genere, le reazioni alla crisi, le riforme del sistema universitario differenziano alquanto i singoli andamenti. Nonostante gli effetti della crisi, particolarmente pesanti in Spagna, un certo progresso si registra nel decennio in Spagna e Francia: in Spagna esso è trainato dalla crescita dell’occupazione femminile, dovuta soprattutto alla contrazione della disoccupazione. Il più consistente progresso della Francia è trainato invece dalla crescita dei tassi di attività in entrambi i generi, e soprattutto nel segmento maschile. L’occupazione dei giovani laureati risente molto della crisi negli anni finali del decennio in Inghilterra, mentre la maggiore stabilità nel periodo si registra in Germania.

L’evoluzione in Italia è del tutto particolare: la caduta verticale dei tassi di occupazione dei laureati si lega a una fragorosa caduta dei tassi di attività (il numero di coloro che sono nel mercato del lavoro in rapporto alla popolazione), caduta in larghissima misura precedente la crisi della fine degli anni 2000. Il fenomeno si registra in entrambi i segmenti di genere. Seppure di entità più contenuta, una contrazione consistente nella occupazione dei giovani laureati si verifica in Italia anche nella fascia dei 25-29enni. Nel 2010 il tasso tocca in Italia il 54%, contro tassi intorno all’85% in Francia, Germania, Inghilterra, e al 72% in Spagna. In questa fascia di età la contrazione dei tassi di occupazione si lega soprattutto alla caduta dei tassi di attività dei laureati triennali. Ma occorre sottolineare anche che gli effetti della crisi negli anni 2008- 2010 sono decisamente più pesanti sulla disoccupazione dei laureati triennali che su quella dei laureati magistrali.

Il collegamento di questi esiti con la riforma degli ordinamenti didattici della fine degli anni ‘90, il cosiddetto 3+2, è piuttosto evidente. Corposi problemi strutturali si uniscono, dunque, in Italia agli effetti della crisi. Per quanto riguarda la fascia dei 20-24enni, il massiccio passaggio dei nuovi laureati triennali al successivo biennio della Laurea magistrale, unitamente alla particolare propensione italiana di considerare studio e lavoro come attività alternative e dunque come impegno esclusivo, hanno determinato l’ulteriore, fortissimo ritardo di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani laureati.

Ridurre il percorso di laurea e condurre più rapidamente una vasta maggioranza di giovani laureati al mercato del lavoro è, di fatto fino ad oggi, un obiettivo fallito della riforma. In aggiunta a questo obiettivo, perseguito ma fino ad oggi fallito, si delinea anche un problema di collocazione nel mercato dei laureati di primo livello, un problema molto aperto all’analisi e a interventi di policy. Controlli e valutazioni dei nuovi corsi di laurea estremamente carenti e disegni di facoltà e sedi, tesi troppo spesso alla spartizione di posti piuttosto che alla efficiente creazione di competenze, hanno insieme contribuito a una figura di laureato (diffusamente) incerta e dalla difficile collocazione.

Una reale valutazione dei nuovi corsi, la semplificazione nella organizzazione dei due livelli di laurea (anche per evitare i tempi morti nel passaggio dall’uno all’altro livello) e concrete misure per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro dei laureati di primo livello dovrebbero essere oggi prioritari obiettivi di policy in questa area. La rimozione di vincoli per l’accesso a una serie di professioni, in particolare nel settore pubblico, rafforzerebbe chiarezza e ruolo delle lauree triennali e favorirebbe una ripresa dei tassi di attività, o almeno ne frenerebbe il declino. In conclusione, un articolato piano di interventi è ormai un passaggio indispensabile per un qualche riallineamento della occupazione dei nostri giovani laureati agli standard europei.

 

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