deadtreeIntervista a Francesco Sylos Labini di Gino Dato pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno del 7 aprile 2014

Ci sono libri illuminanti che a distanza di tempo dalla prima uscita conservano, quasi una profezia, la forza del loro impianto argomentativo e la ricchezza di documentazione che li sorregge. E’ il caso del pamphlet I ricercatori non crescono sugli alberi  (Laterza, pp. 134 Euro 12) a firma di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, due giovani ricercatori italiani del CNR, entrambi con il bagaglio di una formazione all’estero e di numerose pubblicazioni. Le loro pagine documentano uno dei nodi  irrisolti più gravi della politica italiana: non aver moltiplicato, anzi aver ridotto le risorse e le attenzioni per la ricerca e per i giovani. Abbiamo intervistato Francesco Sylos Labini.


1. Molti studenti universitari hanno smesso di pensare alla ricerca come una possibilità per il loro futuro. Ma chi è il ricercatore oggi? Come vive? Che futuro ha? Vale ancora la pena di sognare una carriera universitaria e considerarla un “privilegio”?

Fare il ricercatore è sicuramente un lavoro entusiasmante. I ragazzi di tutto il mondo sono giustamente affascinati dalla ricerca tanto che il lavoro di scienziato è uno dei più ambiti almeno fin quando si ha spazio e possibilità di sognare il lavoro ideale. Se l’impatto con la realtà del mestiere di scienziato è duro in tutto il mondo in Italia assistiamo da tempo ad una campagna mediatica e culturale che tende a dipingere il ricercatore come una professione inutile alla società. L’accademia stessa viene rappresentata come un inutile fonte di spreco di risorse pubbliche, un luogo popolato da baroni che mettono in cattedra famigli e amanti. L’ex ministro delle finanze è rimasto famoso per la sua infausta dichiarazione secondo cui “con la cultura non si mangia”. L’ex presidente Berlusconi ha giustificato gli ingenti tagli all’università e alla ricerca attuati dal suo governo, che ha messo fuori dalla porta del mondo accademico un paio di generazioni di giovani ricercatori, dichiarando “perché dobbiamo pagare uno scienziato se facciamo le scarpe migliori del mondo?”. Purtroppo queste sono manifestazioni di una mentalità diffuso nel mondo imprenditoriale e di rimbalzo anche in quello politico di questo paese.

2. I mali dell’università italiana sono specifici o riflettono alcuni vizi tipici della società italiana, per esempio la gerontocrazia?

Il corpo docente italiano è tra i più anziani del mondo: questa situazioni è il risultato di una politica di tagli che è stata attuata da dieci anni a questa parte. Tra una riforma epocale e un provvedimento attuato perché “ce lo chiede l’Europa” chi ci ha rimesso sono state le giovani generazioni. Nell’Iliade si narra del sacrificio di Ifigenia, la figlia di Agamennone uccisa per placare gli dei e permettere la partenza alla volta di Troia. Oggi il sacrifico delle nuove generazioni avviene sull’altare dell’austerità per placare le turbolenze dei mercati finanziari. Ma purtroppo sarà un sacrificio vano perché la perdita di risorse umane, di giovani scienziati, sarà un danno che pagheremo caro nei decenni a venire.

3. Perché questo paese ha con gli ultimi governi relegato sempre più la ricerca e ne ha ridotto i finanziamenti?

Abbiamo una delle classi imprenditoriali meno colte e dinamiche dell’Europa che non ha alcun interesse nell’incentivare la formazione di personale con formazione superiore. Insieme a questo abbiamo una classe politica incapace di fare una programmazione che abbia un tempo scala più lungo di qualche mese. Troppo poco per l’università e la ricerca che richiedono programmazioni almeno decennali .

4. La caduta è similare nell’ambito delle scienze tecnologiche come in quello delle scienze sociali?

Certo i tagli sono stati orizzontali ed hanno investito le nuove generazioni in qualsiasi campo. E’ in atto un vero e proprio massacro epocale.

5. A proposito di ricerca e di rapporto tra pubblico e privati, che cosa si può chiedere a questi ultimi in questo momento di crisi?

E’ lo Stato che si deve far carico dell’investimento in ricerca. Per esempio proprio negli Stati Uniti, il paese paladino del libero mercato, la ricerca di base è foraggiata dal governo federale per 40 miliardi di dollari all’anno. La più rinomata impresa ad alta tecnologia americana, la Apple si classifica tra gli ultimi posti per le quote stanziate in ricerca e sviluppo (rispetto alle vendite). La strategia adottata è stata invece quella di identificare le tecnologie emergenti con grande potenziale innovativo e di integrarle per costruire prodotti orientati al design. Dunque, il segreto del successo dell’Apple è nell’innovare senza spendere e di riversare sullo Stato il rischio della ricerca. Un’analisi dettagliata dei recenti prodotti della Apple, dall’Ipad all’Iphone, mostra, infatti, che la base tecnologica è fornita da scoperte della ricerca fondamentale degli ultimi due decenni che sono state finanziante dallo Stato (in gran parte americane ma anche di alcuni paesi europei). Dunque una gestione attenta ed efficiente della spesa pubblica ha permesso allo Stato di agire come un investitore chiave per scommettere sulla ricerca ed assumersene l’alto rischio, riuscendo così a creare le condizioni necessarie per produrre innovazione e modellare i mercati del futuro.

6. Quali possono essere le previsioni per il futuro e c’è qualche segnale di inversione di rotta?

In Italia ci potrà essere un cambiamento dell’attenzione verso l’università e la ricerca solo se ci sarà un drastico cambiamento prima culturale e poi politico verso questi temi.

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