Riceviamo questa lettera firmata e volentieri pubblichiamo.

Alcuni bandi di concorso per ricercatore a tempo determinato di tipo B  pubblicati di recente da diversi Atenei, prevedono che alle procedure selettive possono accedere soltanto coloro che sono possesso del dottorato di ricerca. Di contro, non possono parteciparvi i “Ricercatori Moratti” che, pur avendo stipulato, in precedenza, contratti di ricerca ai sensi dell’art. 1, comma 14° della l. 4 novembre 2005 n. 230 ( c.d. “Legge Moratti”), non sono muniti del dottorato di ricerca. Tale esclusione contrasta con le norme vigenti.

Dalla lettura di alcuni bandi di concorso per ricercatore a tempo determinato con regime di impegno a tempo pieno – ai sensi dell’art. 24, comma 3°, lettera b) della legge n. 240 del 30 dicembre 2010, pubblicati di recente da diversi Atenei, si evince che alle procedure selettive possono accedere soltanto coloro che sono possesso del dottorato di ricerca. Di contro, non possono parteciparvi coloro, i quali, pur avendo stipulato, in precedenza, contratti di ricerca ai sensi dell’art. 1, comma 14° della l. 4 novembre 2005 n. 230 ( c.d. “Legge Moratti”), non sono muniti del dottorato di ricerca.

Tale esclusione contrasta con le norme vigenti.

L’art. 1, comma 14° della legge 4 novembre 2005 n. 230 (c.d. “Legge Moratti) così disponeva:

 “14. per svolgere attività di ricerca e di didattica integrativa, le Università, previo espletamento di procedure disciplinate con i propri regolamenti che assicurino la valutazione comparativa dei candidati e la pubblicità degli atti, possono instaurare rapporti di lavoro subordinato tramite la stipula di contratti di diritto privato a tempo determinato con soggetti in possesso del titolo di dottore di ricerca o equivalente, conseguito in Italia o all’estero, (…) ovvero con possessori di laurea specialistica e magistrale o altri studiosi, che abbiano comunque una elevata qualificazione scientifica valutata secondo procedura stabilite dall’Università. I contratti hanno durata massima triennale e possono essere rinnovati per una durata complessiva di sei anni (…)”.

Dunque, secondo la norma su trascritta, requisito per la partecipazione alla “valutazione comparativa”,  volta ad individuare un ricercatore a t.d., era il possesso deltitolo di dottore di ricerca” ovvero della” laurea specialistica e magistrale o altri studiosi, che abbiano comunque una elevata qualificazione scientifica.”

Il possesso deltitolo del dottore di ricerca”, pertanto, non costituiva requisito indefettibile per la partecipazione alla “valutazione comparativa”, volta ad individuare un ricercatore a t.d., perché vi si poteva essere ammessi col possesso della” laurea specialistica e magistrale.”

Ed infatti, l’uso della congiunzione disgiuntiva “ovvero” era volta a consentire anche ai soggetti muniti di ” laurea specialistica e magistrale” di partecipare alla selezione.

Di conseguenza, i contratti di cui all’art. 1, comma 14° della l. n. 230/2005 potevano essere stipulati anche con soggetti privi del dottorato di ricerca.

Il comma 14° dell’art. 1 della l. n. 230/2005 è stato, poi, abrogato dall’art. 29, comma 11, lett. c) della legge 30 dicembre 2010 n. 240 (c.d. “Legge Gelmini”).

L’art. 24 della citata legge n. 240/2010 (“Legge Gelmini”), intitolato “Ricercatori a tempo determinato” disciplina le procedure di reclutamento di questa figura professionale.

La norma anzidetta così dispone al 2° comma:

“2.  I destinatari sono scelti mediante procedure pubbliche di selezione disciplinate dalle università con regolamento ai sensi della legge 9 maggio 1989, n. 168, nel rispetto dei principi enunciati dalla Carta europea dei ricercatori, di cui alla raccomandazione della Commissione delle Comunità europee n. 251 dell’11 marzo 2005, e specificamente dei seguenti criteri:

  1. a)  pubblicità dei bandi sulla Gazzetta Ufficiale, sul sito dell’ateneo e su quelli del Ministero e dell’Unione europea; specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari; informazioni dettagliate sulle specifiche funzioni, sui diritti e i doveri e sul relativo trattamento economico e previdenziale; previsione di modalità di trasmissione telematica delle candidature nonché, per quanto possibile, dei titoli e delle pubblicazioni;
  2. b)  ammissione alle procedure dei possessori del titolo di dottore di ricerca o titolo equivalente, ovvero, per i settori interessati, del diploma di specializzazione medica, nonché di eventuali ulteriori requisiti definiti nel regolamento di ateneo, con esclusione dei soggetti già assunti a tempo indeterminato come professori universitari di prima o di seconda fascia o come ricercatori, ancorché cessati dal servizio;
  3. c) (…).”

Al 3° comma,soggiunge:

“3  I contratti hanno le seguenti tipologie:

  1. a)  contratti di durata triennale prorogabili per soli due anni, per una sola volta, previa positiva valutazione delle attività didattiche e di ricerca svolte, effettuata sulla base di modalità, criteri e parametri definiti con decreto del Ministro; i predetti contratti possono essere stipulati con il medesimo soggetto anche in sedi diverse;
  2. b)  contratti triennali rinnovabili non oltre il 31 dicembre 2016, riservati a candidati che hanno usufruito dei contratti di cui alla lettera a), ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca ai sensi dell’articolo 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, o di borse post-dottorato ai sensi dell’articolo 4 della legge 30 novembre 1989, n. 398, ovvero di analoghi contratti, assegni o borse in atenei stranieri.”

L’art. 29 dell’anzidetta l. n. 240/2010, intitolato “Norme transitorie e finali”, abroga alcune disposizioni, tra le quali i commi 7,8, 10, 11 e 14 dell’art. 1 della citata l. n. 230/2005.

Inoltre, contiene (per l’appunto), la disciplina transitoria, dettando, all’uopo, e per quanto di rilievo in questa sede, una norma speciale per i ricercatori “Moratti”, valevole  per i contratti di cui all’art. 24, comma 3°, lett. b) l. 240/2010 ed una di ordine generale, con efficacia temporale limitata, valevole per tutte le procedure selettive di cui al precedente art.24.

La prima è contenuta nel 5° comma, è  dedicata ai ricercatori ex art. 1, comma 14° l. n. 230/2005 e riguarda contratti di cui all’art. 24, comma 3° lett. b).

La si trascrive qui di seguito:

“ 5. I contratti di cui all’art. 24 comma 3 lettera b, possono essere stipulati con le modalità previste dal medesimo articolo anche con coloro che hanno usufruito per almeno tre anni dei contratti stipulati ai sensi dell’art. 1, comma 14 della citata legge n. 230 del 2005”.

La seconda è contenuta nel 13° comma, riguarda tutte le procedure selettive disciplinate dall’art. 24 e si applicava sino al 2015.

Ha il seguente tenore:

 “13.  Fino all’anno 2015 la laurea magistrale o equivalente, unitamente ad un curriculum scientifico professionale idoneo allo svolgimento di attività di ricerca, è titolo valido per la partecipazione alle procedure pubbliche di selezione relative ai contratti di cui all’articolo 24.”

La prima norma, quindi (comma 5°), al chiaro fine di salvaguardare la posizione di coloro che sono diventati ricercatori a t. d. con la “Legge Moratti”, include nella platea dei soggetti aventi titolo a partecipare alle procedure pubbliche di selezione di cui al citato art. 24, comma 3° lettera b) anche “coloro che hanno usufruito per almeno tre anni dei contratti stipulati ai sensi dell’art. 1, comma 14 della citata legge n. 230 del 2005”, pur se non muniti del titolo di dottore di ricerca. Non bisogna, infatti, dimenticare che alle procedure volte alla stipula dei contratti di ricercatore ex art. 1, comma 14° l. n. 230/2005 potevano accedere anche i “possessori di laurea specialistica e magistrale” non muniti del titolo di dottore di ricerca.

Così facendo il citato comma 5° deroga – per detta categoria di ricercatori – al disposto di cui al precedente art. 24, comma 2°, lett. b), il quale prescrive come requisito di ammissione il possesso del dottorato di ricerca.

Per quanto riguarda, poi, l’altra norma transitoria costituita dal 13° comma dell’art. 29 l. n. 240/2010, non nuoce precisare che essa contiene una disposizione di ordine generale, che ha cessato di produrre effetti il 31 dicembre 2015, perché tale scadenza è espressamente prevista dalla disposizione medesima.

Di contro, il 5° comma non è soggetto ad alcun limite di ordine temporale.

Che l’esatta interpretazione delle norme vigenti sia quella sopra delineata – secondo la quale alle procedure selettive volte all’individuazione dei soggetti coi quali stipulare i contratti di cui all’art. 24, comma 3° lett. b) sono ammessi anche coloro che hanno usufruito dei contratti stipulati ai sensi dell’art. 1 comma 14 l. n. 230/2005  (“ricercatori Moratti”) pur se sprovvisti del titolo di dottore di ricerca – è stato confermato dal MIUR.

Ed infatti, il Ministero, nella nota del 20 aprile 2011, prot. n. 2330, avente il seguente oggetto “Legge 30 dicembre 2010 n., 240 – applicazione artt. 11, 22, 24 e 29”, citata nel bando (13° “Vista”), ha così disposto:

“I contratti in scadenza stipulati ai sensi dell’art. 1, comma 14, della legge n. 230 del 2005 possono essere rinnovati nei limiti di quanto previsto dai contratti stessi. A tale proposito si rammenta che con coloro che hanno usufruito per almeno tre anni dei contratti in parola possono essere altresì stipulati i contratti di cui all’art. 24, comma 3, lettera b), della legge n. 240 del 2010, e che, a tale scopo, la durata dei contratti di cui all’art. 1, comma 14, della legge n. 230 del 2005, può essere cumulata con i periodi di attività svolti nell’ambito di assegni di ricerca, ai sensi dell’art. 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, di borse post-dottorato ex art. 4 della legge 30 novembre 1989, n. 398, ovvero di analoghi contratti, assegni e borse conferiti da atenei stranieri.”

            Del resto, l’unica interpretazione corretta e costituzionalmente orientata che è possibile dare al citato art. 29, comma 5° L. n. 240/2010 è quella secondo la quale si tratta di norma volta a salvaguardare i ricercatori ex art. 1. comma 14° l. n. 230/2005, consentendo loro la partecipazione alle selezioni di cui all’art. 24, comma 3° lett. b) l. n. 240/2010, pur se non muniti del dottorato di ricerca.

Diversamente opinando, infatti, si violerebbero i principi del legittimo affidamento, della ragionevolezza e della massima partecipazione alle procedure concorsuali.

Quanto al primo (legittimo affidamento), verrebbero frustrate le legittime aspettative non solo di coloro che hanno partecipato – con esito positivo – alle procedure comparative di cui all’art. 1, comma 14° l.n. 230/2010, ma anche di coloro che – dopo averle superate – hanno ulteriormente dato prova di capacità, ottenendo il rinnovo (o i rinnovi) del contratto da parte dell’Ateneo.

Quanto al secondo (ragionevolezza), si giungerebbe al paradosso per il quale il ricercatore ex art. 1, comma 14° l. n. 230/2005 – il quale ha svolto “attività di ricerca e di didattica integrativa”, per un periodo di tre anni, eventualmente rinnovato, di anno in anno, per altri tre anni  – dovrebbe iscriversi ad un corso per il conseguimento del dottorato di ricerca, che, a norma  dell’art. 4, comma 1 della legge 3 luglio 1998 n. 210, fornisce “ (…) le competenze necessarie per esercitare, presso Università, enti pubblici o soggetti privati, attività di ricerca di alta qualificazione”.

In pratica, dopo aver svolto (all’esito di una valutazione comparativa pubblica) attività di ricerca e didattica per tre o più anni, dovrebbe acquisire il titolo (dottorato) per esercitare la medesima attività che ha già esplicato in precedenza. L’irragionevolezza di questa conclusione è tale che non è necessario alcun altro commento.

Quanto al terzo (massima partecipazione), verrebbero illegittimamente esclusi dalla platea dei partecipanti soggetti che sono stati ritenuti idonei all’attività di ricerca e di didattica all’esito di una valutazione comparativa (art. 1, comma 14° l. n. 230/2005, cit.) e ciò in contrasto con l’interesse pubblica alla massima partecipazione nelle procedure concorsuali (Cons. Stato, sez. VI, 11 maggio 2007 n. 2309).

Sotto altro, concorrente profilo, non nuoce ribadire che il citato comma 5° dell’art. 29 della l. n. 240/2010 richiama i contratti stipulati ai sensi dell’art. 1, comma 14° della l. n. 230/2005, senza distinguere tra “Ricercatori Moratti” muniti di dottorato e non.

Di conseguenza, se il legislatore, con un’apposita norma transitoria (il ridetto 5° comma), ha rinviato a tutta la categoria di ricercatori ex art. 1, comma 14° l. n. 230/2005, senza operare distinzioni di sorta (tra coloro che hanno il dottorato di ricerca e coloro che ne sono privi), non si vede a che titolo si possa inserire una distinzione non prevista (e, dunque, non voluta) dal legislatore medesimo. Tale inserimento, peraltro, contrasterebbe col su ricordato principio della massima partecipazione.

Del resto, la circostanza che il 5° comma non contenga il limite temporale (5 anni) di cui al successivo comma 13°, conferma ulteriormente che la prima disposizione, è di natura speciale, ed volta a tutelare il “Ricercatore Moratti”, che è una figura ad esaurimento, consentendogli in ogni caso l’accesso ai contratti di cui all’art. 24, comma 3° lett. b) l. n. 240/2010.

Non va, infine, dimenticato che il su trascritto art. 24, comma 2° lett. b) dispone che alla selezione vengono ammessi i possessori  del titolo di dottore di ricerca o titolo equivalente. Va da sé, che si tratta di un requisito minimo, nel senso che, per poter essere ammessi, bisogna possedere almeno il titolo di dottore di ricerca. Ma se si è già nel possesso di un titolo superiore, qual è quello di ricercatore a td (conseguito quando il dottorato di ricerca non costituiva requisito di ammissione alla relativa procedura selettiva), non si vede per quale ragione chi la ricerca la esegue già (ricercatore) non possa partecipare ad una selezione alla quale, invece, viene ammesso chi è solo stato abilitato ad eseguire la ricerca (dottore di ricerca).

La superiore precisazione poggia su precisi dati normativi.

Ed infatti, a norma dell’art. 4, comma 8° della l. 3 luglio 1998 n. 210 ([1]): “Le università possono, in base ad apposito regolamento, affidare ai dottorandi di ricerca una limitata attività didattica sussidiaria o integrativa che non deve in ogni caso compromettere l’attività di formazione alla ricerca. La collaborazione didattica è facoltativa, senza oneri per il bilancio dello Stato e non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli delle università.

Di contro, per il citato art. 1, comma 14 della l. n. 210/2005, l’instaurazione di rapporti di lavoro subordinato, tramite la stipula di contratti di diritto privato a tempo determinato, consentiva alle Università di avvalersi dei ricercatori  “per svolgere attività di ricerca e di didattica integrativa”. Sempre secondo il comma 14°: “L’attività svolta dai soggetti di cui al presente comma costituisce titolo preferenziale da valutare obbligatoriamente nei concorsi che prevedano la valutazione dei titoli.”

            Detto questo è evidente che:

  1. come detto, il periodo di dottorato di ricerca serve ad acquisire le competenze necessarie per esercitare attività di ricerca (art. 4, comma 1° l. 210/1998);
  2. di contro, il ricercatore ex 1, comma 14° l. n. 230/2015 veniva assunto per svolgere l’attività di ricerca alla quale era già abilitato (tale competenza non gli veniva riconosciuta a priori, ma solo a seguito di una procedura di valutazione comparativa pubblica);
  3. lo svolgimento dell’attività didattica integrativa (retribuita) costituiva normale esplicazione dell’attività del ricercatore “Moratti”;
  4. di contro, rappresentava una mera eventualità per i dottorandi, dato che era facoltativa e non doveva compromettere l’attività di formazione; inoltre, non doveva comportare oneri a carico del bilancio statale;
  5. mentre per i ricercatori “Moratti”, l’attività svolta (ricerca e didattica integrativa) “costituisce titolo preferenziale da valutare obbligatoriamente nei concorsi che prevedano la valutazione dei titoli”;
  6. al contrario, l’eventuale svolgimento di attività didattica integrativa o sussidiaria da parte del dottorando “non dà luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli delle università.   

Prima di concludere, si trascrivono alcuni brani della sentenza del T.A.R. per la Toscana,  n. 1208/2013, pronunziata in relazione ad una selezione per la stipula di un contratto di ricercatore ex art. 24, comma 3° lett. b).

La pronunzia, pur avendo affrontato, in via principale, la questione relativa agli assegni di ricerca, si è poi soffermata anche sui ricercatori “Moratti”, così statuendo:

“L’art. 24 co. 3 lett. b) (…); e il successivo art. 29, al comma quinto, aggiunge alla platea dei possibili candidati alla stipula di contratti di ricerca coloro che abbiano usufruito per almeno tre anni dei contratti per lo svolgimento di attività di ricerca e di didattica integrativa disciplinati dall’art. 1 co. 14 della legge n. 230/2005, disposizione parimenti abrogata dal successivo comma undicesimo. Così ricostruito, il quadro dei titoli legittimanti la stipula dei contratti di ricerca propedeutici all’inquadramento nel ruolo dei professori associati è composto – fatta eccezione per i contratti di cui alla lettera a) dello stesso art. 24 co. 3 – da istituti non più vigenti, e la cui abrogazione è stata sancita proprio dalla legge n. 240/2010, ciò che rivela l’intenzione del legislatore di salvaguardare i ricercatori precari che avessero già maturato per intero un’esperienza di ricerca di una certa consistenza (almeno trentasei mesi) nel vecchio ordinamento dell’università (…).

La conclusione è avallata dai lavori preparatori della legge n. 240/2010, dai quali emerge come il testo originario del disegno di legge indicasse quali titoli di accesso alla tenure track unicamente i contratti di cui alla lettera a) dell’art. 24 co. 3. L’emendamento che ha condotto ad assegnare alla norma la formulazione poi approvata è stato approvato in assemblea alla Camera dei deputati, nella seduta del 30 novembre 2010, in espressa considerazione della posizione di “migliaia e migliaia di ricercatori precari che da anni lavorano all’università”, onde consentire loro di misurarsi con la tenure track a partire già dal secondo contratto e di accedere ai ruoli “dopo un ulteriore precariato, ma certamente ridotto rispetto a quello che l’originario dispositivo del provvedimento avrebbe previsto” (si veda il verbale di approvazione dell’emendamento, in atti). (…)

In altri termini, assodato che l’idea iniziale del legislatore – nell’evidenziata prospettiva di riforma del sistema della ricerca universitaria – era quella di prevedere come unico accesso al contratto di ricerca di tipo b) la stipula di un contratto di tipo a), estendere la platea dei potenziali candidati ai contratti di tipo b) facendo salvi i soli titoli maturati nel vigore del previgente ordinamento si spiega con la volontà di salvaguardare il precariato “storico” con una previsione destinata ad esaurire i propri effetti nel tempo, in una, cioè, con l’esaurirsi dei ricercatori precari titolati secondo le vecchie regole; (…).”

Stando così le cose, non si vede come si possa legittimamente sostenere che il titolo di ricercatore “Moratti” non abiliti coloro che ne sono muniti – ma sono nel contempo sprovvisti del dottorato di ricerca – a partecipare alle procedure per  l’accesso ai contratti di cui all’art. 24, comma 3° lett. b) l. n. 240/2010.

([1])“Norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo”

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8 Commenti

  1. Articolo eccellente! Ogni Ateneo e soprattutto il MIUR Università dovrebbero avere le vostre risorse professionali per comprendere come devono essere applicate le norme e soprattutto per non usarle per raggiungere obiettivi diversi da quelli pubblici. Voi di ROARS, con mezzi limitati perché siete solo privati anche se bene organizzati, rendete un servizio pubblico di elevato livello a tutti noi … e anche al MIUR e agli Atenei.
    Come cittadino qualunque che si interessa di ricerca e formazione chiedo alla Redazione di chiarirmi 2 aspetti dell’innovativo ruolo del Ricercatore di tipo B.

    1) L’Abilitazione Scientifica Nazionale (conseguita anche in virtù di attività di ricerca diversa dall’assegno e da borse di ricerca) unitamente al dottorato di ricerca può essere requisito di partecipazione al concorso per ricercatore di tipo B?

    2) Se la risposta fosse negativa ecco di seguito il secondo., il D.L. convertito in legge c.d. “Milleproroghe” dello scorso anno estende agli assegnisti e ai borsisti post doc successivi alla legge 240/2010 c.d. “Gelmini” il profilo di precario. Invece la sentenza del TAR che viene riportata nell’articolo argomenta con logicità lo spirito del legislatore che ha voluto sanare una consolidata condizione passata di precario. Pertanto il disposto del c.d. “Milleproroghe” potrebbe essere illegittimo perché crea ex novo un nuovo profilo di precario eliminandone altri e peraltro disattendendo senza darne motivazione la raccomandazione del C.U.N. che chiedeva di estendere anche agli idonei dell’ASN tale diritto, motivando che per costoro era implicito il requisito di accesso al Ricercatore tipo B perché avevano ottenuto la qualificazione scientifica idonea allo step di carriera successivo (professore associato).
    Grazie

  2. Personalmente credo che chiunque ambisca a una carriera da docente universitario dovrebbe aver completato gli studi ottenendo il più alto grado di istruzione, che è il dottorato di ricerca o Ph.D., così come previsto nel sistema dei cicli del processo di Bologna.
    Accedere ai ruoli universitari, anche a tempo determinato, senza aver completato gli studi è una stortura, probabilmente, solo italiana, almeno nell’area euro.

  3. 1. No (per lo meno, in assenza del requisito dei tre anni maturati come da legge: RTD-A, assegni di ricerca, borse post-doc L 398/1989, analoghi contratti in atenei stranieri).
    .
    2. La premessa è sbagliata.
    Il c.d. milleproroghe si limita a equiparare gli assegnisti post-Gelmini agli assegnisti pre-Gelmini ai fini dell’ammissibilità ai concorsi RTD-B (il milleproroghe non parla di altri tipi di post-doc, es borsisti).
    La legge 240/2010 già nella formulazione originaria riservava l’accesso ai contratti di tipo RTD-B non solo ai RTD-A, ma anche ad altri precari (art. 24, comma 3 lettera b – testo originario, senza le modifiche apportate dal milleproroghe): “candidati che hanno usufruito dei contratti di cui alla lettera a), ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca ai sensi dell’articolo 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, o di borse post-dottorato ai sensi dell’articolo 4 della legge 30 novembre 1989, n. 398, ovvero di analoghi contratti, assegni o borse in atenei stranieri.”

  4. Esaustivo Sabs!
    Ne approfitto per sciogliere un altro dubbio sempre inerente ai requisiti di accesso ai ruoli di RtdB.
    La contemporaneità di conseguimento del dottorato di ricerca senza borsa e i 3 anni di assegno di ricerca con la stessa tematica di ricerca è requisito completo di accesso?

  5. Le questioni che pone l’articolo sono due: i bandi considerando il caso degli rtd moratti interpretano correttamente la legge o sono tutti una fotocopia di bandi fatti male? È possibile chiedere come requisito soggettivo di ammissibilità per concorso rtd b ad un rtd moratti con anni di ricerca alle spalle (da tre a sei) che già opera come ricercatore? Secondo la legge gli rtd moratti senza dottorato sarebbero, senza dottorato, carne da macello e destinati a vita al precariato?

  6. Riformulo.

    Le questioni che pone l’articolo sono due: i bandi per rtd b, considerando il caso degli rtd moratti che vogliono partecipare alle procedure selettive per rtd b senza avere come requisito di ammissibilità il dottorato, interpretano correttamente la legge o sono tutti una fotocopia di bandi fatti male? Mi chiedo inoltre se è possibile chiedere il dottorato come requisito soggettivo di ammissibilità per concorso rtd b ad un rtd moratti con anni di ricerca alle spalle (da tre a sei) che già opera come ricercatore? Secondo la legge gli rtd moratti senza dottorato sarebbero carne da macello e destinati a vita al precariato?

  7. Domanda del tutto interessata. Qualcuno crede che vi sia la possibilità di avere un chiarimento da parte del Miur su questa questione o si dovrà procedere per ricorsi?

    PS Nel mio caso mancanza di dottorato, ma diploma di specializzazione (non medica), che nel quadro di riferimento europeo dei titoli è nella stessa categoria del dottorato, ovvero EQF 8.

    • Io ho conseguito in spagna un dea, un diploma di studi approfonditi che secondo il quadro da te indicato si trova nella categoria del dottorato. Sto aspettando la dichiarazione di valore che attesta questa equipollenza ma non escludo la via del ricorso. Domani contatterò la flcgil per saperne di più. Contattami per un confronto anke per mail rsidoti@unime.it

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