Gufo

Il 16 Aprile del 2014, all’area di ricerca del CNR di Firenze si è tenuta una (relativamente) animata assemblea del personale ricercatore in relazione circolare del CNR 43/2013 del 27/11/2013 il cui oggetto é “Formulazione del Piano di gestione preliminare 2014 ed approvazione del Bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2014 – Ulteriori precisazioni”. Messa così sembrerebbe qualcosa di talmente noioso da indurre un immediato colpo di sonno, invece (l’abito non fa il monaco, si sa) rappresenta una netta svolta (molto pericolosa) nella politica del più importante Istituto di ricerca del nostro paese. Vale la pena citare alla lettera il testo della comunicazione:

“… non permette di assegnare alle Strutture di ricerca ulteriori (rispetto alla “fornitura di energia elettrica e di gas ed ai servizi sostituitivi di mensa” citati in precedenza) risorse da fonti interne. Le Strutture dovranno pertanto far fronte alle proprie esigenze finanziarie con le risorse già a loro disposizione nonché con quelle che acquisiranno direttamente nel corso del prossimo esercizio. Rimane ovviamente l’impegno ad assegnare alla Rete tutte le risorse che saranno recuperate nel corso del 2014 (gratia et amore dei).”

Per capire il significato della circolare sarà opportuno ricordare, per sommi capi, l’ordinamento delle attività di ricerca scientifica pubblica in Italia. Il MIUR e alcuni altri ministeri (agricoltura e ambiente in particolare) dispongono di Enti Pubblici di Ricerca (ed es CNR, INGV, CRA, ISPRA, ecc) per svolgere le attività di ricerca, trasferimento tecnologico e consulenza. Il CNR è organizzato in sette (come i vizi capitali) Dipartimenti e ciascuno di questi consta di vari Istituti in cui le ricerche sono organizzate per ampie tematiche disciplinari. Infine, ciascun Istituto è “organizzato” in Commesse, vagamente assimilabili a gruppi di lavoro, ciascuna delle quali raggruppa i progetti di ricerca che fanno capo ai singoli ricercatori. Finora la ripartizione dei costi è stata la seguente: il CNR, attraverso i finanziamenti istituzionali, pagava per il costo dell’amministrazione centrale e (in parte) di quella periferica, le spese di personale, spese relative al mantenimento della Rete (affitti, manutenzioni, guardiania ecc) e bandiva concorsi per il (modesto) finanziamento di alcune attività di ricerca legate ad accordi internazionali.

Inoltre, fino al 2013, le diverse commesse ricevevano un piccolo contributo finanziario, che in genere veniva utilizzato per alcune spese routinarie di carattere comune legate, spesso, alla gestione delle reti di computer e dei laboratori, ma che, in piccola misura, permettevano di fornire qualche risorsa a quei ricercatori che non disponessero di progetti finanziati dall’esterno. L’unica fonte di finanziamento alle attività di ricerca di base, applicata e al trasferimento tecnologico (che tanto piacciono al Governo, agli Imprenditori e alle Amministrazioni locali) era quindi rappresentata dai progetti che i ricercatori e tecnologi erano in grado di procurarsi all’esterno del CNR. Mancando in Italia una Fondazione Nazionale della Ricerca (stranamente posseduta da tutti gli altri Paesi “normali”) le fonti di finanziamento sono delle più disparate, variegate ed anche improbabili, tali da far assomigliare la ricerca italiana al vestito d’Arlecchino:

Per fare un vestito ad Arlecchino ci mise una toppa Meneghino, ne mise un’altra Pulcinella, una Gianduia, una Brighella. Pantalone, vecchio pidocchio, ci mise uno strappo sul ginocchio, e Stenterello, largo di mano qualche macchia di vino toscano. Colombina che lo cucì, fece un vestito stretto così. Arlecchino lo mise lo stesso ma ci stava un tantino perplesso. Disse allora Balanzone, bolognese dottorone: “Ti assicuro e te lo giuro che ti andrà bene li mese venturo se osserverai la mia ricetta: un giorno digiuno e l’altro bolletta!”.(G. Rodari).

Fuor di metafora, la circolare 43/2013 trasforma profondamente il sistema scaricando parte dei costi di mantenimento sulle Aree di Ricerca, che a loro volta si rifanno sugli Istituti, che a loro volta sono obbligati a prendere i soldi dai progetti di ricerca, con il brillante risultato di far fuori la ricerca, buona o cattiva che sia, che ancora si riesce a fare al CNR. “Dobbiamo utilizzare meglio i fondi europei che sono tanti e spesso non spesi o spesi male. Faremo un incontro ad hoc e lanceremo un’iniziativa. L’Italia in troppi casi ha buttato via le risorse, non è colpa dell’Europa ma dei burocrati e politici italiani che hanno fallito”. Come non condividere questo cinguettio di Renzi? Se questo rappresenta il pensiero del Primo Ministro, perché fare di tutto per impedire ai ricercatori di acquisire contratti, per es. quelli messi a disposizione dal programma europeo Horizon 2020? Non sarebbe più ragionevole per il CNR e il Governo incentivare i ricercatori ad acquisire nuovi contratti invece di minacciarli di utilizzare i fondi di ricerca che hanno ottenuto con molti sforzi personali (peraltro non retribuiti) per scopi che niente hanno a che fare con la ricerca stessa? La concezione che traspare da tutto ciò é che il ricercatore sia un furbastro da punire:

Fior di imbroglione!
Va’ a lavorare invece di rubare!
E balla intanto al suono del bastone!

(O. Azzanesi)

Quale perversa motivazione porta a bastonare chi si è dato un po’ da fare? Su questo verteva l’assemblea del CNR a Sesto Fiorentino da cui è scaturito un documento (qui in allegato) di denuncia della situazione, fatto poi circolare all’interno dell’Ente.

L’assemblea ha innanzitutto riaffermato la fondamentale importanza delle Aree di ricerca. Un tempo gli istituti e i centri del CNR erano dispersi ed occupavano ambienti di lavoro poco idonei sia dal punto di vista della funzionalità (per es. edifici storici, case di civile abitazione) che della sicurezza sul lavoro. Come esempio l’area di ricerca di Firenze, completata nel 2005, ospita numerosi istituti e sezioni territoriali, nonché importanti strutture di servizio quali il LAMMA, il Centro di microscopia elettronica, un centro per la ricerca industriale e sviluppo sperimentale (Elab Scientific s.r.l.), un centro congressi con varie aule e sale riunione ed ospita una serie di servizi comuni come la Mensa. Inoltre vi sono numerosi laboratori moderni che possono essere gestiti in condizioni di sicurezza per il personale. Tutto questo costa molto meno, ed è molto più efficiente, della situazione precedente dell’avere uno spezzatino di centri e istituti. Tuttavia non si può pensare che una struttura di 23.000 m2 che ospita più di 500 lavoratori non costi niente. Se il paese vuole avere delle strutture di ricerca di livello almeno europeo deve essere disposto a pagarne i costi. Detto questo, l’assemblea ha presentato alcune rilevanti critiche della circolare 43/2013. Intanto molto spesso, per ottenere i fondi di ricerca, è necessario entrare a far parte di cordate che siano in grado di mettere in piedi un’application vincente.

Per fare questo il singolo ricercatore ci “mette la sua faccia” deve dare un personale impegno nei confronti dei colleghi che svilupperà una certa linea di ricerca. Se il CNR gli impedisce di fare parte del suo lavoro, sottraendogli dei fondi, che figura ci fa questo ricercatore con i colleghi? La cosa più probabile è che la volta dopo non l’invitino più a partecipare ad una call. Parte dei fondi ottenuti dai contratti esterni sono dedicati al pagamento di stipendi di personale a progetto che si troverebbe in gravi difficoltà personali e familiari nel caso di taglio dei finanziamenti. La ricerca veramente innovativa non è prodotta da vecchi scienziati barbogi, ma da giovani con idee innovative. Se non possiamo pagarli, giocoforza sarà che i più brillanti tra loro se ne vadano all’estero contribuendo allo sviluppo di altre economie, con i soldi dei contribuenti italiani utilizzati per la loro formazione! Male parta male dilabuntur, ci ricorda opportunamente Cicerone.

Si sa bene che l’argent fait la guerre ed il sottrarre risorse alle ricerca non potrà che impattare negativamente (sempre in questo, ai politici fastidioso, medio-termine) sulla produzione scientifica rendendo il nostro paese ancora meno competitivo a livello internazionale. Infine ci possiamo chiedere quale sia il risultato finale sul numero di contratti di ricerca che vengono ottenuti dal CNR. Non potranno che diminuire (perché uno dovrebbe darsi da fare per averli se poi altri dispongono di questi soldi a loro piacere?). Risultato finale: gli overheads dei progetti che attualmente vengono versati agli istituti diminuiranno. Tutti conosciamo il saggio proverbio napoletano “ccà nisciuno è fesso”.

Come cittadino vorrei fare una domanda al Primo Ministro. Qual’è la politica del governo sulla ricerca? Renzi si presenta schietto e diretto, uno che dice pane al pane e vino al vino. Nei primi giorni di vita del Suo governo ha voluto dare una sistemata alle scuole. Benemerita azione dopo anni e anni di abbandono. Cosa si vuole fare per la ricerca? Non serve forse a migliorare (sempre nel medio termine) le prospettive economiche? Oppure è il concetto stesso di “medio termine” bandito dalla discussione politica? Penso che i ricercatori italiani sarebbero felici di appoggiare azioni legislative ed esecutive realmente riformatrici che favoriscano la competenza e la professionalità e che individuino significativi obbiettivi di carattere economico e sociale oltre che tecnico-scientifico.

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1 commento

  1. Faccio i miei complimenti all’ottimo articolo di Stefano Focardi che tenta di fare luce sulla situazione difficilmente sostenibile del CNR.
    Posso aggiungere solo un informazione sulla situazione di un istituto che NON fa parte di un’Area di Ricerca: quanto descritto da Stefano è per noi realtà quotidiana da almeno 5 anni – le commesse non ricevono alcun contributo, anzi devono da tempo contribuire alle gestione dell’istituto (con un complicato e stressante sistema di auto-tassazione), in quanto il contributo del CNR centrale non copre neppure le spese per tenere aperto l’istituto, figurarsi contribuire alla ricerca.

    Tanto per riassumere la situazione con una istantanea, la (giustamente) deprecata circolare del CNR risulta, alla fine dei conti, un piccolo aumento del contributo del CNR centrale all’istituto.

    Io temo che le intenzioni del governo siano chiare: il ricercatore deve auto-finanziarsi in toto, trovando all’esterno i fondi per lavorare. Chi non ci riesce, deve solo rimproverare se stesso e stare attento al proprio stipendio (ormai, questa è l’ultima voce da tagliare). I fondi aggiuntivi, se mai arriveranno, saranno solo per i più “eccellenti” : “A chi ha, sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

    E questo vale per qualunque governo, che sia Berlusconi, Letta, Renzi o Di Battista (o Di Maio, o chiunque altro…)

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