Il numero complessivo di nuovi RTD che annualmente hanno preso servizio, dopo aver toccato un picco nel 2012 (vicino al migliaio), per un paio di anni si è assestato, per tornare a salire costantemente dal 2014 in poi. Tale incremento è imputabile alle opportunità di finanziamento impiegando fondi esterni di varia natura, oltre che ministeriali. Tra tutte le aree CUN, sono le due relative a ingegneria (08 e 09) a contenere, da sole, circa il 22% del totale dei 10.160 “RTD junior” (RTDa) fino ad oggi reclutati. A fronte di tale costante crescita del numero di nuovi RTD junior, però, non è corrisposto un equivalente effetto di incardinamento in ruoli stabili (includendo anche quella di RTD di tipo “b”), tant’è che il numero totale di RTD junior in servizio è salito dai circa tremila del 2014 ai quasi cinquemila attuali, corrispondenti a poco meno del 10% dei 55mila docenti e ricercatori che al momento costituiscono il sistema universitario italiano. Limitando lo studio ai soli 3.745 RTD assunti fino all’anno 2013 incluso, la percentuale di “stabilizzazione” (il cui valore medio nazionale è 59,2%) è piuttosto uniforme: il minimo si riscontra al Centro, con un 52,3% nel quale in questo studio sono inserite la maggior parte delle università telematiche, mentre il Nord (64,6%) e il Sud (65,9%) sostanzialmente si equivalgono e le Isole si attestano attorno alla media (59,1%). Una recente proposta CUN mira a introdurre la figura del “Ricercatore post-Dottorato”, priva di obblighi di didattica e con una rinnovabilità per un massimo totale di sei anni (dei quali non più di tre nella stessa sede), alla quale seguirebbe la figura di tenure-track, denominata “Professore Iunior”. Staremo a vedere se questa possibile riforma sarà in grado di assicurare un accesso stabile nel sistema universitario, o se condurrà ad un’ulteriore precarizzazione del mondo della ricerca.

 

La figura del Ricercatore universitario a Tempo Determinato (RTD) è stata istituita per la prima volta con la Legge 230/2005. Il numero complessivo di RTD in tutte le università italiane, così come si può consultare dal database del CINECA (http://cercauniversita.cineca.it), è rimasto assai contenuto per i primi anni: fino al 2009 l’immissione di nuovi RTD ha riguardato, al massimo, fino a poco più di due centinaia all’anno, con un impatto numerico sul personale docente dell’intero sistema universitario che è rimasto ben al di sotto dell’1%. Nel 2010 vi è stato un significativo incremento del numero di RTD, che ha complessivamente superato la soglia del migliaio. L’esigenza di perfezionare la regolamentazione di questa figura nell’impianto accademico nazionale ha portato, con la Legge 240/2010 (art. 24, c. 3), a istituire due nuovi profili di RTD: il tipo “a” (considerabile come una prosecuzione del preesistente profilo di RTD, salvo ulteriori condizioni, quali l’obbligo della didattica e il limite di durata complessiva del servizio fissato a 5 anni), e il tipo “b” (un tenure-track con posizione di professore associato già assicurata al termine di un triennio tramite procedura valutativa dedicata, a seguito del conseguimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, o ASN). Un intento implicito di questa riforma era quello di prevedere il percorso “a” come propedeutico al percorso “b”. Tuttavia, in mancanza di un contesto normativo che potesse realmente agevolare questi passaggi, ben presto si è concretizzato uno scenario completamente differente: il numero di nuovi RTD di tipo “a” immessi annualmente nel sistema universitario è andato via via aumentando, mentre progressivamente sono diventate meno frequenti le attivazioni di posti banditi in base alla Legge 230/2005. Il numero complessivo di nuovi RTD che annualmente hanno preso servizio, dopo aver toccato un picco nel 2012 (vicino al migliaio), per un paio di anni si è assestato, per tornare a salire costantemente dal 2014 in poi. Tale incremento è imputabile al fatto che, a fronte di una sempre più contenuta spesa per il personale docente, nel tempo sono cresciute le opportunità di finanziamento di posizioni di nuovi RTD all’interno di specifici progetti impiegando fondi esterni di varia natura, oltre che ministeriali. Tra tutte le aree CUN, sono le due relative a ingegneria (08 e 09) a contenere, da sole, circa il 22% del totale dei 10.160 “RTD junior” fino ad oggi reclutati, a fronte di una percentuale assai inferiore (17%) relativa al personale docente e ricercatore a tempo indeterminato.

Nel grafico di Figura 1 è rappresentato in barre verticali il numero di nuovi ricercatori a tempo determinato in funzione dell’anno solare in cui è avvenuta la prima presa di servizio. Ognuno dei RTD junior complessivamente considerati in questa analisi è contato una sola volta, in corrispondenza, cioè, dell’anno in cui per la prima volta ha assunto tale ruolo (in base alla sola Legge 230/2005 per i primi anni a partire dal 2005, e anche in virtù della Legge 240/2010 art. 24 c. 3 lett. “a” per gli anni dal 2011 in poi). Il numero di RTD indicato per ciascun anno è riferito alla data del 31 dicembre, con l’eccezione del 2019, per il quale il dato è aggiornato allo scorso ottobre. Questo significa che, ipotizzando una proporzione lineare di immissioni di nuovi RTD durante l’anno, entro la fine del 2019 potranno prendere servizio grosso modo altre 3-4 centinaia di RTD di tipo “a”. A fronte di tale costante crescita del numero di nuovi RTD junior che ogni anno per la prima volta hanno preso servizio, però, non è corrisposto un equivalente effetto di incardinamento in ruoli stabili (includendo fra le figure “stabili” anche quella di RTD di tipo “b”), tant’è che il numero totale di RTD junior in servizio è salito dai circa tremila del 2014 ai quasi cinquemila attuali, corrispondenti a poco meno del 10% dei 55mila docenti e ricercatori che al momento costituiscono il sistema universitario italiano.

Figura 1 – Rappresentazione in forma di grafico a barre verticali e di tabella del numero di RTD (sia Legge 230/2005 sia Legge 240/2010 tipo “a”) ripartiti in base alla loro condizione attuale in termini di ruolo occupato (RTD di tipo “a” e di tipo “b”, PA, PO oppure altro) e di abilitazione conseguita (alla 2^ fascia, alla 1^ fascia oppure nessuna), in funzione dell’anno di prima presa di servizio come RTD.
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In riferimento a ciascun anno solare di prima presa di servizio come RTD dal 2005 in poi, la corrispondente barra del grafico in Figura 1 è suddivisa in più parti, rappresentate con differenti colori. In giallo (o marroncino) sono riportati coloro i quali si trovano ancora nello stato di RTD, senza (o con) il requisito dell’ASN per la seconda fascia di docenza universitaria; in celeste (o azzurro) sono mostrati quanti sono divenuti RTD di tipo “b”, e sono al momento senza (o con) il titolo dell’ASN per la seconda fascia; in verde chiaro (o verde scuro) sono indicati quanti oggi sono diventati professori associati e si ritrovano senza (o con) possesso dell’ASN per la prima fascia; in viola sono indicati quelli che oggi sono in servizio come professori ordinari; in grigio chiaro (o grigio scuro) sono mostrati tutti gli altri casi di ex-RTD senza (o con) l’ASN per la seconda fascia.

Dal punto di vista geografico, si osserva che la quasi totalità dei 1.362 reclutamenti di RTD fino al 2010 basati sulla Legge 230/2005 è avvenuta in atenei del Nord e del Centro, con impatto relativamente forte delle università telematiche, mentre appena un centinaio sono riconducibili al Sud e alle Isole. Successivamente, con l’introduzione dei RTD di tipo “a”, le proporzioni sono cambiate, fino a condurre al seguente quadro: 42,7% al Nord, 33,1% al Centro, 14,8% al Sud e 9,4% nelle Isole.

Date le forti variazioni riscontrabili fra prima e dopo il 2010 in merito al numero assoluto di RTD annualmente assunti, per ciascuno dei quindici anni qui considerati è opportuno normalizzare il corrispondente totale al 100%, così come rappresentato nel grafico a barre verticali di Figura 2. Oltre alle categorie già precedentemente descritte in relazione alla Figura 1, per i primi anni dal 2005 in poi sono da considerare come significative le percentuali di quanti oggi occupano il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato (RTI) senza (o con) l’ASN per la seconda fascia, riportati in rosa (o rosso): questi sono divenuti RTI dopo essere stati assunti come RTD in base alla Legge 230/2005, prima che entrasse in vigore la 240/2010. Sono, inoltre, rappresentati in un grigio più scuro quanti, non attualmente inseriti nel sistema universitario, posseggono il titolo dell’ASN per la prima fascia.

Figura 2 – Rappresentazione in forma di grafico a barre verticali e di tabella delle percentuali di RTD (sia Legge 230/2005 sia Legge 240/2010 tipo “a”) riferite alla loro condizione attuale in termini di ruolo occupato (RTD di tipo “a” e di tipo “b”, RTI, PA, PO oppure altro) e di abilitazione conseguita (alla 2^ fascia, alla 1^ fascia oppure nessuna), in funzione dell’anno di prima presa di servizio come RTD.
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Sulla base dei precedenti grafici, sono possibili molteplici considerazioni di carattere generale. Si osserva innanzitutto che la figura di RTD junior riguarda un arco temporale che tipicamente si estende al più fino a 5-6 anni, anche se non mancano i casi di contratti ripetutamente rinnovati, relativamente al profilo previsto dalla Legge 230/2005, come anche in riferimento al passaggio da questo profilo a quello di RTD di tipo “a” (Legge 240/2010). Considerando, infatti, le aree di colore giallo e marroncino del grafico in Figura 2, si vede che complessivamente, prima del 2014, mediamente poco più del 5% è rimasto nella condizione di RTD junior.

A tal proposito, un’analisi riguardante l’evoluzione dei RTD junior è possibile solo là dove i dati sono maggiormente consolidati: tralasciando pertanto i 6.415 RTD reclutati dal 2014 in poi, si considerano d’ora in avanti i soli 3.745 RTD assunti fino al 31/12/2013. Tra questi, complessivamente solo 2.217 RTD (pari al 59,2%) hanno poi avuto accesso a ruoli stabili nel sistema universitario, suddivisi come riportato di seguito: 1.061 RTD di tipo “b” (pari al 28,3%, anche se al momento solo 990 di questi risultano abilitati, cioè il 26,4%), 63 RTI (pari all’1,7%, e fra questi 46 sono abilitati, cioè l’1,2%), 1.031 professori associati (pari al 27,5%), 62 professori ordinari (pari all’1,7%). Il rimanente 40,8% non risulta inserito stabilmente presso alcun ateneo: 201 sono tuttora RTD (pari al 5,4%, di cui 117 abilitati, cioè il 3,1%) mentre gli altri 1.372 (pari al 36,6%) non figurano sul database CINECA e potrebbero essere in servizio presso altri enti, pubblici o privati, italiani o esteri, in una varietà di ruoli assai difficile da descrivere in dettaglio. La maggior parte di questi RTD non è in possesso di abilitazione (843, pari al 22,5% del totale), mentre della rimanente parte di abilitati (529, cioè il 14,1% del totale), in 43 (1,1%) risultano titolari di abilitazione anche alla 1^ fascia.

Di particolare interesse può risultare separare questi numeri in base alla posizione geografica della sede presso la quale hanno prestato o tuttora prestano servizio i RTD junior. In Figura 3 lo stesso grafico di Figura 2 è riproposto separatamente per Nord, Centro Sud e Isole.

Figura 3 – Rappresentazioni per le diverse aree geografiche, in forma di grafico a barre verticali e di tabella, delle percentuali di RTD (sia Legge 230/2005 sia Legge 240/2010 tipo “a”) riferite alla loro condizione attuale in termini di ruolo occupato (RTD di tipo “a” e di tipo “b”, RTI, PA, PO oppure altro) e di abilitazione conseguita (alla 2^ fascia, alla 1^ fascia oppure nessuna), in funzione dell’anno di prima presa di servizio come RTD.
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Limitando lo studio ai soli 3.745 RTD assunti fino all’anno 2013 incluso, emerge che la percentuale di “stabilizzazione” (il cui valore medio nazionale, come sopra indicato, è 59,2%) è piuttosto uniforme: il minimo si riscontra al Centro, con un 52,3% nel quale in questo studio sono inserite la maggior parte delle università telematiche, mentre il Nord (64,6%) e il Sud (65,9%) sostanzialmente si equivalgono e le Isole si attestano attorno alla media (59,1%).

In materia di abilitazione, è possibile evidenziare come il reclutamento di RTD junior abbia risentito in maniera significativa dell’introduzione dell’ASN. Infatti, fino al 2010 incluso (cioè prima ancora che l’ASN venisse istituita), dei 1.362 RTD reclutati fino a quel momento risultano ad oggi essersi abilitati in 883 (64,8%), mentre dei 2.383 RTD che per la prima volta hanno preso servizio tra il 2011 e il 2013, si sono abilitati in 1.892 (79,4%): si può quindi concludere che l’istituzione dell’ASN ha condotto ad una maggior consapevolezza rispetto al passato in materia di reclutamento di nuovi RTD, i quali nel tempo hanno avuto modo di esporre pubblicazioni e titoli meglio valutati ai fini dell’abilitazione in confronto a quanto si era potuto verificare precedentemente. Tale andamento potrà essere confermato o meno anche per il 2014 e per gli anni successivi, man mano che si conosceranno gli esiti delle future tornate di ASN.

Un’altra osservazione concerne l’effettivo funzionamento del modello previsto dalla Legge 240/2010 secondo il quale ci sarebbe potuta essere una qualche sequenzialità tra il percorso RTD di tipo “a” e quello di tipo “b”. Anche in questo caso è opportuno rifarsi ai soli dati più consolidati, relativi alle assunzioni di RTD entro il 2013, necessariamente avvenute una volta che la suddetta legge era entrata in vigore, quindi dal 2011 in poi. Dei 2.383 RTD in questione (quasi tutti di tipo “a”, ai quali si possono qui accorpare anche quanti in quel periodo erano in servizio per effetto della Legge 230/2005), appena 919 sono oggi in servizio nel ruolo di RTD di tipo “b”; in aggiunta a questi, va considerato un numero stimabile attorno alle due centinaia di ex-RTD che sono nel frattempo divenuti RTD di tipo “b” e che in seguito sono stati definitivamente assunti come professori associati. In ogni caso si può concludere che non più del 50% dei RTD è passato dal tipo “a” al tipo “b”. D’altro canto, se si considera che dal 2011 ad oggi hanno preso servizio circa 5.300 RTD di tipo “b”, si deduce che la maggior parte dei tenure-track è di fatto destinata a giovani ricercatori che non hanno intrapreso il percorso di tipo “a”, il quale sembra essere alternativo (e, forse, meno ambìto) piuttosto che propedeutico al percorso di tipo “b”.

Dai precedenti grafici non è possibile evincere quanto tempo mediamente duri la posizione di RTD. In Figura 4 è rappresentata la distribuzione della durata del servizio in qualità di RTD, utilizzando diversi colori in base alla posizione attualmente occupata dei RTD stessi. I punti congiunti dalla linea verde individuano gli ex-RTD che ad oggi rivestono un ruolo permanente nel sistema universitario: molto ben pronunciati sono i due picchi in corrispondenza dei tre anni (durata tipica del contratto di RTD di tipo “a”) e dei cinque anni (durata complessiva per i RTD di tipo “a” al termine di una proroga biennale). Analoga forma a due picchi riguarda, con numeri in assoluto più bassi, anche le due distribuzioni riportate in diverse tonalità di grigio relative agli ex-RTD che oggi non risultano più nel database CINECA (e sono pertanto “fuori settore concorsuale”): qualitativamente tale distribuzione non cambia in maniera rilevante nel caso in cui vi sia stato (grigio scuro) o non vi sia stato (grigio chiaro) il conseguimento dell’ASN. La distribuzione della durata di servizio dei RTD di tipo “a” che permangono nel ruolo è, invece, molto differente a seconda che ci sia (in colore marroncino) o che non ci sia (in color giallo) il titolo abilitante all’accesso in seconda fascia: nel primo caso la distribuzione presenta un valore modale che si colloca fra i due e i tre anni di servizio, mentre nel secondo caso la distribuzione assume, prevedibilmente, il valore massimo in corrispondenza del primo anno di servizio di RTD (durante il quale più bassa è la probabilità di aver conseguito l’ASN), per poi decrescere rapidamente.

Figura 4 – Distribuzione del numero di anni di servizio trascorsi in qualità di RTD da parte di coloro i quali attualmente: ricoprono un diverso ruolo nel sistema universitario (RTDb, PA o PO) – in colore verde, oppure sono tuttora RTDa con (in marrone chiaro) o senza (in giallo) titolarità di ASN, oppure non figurano in alcun settore concorsuale essendo con (in grigio scuro) o senza (in grigio chiaro) ASN.
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In una ridottissima (ma non nulla) percentuale dei casi, esistono RTD che continuano a permanere in questo ruolo addirittura da più di dieci anni, includendo anche eventuali periodi di interruzione del servizio. Questo potrebbe essere, tra gli altri, un aspetto della figura del RTD junior destinato a cambiare in un futuro ormai prossimo, per effetto di una recente proposta CUN (resa nota a seguito dell’adunanza del 29/09/2019) che mira a riformare il reclutamento universitario. Se tale riforma dovesse diventare legge, verrebbe introdotta la figura del “Ricercatore post-Dottorato”, priva di obblighi di didattica e con una rinnovabilità per un massimo totale di sei anni (dei quali non più di tre nella stessa sede), alla quale seguirebbe la figura di tenure-track, denominata “Professore Iunior”, con accesso alla seconda fascia di docenza dopo ulteriori tre anni (prorogabili a cinque) a seguito di conseguimento dell’ASN. Staremo a vedere se questa possibile riforma sarà in grado di valorizzare realmente i ricercatori più giovani per assicurarne l’accesso stabile nel sistema universitario, o se condurrà ad un’ulteriore precarizzazione del mondo della ricerca.

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3 Commenti

  1. Ho molta simpatia per i giovani che hanno voglia di spendersi per l’istruzione e la ricerca. Una volta trovato il potente che li sponsorizza, la loro carriera è rapidissima, sempre che non ‘sbaglino’. Si può sbagliare senza assolutamente volerlo, semplicemente avendo un’opinione e manifestandola. E’ dura vivere nelle Università da persone libere.

  2. Mariam, io di carriere “rapidissime” sono circa 20 anni che non ne vedo proprio, indipendentemente dal fatto che lo “sponsor” sia più o meno potente…
    Io vinsi il concorso da ricercatore di ruolo a tempo indeterminato a 27 anni appena compiuti, stavo ancora al secondo anno di dottorato (I ciclo) e non avevo alcuno sponsor (potente o meno). Era il 1985. Allora le carriere rapidissime c’erano eccome. Anche ben più rapide.
    Dal 2010 in poi, non ho piu’ visto nessuno raggiungere un posto di ruolo prima dei 35-36 anni, e la media è ben oltre i 40.
    Quanto a “sbagliare”, e pagarne poi le conseguenze, questo è sempre successo.
    Ma un tempo c’erano molte più possibilità di rimediare all’errore, uno saltava un giro, ma dopo qualche anno (due o tre, solitamente) c’era una nuova possibilità. O anche l’anno dopo, in un sede diversa.
    Col sistema attuale, chi sbaglia e perde una occasione, ben difficilmente ne vedrà un’altra, meglio emigrare all’estero.

  3. Caro Angelo, se posso, esperienza del tutto diversa: ai dottorati ci dicevano di non presentarci, perché c’era già qualcuno ‘locale’, al posto di ricercatore che era stato bandito per un altro e di non presentarci. Divenuti finalmente ricercatori, dovevamo fare almeno 10 anni nella posizione ed aspettare che gli altri più anziani passassero associati, poi che gli associati diventassero ordinari. Di questo passo si è arrivati al 2010, dove tutto è stato possibile, a seconda della commissione. Credo che siano di più quelli che hanno questa esperienza rispetto alla tua. Ma sono contenta per te. Il merito dovrebbe essere riconosciuto.

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