Cari Amici, tempo fa, a proposito della trovata Renzi-Nannicini sulle cattedre Natta, vi esortai a non sottovalutare il Duce: alle commissioni di concorso governative aveva già messo mano lui. Ora, mi verrebbe da dire che, almeno per alcuni aspetti, occorrerebbe prendere molto sul serio anche Giovanni Gentile. L’articolo 10 del R. D. n. 2102 del 30 settembre 1923 stabiliva fra l’altro che “Gli Enti, che concorrano al mantenimento dell’università o istituti con contributo annuo non inferiore a un decimo del contributo corrisposto dallo Stato, hanno diritto di designare un proprio rappresentante in seno al Consiglio“. Il principio era chiaro: volete aver voce nell’assetto dell’istruzione superiore? Contribuite in modo adeguato. Ma vi immaginate oggi? Il 10% del FFO, annualmente! I “privati” che con tanta passione pretendono di occuparsi di istruzione superiore scapperebbero, almeno in molti, come lepri, e gli esponenti della 3Elle si ritirerebbero, probabilmente, in un pensoso silenzio. Ma per imparare qualcosa dal passato non è necessario essere nostalgici del ventennio. Nel 1961, l’ingegner Gino Levi Martinoli – fratello di Natalia Ginzburg, collaboratore di Olivetti e di Mattei – affermava: «È veramente preoccupante la tendenza che hanno oggi le università di creare delle specializzazioni credendo in tal modo di andare incontro alle esigenze dell’industria. … [gli industriali] richiedono oggi che la scuola fornisca loro delle forze di lavoro già pronte per essere inserite immediatamente nel lavoro. Ma questa esigenza va contro i loro stessi interessi più lontani, in quanto la scuola non può e non deve dare una formazione così specializzata e ristretta entro limiti angusti». Che ne dicono 3Elle e il Centro studi di Confindustria?

Cari Amici,

tempo fa, a proposito della trovata Renzi-Nannicini sulle cattedre Natta, vi esortai a non sottovalutare il Duce: alle commissioni di concorso governative aveva già messo mano lui. Ora, in margine al divertente fotomontaggio di Nicola Casagli, mi verrebbe da dire che, almeno per alcuni aspetti, occorrerebbe prendere molto sul serio Giovanni Gentile. L’articolo 10 del R. D. n. 2102 del 30 settembre 1923, Ordinamento della Istruzione Superiore, che istituiva per la prima volta nelle università italiane il consiglio di amministrazione, stabiliva fra l’altro che

Gli Enti, che concorrano al mantenimento dell’università o istituti con contributo annuo non inferiore a un decimo del contributo corrisposto dallo Stato, hanno diritto di designare un proprio rappresentante in seno al Consiglio. I privati, sotto le stesse condizioni, hanno diritto di parteciparvi di persona.

Il principio era chiaro: volete aver voce nell’assetto dell’istruzione superiore? Contribuite in modo adeguato. Com’è noto, la riforma Gelmini regala ai privati la presenza negli organi di governo dell’università. Ma vi immaginate? Il 10% del FFO, annualmente! I “privati” che con tanta passione pretendono di occuparsi di istruzione superiore scapperebbero, almeno in molti, come lepri, e gli esponenti della 3Elle si ritirerebbero, probabilmente, in un pensoso silenzio.

E non basta. All’articolo 58 dello stesso decreto, dopo che l’articolo 56 aveva stabilito la creazione delle Opere universitarie, Gentile fissava una tassa di mantenimento per le Opere stesse,

cui sono soggetti i cittadini italiani che hanno conseguito o conseguiranno una laurea o un diploma e che sono inscritti negli albi degli esercenti una professione o nelle liste elettorali per le Camere di commercio e industria o hanno impiego comunque retribuito alla dipendenza di società commerciali o industriali.

Anche qui il principio era chiaro: quell’embrione di diritto allo studio che si veniva a creare era messo a carico, in parte, dei laureati di ogni ateneo, ma non di tutti i laureati, solo di quelli addetti a professioni notoriamente meglio retribuite. Era Gentile, ribadisco, non Trotzky.

Come mai uomini di quella generazione potevano assumere simili posizioni? Sullo specifico terreno universitario vanno richiamate alcune osservazioni di Robert Anderson, autore della più importante storia delle università europee dall’età napoleonica alla grande guerra:

Although the nineteenth century was the golden age of laissez-faire capitalism, no-one then suggested that universities should be run as commercial organizations. It was seen as a virtue that, like the professions, they stood outside the system of market relations and cultivated values of a higher and permanent kind. This sort of autonomy was an aspect of classic liberalism, which saw the best protection of liberty and diversity in a pluralist civil society of self-governing institutions. Neoliberalism, which seeks to dismantle all barriers against the operation of pure market forces, has proved rather different. (http://www.historyandpolicy.org/policy-papers/papers/the-idea-of-a-university-today)

Difficile essere più chiari, anche se preferisco usare, al posto del termine “neoliberalismo” – che infanga indirettamente il liberalismo – quello di “mercatismo”. L’economia di mercato era, e dovrebbe essere, qualcosa di diverso da una società di mercato; e, sul piano scolastico, un esempio della progettata devastazione mercatistica delle università mi sembra offerto proprio dalle recenti proposte della 3Elle. Eppure, anche guardando al recente passato italiano, vi troviamo altre voci. Nel 1961, al convegno di Frascati sulla pianificazione scolastica, l’ingegner Gino Levi Martinoli – fratello di Natalia Ginzburg, collaboratore di Olivetti e di Mattei – affermava, fra l’altro:

È veramente preoccupante la tendenza che hanno oggi le università di creare delle specializzazioni credendo in tal modo di andare incontro alle esigenze dell’industria. Questo fatto costituisce un ulteriore aspetto di quanto ho detto poc’anzi che gli industriali non sono in grado di esprimere esattamente le proprie esigenze. Essi infatti richiedono oggi che la scuola fornisca loro delle forze di lavoro già pronte per essere inserite immediatamente nel lavoro. Ma questa esigenza va contro i loro stessi interessi più lontani, in quanto la scuola non può e non deve dare una formazione così specializzata e ristretta entro limiti angusti. L’industria ignora e trascura così il suo compito più importante, quello cioè di fornire essa stessa una specializzazione aggiornata ai giovani che la scuola preparerà in senso generale con una buona preparazione di base ed un’adeguata apertura mentale.

Anche oggi, 14 settembre, i quotidiani riportano le preoccupate considerazioni confindustriali sulla disoccupazione giovanile, e sulla conseguente fuga generazionale. Pure, non ci si pongono apertamente domande di rozzo buon senso. Chi dovrebbe assumerli? E chi non svolge il proprio compito? Dato il fatto che all’estero, in sistemi economici e sociali compatibili con il nostro, i giovani italiani trovano lavoro, va da sé che il sistema formativo italiano, più o meno bene, il suo lo svolge, altrimenti nessuno si farebbe carico di quei giovani. E allora? Giro volentieri la domanda alla 3Elle e al Centro studi di Confindustria.

Mauro Moretti

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11 Commenti

  1. Peraltro anche la 382 prevedeva che i privati potessero sedere in CdA solo pagando annualmente. Nelle proteste contro la 240 ce ne si dimenticò, denunciando l’ ingresso dei privati invece dell’azzeramento del prezzo!
    .
    “DPR 382/80, Art. 115:
    Gli enti e i privati hanno diritto alla designazione di un proprio rappresentante in seno al consiglio
    di amministrazione dell’università qualora versino all’ateneo un contributo annuo non inferiore a lire
    100 milioni. Tale minimo può essere adeguato con successivi decreti ministeriali.”
    .
    Col risultato paradossale che una legge infarcita di “senza ulteriori oneri a carico dello Stato” ha poi deciso di fare un regalo di Natale a Enti e privati.

  2. La teoria neoliberista considera il salario come pura funzione del mercato, pertanto una formazione di breve prospettiva, tagliata sulle esigenze immediate delle imprese è funzionale a ridurre la forza contrattuale dei laureati nel mercato del lavoro. Per questo scopo gli economisti (molti dei quali non sono più scienziati ma poco più che attivisti di partito) si affaticano nella loro opera di smantellamento delle tradizioni scientifiche e culturali che davano solidità al sistema. Ovviamente questo programma prevede una obsolescenza precoce di questi laureati formati sul contingente, per cui per non far esplodere i conti pubblici con costosi programmi di assistenza, sarà sempre più necessario un robusto taglio allo stato sociale ed a forme di emarginazione sociale che toccheranno strati sempre maggiori della popolazione. Non aspettiamoci che cesserà presto l’attacco alla università e più in generale alla istruzione pubblica, infatti questo è l’architrave della strategia per un nuovo ordine sociale.

    • A me pare che si continui a confondere indebitamente analisi positiva con analisi normativa quando di discetta di economia, specialmente poi quando si chiamano in causa presunte teorie economiche, come quella “neoliberista”, che non esiste. Semmai esiste la teoria neoclassica, che comunque si limita a descrivere la dinamica con cui di formano i prezzi (e il salario può essere visto come un prezzo), ma non dà indicazioni normative, come ad esempio l’esistenza di un salario minimo o di un sistema di previdenza sociale.

    • “Semmai esiste la teoria neoclassica, che comunque si limita a descrivere la dinamica con cui di formano i prezzi (e il salario può essere visto come un prezzo), ma non dà indicazioni normative, come ad esempio l’esistenza di un salario minimo o di un sistema di previdenza sociale.” Ma un manuale di microeconomia l’ha mai non dico letto, ma solo sfogliato? In genere già dal primo capitolo si scrive che i due piani (descrittivo e normativo) vanno tenuti separati, ma le indicazioni normative ci sono eccome. Uno degli esempi classici che si usa per illustrare il funzionamento della regolazione (piano normativo) consiste proprio nel mostrare che il salario minimo è inefficiete 8e quindi indesiderabile socialmente).

  3. Confindustria o i suoi associati o comunque le imprese perchè mai dovrebbero tassarsi per stare in un CDA? Senza spendere una lira alla luce del principio dell’università per i migliori (cioè i migliori per il sistema produttivo e la loro potentissima lobby) fanno e continuano a fare il bello ed il cattivo tempo. Ad ogni piè sospinto leggiamo sui soliti giornali di regime articoli scritti da degli incompetenti (con quale “merito” continuino a scrivere cose che non conoscono poi ??!!) che criticano e suggeriscono, nuove vestali della classe media-imprenditoriale che li paga, che fare, come fare e a causa di chi non si fa. E i decisori se ne infischiano di documentarsi, seguono quelli (mica Roars). Possibile che poi tali giornalisti non consultino e citino proprio questo sito almeno per criticarlo? Qualche cosa è cambiato certo grazie a Roars, ma, tornado a bomba, perchè pagare per ottenere quello che hanno comunque gratis?

  4. Domando: in passato, era considerato proprio, per il settore privato, industriale e bancario, dare indicazioni sul buon funzionamento del sistema di istruzione? La risposta dipende, credo, da cosa intendiamo per ”passato” e cosa intendiamo per ”sistema di istruzione”. Se ci riferiamo ai sistemi pubblici di istruzione primaria, nati sulla spinta della Rivoluzione Francese, mi sembra che la risposta sia negativa. Infatti, tali sistemi erano, per definizione, pubblici, e vigeva una regola (tacita, in quanto dettata da un minimo di senso del decoro e della decenza) affine alla famosa ”no representation without taxation”—una regola che poi significava ”no representation”, visto che si voleva che il sistema fosse pubblico. Unico concorrente reale era la Chiesa, mi sembra, che però ci metteva la faccia, per così dire, nel senso che gestiva scuole private, invece di pretendere di dirigere le cose altrui (cioè la cosa pubblica) senza metterci risorse.

  5. Ogni tanto mi ritorna in mente questo commento di Giorgi Israel che in poche righe coglie il punto esattamente:

    “Non c’è né Spectre né Protocolli, ma un’agenzia molto trasparente che ha lanciato da tempo un’Opa sul sistema dell’istruzione italiano (tutto, scuola e università). È Confindustria, con gli organi preposti (Treelle, Fondazione Agnelli, ecc.), i suoi uomini piazzati nelle posizioni giuste (Gianfelice Rocca, appunto), gli utili alleati (cfr. la lista del comitato di Treelle) e con il suo Manifesto di cui Massarenti è il portavoce. Il bello è che è un’Opa a costo zero, un caso unico al mondo, nel solco della tradizione italica del capitalismo assistito. Un modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero. Domani si terrà un convegno di questa “agenzia” alla Luiss su Scuola, università e ricerca “i numeri da cambiare” (sic…).”

    https://www.roars.it/online/riformare-anvur-meglio-tardi-che-mai/comment-page-1/#comment-6283

    • Grande Israel, si è fatto perdonare di aver appoggiato la riforma Gelmini.
      Però il post (di 5 anni fa) si intitolava “Riformare ANVUR? Meglio tardi che mai”.
      Per ora, siamo rimasti al “mai”…

  6. @ FSL Se ha visto il mio post la vediamo allo stesso modo. Aggiungo per quelli che non lo sappiano e per i più giovani che l’occupazione “pacifica” si fa per dire, della unipubbl da parte di confindustria ha tra i grandi ed illuminati protagonisti Lombardi da sempre impegnato per la Lobby dei figli delgi imprenditori (che merito abbiano loro non si sa 🙂 ), sul fronte dell’education. Era una “brava persona”, ma era convinto che l’università dovesse essere la scuola professionale di un sistema (il loro) già egemonizzato. Sia chiaro nulla contro il sistema delle imprese, ma come la netta distinzione tra i vari poteri dello stato (giustizia, poltica, polizia etc) è utile al paese lo è anche la indispensabile indipendenza tra i luoghi della “produzione ideologica” e luoghi della politic a e dell’economia. Dico cose ovvie e risapute, ma era opportuno. Grazi ROars

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