Nell’ambito del diritto del lavoro il termine “esodati”  si riferisca a una “fuoriuscita dal mondo del lavoro di una certa quantità/categoria di lavoratori“. La legge Gelmini, alla voce “assegni di ricerca” (articolo 22, comma 3), dice che “la durata complessiva dei rapporti instaurati ai sensi del presente articolo, compresi gli eventuali rinnovi, non può comunque essere superiore a quattro anni”. Una norma che se oggi riguarda poche centinaia di ricercatori (comunque non pochi), nell’arco di un biennio potrebbe creare migliaia di neoesodati. Alla luce della situazione attuale del reclutamento accademico italiano, è assolutamente necessario chiedere un intervento al Ministro per abrogare o quanto meno sospendere la norma del limite dei quattro anni.

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso del problema dei giovani ricercatori. Nonostante le ripetute dichiarazioni d’intenti, il governo continua a ritardare l’avvio di azioni concrete atte ad evitare il sempre più drastico abbandono delle carriere accademiche. Il tutto mentre l’emigrazione accademica assume ormai i contorni di un’emergenza.

Oltre alle note lentezze e inefficienze, negli ultimi mesi si registra un sempre maggiore aumento di un fenomeno tutto italiano, legato a una nuova categoria drammaticamente emergente, quella che – prendendo spunto da un articolo pubblicato sul sito dell’Accademia della Crusca in cui si chiarisce come nell’ambito del diritto del lavoro il termine si riferisca a una “fuoriuscita dal mondo del lavoro di una certa quantità/categoria di lavoratori” – definirei dei “neoesodati. I fatti: la legge Gelmini, alla voce “assegni di ricerca” (articolo 22, comma 3), dice che “la durata complessiva dei rapporti instaurati ai sensi del presente articolo, compresi gli eventuali rinnovi, non può comunque essere superiore a quattro anni”. Tradotto: chi fa il post-doc in Italia non può avere più di quattro anni di assegni. Questa limitazione, nata all’interno di una legge che sulla carta intendeva dare uno slancio alle assunzioni e che nella realtà ha incancrenito il sistema, sta provocando un vero e proprio assurdo: in attesa del varo del piano straordinario ricercatori più volte annunciato e dell’ipotetico riavvio dell’ASN a marzo 2015, a numerosi giovani ricercatori basati in Italia lo stato italiano di fatto vieta di svolgere il proprio lavoro.

La specificazione “basati in Italia” non è casuale. Il citato comma 3 si applica solo ed esclusivamente ai ricercatori che hanno avuto assegni di ricerca in Italia, avvantaggiando di fatto non solo chi è andato all’estero a fare un post-doc, ma anche i ricercatori stranieri desiderosi di lavorare nel nostro paese. Questo indipendentemente dalla quantità di anni di post-doc svolti all’estero: può così capitare che un ricercatore con tre anni di assegno alle spalle debba per legge essere costretto a non partecipare a un bando per un assegno biennale, mentre un suo collega con alle spalle gli stessi anni di post-doc fatti però all’estero non viene imposto alcun blocco. Per fare un caso concreto, questo è ciò che è avvenuto nell’ambito della selezione per gli Assegni Senior dell’Università di Padova: ad alcuni assegnisti al terzo o quarto anno di assegno in università italiane è stato impedito di accedere alla selezione, mentre tra i vincitori della competizione figurano ricercatori con formazione postdottorale uguale o maggiore maturata all’estero.

Allo stato attuale, la norma del limite di quattro anni per gli assegni, nata con il giusto obiettivo di evitare pericolosi “parcheggi” universitari, è di fatto discriminatoria per tutti i giovani ricercatori che sono rimasti in Italia per scelta o per necessità. In alcuni settori disciplinari, quelli in cui i posti RTD vengono banditi col contagocce, questa situazione sta provocando notevoli danni. Uno di questi settori è Slavistica (SSD: L-LIN/21).

Il settore “soffre” da sempre dall’accorpamento di tutte le lingue slave in un unico SSD, che se da un lato ha garantito la salvezza di discipline dall’importante tradizione di studi (ad esempio, la boemistica o la polonistica), dall’altro ha provocato il sussistere di situazioni di difficile spiegazione, e dagli effetti nefasti: se il numero degli studenti di russo negli ultimi anni è vertiginosamente cresciuto (a titolo di esempio, nella sola “Ca’ Foscari” gli studenti di russo sono circa 800, 350 dei quali sono matricole), dall’altra il criterio di ripartizione di punti organico è stato una zavorra per il SSD di slavistica. Il risultato di questa situazione, accompagnato al blocco del turnover, è stato disastroso: quasi tutte le cattedre italiane lamentano situazioni esasperanti, in cui pochi incardinati devono gestire centinaia di studenti, mentre gli affidamenti di insegnamenti a contratto aumentano vertiginosamente, per non parlare degli effetti sulla qualità (e la quantità) della ricerca. Il quadro, già di per sé grave, si complica di fronte al quasi totale immobilismo del reclutamento di RTD nel settore: negli ultimi tre anni sono stati banditi appena quattro concorsi RTD (cinque se si include un bando aperto a tutti i SSD per il rientro dei ricercatori sardi), tutti di tipologia ‘a’. Di questi quattro, tre erano (o sono) di russistica, uno di ucrainistica. Tutte le altre lingue slave (bulgaro, ceco, macedone, polacco, serbo-croato, slovacco, sloveno, oltre alla filologia slava) non hanno avuto alcun nuovo ricercatore. Questo mentre SSD simili per numero di studenti hanno avuto numeri ben diversi: nove i concorsi RTD di lingua e letteratura tedesca nello stesso periodo, ben tredici quelli di francese.

Le ripercussioni di questo meccanismo sui giovani ricercatori sono evidenti, e si spiegano meglio con un dato concreto. Nel 2010 è uscito il volume Immagini di tempo. Studi di slavistica, edito per QuiEdit. Il libro conteneva gli atti di un convegno di dottorandi e dottori di ricerca di slavistica, svoltosi l’anno prima presso l’Università di Verona. Dei 18 autori dei saggi, solo 5 continuano a svolgere la loro attività di ricerca come incardinati o assegnisti. Una autrice è emigrata, i restanti 12 hanno abbandonato, molti dopo aver ricevuto un assegno di ricerca al termine del proprio dottorato. Nonostante questo, il sistema continua a sfornare dottori di ricerca in slavistica: quando, nel 2013, si è ripetuta l’esperienza del convegno di giovani slavisti, i relatori erano 27 (ma le domande di partecipazione superavano le 30 unità). La slavistica italiana annovera oggi decine di giovani ricercatori a spasso e decine di abbandoni. Questo mentre le aule universitarie esplodono e sempre più cattedre vengono chiuse ogni anno. Mentre si attende che le assunzioni per RTD riprendano in numero congruo (al di là della tragicommedia del SIR), molti tra questi giovani ricercatori si trovano in un limbo: senza nuovi concorsi, le loro carriere vengono interrotte dalla norma del blocco dei quattro anni.

Al di là di quella che è la situazione di uno specifico SSD, il comma 3 dell’articolo 22 sta provocando numerose situazioni paradossali: alcuni professori e gruppi di ricerca basati in università italiane e vincitori di importanti finanziamenti, si vedono costretti a dovere ignorare giovani ricercatori italiani per i propri progetti perché impossibilitati ad assumerli a causa del blocco dei quattro anni. Questa ennesima beffa si aggiunge alle svariate situazioni di disagio in cui vivono gli assegnisti di ricerca in Italia: una categoria estremamente precarizzata, spesso costretta ad assumere carichi di lavoro superiori al proprio livello di specializzazione e, soprattutto, poco rappresentata. A parte un segmento dell’ADI, non esistono infatti in Italia rappresentanze sindacali per gli assegnisti, che in molti atenei sono del tutto assenti da sedi importanti dell’amministrazione accademica. Questo fenomeno ha provocato l’aumento esponenziale di storture del sistema: si va dall’assenza di garanzie assistenziali (l’assegno equivale infatti a una borsa di studio e non dà diritto all’indennità di disoccupazione), alla pressoché totale impossibilità di gestire autonomamente i fondi di ricerca, alla ben più grave (e diffusa) assenza di tutela assicurativa e sanitaria per assegnisti impegnati in laboratorio.

In questo contesto di profondo disagio per la categoria (nel quale però nascono forme di rappresentanza alternativa: a Ca’ Foscari si è recentemente formato un gruppo transdisciplinare di assegnisti), e alla luce della situazione attuale del reclutamento accademico italiano, è assolutamente necessario chiedere un intervento al Ministro per abrogare o quanto meno sospendere la norma del limite dei quattro anni. Una norma inattuale, che se oggi riguarda poche centinaia di ricercatori (comunque non pochi), nell’arco di un biennio potrebbe creare migliaia di neoesodati. Il tutto va ad esasperare una situazione già di per sé grave: i numeri dei progetti proposti per il SIR sono la fotografia di una situazione drammatica. Cinquemila richieste di finanziamento alla ricerca fatte dalla sola fascia di ricercatori sotto i 40 anni e con il titolo di dottore di ricerca ricevuto non più di sei anni fa: sommando a questi tutti gli altri ricercatori precari, si arriverebbe senz’altro a un numero spaventoso. Migliaia di neoesodati, attuali o futuri.

Di fronte a questa situazione paradossale – a quella cioè di uno stato che, in una gravissima situazione di crisi occupazionale, vieta ad alcuni suoi cittadini di continuare la propria carriera professionale – gli assegnisti hanno solo due strade: sperare nel riavvio energico del reclutamento per i RTD, o andare all’estero. La prima è un rischio, la seconda è una sconfitta. Lo è sia per chi vorrebbe avere il diritto di svolgere la propria professione nella propria nazione, sia per il sistema universitario che lo ha formato e lo regala ad altri.

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7 Commenti

  1. “avvantaggiando di fatto non solo chi è andato all’estero a fare un post-doc, ma anche i ricercatori stranieri desiderosi di lavorare nel nostro paese.” -> Il che non e’ un male, visto che é alquanto improbabile che ci siano ingressi in questa direzione.

  2. Vorrei “spezzare una lancia” in favore dell’attuale normativa, contro ogni modifica che non venisse accompagnata da una revisione globale del reclutamento delle universita’ italiane.
    Il post-doc e’ una fase di transizione che deve durare un tempo limitato.
    Purtroppo prolungare l’agonia degli assegnisti a tempo indeterminato ben sapendo che il sistema nelle attuali condizioni non e’ in grado di assorbirli ne ora ne mai mi sembra oltremodo crudele.
    Meglio allora prevedere un “ammortizzatore” (cosa che tocca agli esodati) affinche’ abbiano un sostegno fin quando non si possono inserire nel mondo del lavoro.

    • Salve, in realtà sono d’accordo anche io con questa normativa, ma solo a livello teorico. Sarebbe una normativa giusta se non ci fosse una situazione disastrosa sul fronte del reclutamento e degli investimenti sulla ricerca. Gli assegnisti sono in agonia anche e soprattutto perché c’è pochissimo reclutamento, e in questo contesto una legge che blocca la possibilità di fare carriera diventa soltanto un’inutile crudeltà del sistema. La ringrazio del commento, saluti

  3. gli assegnisti o i ric. precari sono messi molto male “compreso me” anzi
    malissimo per una ragione:

    l’attenzione è stata riposta dagli ultimi 4 ministri soltanto nell’ASN.

    di conseguenza, un assegnista o un precario possono anche fare domanda, ma finiscono nel tritacarne ed escono con le ossa rotte, anche se hanno fatto tanto in 7o 8 anni di precariato (di norma 3 di dottorato e 4 di assegno).

    Nell’ASN per associato ad esempio, tra partecipanti, vi sono ric. a tempo ind. e precari.

    A questo punto, 90 volte su 100, è preferito il ric. a tempo ind., per i seguenti motivi:

    1)costa di meno, dato che già strutturato
    2)ha più curriculum, è normale, magari è strutturato da 10 anni, se si conta che anche lui è stato dottorando e ha avuto qualche contratto, sarà nell’ambiente da circa 15 anni, quindi il tempo per farsi un curriculum tosto ce l’ha avuto.
    3) sta in consiglio di facoltà, può votare, quindi conta di più di un precario…..il ragionamento è “non si sa mai……”
    4)vince il ric. a tempo ind. perché secondo un principio totalmente italiano della pubblica amministrazione “chi è dentro è dentrissimo, chi è fuori (può anche essere premio Nobel) è fuorissimo.

    non so più se e/o cosa sperare……tanto continueranno a privilegiare l’ASN, anche se il risultato è su tutti i giornali (espresso di maggio).

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/05/09/news/i-baroni-regnano-sull-universita-1.164632

    A questo punto, si abbandoni per un po’ l’ASN e ci si concentri nella questione ricercatori!

    siete d’accordo?
    grazie, ciao,
    anto

    • Concordo con Anto. Il problema principale è la generazione che è adesso fuori dall’università. E quelli che vorrebbero ora iniziare o hanno inziato da poco un dottorato. Ci hanno raccontato -e tra questi anche associazioni e gruppi di precari entusiasti del nuovo corso meritocratico- che la asn avrebbe premiato il merito. In realtà ha distribuito medaglie. Per alcuni le medaglie si trasformeranno in promozioni. Per molti altri, quelli fuori dall’università, la mia impressione è che le medaglie resteranno di cartone. Tra le quattro ragioni indicate da Anto la preponderante è la prima. La mia impressione è che la maggioranza silenziosa dell’università italiana (chi ha ricevuto l’abilitazione ed ha il posto, i colleghi ordinari che hanno gestito asn e vqr) sia però soddisfatta del corso delle cose. Ognuno a coltivare con passione il suo piccolo orticello che produce ovviamente eccellenti ortaggi. E tutti appassionatamente a discettare sui punti da attribuire alle varie attività per la distribuzione del premiale…

  4. Caro anto,
    ma proprio ora che hanno trovato l’uovo di colombo ANVUR per evitare qualsiasi responsabilità su chi scegliere dovrebbero rinunciare?
    Legga sotto il giudizio di un commissario per un candidato con cui condivide 18/20 pubblicazioni presentate:
    “Sebbene molte pubblicazioni siano in
    collaborazione con uno dei membri della commissione, anche in queste emerge chiaramente il contributo del
    candidato che occupa spesso la prima o ultima posizione fra gli autori.”

    Tra prima e ultima posizione si contano 5 pubblicazioni su 20.
    E stiamo parlando di un candidato al quale nessuno sano di mente NON darebbe l’ASN.

    Quasi quasi rimpiango i tempi delle decisioni prese in gran segreto in stanze con pochi intimi. Almeno quelli sapevano di infrangere leggi dello stato e di etica professionale.

  5. aggiungo anche questo,

    http://www.corriere.it/scuola/14_ottobre_27/insegnanti-yale-mettiti-pure-coda-concorso-contrario-professori-d384cb76-5db8-11e4-8541-750bc6d4f0d9.shtml

    inizialmente il problema era stato sollevato da APRI, poi ha fatto il giro dei quotidiani e ieri è apparso sul sito del corriere.it

    ora chiedo: “caro Gian Antonio Stella, apprezzo lo sforzo di divulgazione di questi fatti inquietanti, ma perché non fa una domanda secca – in conferenza stampa o in una trasmissione televisiva – al Ministro Giannini chiedendo ragione della libertà concessa agli atenei per fare ciò?”

    perché deve passare per una cosa normale?

    cioè, prima fa scandalo, poi rimane tutto come prima, che scandalo è?

    perché non si cambia?

    allora, che non sia scandalo!

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