Quale incidenza ha avuto la riforma degli ordinamenti didattici universitari (D.M. 509-1999), il cosiddetto 3+2, sul fenomeno dei fuori corso? Riposte conclusive non sono oggi possibili. La revisione della riforma nel 2004 (D.M.  270) ha inserito un nuovo punto di rottura nella organizzazione della didattica, ridefinendo le classi dei corsi di laurea con le relative distribuzioni di crediti per attività formative ed ambiti disciplinari. I fuori corso biennali e triennali nell’ambito del D.M. 509 e del D.M. 270 non sono dunque omogenei  e pertanto confrontabili. La rilevanza della limitatezza dei tempi di applicazione della riforma è evidente se si pensa che le lauree specialistiche del D.M. 509 sono state quasi tutte attivate a partire dall’anno 2004-2005 e che successivamente sono state ridisegnate, a seguito del D.M. 270, a partire dal 2008-2009.

L’informazione maggiore che può essere estratta dai dati attuali si ottiene considerando i primi corsi triennali attivati dalla riforma 3+2, per un periodo tuttavia limitato di tempo. La possibilità di passaggi degli studenti dai corsi sub D.M. 509 ai corsi sub D.M. 270 inserisce infatti ovvie distorsioni sulle quote di fuori corso di entrambe le categorie.

In un recente articolo (Rivista di Politica Economica, n.3.2013) abbiamo condotto un’indagine sui tempi effettivi di laurea nei corsi di laurea triennali delle facoltà di economia attivati nell’anno accademico 2001-2002. L’anno di riferimento dell’indagine è il 2007-2008, anno che consente una significativa considerazione di un massimo di quattro anni teorici di studio fuori corso. E’ da escludersi infatti fino questo anno la possibilità di passaggi ai nuovi corsi del D.M. 270. L’universo dell’indagine è costituito da corsi triennali attivati nell’anno accademico 2001-2002, attivi nell’anno 2007-2008 (nel preciso senso che erano oggetto di immatricolazioni) e che registravano in tale anno almeno 100 iscritti e 20 laureati. 177 sono così i corsi di laurea analizzati.

I risultati dell’indagine non sono confortanti. Nell’insieme dei corsi, la quota di laureati fuori corso sul totale dei laureati è pari al 59.2% e il numero medio di anni fuori corso è pari a due anni. Rilevanti sono le differenze di genere e, soprattutto, le differenze territoriali. La quota di laureate fuori corso è 56.5%, quella dei laureati 62.2%. La quota aumenta fortemente da Nord a Sud: è pari al 44.6% nell’insieme dei corsi dell’area settentrionale, al 65.3% nell’area centrale e al 78.2 nell’area meridionale. Per quanto riguarda i tempi effettivi di laurea, la differenza è meno accentuata rispetto a quella delle quote di laureati fuori corso, ma comunque rilevante: in media lo studente fuori corso si laurea al Nord con un anno e 10 mesi circa di ritardo, al Centro con due anni, al Sud con 2 anni e tre mesi circa.

Un esercizio econometrico diretto a verificare l’incidenza di alcuni fattori sulla dimensione di fuori corso dà risultati rilevanti. Non hanno intanto alcuna incidenza sul fenomeno né i tassi territoriali di disoccupazione dei laureati né i finanziamenti dello stato ai singoli atenei. Le condizioni del mercato del lavoro non sembrano esercitare un significativo incentivo/disincentivo alla regolare conclusione del corso di studio. Forse meno sorprendente è il fatto che non emerga una relazione significativa tra le erogazioni dello stato ai singoli  atenei e i risultati dei singoli atenei, considerato che le erogazioni sono state in misura nettamente prevalente ancorate alla cosiddetta “spesa storica”. Una significativa relazione negativa emerge invece tra i risultati dei test Invalsi e la quota dei laureati fuori corso, e una positiva relazione significativa emerge tra il numero di iscritti e la quota di laureati fuori corso nell’area meridionale. I più bassi livelli di preparazione-apprendimento registrati dai test Invalsi nel Sud hanno dunque un peso significativo nella più elevata dimensione dei laureati fuori corso nell’area. Dalla seconda relazione significativa  si aggiungono inoltre, nel Sud, presumibili difficoltà di gestione o organizzative dei corsi di laurea crescenti al crescere della dimensione del corso. Entrambe le relazioni esprimono, in sintesi, una relativa maggiore debolezza dell’area meridionale.

Concludendo, dai limitati dati disponibili il problema dei fuori corso sembra molto aperto anche dopo la riforma 3+2. Interventi, su una molteplicità di piani, diretti a ridurre l’eterogeneità e ad accrescere l’efficienza generale del sistema universitario sarebbero oltremodo opportuni.

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3 Commenti

  1. Una domanda. Nell’articolo si dice che:
    “Nell’insieme dei corsi, la quota di laureati fuori corso sul totale dei laureati è pari al 59.2% e il numero medio di anni fuori corso è pari a due anni.”

    Il numero medio di anni fuori corso è calcolato facendo la media sugli studenti fuori corso? Immagino di sì, visti i dati per macroregione (nord, centro, sud). Credo che andrebbe cambiato l’approccio. Un dato più stabile statisticamente è quello in cui la media è fatta su tutti gli studenti, ponendo che gli studenti in regola sono 0 anni fuori corso. Altrimenti c’è un “salto” fra gli studenti in regola e quelli che sono 1 anno fuoricorso, che rischia di rendere il dato poco significativo.
    In alternativa, può essere interessante dare la distribuzione di numero di anni fuori corso (quanti 1 anno, quanti 2 anni, etc).
    Chiedo scusa per la terminologia probabilmente non corretta, ma spero il senso sia chiaro.

  2. La questione dei fuori corso è comune a molti corsi di laurea. Sinceramente ho sempre trovato assurdo pensare che il 3+2 l’avrebbe risolto, anzi ho sempre pensato che l’avrebbe peggiorato.
    Inutile dire che si è “copiato male” anche in questo caso da altri sistemi dove il fenomeno dei fuori corso è strutturalmente evitato. In pratica è cambiata la forma, ma non la sostanza.
    Il concetto è che l’università deve certificare quello che lo studente è riuscito a fare nei tre anni del corso e, a cascata, i docenti devono certificare un apprendimento minimo nei tempi previsti. Per differenziare ci sono i voti, che non devono per forza essere tutti al massimo, anzi andrebbero modulati meglio.
    Su questo punto l’università italiana perde la sua competitività nel mondo del lavoro, infatti un laureate nei tempi previsti ha lo stesso titolo di uno che impiegato il doppio, anzi potrebbe essere discriminato se ha una votazione più bassa…
    In una economia frenetica, se si assegna un progetto ad un ingegnere che deve essere finito entro un tempo specifico, non ha nessuna importanza se questo lo fa meglio, ma fuori tempo massimo!

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