Roberto Perotti ha dedicato un lungo articolo su La Repubblica all’inchiesta della procura di Firenze sui concorsi universitari di diritto tributario. Laura Margottini, in un commento apparso originariamente su Facebook, nota che il tono scandalizzato di Perotti sulla vicenda fiorentina non appare coerente con la posizione che ha assunto sulla vicenda del presunto plagio della tesi di dottorato da parte Ministra Madia. Quando Margottini sul Fatto Quotidiano documentò il caso Madia, Perotti si lanciò in una ricostruzione che suona come una assoluzione della ministra da parte della comunità degli  “economisti eccellenti” che anima lavoce e noisefromamerika, tanto che i due blog, per l’occasione, pubblicarono a reti unificate l’articolo di Perotti. In particolare, Margottini sul FQ rilevava che dell’esperimento della Madia non si trova traccia ufficiale all’università di Tillburg. Perotti le ha ribattuto che l’idea dell’esperimento era della Madia, che la stessa era stata “probabilmente una settimana circa” a Tillburg, e che l’assenza di tracce è “quasi sicuramente dovuta al fatto che per accedere al laboratorio si è usato l’account di un ricercatore locale”, come accade in molti laboratori. L’amara conclusione di Laura Margottini è: “Se si vuole denunciare quello che non va nel mondo accademico, bisogna avere il coraggio di usare uno standard unico. … Nessun ricercatore che si definisca tale … potrebbe accettare di condurre un esperimento con i criteri che Perotti vorrebbe accreditare. A meno che non siano proprio questi gli standard adottati per la ricerca in Economia. Nel qual caso avremmo un problema ben più grave di quello segnalato nella mia inchiesta dello scorso marzo per Il Fatto Quotidiano.” 

A leggere l’editoriale di Roberto Perotti su Repubblica del 2 ottobre scorso sul “vile commercio di posti” da professore universitario emerso nell’inchiesta della Procura di Firenze,

Viene spontaneo chiedersi come il professore della Bocconi abbia potuto scrivere quanto egli ha scritto per LaVoce.Info solo una manciata di mesi fa in merito al “caso Madia” (il presunto caso di plagio accademico a carico della ministra della Semplificazione e Pubblica Amministrazione Marianna Madia, denunciato in una mia inchiesta per Il Fatto Quotidiano a fine marzo).

Su Repubblica Perotti si scandalizza giustamente delle situazioni che stanno emergendo nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Firenze. Senza dati alla mano e sulla base del sentito dire, egli dà per scontato che siano rappresentative di tutta l’università italiana:

“Il nucleo dell’università italiana è sano? La triste realtà è che non lo sappiamo,” scrive. “Certo non è un buon inizio che ogni docente sia venuto a conoscenza, direttamente o indirettamente, di concorsi truccati.”

Per questo l’università merita di essere ulteriormente affamata: secondo Perotti aumentare i fondi risponderebbe alla “logica perversa di chi sostiene che bisogna inondare di opere pubbliche la Sicilia per sconfiggere la mafia.” Ma non dice che, oltre a quella dei baroni, c’è una massa invisibile e infinitamente più numerosa di persone sottopagate, o non pagate, che manda avanti la baracca: assegnisti, borsisti, tecnologi, ricercatori precari. Evidentemente queste sono presenze reali che non entrano nei radar di chi si muove nei confortevoli centri di ricerca “eccellenti”.

Sul caso Madia, Perotti ha tenuto una posizione diametralmente opposta: scrivere una tesi di ricerca, così come aver fatto la ministra e conseguire un dottorato nel modo in cui Imt di Lucca sembra aver concesso di fare alla Madia, non ha suscitato lo stesso livello di indignazione, ma una strenua e pervicace difesa. Si può dunque sparare a zero su tutta l’accademia in certi casi, e difenderla fino al ridicolo in altri? Nel caso Madia, Perotti non vede nessuna pericolosa contiguità tra accademia e politica? Eppure la seconda pare aver utilizzato la prima (compiacente) per portare avanti i suoi interessi, cioè per costruire carriere politiche sul nulla e legittimare la nomina a una carica importante come quella di Ministro della PA. Vedremo se è così, se il presunto plagio documentato dal Fatto in 45 slides sarà confermato dalle risultanze dell’inchiesta interna avviata da Imt lo scorso 18 aprile sul caso Madia (a proposito, a 200 giorni dall’avvio dell’indagine, quanto dovremo aspettare ancora per conoscerne l’esito?)

Nel 2011 in Germania, l’università di Bayreuth, dove si era dottorato l’ex ministro della difesa Karl Theodor Zu-Guttenberg impiegò 15 giorni a stabilire che la tesi dell’ex ministro — di 475 pagine contro le 95 della tesi della Madia — era un chiaro caso di plagio accademico che imponeva la revoca del titolo).

Su LaVoce, Perotti si è sperticato in una pittoresca difesa dell’unica parte che appare immune da plagio della tesi della Madia: un esperimento condotto, secondo quanto si legge nella tesi stessa, nell’università di Tilburg (Olanda). La stessa università ha dichiarato al Fatto più volte che la ministra non è mai stata studente a Tilburg ed è quindi altamente improbabile che vi abbia potuto condurre un esperimento. Ma quando si tratta della Madia, Perotti non ci sta: in questo caso, i criteri etici e di buona pratica della ricerca che valgono per tutto il mondo, possono essere piegati a piacimento fino a svuotarli di senso. Leggere per credere:

“1) MM non ha avuto alcun ruolo nell’esperimento, scrive Laura Margottini. Falso. L’idea originale dell’esperimento, di studiare l’effetto delle tutele crescenti, è dovuta a MM. La stessa ha anche partecipato attivamente alla stesura del protocollo dell’esperimento, con interazioni a distanza più che giornaliere con Caterina Giannetti nelle settimane precedenti alla effettuazione dell’esperimento.”

Nel linguaggio di Perotti, “interazioni a distanza” sta per telefonate e email, come se fosse del tutto normale condurre un esperimento per interposta persona, senza dichiararlo nella tesi di dottorato e senza aver trascorso ufficialmente un periodo di ricerca nell’università in questione.

“2) MM non è mai stata a Tilburg. Falso. Secondo le testimonianze da me raccolte,” scrive Perotti, “MM è stata a Tilburg fra settembre e novembre 2008, per un periodo probabilmente di una settimana circa.”

Cioè per Perotti trascorrere una settimana (“probabilmente”, “circa”, nemmeno l’autore dell’affermazione pare molto convinto) in una città autorizza a scrivere nella propria tesi di dottorato che si è fatto ricerca nell’università di quella città, senza mai ufficializzare la propria presenza nell’istituzione ospitante, come se si fosse in gita turistica.

3) “Che non risulti un esperimento di questo tipo è quasi sicuramente dovuto al fatto che per accedere al laboratorio si è usato l’account di un ricercatore locale. Questa è prassi comune e motivata da ragioni di sicurezza e comodità. Anche in una università italiana da me consultata,” spiega Perotti, “quando un visiting researcher vuole fare un esperimento, si usa l’account di una persona locale già abilitata.”

GULP!

Se si vuole denunciare quello che non va nel mondo accademico, bisogna avere il coraggio di usare uno standard unico. Almeno per non umiliare quei ricercatori — tanti, che non chiedono protezioni e non cercano scorciatoie — con argomenti come quelli ricordati nell’articolo per LaVoce. Nessun ricercatore che si definisca tale, in Italia e nel mondo, potrebbe accettare di condurre un esperimento con i criteri che Perotti vorrebbe accreditare. A meno che non siano proprio questi gli standard adottati per la ricerca in Economia, campo di cui si occupa Perotti. Nel qual caso avremmo un problema ben più grave di quello segnalato nella mia inchiesta dello scorso marzo per Il Fatto Quotidiano.

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6 Commenti

  1. “Nel qual caso avremmo un problema ben più grave di quello segnalato nella mia inchiesta dello scorso marzo per Il Fatto Quotidiano”.

    A parte che gli ingegneri chiamano “umanisti” anche gli studiosi di economia (in fondo, in un tempo non lontano, l’economia si chiamava “moral philosophy”), sul Fatto compaiono di frequente attacchi ai corsi di laurea umanistici, considerati tout court inutili e di basso livello. Ma se questo è poi il livello degli studi economici, allora è il bue che dà del cornuto all’asino…

  2. p.s. a scanso di equivoci, mi riferivo agli esperimenti della Madia. Condivido cioè questa affermazione:
    “Nessun ricercatore che si definisca tale, in Italia e nel mondo, potrebbe accettare di condurre un esperimento con i criteri che Perotti vorrebbe accreditare. A meno che non siano proprio questi gli standard adottati per la ricerca in Economia, campo di cui si occupa Perotti”.

  3. “Il nucleo dell’università italiana è sano? La triste realtà è che non lo sappiamo” scrive il citato Roberto. “Certo non è un buon inizio che ogni docente sia venuto a conoscenza, direttamente o indirettamente, di concorsi truccati.”
    Nel mio piccolo, so di non sapere, ho una risposta al quesito. Ma la certezza che viene manifestata che “ogni docente” sia venuto a conoscenza… certezza non è. Dove mai ha contattato “ogni docente” il buon Roberto?
    Venendo al quesito la risposta si può così impostare. Quanti sono i giusti e gli onesti che lavorano ogni giorno nelle aule, negli studi delle Università a favore degli studenti e della verità scientifica, meglio della verità tout-court? Forse una percentuale da considerare è quella dei docenti, che in una situazione ben più grave per il paese, non giurarono fedeltà al fascismo nel 1931. Una quindicina, con nomi famosi come Buonaiuti, De Sanctis, Venturi, Volterra…, altri andarono in pensione, altri giurarono con riserva interiore (i cattolici), altri giurarono senza riserva (i comunisti) per rimanere vicino agli studenti, confortati dalle rispettive dirigenze. Chi sono i giusti? Il giardino dei giusti (i non ebrei che hanno salvato la vita ad ebrei) a Gerusalemme ne commemora circa 20 mila di cui circa 300 italiani. Forse è su questi che dobbiamo meditare e comprendere. I giusti hanno una prima definizione nella Bibbia nella trattativa tra Abramo e Dio per salvare Sodoma e Gomorra. I dieci giusti non si trovano e le due città furono distrutte con zolfo e fuoco. Ci rallegra che coloro che rifiutarono il giuramento al fascismo sono più di dieci e più di dieci quelli commemorati nel giardino dei giusti a Gerusalemme. Più di dieci sono sicuramente i giusti che lavorano oggi nelle Università italiane, a dispetto del MIUR, dell’ANVUR e di tanti cattivi colleghi, e la novella Sodoma e Gomorra, l’Università italiana, non può essere distrutta dalla collera del Signore. E tanto meno da Roberto.

  4. due pesi due misure..certo, basta vedere tutto lo stracciarsi di vesti per la messa in discussione di una vera casta: banch’italia. Tutti a dire è un attacco alle istituzioni spqr (sono paraculi questi romani – dice un mio amico romano 🙂 ) pure Veltroni. Tutti i giornaloni di regime, tutti quelli che con Visco, Rossi e vari amici hanno garantito in questi anni le vere caste (Banche, Medicina, boiardi di stato). E l’autonomia dell’universià pubblica vero e unico baluardo del pensiero e della libertà (vedasi erdogan e renzusconi)???!!! Tutti zitti tutti schierati con la medianità del giornale unico.
    Ho letto sul sole 24 un articolo di un giovinotto che visiting professor a Staford invoca il nobel per giavazzi e alesina…. pazzesco (basta essere bocconiano e pubblichi sul sole24 o sulla repubblica (Perotti) tutte le leccate che vuoi). Autonomia universitaria anche attaccata (da sinistra – ma VAlà) di Sinopoli un sindacato che ha contribuito a distruggere e a omologare (professori = dipendenti pubblici). Meno male che c’è roars.
    ps perchè Sinopoli non accetta un bel articolo sul suo blog (flc) di qualcuno che faccia capire che i professori universitari devono essere garantiti in totale libertà di pensiero (fascista, grillino, iper verde, catastrofista, complottista, femminista e anti etc. oltre che opportunista, conservatore etc etc) altro che contrattualizzazione. Me la ricordo la CGIL in università negli anni 70 e ancora ne portiamo i segni..
    Viva roars, viva Ferraro

  5. Nella mia ignoranza giuridica, oserei supporre che utilizzare un account altrui per accedere ad u laboratorio ed effettuare un esperimento sia un reato.
    E, nella mia scarsa conoscenza della filosofia morale, oserei supporre che chi è a conoscenza di reati ripetuti e abituali avrebbe il dovere morale (probabilmente non giuridico) di segnalarlo alle autorità competenti.
    Per finire, se qualcuno affermasse pubblicamente che io ho utilizzato un account altrui per effettuare un esperimento, gli chiederei immediatamente di pubblicare una smentita, e sennò passerei alle vie legali.
    Forse sarebbe il caso di cominciare ad attenersi alla legge anche partendo dalle minuzie.
    Le azioni o non azioni di Madia e Perotti si commentano da sole, anche indipenentemente da indagini su fatti di cui non possiamo avere certezze.

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