Sentivamo davvero il bisogno della pillola di saggezza di Bruno Vespa. Questa volta il maître a penser non discetta di escort e di Sanremo, di crisi economica e di delitti efferati, ma ci illumina nientemeno che sul senso delle discipline classiche nel 2012 («Panorama» n. 6, 1 febbraio 2012, p. 31). Il tema, come è noto, non è stato alla portata di generazioni di riformatori (di destra e di sinistra), né di editorialisti ben più autorevoli di Vespa. Ma è di quelli su cui ognuno pensa di poter dire la propria sgangherata e dilettantesca opinione.

Avevamo davvero bisogno di sentirci dire, col solito ecumenismo peloso, che il liceo classico va difeso perché «qualunque professione si faccia, una certa impronta resta per sempre». Non foss’altro che per consentire a medici ed economisti di «esibirsi in citazioni» dotte. E dunque «Un corso sulla magnifica civiltà greca (la politica, la letteratura, le arti) è d’obbligo al liceo classico» (e perché poi, di grazia? Per le stesse inoppugnabili ragioni di cui sopra?). Epperò «la lingua è troppo ostica per la maggior parte degli studenti perché possano mai assaporare davvero in originale i versi di Omero, i Dialoghi di Platone, le commedie di Aristofane, le favole di Esopo». E dunque, ecco sfornata la ricetta casereccia: «Sostituire lo studio della lingua greca con quello di una lingua moderna può essere soltanto di giovamento ai nostri ragazzi. E approfondire lo studio della matematica e delle scienze anche al classico è sempre più indispensabile. […] La scuola deve aggiornarsi e Omero non ce ne vorrà se lo studiamo solo nelle splendide traduzioni disponibili.». E già qui, parlando con beata innocenza di “traduzioni” (una vale l’altra), il nostro opinionista si mostra del tutto ignaro dei complessi significati linguistico-culturali sottesi a qualsiasi traduzione, che, lungi dall’identificarsi col passaggio di un testo da una lingua all’altra, include processi di negoziazione e di riscrittura.

Diverso, invece, il discorso sul latino, il cui insegnamento Vespa dichiara di voler difendere «usque ad mortem» dal momento che «il latino fa la differenza tra la cultura squisitamente umanistica e quella squisitamente scientifica. […] Cesare, Tacito, Virgilio letti in originale sono un arricchimento dell’anima» utili a «sentire il profumo di quella civiltà».

Non si capisce bene in base a quale criterio Vespa sostenga la differenziazione di civiltà greca e latina all’interno dell’«Antike» e rilevi che la lingua latina sia utile a «sentire il profumo della civiltà» che rappresenta e la lingua greca no (qualcosa di personale?); pare, però, ancora una volta ignorare che una lingua è parte integrante, elemento strutturante (non accessorio) di una civiltà.

Evidentemente, comunque, aver attinto negli anni liceali al profumo della civiltà greca e latina non è servito a molto (ammettiamolo: il latino e il greco non fanno miracoli!) al nostro opinion maker, che infatti relega al ruolo di chiacchiera da salotto, lo studio dei classici: non più che una preparazione alla libera e bambinesca fruizione del bello di massa della televisione, meglio se affrancata dal vecchiume archeologico che trasuda la lingua greca (Rocci, Giosué Carducci, il sangue di generazioni di studenti sono citati in apertura di articolo).

Ci sarebbe da ridere, se non fosse che l’argomento per cui la lingua greca non vada studiata in quanto “difficile” è stato già in passato impugnato dai detrattori ed è capace di fare breccia anche tra alcuni insegnanti. Ora, a parte il fatto che buona parte delle maggiori civiltà linguistico-letterarie antiche e moderne sono “difficili” e che, accettando questo parametro ci si trova infine a rinunciare press’a poco agli studi linguistico-letterari in toto, dietro un simile argomento si celano molti degli inquietanti propositi di trasformazione della scuola e dell’università che sono nell’aria e la volontà di differenziare non tanto la cultura scientifica da quella umanistica (come credono Vespa e il senso comune) quanto i saperi teorici da quelli applicati (e infatti, chi si sognerebbe di escludere dal programma di fisica lo studio del terzo principio della termodinamica o da quello dell’inglese lo studio dei verbi irregolari con l’argomento che sono troppo difficili? Lo ‘stralcio’ può avvenire solo per quei saperi inessenziali alla formazione che conta davvero: quella delle competenze professionali). L’orizzonte culturale in cui operiamo esprime la preoccupazione continua dell’«esperienza»; il che comporta la rinuncia alla costruzione logica del pensiero e all’astrazione. Così che alcuni saperi (non solo le discipline classiche, storiche, filologiche, ma anche quelle scientifiche che non prevedano ricadute aziendali immediate) rischiano di essere tagliati fuori dal circuito vitale degli investimenti: tutto quello che non è immediatamente utile, non serve. Se tutto deve essere pratico, empirico, spendibile, in quale ottica è più possibile concepire la fisica teorica, la storia, la letteratura, il cinema? E, in ultima analisi, l’intera dimensione dell’immaginario?

Per questo, il baratto dell’arduo, ma irrinunciabile tirocinio linguistico con un po’ di cultura dell’antico qua e là è stato il catechismo “modernizzatore” dei riformatori scolastici (in particolare “progressisti”), ansiosi di avvicinare il mondo della scuola e dell’Università a quello del lavoro: di qui i miraggi professionali e le effimere competenze dettate dalla moda del momento e incarnate nella riforma universitaria del 3 + 2.

Chiaro che se il contraltare della cialtroneria impressionistica (il ‘profumo della civiltà’) resta il solo interesse museografico, il destino dei classici (greci o latini che siano) è bello e segnato.

Esiste certo l’esigenza di aprire nuove strade alla comprensione storica del mondo antico e di reimpostare su nuove basi il problema del rapporto fra passato e presente (ricongiungendo la specializzazione con un più vasto quadro di rinnovamento politico e culturale). E tuttavia, la volontà di ricomporre la frattura tra le esigenze dello studio dei classici e l’apertura alla cultura contemporanea è operazione che richiede estrema cautela. E altrettanta consapevolezza è necessaria per tradurre in impegno conoscitivo coerente quelle potenzialità e quella domanda di apertura e di rinnovamento, che, prive del necessario rigore, rischiano di imboccare un crinale modesto. Quello prediletto da Vespa.

Infine mi chiedo: in un momento come quello attuale di vitrea impermeabilità al senso, perché negare che esista ancora qualcosa che valga la pena conoscere, anche se con impegno e fatica? Perché questa amorevole premura di preservare i più giovani dalla difficoltà di interpretare e di capire? Perché questa volontà di tenerli al riparo da quel desiderio di critica e di conoscenza, che dall’ambito linguistico e letterario possono ripartire ed estendersi alla complessità del mondo esterno?

 

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2 Commenti

  1. Ah, dimenticavo che il Latino era la lingua scientifica fino alla prima meta` del XIX secolo, quando iniziano a nascere le riviste nazionali scientifiche: per esempio in Matematica nasce in Francia la rivista di Liouville, in Germania quella di Crelle e in Italia quella di Battaglini.

    Ma questo forse Vespa non lo sa,

    Ma Vespa, Vespa non lo sa,
    Che quando passa ride tutta la città
    E le sartine,
    Dalle vetrine,
    Gli fan mille mossettine.

    Ma lui con grande serietà
    Saluta tutti, fa un inchino e se ne va.
    Si crede bello
    Come un apollo
    E saltella come un pollo.

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