Alcune reazioni al nostro articolo del 13 luglio scorso, Chi sono i veri conservatori della nostra scuola, ci inducono a un’ulteriore riflessione. Sentiamo innanzi tutto il dovere di rispondere all’accusa di conservatorismo. Partiamo da una domanda: la semplice difesa di quel che resta della cosiddetta scuola tradizionale può coincidere con un’azione progressista? Pensiamo che la risposta sia affermativa se consideriamo che l’istituzione scolastica è stata tradita proprio dalle sedicenti forze progressiste che, da Luigi Berlinguer a Matteo Renzi, hanno assunto il paradigma economicista per declinare le cosiddette riforme della scuola. Così la comunità scolastica è stata infiltrata da diversi cavalli di Troia, come autonomia, regionalizzazione, valutazione per test ed esplosione di progetti dal dubbio valore scolastico. Tali riforme, fatte spesso passare come indispensabili per tenere in piedi il sistema di istruzione o aderire a presunte esigenze del “mondo del lavoro”, hanno di fatto cooperato per rendere sempre più rarefatto il senso stesso del fare scuola. Nella loro furia iconoclastica i sedicenti riformatori continuano a preoccuparsi solo di distruggere, sentendosi liberi dall’obbligo di spiegare perché e come vogliono sostituire le pratiche della vecchia scuola. Così, ad esempio, l’alternativa alla cosiddetta lezione frontale sembra l’araba fenice.

Raramente si trova qualcuno che denunci la sottrazione di ore di studio ai nostri giovani, obbligati dallo stesso sistema di istruzione a svolgere lavoretti senza alcun collegamento con quanto studiano. E ci dimentichiamo che durante la stagione riformista degli anni sessanta e settanta del secolo scorso si offriva più istruzione ai lavoratori (senza rubarla agli studenti).

C’è poi un altro equivoco di fondo su cui vorremmo fare chiarezza. La difesa dei diritti dei docenti, l’invocazione della libertà di insegnamento, la rivendicazione di più rigore e meno buonismo nella scuola non possono essere letti come una difesa corporativa della professione, a scapito dei bisogni degli studenti. La dialettica fra insegnanti (conservatori) e studenti (innovatori) è una falsa rappresentazione che va respinta in quanto artificio retorico in fin dei conti reazionario. I conflitti di classe, azzerati nella società, sono stati infatti trasferiti nella scuola in base al dogma secondo cui i docenti sarebbero le vestali della classe media, garanti dello status quo, anziché le puerpere, per così dire, delle nuove generazioni. Da qui tutta la demagogia sui giovani, la retorica sulla centralità dello studente-cliente, quando invece le nuove generazioni sono le prime vittime della svalutazione sociale del ruolo degli insegnanti.

La cartina di tornasole per individuare le posizioni conservatrici e progressiste dovrebbe essere l’accento posto sull’istruzione pubblica come diritto del cittadino e come corrispondente dovere dello Stato di fornire un’istruzione di elevata qualità. È in quest’ottica che andrebbe ricollocata tra l’altro l’annosa controversia sul valore della cosiddetta bocciatura, che bisognerebbe intendere né più né meno che come un proseguimento nella fruizione di un servizio pubblico gratuito fondamentale, la formazione scolastica di base, non diversamente da un servizio sanitario garantito a tutti fino al raggiungimento degli obiettivi ritenuti soddisfacenti. È accaduto invece che il riconoscimento dei diritti, a partire da quello sostanziale per tutti i cittadini di avere le stesse condizioni di partenza, è stato sostituito da un generico e ipocrita buonismo di chi, da una posizione sociale privilegiata, si limita a fare qualche concessione a chi è condannato a vivere in una condizione di minorità cronica, magari blandito, nel caso della scuola, con percorsi di istruzione sempre più semplificati.

Anche soltanto l’idea di una politica seriamente riformista è stata decisamente messa da parte a favore della pratica di piccole buone azioni volte anch’esse a rafforzare il primato (sociale e morale) delle classi privilegiate, mediante un discorso inattaccabile perché veicolato da una lingua fatta di parole senza contenuto o riferite a un oggetto vago, spesso mediante l’abuso di quegli anglicismi che divagano, rarefanno, cancellano.

 

Pubblicato su “Il manifesto”, 21 luglio 2021

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