Il dorato mondo delle università americane non è così dorato. The Atlantic dedica un articolo alle misere condizioni economiche degli adjunct professors, prendendo le mosse da un precedente articolo del New York Times dedicato ad una homeless prof. Un rapporto della American Association of University Professors e uno studio della U.S. House of Representatives indicano che non si tratta di casi episodici, ma che il 76% della docenza universitaria è affidata a professori precari, spesso al di sotto della soglia di povertà. Eppure, negli ultimi anni la spesa per le università è cresciuta a ritmi sempre più insostenibili per le tasche degli studenti che faticano a ripagare i prestiti contratti per pagarsi gli studi. Paradossalmente, una quantità sempre maggiore di risorse è stata assorbita da spese acccessorie, mentre il management universitario provvedeva a tagliare i costi della docenza ricorrendo in misura crescente a personale docente precario e sottopagato.

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Representative Keith Ellison at a demonstration in support of an adjunct-professor union at Macalester College. (Jamie Long)


Nel dibattito italiano sull’università, si fa spesso riferimento ad un modello statunitense, ispirato per lo più a quell’elite di word-class universities che troneggiano nelle classifiche internazionali degli atenei. Meno spesso si fornisce un quadro complessivo delle condizioni economiche degli studenti e dei professori nelle università statunitensi. Da un paio di anni a questa parte, l’insostenibilità finanziaria dell’indebitamento studentesco legato al sistema dei prestiti ha guadagnato qualche visibilità anche nei media italiani. Nel contempo, le condizioni lavorative del personale docente sono rimaste molto più in ombra. A tale riguardo, vale la pena di leggere un articolo apparso su The Atlantic:

The Adjunct Revolt: How Poor Professors Are Fighting Back

In base a quanto puntualmente specificato da The Atlantic, gli adjunct professor, “hired on a short-term contract with no possibility of tenure” corrispondono a quelli che noi definiremmo “docenti precari”.

L’articolo prende le mosse da un precedente articolo pubblicato dal New York Times (NYT):

Without Tenure or a Home

Sul NYT aveva destato sensazione la vicenda della homeless prof, ridotta a dormire in uno scantinato senza riscaldamento se non addirittura dentro la macchina nel parcheggio dei docenti. Si trattava di professore aggiunto of lingue romanze, Mary-Faith Cerasoli, 53 anni:

Ms. Cerasoli …  earned her master’s from Middlebury College in Vermont in 2010. That has left her with unpaid student loans, she said, adding that she has no health insurance and faces sizable unpaid medical bills related to a thyroid condition.

The Atlantic, sulla base di un rapporto della American Association of University Professors e di un altro studio  a cura della U.S. House of Representatives, osserva che si tratta di un caso tutt’altro che eccezionale:

This month, a report by the American Association of University Professors showed that adjuncts now constitute 76.4 percent of U.S. faculty across all institutional types, from liberal-arts colleges to research universities to community colleges. A study released by the U.S. House of Representatives in January reveals that the majority of these adjuncts live below the poverty line.

Secondo quest’ultimo rapporto:

adjuncts and other contingent faculty likely make up the most highly educated and experienced workers on food stamps and other public assistance in the country.

Paradossalmente, l’esplosione dei costi delle università non ha migliorato le retribuzioni e le prospettive di impiego fisso per chi insegna i corsi.

The Atlantic riporta la diagnosi di Jeffrey Selingo, autore di College Unbound: The Future of Higher Education and What it Means for Students:

 … the shift towards contingent labor occurred because university administrators began to focus on enhancing the student experience outside – rather than inside – the classroom. … To attract students, universities need amenities to keep up in an arms race with other institutions … Instead of being an institution of public good, the university began to look more and more like a business in which the student was the customer. Selingo points out that university administration costs have ballooned over the last two decades, as universities hired non-faculty staff to run the growing list of campus amenities. Given these skyrocketing expenses, administrators felt pressure to cut costs.

A proposito di amenities, il pensiero non può fare a meno di andare a quello che scriveva Roberto Perotti nel suo pamphlet “L’università truccata”:

per attrarre bravi studenti, si comincerà dall’offrire stanze singole nelle residenze studentesche, poi la Tv via cavo gratuita, poi la Jacuzzi privata e l’abbonamento annuale alla palestra e così via… Tutte cose che ai puristi dell’accademia possono apparire in stridente contrasto con l’ideale dell’amore disinteressato del sapere, ma che fanno parte della realtà umana

Ebbene, proprio per compensare l’esplosione delle spese legate alle amenities sono state tagliate le spese legate all’istruzione vera e propria. Di conseguenza, si sono via via rarefatte le posizioni di docenza a tempo indeterminato, mentre veniva scaricata una parte crescente del carico didattico su personale precario come gli studenti di dottorato e gli adjunct professors.

Come uscirne? Qualcuno dei professori aggiunti arriva a chiedere il ritorno ad un modello che potremmo definire “più europeo”:

We need to re-establish the model of free or very inexpensive public universities

Il finale dell’articolo riserva una sorpresa per coloro che invocano l’abolizione del valore legale del titolo di studio in nome di un presunto modello statunitense, immaginando che oltreoceano non esista alcuna forma di accreditamento ufficiale. Infatti, tra i possibili modi per arginare il ricorso sempre più esteso al lavoro precario sottopagato, viene proprio menzionata la possibilità di convincere gli enti di accreditamento a essere più severi nei confronti delle istituzioni che fanno eccessivo ricorso al personale precario:

we must educate accreditors about how adjunctification lowers the quality of higher education by making it hard for adjuncts—who can be among the best teachers on campus—to engage with students effectively. If administrators are faced with the possibility of lower rankings because of the proportion of adjuncts on their faculty, Feal believes they will change their hiring practices. “Accreditors could change this game overnight,” Feal said.

 

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9 Commenti

  1. Quando si parla di pubblico e privato dico sempre che lo “spreco” del pubblico è il “profitto” del privato. Quindi cambiando l’ordine dei fattori il prodotto per l’utente non cambia.
    Detto questo la situazione della higher and further education in USA non credo sia diversa da quella nostrana della scuole paritarie (vedi http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2014/10/02/news/graduatorie_ma_il_punteggio_giusto_-97197008/?ref=HREC1-34).
    Ci sono alcune grandi e solide realtà (anche pubbliche, vedi california), il resto sono una galassia di affaristi per i quali è un settore come un altro per fare profitto.

  2. Qualche giorno fa su roars ho postato alcuni commenti, massacrati dai più, in risposta a chi lamentava quanto basse fossero le retribuzioni in Italia.
    Certo, l’esistenza di mondi peggiori non ci esime dal cercare di migliorare il nostro, ma la consapevolezza che gran parte del basso livello di retribuzione è attribuibile proprio a tutele neppure immaginabili all’estero, dovrebbe farci riflettere (vedi proprio su roars anche l’articolo recente sul caso germania).
    Al contrario, come troppo spesso accade, in Italia siamo molto bravi a guardare oltre confine cercando, in improbabili ed inapplicabili modelli da importare, la soluzione a tutti i nostri mali.
    In realtà, prendendo, con una buona dose di dignità, consapevolezza dei reali problemi del nostro sistema universitario, potremmo iniziare un percorso di valorizzazione delle tante cose e persone valide che abbiamo. Evidenziando e combattendo tutto quanto non funziona senza per questo cedere, o meglio arrendersi, a riforme e controriforme assurde.
    Sarebbe tempo, visto la confusione con cui sono proposte continue modifiche e presunte innovazioni, che le università cominciassero ad alzare la voce, magari rifiutandosi di applicare legge, decreti, circolari (senza valore di legge) strozzandosi sempre di più con le corde gentilmente fornite a corredo.
    In caso contrario temo che tra non molto lo stesso articolo potrà essere declinato al sistema Italia.

  3. Marco,
    i reali problemi sono proprio che in quel post un collega, neo-associato sembrava essere contento di prendere quanto un dottorando di TU Delft (e quindi, presumibilmente, meno di un dottorando dell’EPFL).
    Ma no, parlare di retribuzioni di chi lavora in università è in elegante. E poi “i reali problemi sono altri”, ovviamente.

  4. Striscia, docente, che non vali niente.
    La Filologia Romanza non riempie la panza.
    Ti prendo a contratto, ti nego lo scatto.
    Vivere studiando? Meglio mendicando.
    Studenti e Jacuzzi,
    mi faccio i solduzzi.

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