Mario Monti

Fino a non molte ore fa il Paese pareva aver imboccato una strada senza uscita, nella colpevole inerzia di un governo arroccato. Si spera ora che l’attenta regia del Capo dello Stato sia riuscita a porre le condizioni per la nomina di un esecutivo in grado di riscuotere l’approvazione dei partners esteri e di allentare la morsa della crisi finanziaria.

Si moltiplicano ora gli interrogativi circa i nuovi ministri; poca attenzione, in quest’ambito, è dedicata dalla stampa al futuro ministro dell’Università. E’ comprensibile, visto che in questa situazione i dicasteri dell’Economia, dello Sviluppo Economico, degli Esteri avranno un ruolo preminente. E’ però chiaro che dopo alcuni rapidi (e certo non indolori) provvedimenti per la stabilizzazione del debito pubblico, il nuovo Presidente del Consiglio dovrà dedicarsi a quanto l’Europa ci chiede da tempo: l’adozione di provvedimenti che portino l’Italia fuori dalla stagnazione degli ultimi anni.

In questo quadro, la designazione del nuovo ministro dell’Università non è affatto irrilevante, visto che la higher education e il sistema della ricerca pubblica e privata costituiscono, come costantemente ricorda l’U.E., uno dei punti chiave del futuro sviluppo economico (ma anche, va detto, politico e sociale) dei paesi dell’Unione.

Il ministro dello scorso governo, quand’era ancora semplice deputata aveva presentato una proposta di riforma dell’Università discutibile, ma senz’altro ardita, fortemente incentrata sull’autonomia delle singole sedi. Una volta divenuta ministro,ha percorso una strada diametralmente opposta, riducendo sensibilmente l’autonomia universitaria.

Una riforma dell’Università era attesa e necessaria: non si possono ignorare, infatti, le inefficienze che talora la affliggono, specie relativamente ad alcuni punti nodali del sistema, come il reclutamento e la produttività. In tal senso lo slancio riformatore del ministro Gelmini è stato anche apprezzabile; meno lo sono gli esiti. Ci sono seri dubbi che la nuova legge possa guarire i mali dell’Università italiana. Piuttosto, chi vive e lavora in università già in questi mesi vede un incredibile dispendio di risorse, che meglio potrebbero essere utilizzate, per una serie di adempimenti burocratici, dalla costituzione di nuovi Dipartimenti alla redazione di criteri più o meno disomogenei per una valutazione multilivello delle strutture costruita in fretta e furia e dunque esposta al rischio di errori e malfunzionamenti.

La riforma “a costo zero” è stata calata su di un’Università in cronica carenza di finanziamenti, che ormai stenta ad attrarre giovani e brillanti studiosi, viste le incertezze sempre crescenti sulla carriera, sulla retribuzione, e non ultimo sulla possibilità effettiva di condurre ricerca. Si tratta di un fenomeno estremamente pericoloso perché mina alle fondamenta il nostro sistema di educazione avanzata, privandolo di molte delle migliori intelligenze. D’altro canto, lo stesso Ministro ha contribuito a diffondere nell’opinione pubblica un’immagine particolarmente negativa dell’istituzione universitaria, quasi fosse una sentina di nepotismi, corruttele e sprechi.

Come in ogni struttura complessa, anche nell’Università esistono sacche di inefficienza che vanno colpite; ciò non autorizza però a imbastire una campagna di denigrazione che è tra l’altro costata al Ministro qualche imbarazzante infortunio, come quando ha fatto riferimento in una trasmissione televisiva a un inesistente corso di laurea sull’”asino dell’Amiata”. Il mite asino era invece oggetto di un progetto di ricerca dell’Università di Pisa che mirava a evitarne l’estinzione. Progetto peraltro sbeffeggiato in altre occasioni da altri componenti il governo, ignari del fatto che lo studio dell’animale e del suo patrimonio genetico non è privo di ricadute di interesse economico, scientifico e perfino attinenti la salute umana, come ebbe a ricordare, in una lettera scandalizzata, il direttore del progetto.

Tutto ciò ha condotto a un clima di continuo scontro fra buona parte di chi in Università lavora e il ministro stesso: clima che ha nuociuto al processo di riforma e alle stesse istituzioni. Peraltro, la riforma è tuttora incompiuta, essendo stati approvati solo una parte dei decreti attuativi. L’impressione di molti è che l’insieme dei decreti costituisca un edificio fragile, non in grado di reggere alla prova dei fatti, specie per quanto riguarda valutazione e abilitazioni nazionali: occorrerà molta accortezza per evitare che l’attuazione della riforma sia pregiudicata sul nascere.

Il nuovo governo entrerà in carica con il difficile compito di ricostruire il paese, anche dal punto di vista del tessuto istituzionale, politico e sociale. Ci auguriamo tutti che il clima di virulenta contrapposizione che ha segnato questi ultimi anni lasci spazio a una dialettica politica anche vivace, ma orientata al bene comune. In questo quadro, chiunque sarà nominato ministro, c’è da sperare in un approccio costruttivo, nel senso letterale del termine.

Pubblicato sul Il Riformista del 13 novembre 2011

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4 Commenti

  1. In realtà ritengo che le decisioni che il nuovo Ministro dovrà prendere saranno nel solco della completa attuazione della riforma delineata dalla 240/2010.

    Tuttavia potrà modificare/migliorare qualche elemento dei decreti ancora in ballo, suoi quali, peraltro, c’è già sufficiente confusione politica e mentale.

  2. Caro RlE,
    in effetti questo è un tema complesso che vorrei approfondire. Se i decreti sono fatti male, il contenzioso in sede amministrativa farà implodere la riforma. Per ora le possibilità che questo accada non sono scarse. Bisognerà ricordarlo al ministro (chiunque sarà) per evitare di trovarci con una riforma nata morta. E chissà che una riforma nata morta non faccia comodo a qualcuno..

    • Concordo sul potenziale contenzioso – ma dobbiamo appunto sospendere il giudizio, perchè non sono ancora finalizzati nè il più generale Regolamento “abilitazione nazionale” (dal 5 Ottobre al controllo della Corte dei Conti) nè il più controverso Regolamento “criteri e parametri”, sul quale sono stati raccolti i pareri preventivi di CUN, ANVUR e CEPR (e financo di quello della CRUI l’11 Novembre) ma che deve ancora fare il giro più importante al Consiglio di Stato (che immagino farà numerosissimi rilevi) con spazio, quindi, per importanti riformulazioni e ripensamenti da parte del nuovo Ministro.

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