Sto lavorando alla organizzazione della IX conferenza degli Young Academics (YA) di AESOP (la Associazione delle Scuole Europee di Pianificazione), che si terrà a Palermo a marzo 2015. La conferenza annuale di YA è gratuita per i circa 40 partecipanti, con l’idea che studenti e giovani ricercatori non hanno accesso a grandi fondi di missione. Questo implica fare fundraising, perché il contributo di AESOP è sufficiente a coprire solo parte delle spese. A questo punto, abbiamo scoperto cosa significhi cercare fondi per una conferenza in Italia e in Sicilia …

Ricordate le conferenze? Quel format un po’ vecchiotto, secondo il quale decine, a volte centinaia, di studenti, ricercatori e professori decidono di incontrarsi fisicamente e passare alcune giornate a discutere di cose che potrebbero benissimo discutere online? Ecco, faccio parte della categoria di parrucconi che ancora trovano utile incontrarsi fisicamente, e possibilmente con una certa regolarità, per parlare di ricerca. E questa è la storia del perché l’Italia è molto più avanti di me.

Sto lavorando, da una decina di mesi, alla organizzazione della IX conferenza degli Young Academics (YA) di AESOP (la Associazione delle Scuole Europee di Pianificazione), che si terrà a Palermo a marzo 2015. Come dice il nome, YA è un gruppo di lavoro di studenti e giovani ricercatori che organizza eventi e attività per i suoi pari. La conferenza annuale di YA è gratuita per i circa 40 partecipanti, con l’idea che studenti e giovani ricercatori non hanno accesso a grandi fondi di missione. Questo implica, per l’organizzazione, fare fundraising, perché il contributo di AESOP è sufficiente a coprire solo parte delle spese.

Abbiamo deciso di organizzare la conferenza 2015 a Palermo per svariate ragioni: un po’ perché abbiamo potuto far coincidere la conferenza con la presentazione di un libro dedicato a Patsy Healey (una delle figure più eminenti della pianificazione contemporanea), un po’ perché ci piaceva l’idea di organizzare la prima conferenza del network nel sud d’Europa (e io, palermitano di nascita ma lisbonese di adozione non potevo essere più contento).

E, a questo punto, abbiamo scoperto cosa significhi cercare fondi per una conferenza in Italia e in Sicilia. Sarà che da quando lavoro in Portogallo devo esser diventato un po’ naif, ma ero certo che in una delle maggiori potenze economiche mondiali esistesse il modo per ottenere poche migliaia di euro (4/5.000, tanto ci serviva) per una conferenza che vedrà partecipanti da una ventina di paesi in 5 continenti e lezioni magistrali di alcuni dei nomi più grossi della pianificazione (oltre Patsy Healey, Leonie Sandercock e Jean Hillier).

Prima mossa, mi sono lanciato alla ricerca dello schema competitivo nazionale per l’organizzazione di eventi di ricerca…

… schema che non esiste. Sul serio: non esiste, in Italia, uno schema competitivo pubblico per richiedere fondi per organizzare una conferenza – schemi come quelli promossi dai Research Council nel Regno Unito, dalla Fundação Ciência e Tecnologia in Portogallo, o da Formas in Svezia. A quel punto ho realizzato una cosa che spesso diamo per scontata: in Italia non esiste alcuna struttura nazionale come i Research Council, ovvero nessuna struttura indipendente dai governi che si assecondano che finanzi la ricerca e le attività di ricerca in maniera costante nel tempo. Similmente, nulla del genere esiste in Sicilia (in altre regioni è differente?).

E allora, seconda mossa, mi son detto, l’Italia non sarà un paese di fondi pubblici per le attività ricerca, ma l’Italia è un paese di fondazioni private!

… solo che le fondazioni private tendono a finanziare solo attività che sono loro stesse a promuovere (e la maggior parte si occupa di attività legate a cultura e arte) e le fondazioni bancarie tendono ad essere promosse da banche locali o regionali che, facile ad indovinarsi, finanziano solo attività nei loro territori. Insomma, dopo una “review” delle fondazioni reperibili online, ne ho trovate otto, quattro bancarie e quattro no, dai cui siti non avevo escluso che potessero sponsorizzare una conferenza internazionale organizzata in Sicilia. Otto grosse fondazioni, alcune di queste tra le più grosse e conosciute d’Italia.

Bene, ho inviato otto mail per chiedere informazioni. In tre casi non ho ricevuto alcuna risposta. In due casi la risposta è stata che non si finanziano seminari o iniziative. In un caso mi si è detto che l’iniziativa era certamente interessante ma la fondazione è senza fondi, stante la crisi finanziaria (i regali natalizi a membri e amici che manda ogni anno la fondazione sono un’altra storia, immagino). L’ottava fondazione ha uno schema pensato per richiedere finanziamenti su progetti specifici, solo che non apre da 10 mesi e non mi si è saputo dire quando aprirà.

In un solo caso sono riuscito a presentare un progetto completo perché fosse valutato. E ci sono riuscito perché un parente lavora nella banca rispettiva. Si, dopo mesi senza ricevere risposta alla domanda di informazioni inviata via mail, ho ceduto all’italianissimo vizio di usare le entrature per avere informazioni. Evidentemente l’entratura non era abbastanza forte e la proposta è stata respinta.

Siamo arrivati al punto di chiedere finanziamenti all’estero. Abbiamo partecipato alla call del consiglio di ricerca svedese: la conferenza è stata giudicata eccellente, ma la proposta respinta con motivazione che la priorità… è per eventi in Svezia! Abbiamo partecipato alla call dell’Università di Lisbona: indovinate perché è stata respinta?

La fine della storia è che la conferenza sarà realizzata grazie ai contributi del dipartimento che la ospita (quello di Architettura all’Università di Palermo) e del dipartimento di uno degli altri organizzatori (il dipartimento di Critical Heritage Studies, a Gothenburg, Svezia).

La morale della storia è che è impossibile, oggi, in Italia, organizzare una conferenza col supporto dello stato ed è impossibile, in Sicilia almeno, organizzare una conferenza col supporto delle fondazioni (se non si hanno le entrature giuste, immagino).

Ma, sbagliate voi a pensare che sia per mancanza di strategia. Ricordate, questa è la storia del perché l’Italia è molto più avanti di me: così avanti che ha già superato questo concetto antico delle riunioni di parrucconi in un luogo fisico per discutere di ricerca.

Di più! L’Italia è così avanti che sta proprio superando il concetto di ricerca all’università! Il futuro, si sa, non passa da lì.

Send to Kindle

4 Commenti

  1. Credo che la risposta sia già scritta nell’articolo ovvero:

    “..non esiste, in Italia, uno schema competitivo pubblico per richiedere fondi per organizzare una conferenza – schemi come quelli promossi dai Research Council nel Regno Unito, dalla Fundação Ciência e Tecnologia in Portogallo, o da Formas in Svezia. A quel punto ho realizzato una cosa che spesso diamo per scontata: in Italia non esiste alcuna struttura nazionale come i Research Council, ovvero nessuna struttura indipendente dai governi che si assecondano che finanzi la ricerca e le attività di ricerca in maniera costante nel tempo…”

    Una agenzia indipendente di questo tipo non e’ MAI esistita per due ragioni

    1- la politica italiana non ha mai ritenuto che un oggetto di questo tipo generasse consenso e quindi …

    2- una parte mafiosa e potente dell’ accademia italiana ha sempre preferito i fondi ministeriali controllati con comitati autocooptati di rettori più o meno magnifici e vicepresidenti del CUN (categorie spesso con intersezione non vuota) in prima o interposta persona.

    Poi sono arrivati i pseudotecnocrati confindustriali e sono finiti pure quei quattro soldi maledetti

    That’s Italy !!

  2. E questi problemi sono solo l’inizio, poi si prosegue allegramente con la burocrazia fuori controllo.
    Se hai la fortuna di trovare uno sponsor che ti dà 1000 euro per la conferenza, magari l’amministrazione dell’Ateneo pretende di fare un contratto per servizi conto terzi, piuttosto che trattarlo come un’erogazione liberale fiscalmente deducibile. Ciò vuol dire che la sponsorizzazione sarà soggetta a IVA, alle ritenute fissate dall’Ateneo, incluso quel fondo di “produttività collettiva” (un “ossimoro” che da noi costa il 2,5%) che prevede una distribuzione a pioggia dei proventi a tutto il personale tecnico e amministrativo di Ateneo (chissà perché?). Il finanziatore non potrà poi dedurre l’importo erogato per organizzare l’evento scientifico dalle proprie tasse, quindi preferirà sponsorizzare manifestazioni politiche o di partiti, per le quali la deducibilità è assolutamente indubbia e incentivata.
    E poi ancora. Se il contributo finalmente arriva e voglio finanziarci un coffee break, devo per forza cercare il servizio sul MEPA e, se non c’è, devo fare un bando di gara con il CIG e il CUP e consultare almeno cinque operatori economici. Alla fine devo aggiudicare a chi fa il prezzo più basso, magari fornendo un servizio di pessima qualità.
    Fra poco ci chiederanno il parere preventivo di legittimità della Corte dei Conti, state a vedere.
    Queste sono le figure meschine che facciamo con i colleghi stranieri. Tanto vale non organizzare più nulla in Italia. Poi tutti si lamentano se i consumi calano, se l’Alitalia continua ad andare male e se i congressi scientifici veleggiano verso altri lidi.

  3. Sperimentato tutto questo e anche di più. Solo in Lombardia invece che in Sicilia – alla fine, abbiamo lasciato perdere.
    Ma non demordo: quest’anno ho organizzato con alcuni colleghi una conferenza internazionale e tutto ha funzionato bene: sponsor, fondi, scelta del catering, ecc. Come ho fatto? Semplice! La conferenza si terrà a Bucarest…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.