Lettere

“Guerra dei punti”: anche i Presidi di Ingegneria contro il D.M. “Punti organico”

La “guerra dei punti organico” continua a suscitare reazioni, anche istituzionali. Riceviamo e volentieri pubblichiamo un documento  della COPI, Conferenza per l’Ingegneria (che ha sostituito, a seguito delle modifiche statutarie degli Atenei introdotte dalla Legge 240/2010, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria). La COPI dà pieno e convinto appoggio alla mozione già approvata dal CUN, la quale chiedeva di «individuare possibili percorsi correttivi volti ad attenuare gli effetti palesemente sperequativi conseguenti all’applicazione dell’attuale modello di ripartizione». Viene inoltre sottolineato che molte delle 53 sedi, considerate “virtuose” dal MIUR in base a precisi parametri economici, non hanno mantenuto quel 20% di turn over che sembrava prevedibile alla luce dell’anno precedente. Si denuncia il «perverso intreccio tra sistemi di valutazione e vincoli economici ed amministrativi», una tendenza, indicativa di una forte volontà sanzionatoria per l’intero sistema universitario italiano. Esattamente il contrario di quanto servirebbe oggi alla nostra nazione.


Considerazioni sugli effetti del DM n°713 del 9 agosto 2013 riguardante il recupero dei Punti Organico da parte delle Università

La Conferenza per l’Ingegneria ha sviluppato un’ampia riflessione e discussione al suo interno sugli effetti del DM n°713 del 9 agosto 2013 – “Decreto criteri e contingente assunzionale delle Università statali per l’anno 2013”.

Ne scaturisce un appoggio pieno e convinto alla posizione espressa CUN in un suo recente documento, al quale la Conferenza, peraltro, ha ritenuto di aggiungere alcune ulteriori considerazioni.

L’attuale decreto introduce nella programmazione degli Atenei nuovi vincoli ed ulteriori restrizioni di risorse, dettate esclusivamente da parametri di bilancio e determinate dall’applicazione di rigidi algoritmi, privi di elementi calmieranti, che portano inevitabilmente a situazioni estreme. Quel che è peggio, è che ciò avviene in modo assolutamente indipendente dal merito e dalle politiche, spesso virtuose, che gli Atenei hanno messo in atto in questi anni.

Infatti, molte delle ben 53 sedi, considerate “virtuose” dallo stesso Ministero in base a precisi parametri economici del bilancio, non hanno neppure mantenuto quel 20% di turn over che avrebbero dovuto comunque ricevere, almeno così sembrava assolutamente prevedibile alla luce dell’esperienza dell’anno precedente.

Non solo lo Stato sta riducendo sistematicamente le risorse alle Università – e, se queste tendenze saranno confermate ancora a lungo, allora nessuna sede, neppure la più virtuosa, potrà salvarsi – ma soprattutto lo Stato sta, di fatto, riducendo in modo inaccettabile i margini di autonomia degli Atenei, autonomia ottenuta con grandi fatiche nei trascorsi decenni e che è alla base di un’impostazione moderna e competitiva della ricerca, oltre che della didattica, delle Università.

Se i punti organico sono progressivamente ed irreversibilmente persi dagli Atenei, quali concrete possibilità di autodeterminazione rimangono alle sedi universitarie? Se le risorse disponibili scendono al di sotto di una soglia critica, si perde la reale efficacia di qualsiasi strategia, per quanto sana e lungimirante.

Quali politiche di sviluppo sarà possibile mettere in atto, in ragione delle esigenze del territorio, delle proprie capacità di ricerca, delle eccellenze dei propri laboratori, se non sarà data alle Università la concreta possibilità di orientare lo sviluppo del proprio personale scientifico nei settori più promettenti?

L’autonomia degli Atenei viene peraltro svilita, dal momento che molti di essi, per cercare di rimanere nei parametri finanziari indicati dal Ministero, hanno messo in atto pesanti politiche di austerità, rinunciando alla “comoda” possibilità dell’aumento delle tasse studentesche e mantenendo sotto severo controllo ogni spesa, soprattutto quella per il personale, con l’obiettivo di poter avere percentuali più vantaggiose di recupero dei punti organico. Questi stessi Atenei vedono oggi vanificato ogni loro sforzo dall’applicazione, rigida e non “smorzata”, di regole che determinano percentuali di recupero che, con ogni probabilità, rimarranno basse in modo intollerabile ancora a lungo.

Anche se nei prossimi anni è previsto, almeno per ora, che la percentuale di turn over possa crescere gradatamente dal 20% fino al rispristino del 100% nel 2018, tuttavia il lungo periodo di bassissime percentuali di ricambio che stiamo attraversando, con punte negative, è bene ricordarlo, inferiori al 7%, porterà inevitabilmente, e in modo irreversibile, a un depauperamento drammatico del corpo docente che, associato alla continua riduzione delle risorse finanziarie disponibili, non potrà che causare una riduzione delle potenzialità competitive dei nostri Atenei nei confronti di quelli che, in altre nazioni, dispongono di ben altra considerazione da parte dei propri governi. Esattamente il contrario di quanto servirebbe oggi alla nostra nazione.

Si assiste oggi ad un perverso intreccio tra sistemi di valutazione e vincoli economici ed amministrativi. Da una parte si tende sempre più a incanalare le attività didattiche e di ricerca entro regole e modelli comportamentali prestabiliti, che lasciano pochissimo margine di manovra alle politiche degli Atenei; dall’altra parte, si riducono sempre più i margini di autonomia, sia nella politica di assunzione del personale sia nel campo amministrativo, come dimostra la recente adozione del bilancio unico di, che fa sembrare i dipartimenti sempre più simili ai vecchi istituti.

Queste due tendenze impongono, di fatto, alle Università una precisa direzione nella quale procedere, decisa da esperti o funzionari che sono lontani dall’Ateneo e stabilita in base a modelli organizzativi teorici, che spesso sono del tutto inadatti alle specifiche caratteristiche di ogni singolo Ateneo.

Si può anche comprendere la volontà di sanzionare qualche comportamento poco accorto che alcuni Atenei, o gruppi di ricerca, o docenti in genere, possono aver tenuto negli anni passati. Tuttavia, appare evidente anche ai più critici del sistema universitario italiano che questa tendenza, che senza alcun dubbio indica una forte volontà sanzionatoria per l’intero sistema universitario italiano, porterà nel tempo, con ogni probabilità, tutti gli Atenei sullo stesso piano, indipendentemente dal merito e dall’impegno dimostrati; un piano comunque molto basso, dal quale sarà molto difficile competere con chiunque.

In conclusione, la Conferenza per l’Ingegneria riafferma il suo fermo sostegno al documento esitato dal CUN; ribadisce la assoluta necessità della formulazione di nuovi modelli ed algoritmi, del resto esplicitamente prevista con cadenza annuale dal dettato del DM n°49 sulla programmazione, che tengano conto del merito e delle politiche virtuose adottate dagli Atenei, ne valorizzino l’autonomia responsabile ed evitino eccessive sperequazioni basate su pochi parametri di bilancio; conferma la propria disponibilità a partecipare a momenti di confronto e tavoli tecnici finalizzati agli scopi prima descritti. 

Send to Kindle
Tag: , , , , , , , , , ,

9 Comments

  1. Interessante.
    Da qualche parte comunque c’è mica un elenco delle prese di posizione ufficiali da parte degli organi o rappresentanti delle università? E’ vero come avevo letto che per ora “quelle del Nord” (o comunque le “più ricche”) paiono restie a protestare per i punti organico visto che ne percepiscono un “vantaggio”?

  2. Beniamino Cappelletti Montano says:

    Beh, c’è la reazione del Presidente della CRUI, nonché rettore dell’Università di Bergamo, di cui ha dato conto Gianna Fregonara (moglie di Enrico Letta) in un suo articolo sul Corriere della Sera su questo argomento:

    «In linea di principio sono i conti che governano il reclutamento e non il contrario – spiega Stefano Paleari invitando a guardare avanti, al fatto che dall’anno prossimo, per la prima volta da cinque anni, non ci saranno tagli – capisco le reazioni a caldo, ma abbiamo chiesto al ministero di valutare la questione dell’organico e delle assunzioni sul biennio, visto che il ministro Carrozza ha stabilito che l’anno prossimo il turn over potrà salire al 50 per cento dandoci un po’ di fiato in più».

    Insomma, ‘per quest’anno è andata così’…

    Sorge però il dubbio che l’intervento del presidente della Crui sia un po’ di parte. Per la cronaca, Bergamo ha avuto un turn-over del 81%, con un +300% rispetto al turn-over medio del 20% previsto per il 2013. E inoltre Bergamo ha il primato della maggiore incidenza della tassazione sugli studenti rispetto al FFO: ben il 47%, chissà se sta sotto il tetto previsto dalla legge…

    • Oh, beh, a leggere l’articolo mi viene da chiedermi:
      – Non è che il turn over al 50% dopo 5 anni di turn over ridotto più che dare un po’ di fiato semplicemente è danneggiare l’università (fino al 2016!) solo non quanto si progettava di fare?
      – Da quello che capisco il FFO del 2014 è un poco superiore rispetto a quello del 2013 (sarebbe interessante confrontare con l’inflazione prevista), che era ben minore di quello del 2012. E dal 2015 in poi giù con ulteriori tagli… o sbaglio, o non mi pare che ci sia molto che invita a guardare avanti…
      – Onestamente non capisco secondo Palearo quali tagli saranno azzerati se sarà approvata la finanziaria, proprio non capisco il riferimento…
      «Il governo Monti preferì non inserire una soglia per le penalizzazioni», si è difesa Carrozza. In quale senso questa sarebbe una difesa?
      – Quale è il piano di aiuti da 1,8 miliardi alle università del Sud di cui parla Zaccaria? (da una veloce ricerca non lo trovo)

    • B_Rat, gli 1.8 Miliardi credo siano riferiti ai PON (http://www.ponrec.it/). Da notare che NON sono fondi ministeriali ma sono Fondi strutturali dell’Unione Europea per il rilancio delle aree con scostamenti significativi del PIL rispetto alla media europea.

      Inoltre il Ministero fa spesso confusione tra finanziamento e costi della ricerca.
      Non sono per niente sicuro che gli 1.8 miliardi siano finanziamento, ma credo invece siano costi della ricerca, quindi con un 25% (almeno) a carico delle Universitá come co-finanziamento.
      Da notare che in ogni caso gli 1.8 Miliardi sono su 6 anni, quindi sono 300M€ l’anno (probabilmente a cui sottrarre il 25%, –> 225M€) da dividere per le 22 universitá delle regioni coinvolte.

  3. Se non ho capito male, anche se ci fosse il 200 per cento di turn over in mancanza di nuovi pensionamenti il risultato sarebbe nessun nuovo assunto.

    Cioe’, tra qualche anno, potranno permettersi il 200 per cento del turn over (e sicuramente lo scriveranno su twitter e facebook), ma l’effetto sara’ nullo (a parte la bella figura (forse) di fronte all’opinione pubblica).

    La grande massa di pensionamenti si è avuta negli ultimi 4 anni e terminera’ tra un anno circa.

    • Appunto molto interessante,
      se ho ben capito quello di cui parla è legato al fenomeno inquadrato a pagine 31 di questa presentazione del professor Rossi, giusto? Che poi mi pare di capire è la conseguenza dell’intervento

    • di assunzioni massicce nell’84 (ma forse sto sparando una cavolata)

    • Esatto!!

      Nel 1980 c’e’ stata la grande riforma dell’Universita’, con la creazione dei 3 livelli: RU, PA, PO. Negli anni successivi, semplificando un po’ le cose, quelli che avevano una borsa di studio (di qualunque tipo) sono diventati RU, e quelli che erano professori incaricati (cioe’ a contratto, anche se gia’ stabilizzati) o assistenti di ruolo sono diventati PA, ope legis.

      Sono tutte persone che al tempo avevano sui 30 anni e che oggi sono andati o stanno andando in pensione.

      Il grafico di pag. 31 mostra che per i PO (ma anche i PA e gli RU) il massimo di pensionamenti c’e’ dal 2009 al 2013.

      Non a caso questo periodo e’ proprio quello del “quasi-blocco del turnover”.

      Non e’ un caso che il carico didattico dei PA e PO sia passato da circa 60 ore all’anno di 10 anni fa a circa 120 ore all’anno di oggi.

      L’idea di fondo del Governo (tutti i governi) credo sia quella di avere meno professori, ma soprattutto molti pochi PO che sono molto piu’ costosi.

      Ovviamente io non sono d’accordo, ma sono di parte.

      E’ facile dire “puntiamo sui giovani” se questo vuol dire mettere soldi per posizioni poco poco retribuite. Se pero’ il “giovane” ha pochi anni meno del PA e non sa fare quasi nulla, non sarebbe meglio “far fuggire all’estero” il “giovane” (dove comunque lo prendono) e usare invece i soldi per creare un maggior numero di PO?

  4. Scusatemi tantissimo se scambio i commenti di questo articolo per una Q&A, nel caso ignorate le mie domande/eliminate il mio commento…

    Ma mi sobno imbattuto nel seguente riassunto della produzione legislativa in tema turn over e ho scoperto che dal 2009 al 2011 esso sarebbe stato al 50% invece che al 20% (tabella in fondo). Francamente mi era sfuggito, causa disimpegno depresso dopo il fallimento complessivo delle proteste, è così?
    Quindi è “bastato” questo a mettere in ginocchio le università al punto attuale con ampio utilizzo a fini didattici di ricercatori e professori a contratto (anche gratis, non so in che percentuale, di sicuro solo nel mio corso di studi ho avuto 3 esami tenuti da professori in pensione che in pratica facevano “volontariato”)?
    Inoltre non mi è chiaro nell’articolo 1 comma 3 della Legge 1/2009 (Gelmini) il passaggio per cui [le università] possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di personale nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al cinquanta per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. Nella precedente Legge 133/2008 (Tremonti) nell’articolo 66 comma 7 si parlava di “assunzioni di personale a tempo indeterminato“; sono un ignorante in materia di diritto, ma questo vuol forse dire che in teoria un’università poteva fregarsi assumendo persone a tempo determinato, che venivano comunque conteggiate all’ingresso nelle spese per turn over ma non liberano risorse per il turn over al termine del contratto?

Leave a Reply

Sostieni ROARS

Sostieni ROARS