Non è bello parlare di soldi – lo so – però la storia degli scatti stipendiali dei professori universitari è interessante, nella sua straordinaria assurdità, che voglio provare a ricostruirla passo per passo. Siamo nell’anno 2010, la crisi economico-finanziaria del 2008 sembra acqua passata e l’ottimismo del Governo è alle stelle. Lo rimarrà ancora per molto, tanto che nel novembre dell’anno successivo il Presidente del Consiglio rilascerà la celebre dichiarazione sui “ristoranti sempre pieni”. Eppure nel maggio del 2010 il Governo sente il bisogno di bloccare gli scatti stipendiali di tutti, ma proprio tutti, gli impiegati statali …

Ho aderito all’appello dei colleghi del Politecnico di Torino e di Roma Tre contro il blocco degli scatti stipendiali della docenza universitaria:

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti

Non è bello parlare di soldi – lo so – però la storia degli scatti stipendiali dei professori universitari è interessante, nella sua straordinaria assurdità, che voglio provare a ricostruirla passo per passo.

La materia è complicatissima e lo studio della questione richiede capacità giuridiche – che certamente non ho – per orientarsi nel ginepraio delle norme, dei cavilli e delle eccezioni. Mi scuso in anticipo per eventuali errori e imprecisioni.

Siamo nell’anno 2010, la crisi economico-finanziaria del 2008 sembra acqua passata e l’ottimismo del Governo è alle stelle.

Lo rimarrà ancora per molto, tanto che nel novembre dell’anno successivo il Presidente del Consiglio rilascerà la celebre dichiarazione sui “ristoranti sempre pieni”.

Eppure nel maggio del 2010 il Governo sente il bisogno di bloccare gli scatti stipendiali di tutti, ma proprio tutti, gli impiegati statali.

Sono quasi 3,5 milioni gli interessati e il risparmio per la spesa pubblica ammonterebbe a circa 3 miliardi di Euro per ciascun anno.

Il 31 maggio 2010 viene conseguentemente emanato il decreto-legge n. 78 Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, poi convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.

È uno dei soliti guazzabugli di norme disparate che si riveleranno evidentemente inutili per gli scopi prefissati, ovvero per la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica del nostro sciagurato Paese.

Il decreto-legge blocca gli incrementi stipendiali del pubblico impiego per gli anni 2011, 2012 e 2013.

Ma va bene così. Esperti e illustri economisti già prospettano scenari ben peggiori e il calmieramento degli stipendi degli statali è da molti considerato una misura di buon senso.

Uno però potrebbe pensare: “Sì, ma che c’entrano i professori e i ricercatori universitari?”.

L’Università gode infatti di autonomia garantita dalla Costituzione e ben definita dalla legge n.168/1989:

Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge, le università sono disciplinate, oltre che dai rispettivi statuti e regolamenti, esclusivamente da norme legislative che vi operino espresso riferimento.

Un decreto-legge concernente la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica non è, fino a prova contraria, una norma legislativa che opera espresso riferimento all’Università.

Sembra però che già con la Sentenza n.22/1996 la Corte costituzionale avesse precisato che l’autonomia dell’art. 33 della Costituzione non attiene allo stato giuridico dei professori universitari, i quali sono legati da uno specifico rapporto di impiego con lo Stato e sono, di conseguenza, genericamente soggetti alla legge statale.

Ma va bene così. La situazione delle finanze dissestate del nostro Paese richiede il contributo di tutti e, quindi, è giusto accettare un piccolo sacrificio senza troppi sofismi.

Se poi si va a leggere bene il decreto-legge si scopre che vengono stanziate ingenti risorse per infrastrutture, grandi opere, Expo di Milano, sussidi alle imprese e così via.

Ma va bene così. È giusto sacrificare gli incrementi stipendiali degli statali per finanziare gli investimenti strategici per la ripresa.

Alla fine di quell’anno 2010 arriva poi la controversa riforma universitaria, la legge 240/2010 che, tra le altre cose, disciplina gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari.

L’art. 8 comma 1 della legge dispone che la progressione di classi e scatti stipendiali dei docenti universitari passi da biennale a triennale.

Le progressioni economiche vengono inoltre condizionate a una valutazione di merito e non sono più assegnate automaticamente a pioggia.

Sarebbe logico pensare che la nuova norma specifica (L. 240/2010) sostituisca quella vecchia generica (DL 78/2010) sulla base del principio del Diritto:

lex specialis derogat generali

Invece no. Le nuove disposizioni sugli scatti e sulla valutazione restano inapplicate – e lo sono tutt’oggi – perché, contrariamente alla ragionevolezza, questa volta la norma più vecchia e generica prevale su quella più nuova e specifica.

Il comma 19 dell’art.29 della legge 240/2010 si premura infatti di specificare la salvaguardia del DL 78/2010, seppur individuando le risorse per elargire un incentivo una tantum, sulla base di rigorosi criteri di merito stabiliti dalle singole Università.

La storia dell’incentivo e delle stravaganze burocratiche che gli Atenei sono riusciti a mettere in piedi per la sua distribuzione è stata già discussa in più riprese.

Si tratta nella sostanza di una mancia estemporanea per distogliere l’attenzione dalla vera questione delle progressioni stipendiali.

Ma va bene così. Non sarebbe bello che gli universitari venissero visti come dei privilegiati perché beneficiati da una riforma ad hoc così specifica.

Non tutti però ci stanno ad accettare passivamente il sacrificio nel supremo interesse del risanamento dei conti pubblici nazionali. E infatti c’è chi fa ricorso al TAR.

In particolare, a seguito dei ricorsi di un gruppo di magistrati ordinari in servizio negli uffici giudiziari, ben 15 ordinanze di rimessione vengono sottoposte all’esame della Consulta dai TAR della Campania, Piemonte, Sicilia, Abruzzo, Veneto, Trento, Umbria, Sardegna, Liguria, Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia.

Pare proprio che tutta l’Italia giuridica si sia unita, nel nome della giurisprudenza, per pretendere giustizia.

In data 8 ottobre 2012, la Corte costituzionale emette la Sentenza n.223/2012 che riconosce l’illegittimità costituzionale degli articoli 9, commi 2, 21 e 22 e 12, commi 7 e 10 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 – ovvero del blocco delle progressioni e degli adeguamenti stipendiali – ma solo e soltanto per il personale di Magistratura.

Ma va bene così. La Magistratura è un ordinamento cardine dello Stato repubblicano ed è giusto che sia preservata dai sacrifici richiesti al resto del Paese per il risanamento delle finanze pubbliche.

Ma alcuni professori non trovano giusta tale eccezione e allora ci provano anche loro con i ricorsi e le questioni di legittimità costituzionale.

Questa volta le ordinanze di remissione sono solo 9, emesse dai tribunali amministrativi di Calabria, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Umbria e Puglia.

La Consulta a questo giro risponde picche: la sentenza n.310/2013 del 10 dicembre 2013 dichiara infatti la “manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale”.

Nelle motivazioni i giudici della Corte costituzionale si arrampicano invero sugli specchi per giustificare la diversità di trattamento fra i loro colleghi magistrati e tutti gli altri pubblici impiegati:

La dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 22, anche nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21, va quindi ricondotta alle specificità dell’ordinamento della magistratura, specificità non sussistenti nella fattispecie in esame.

Cioè sarebbe a dire che l’ordinamento della Magistratura, essendo specifico, è specificatamente protetto dalla Costituzione repubblicana dalle conseguenze di una norma generica rivolta genericamente al pubblico impiego.

Tutti gli altri, non essendo specifici, ma palesemente generici, non possono godere della specifica protezione costituzionale.

Ma va bene così. Sarebbe di cattivo gusto allargare troppo la rosa degli esonerati in un momento come questo di drammatica crisi economica e finanziaria del nostro Paese.

Poi si viene a sapere che anche gli avvocati dello Stato sono equiparati ai magistrati nell’esenzione dal blocco delle progressioni stipendiali.

Ma va bene così. È pur vero che essi sono dei privilegiati – e non solo per questa piccola cosa – ma sono molto specifici e sono in tutto solo poche centinaia, non come noi generici professori e ricercatori universitari che siamo quasi 60 mila.

Nel nostro straordinario Paese sembra però che non ci sia limite all’incredibile.

Nel 2013, 45 mila genericissimi insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado si trovano a sorpresa riconosciuto in busta paga lo scatto stipendiale.

È un pasticcio del Ministero e la faccenda diventa argomento di discussione politica.

Il MEF non vuol sentire ragioni: pretende i soldi indietro, o dagli insegnanti o dal MIUR.

La Ministra del MIUR difende a spada tratta gli insegnanti.

Il segretario del partito di maggioranza è perentorio:

Se il Ministero dell’Economia richiede indietro 150 euro agli insegnanti, io mi arrabbio. Non stiamo su ‘Scherzi a parte’. Non puoi dare dei soldi e poi chiederli indietro.

Risolve il Presidente del Consiglio e lo scatto stipendiale viene definitivamente riconosciuto, pare per circa un milione di generici insegnanti.

Ma va bene così. Gli insegnanti delle scuole superiori sono notoriamente sottopagati e, seppur evidentemente generici, svolgono un lavoro specifico di importanza cruciale nel nostro Paese. È quindi giusto esentarli dai sacrifici ineluttabili richiesti dal difficile momento di crisi.

Alla fine del 2013 gli effetti del blocco triennale stabilito dal famigerato decreto-legge 78/2010 dovrebbero cessare.

Il Governo però si accorge che la crisi economica e finanziaria non è affatto terminata e si affretta – con il DPR del 4 settembre 2013 n. 122 – a prorogare fino al 31 dicembre 2014 le disposizioni in materia di scatti stipendiali.

Ma va bene così. Che volete che sia un altro anno di pazienza se l’obiettivo comune è così importante per la prosperità della Nazione?

All’inizio del 2014 cambia il Governo e pare che la Scuola e l’istruzione superiore siano finalmente fra le somme priorità dell’esecutivo, anche per il rilancio della nostra stentata economia.

Verso settembre il Ministro per la Pubblica Amministrazione si accorge però che non ci sono i soldi per gli statali. Annuncia quindi che gli scatti stipendiali per il pubblico impiego resteranno congelati anche per tutto il 2015, cioè per il quinto anno consecutivo.

Esplode allora vigorosa la protesta delle forze di Polizia, con grande eco su tutti i mezzi di comunicazione.

Il Presidente del Consiglio sbotta irritato che non accetta ricatti da nessuno.

Ma con la legge di stabilità 2015 vengono ripristinati gli scatti automatici di stipendio legati all’anzianità di servizio, nonché le promozioni, per circa mezzo milione di militari e forze di Polizia.

Il Ministro degli Interni giustifica:

Agli operatori di Polizia è riconosciuta una specificità.

Tutti gli altri statali che rimarranno con lo stipendio bloccato – difficile quantificarne il numero a questo punto – iniziano a chiedersi se nel nostro Paese non ce ne siano un po’ troppe di queste specificità.

Ma va bene così. La Sicurezza Nazionale è un bene di tutti ed è giusto riconoscere la peculiarità delle nostre Forze Armate e di Polizia. Non possiamo continuare a chiedere anche a loro i terribili sacrifici indispensabili per il riassetto delle finanze della Repubblica.

Nel frattempo si scopre che sfuggono al blocco degli scatti stipendiali anche i medici delle Aziende Sanitarie e il personale delle carriere prefettizia e diplomatica.

Per queste categorie sono infatti mantenuti invariati i rispettivi trattamenti contrattuali.

Ma va bene così. Medici, prefetti, ambasciatori e consoli hanno, ognuno nel suo genere, una propria specificità e non sarebbe giusto accomunarli ai generici statali del grande e generico calderone del pubblico impiego. Solo a questi ultimi devono essere riservati gli specifici sacrifici essenziali per la salvezza del Paese.

Alla fine del 2014 poi scoppia un nuovo caso sul tetto degli stipendi dei dipendenti della Camera e del Senato: commessi, barbieri, baristi, stenografi, uscieri, elettricisti, centralinisti.

Si sapeva già che avevano stipendi fuori ogni misura e logica e che i nuovi Presidenti del Parlamento erano intenzionati a rivedere sostanzialmente il loro trattamento economico, perché oggi – come ripetono – non è più tempo di privilegi.

Si scopre che i dipendenti delle Camere beneficiano di scatti di anzianità e adeguamenti all’inflazione, che sono incredibilmente passati indenni ad ogni blocco.

Pare infatti che le Camere, in quanto organi costituzionali, godano di piena e totale autonomia e che, essendo così specifiche, non possano essere genericamente assimilate al pubblico impiego.

Mi torna per un attimo in mente quel passaggio dell’art.33 della Costituzione sull’autonomia dell’Università, ma capisco subito che nel nostro caso deve trattarsi di autonomia generica mentre, nel loro, è certamente un’autonomia specifica.

Si assiste anche alle proteste dei loro numerosi sindacati per fare presenti le specificità del loro mestiere.

Sull’esito della vicenda è calata una fitta cappa di silenzio. Ma c’è da scommettere che le progressioni stipendiali per anzianità del personale di Camera e Senato sopravvivranno all’ennesimo tentativo di razionalizzazione.

Ma va bene così … anzi no.

Non è bello parlare di soldi – lo so – però aderisco lo stesso all’appello promosso dai colleghi del Politecnico di Torino e di Roma Tre:

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti

Tanto questo Paese di furbi e di azzeccagarbugli, di caste e di corporazioni, di specifici e di generici, non uscirà mai dalla crisi in cui è sprofondato, proprio perché non è capace di darsi una regola semplice e comprensibile, e di farla rispettare da tutti.

Firenze, 24 gennaio 2015

Nicola Casagli

(professore ordinario e, in quanto tale, orgogliosamente generico)

P.S. Proposta di modifica dell’art.3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ad eccezione di quelli per cui sussistono specifiche specificità non meglio specificate.

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14 Commenti

  1. Ho sottoscritto anche io.

    E chiaramente non voto coloro che non rappresentano i miei interessi. E quindi non voto piu’, dato che sono sostanzialmente tutti d’accordo (anche gli studenti) in questa brutale aggessione economica ai docenti universitari.

    Aggressione economica alla quale si aggiungono giornaliere aggressioni politiche mascherate da “indignazione popolare”. Caso eclatante e’ il “codice etico”. Il “codice etico” e’ nato con la nobile intenzione di salvaguardare il lato B delle studentesse dalle attenzioni fameliche dei baroni, ma di fatto oggi serve per zittire i docenti che evidenziano problemi (e ROARS ne sa qualche cosa) o per far fare bella figura ai rettori nei giornali quando un docente fa qualche cosa che al Gabibbo non piace.

    Ai giovani che ambiscono fare ricerca in Italia bisogna dire la verità:
    la loro carriera dipende dal Gabibbo!!

    • Beh. Conosco qualcuno che negli ultimi 25 anni un po’ di carriera l’ha fatta:

      laurea (1991)

      dottorato (1995)

      postdoc (1995-2003)

      cattedra liceo (2001)

      ricercatore III liv. CNR (2003)

      prof. ass. univ. (2011)

      Ma l’aumento stipendiale da dottorando a prof. univ. e’ stato ridicolmente basso, direi da romanzo di Charles Dickens.

  2. “Gli scatti e la risposta”: la risposta non si può scrivere.
    .
    Però io a questo punto farei ricorso al WWF, perché il professore può forse essere orgogliosamente generico, ma l’RTI è in via di estinzione al pari del leopardo delle nevi e del delfino di fiume. Quindi lo Stato non può stare a guardare, anzi perfino affamare gli ultimi esemplari, come fossero dei generici piccioni. Eh no.
    .
    Sono calati gli stipendi e i fondi, ma in compenso sono aumentate le scartoffie e i moduli da riempire. E’ come se Anvur e MIUR, di fronte a: “Gli universitari hanno fame”, avessero detto: “Dategli le VQR!”. Erano meglio le brioches.

  3. Vorrei far notare che la storia non è ancora finita, pechè lintroduzione del tetto stipendiale agli alti dirigenti dello Stato ha comportato che «i compensi saranno ridotti con un calo dal 75% al 10% del premio per le liti» per i 350 avvocati dello stato (percepivano oltre a stipendi ora fino a 239.000, prima non voglio nemche pensarci, qualcosa come 115.000 euro di premio di risultato). Ora gli Avvocati dello Stato ricorrono contro la decisione del Governo e vedremo se ci sarà anche in questo caso il riconoscimento della specifica funzione. Del resto una specifica funzione esiste anche nell’Università, visto che il Consiglio Direttivo dell’Anvur distribuisce ai sui sette mebri 1.281.000 euro, per non paralre degli stipendi dei direttori amministrativi, o sbaglio?
    Vorrei comunque far presente che esiste un “mondo di mezzo” che sopravvive a tutti i provvedimenti Governativi ed è il mondo degli ENTI LOCALI reso appunto un mondo diverso dalle riforme degli anni 90. A parità di beni e servizi offerti alle comunità e ai cittadini, se la fornitura fosse stata realizzata dallo Stato Centrale e non dagli Enti Lcali, l’Itaia avrebbe conseguito un risparmio di oltre 600 miliardi di euro, cioè oggi il debito pubblico sarebbe, ceteris paribus, al più del 100% del PIL, come quello della Francia o della Germania, e la congiuntira economica sarebbe molto, ma molto diversa.
    Per finanziare questa voragine gli Enti Locai hanno fatto esplodere tasse e tariffe, tanto che sono responsabili dell’incremento di 5 punti percentuali dell’aumento della tassazione che ha raggiunto nel 2014 il 43% del PIL.
    Cosa ci hanno fatto con tutti questi danari? Lo stato dei servizi vi è noto: dalla sanità all’housing sociale, dall’assistenza domiciare alla scuola, quindi dove sono andati a finire tutti questi soldi? Stipendi e assunzioni. Secondo la Corte dei Conti, sezione Autonomie, e la sua relazione al parlamento del 2014, negli enti locali sono occupati 5000 dirigenti e 71.000 dipendenti (2 ogni 1000 abitanti) che costano 3, dico 3, miliardi, era 2,2 nel 2010, quando è stato introdotto il blocco degli scatti.
    La spesa per i dirigenti ha raggiunto i 500 milioni con stipendi in cui la parte di posizione e di risultato incide per oltre il 50% della retribuzione. La storia dei premi e bonus è un altro buco nero: Le regioni, anche quelle modello, distribuiscono premi ai dirigenti di decine di migliaia di euro, ma c’è ancora un settore in cui questa pratica diventa intollerabile ed è quella delle Avvocature.E’ noto il caso dell’avv. del comune di Perugia che percepisce una pensione di 651.000 euro all’anno, ma indigna ancora di più quello che accade a ROMA, Caput Mundi: Qui un comune praticamente fallito e salvato dal buco di 816 milioni del 2014 con soldi del governo, e con l’addizonale IRPEF più alta d’Italia, che progetta di tagliare 20 milioni alla scuola nel 2015, presneta in bilancio il pagamento di premi milionari ai suoi circa 300 dirigenti, riservando oltre 3,5 milioni di premio ai suoi 23 avvocati dirigenti (avvocatura comunale), che quindi percepiranno una retribuzione media di 300.000 euro (dati del sito Roma Capitale sezione trasparenza).
    Che altro aggiungere?

  4. proposta; perchè il Ministro non istituisce un bando da 1 milione da attribuire all’Università con il miglior progetto per la valutazione della ricerca, si può pensare au design di asta con requisiti minimi, da ribandire ogni cinque anni (i tempi della VQR). Credo che molti dipartimenti sarebbero ben lieti di presentare un tale progetto e credo anche che i molti anninistrativi che contano le università sarebbero allo stesso modo ben lieti di parteciparvi. In cinque anni si avrebbe un risparmio di diverse decine di milioni, che potrebebro essere dirottati verso borse di studio x dottorati o altro. Ora non posso pensare che la stesura di un indice composto di aggergazione di criteri e la stesura di una classifica tra le riviste non possa essere realizzata, coinvogendo le varie società dei docenti, con spesa non inferiore a 10 milioni annui. Sarebbe un modo per cominciare a dare il buon esempio, o no?

  5. prego cancellate il commento precedente che risulta illeggibile per l’uso di caratteri speciali.
    =========================
    L’ultima notizia dal comparto scuola ce la da “la Repubblica” di oggi (15/02/2015):
    “Scuola, scatti di merito per gli insegnanti: via la quota del 66%”.
    Noi in Università dovremo dividerci un’ “una tantum” che riguarda solo il 50% e che sta provocando profonde divisioni interne (si veda ad esempio cosa è successo all’Università degli Studi di Torino).

  6. forse varrebbe la pena ricordare che pure il personale ricercatore del CNR, a partire da quest’anno, riprende gli scatti. Si obietterà che si tratta di lavoratori contrattualizzati, ma tutto sommato fanno un lavoro molto simile a quello degli universitari, o siamo in presenza dell’ennesima specificità…

  7. Penalizzare in modo indiscriminato (e le valutazioni?) lavoratori dipendenti onesti, in un paese con una delle classi dirigenti (politica e imprenditoriale) piu’ corrotte al mondo e’ semplicemente vergognoso e intollerabile.

    Dal punto di vista operativo:
    ci sono notizie sull’adesione dei docenti alle forme di protesta indicate dai colleghi di Torino e Roma3?

    Ad esempio, non e’ facile capire quale sia la didattica
    obbligatoria a cui attenersi, ci sono atenei che non hanno emanato il regolamento sui compiti didattici dei docenti dovuto in base alla legge 240 2010 e continuano a definire i compiti didattici anno per anno con delibere, facendo riferimento alla legge 230 2005 (che non sembra applicabile a chi abbia preso servizio prima del 2005).

    Non c’e’ chiarezza pero’ e questo rende difficoltosa l’adesione individuale alla protesta, che pure in
    questo frangente sembra l’unica strada percorribile, vista l’enorme difficolta’ di organizzazione. L’adesione individuale avrebbe comunque un effetto non trascurabile.

    Una possibilita’ e’ presentare istanza a qualche Organo, ad esempio al Difensore civico dell’ateneo,
    per verificare la compatibilita’ delle delibere con
    la legge e l’effettivo stato giuridico dei docenti.

  8. Mi aspetto che fra un po’ ci chiederanno di dare l’oro alla Patria, pur di pagare il settimo vitalizio all’Amato di turno che possa venire a raccontarci, in vestito da notabile del ‘500, che lui è specifico e noi no.
    Viene in mente la nota poesiuola di Gioacchino Belli “Li soprani der monno vecchio”. Occorrerà però rendere specifico pure lo stipendio del Boia, altrimenti nessuno dei vassalli risponderà, alla lettura dell’editto, che il sovrano è nel giusto …

  9. Non so se “va bene cosi'” (per “voi” o per “noi” o viceversa) ma alla descrizione manca un tassello, ossia quello del personale degli Enti Pubblici di Ricerca (EPR). Purtroppo dopo la ormai lontana parentesi Ruberti di stato giuridico unico per EPR o Universita’ non si parla piu’ …

    … e mi si consenta una piccola polemica, spesso “voi” universitari vi dimenticate anche dell’esistenza di “noi” EPR. Per noi (soprattutto poi per noi astrofisici dove la prevalenza numerica e’ dal lato EPR) e’ meno facile dimenticarsi. Allora ecco anche l’altra campana.

    Dopo l’infame periodo del parastato, nella seconda meta’ degli anni ’80 il personale scientifico degli EPR fu inquadrato nelle tre fasce simil-universitarie (ricercatori, primi ricercatori, dirigenti di ricerca) pero’ non con uno stato giuridico ma con un contratto. La situazione pero’ non era troppo dissimile, scatti periodici regolari, e livelli salariali simili, anche se gli EPR ad ogni rinnovo contrattuale alla perenne rincorsa dei livelli raggiunti per legge dai colleghi universitari.

    A un certo punto nei vari rinnovi contrattuali gli scatti andarono fuori moda. Il personale tecnico-amministrativo (livelli IV-IX) li perse. Il personale scientifico (livelli I-III) li ha mantenuti ma con una cadenza diradata (4/4/5/4/6/8/8 anni), e dopo una valutazione pro-forma.

    Dal 2010 ovviamente anche gli EPR sono stati soggetti al blocco degli scatti (che sono stati assegnati ai soli fini giuridici).

    Quest’anno finalmente (verdemo col cedolino di febbraio) dovrebbero venire pagati (ovviamente senza arretrati) gli scatti maturati durante il blocco.

    E questo va bene (per “noi”).
    Ma (piccolo dettaglio di cui non molti sono a conoscenza) nemmeno per tutti “noi”. Infatti nel mio ente, l’INAF, coesiste il personale contrattualizzato (chi veniva dal CNR, chi e’ stato assunto dopo la riforma del 2005, o chi ha optato per il regime EPR) e personale non contrattualizzato (gli astronomi degli osservatori che non hanno optato e che quindi mantengono ad esaurimento lo status universitario della legge 382) … ebbene per costoro, pur nello stesso ente, gli scatti non sono sbloccati !