La soluzione è unica e impopolare: sfoltire il sistema universitario“: l’intervista rilasciata a QN dal vice-presidente della CRUI Giovanni Puglisi è di quelle che lasciano il segno. Puglisi, che è contemporaneamente rettore di due atenei privati, lo IULM di Milano e la Kore di Enna auspica la chiusura di una dozzina di sedi: «Sarebbe un bell’inizio». Eppure l’Italia è ultima in Europa come percentuale di laureati ed anche il numero di università per milione di abitanti è inferiore a quello dei nostri competitori. Francesco Giavazzi voleva chiudere tre atenei statali perché “bocciati” dalla VQR. E IULM e Kore? Verrebbero entrambe promosse? Scopritelo con noi attraverso un indagine che parte da Henry James per arrivare a Seneca e Groucho Marx.

1. Un doppio giro di vite

La qualità di un quotidiano si misura dall’affidabilità delle notizie e dalla profondità delle analisi, anche sui temi più complessi. L’università e la ricerca sono un terrreno particolarmente insidioso. Molti articoli sono inaccurati, persino riguardo a dati elementari come il numero degli atenei italiani, e quando si passa sul terreno delle analisi e delle proposte si fatica ad andare oltre al solito frullato di luoghi comuni.

Una via di uscita può essere quella di intervistare qualcuno che sia esperto del settore, perché ci lavora quotidianamente. Anzi – chi meglio di un rettore può fornire un’opinione competente ed informata? – avrà pensato Pino Di Blasio, che sul quotidiano QN ha pubblicato un’intervista a Giovanni Puglisi. E se intervistare un rettore dà effettivamente un giro di vite, Di Blasio avrà anche pensato che intervistando il rettore di due atenei, il giro di vite sarebbe stato doppio. Infatti, Giovanni Puglisi è contemporaneamente il rettore di due atenei: lo IULM di Milano e la “Kore” di Enna. Ciliegina sulla torta: Giovanni Puglisi, oltre ad essere presidente della commissione italiana per l’Unesco e della Fondazione Sicilia (già “Fondazione Banco di Sicilia”), è anche vice-presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.

Ed è effettivamente una notizia che il vice-presidente della CRUI affermi

La soluzione è unica e impopolare: sfoltire il sistema universitario

Non per niente, QN intitola: “I rettori chiedono a Renzi la rivoluzione“. Che sia una rivoluzione non c’è dubbio: un po’ come se i tacchini accorressero al pranzo di Natale. Ma l’intervista di  Puglisi rispecchia davvero le posizioni dei vertici della CRUI? Intervistato da Uninews24, il rettore dell’Università di Torino, Gianmaria Ajani, tende ad escluderlo:

esprime solo un suo parere personale. Da quando ho cominciato a frequentare la CRUI questi pareri non solo non sono mai stati approvati, ma neanche sono mai stati inseriti tra gli ordini del giorno.

Quali sono gli argomenti chiave portati da Puglisi per auspicare una sfoltita?

  • Non abbiamo bisogno di più laureati: «l’Italia non utilizza molto chi ha una formazione elevata».
  • Abbiamo troppe università: «Sì, vanno tolte di mezzo tante università nate negli ultimi 30 anni».
  • Spendiamo troppo: «È l’unico sistema per ridurre la spesa e aumentare gli investimenti».

Da qui l’auspicio di cancellare una dozzina di sedi nel nome di un meritocratico “darwinismo tra atenei”

Basterebbe chiudere una dozzina di sedi per risolvere tutto? «No, ma sarebbe un bell’inizio».
Lei sta lanciando un darwinismo tra atenei? «Sì, anche per ridare spazio al merito come chiede Renzi».

Non è dato sapere se l’intervistatore sia rimasto deluso dalle argomentazioni di Puglisi. Nessun numero e nessun confronto internazionale, ma alcuni classici ritornelli:

  • la laurea triennale è un prolungamento dei licei.
  • E quella magistrale è riservata a chi appartiene a un censo elevato o a chi ha le idee tanto chiare da scegliere un corso all’estero.
  • Che senso ha aprire due corsi di laurea a Narni Scalo? O sbandierare atenei in centri che non hanno una biblioteca, un museo, un teatro o un centro culturale.
  • Se poi si arrivasse all’abolizione del valore legale del titolo di studio, la rivoluzione sarebbe completa.
    Le università si selezionerebbero da sole, i giovani non sceglierebbero la sede più vicina a casa per restare in parcheggio tre anni, ma punterebbero sulla loro formazione.

All’abolizione del valore legale del titolo di studio viene attribuito un potere taumaturgico: basterebbe un colpo di penna per innescare comportamenti virtuosi a catena. Che questa sia una credenza ingenua persino sul piano dei raffronti internazionali è stato più volte spiegato in dettaglio, anche su questo blog. A chi fosse interessato ad andare oltre gli slogan miracolistici consigliamo le Riflessioni sull’abolizione del valore legale del titolo di studio di Andrea Stella.

Ma se volessimo muoverci sul piano dei numeri e dei raffronti internazionali, quali sarebbero i dati con cui l’Italia deve confrontarsi?

2. Troppi atenei? troppi laureati? troppa spesa?

Che in Italia ci siano troppi atenei potrebbe sembrare una verità scontata, almeno a giudicare dalle volte che è stato ripetuto anche sulle colonne dei principali quotidiani nazionali. Se però andiamo a leggere nel dettaglio, può capitare che chi chiede una sfoltita, come Francesco Giavazzi, professore alla Bocconi di Milano, non abbia ben chiaro nemmeno il numero delle università italiane. Sulle colonne del Corriere, persino una giornalista non qualsiasi come Gianna Fregonara, moglie dell’ex-premier Enrico Letta,  scrive di “oltre 400 atenei” italiani, esagerando più di quattro volte il loro numero.

Attualmente, in Italia contiamo 96 atenei: 67 atenei statali tra cui 58 università e 9 Istituti speciali (Scuola Normale di Pisa, Università per stranieri di Perugia, etc) e 29 atenei privati tra cui 11 università telematiche. Sono pochi o sono tanti rispetto agli abitanti? Nel saggio “Malata e denigrata” (Donzelli 2009) è riportato un confronto con USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi. Se si contano le università e gli altri istituti di formazione terziaria l’Italia è ultima, persino includendo nel conteggio tutte le università non statali, telematiche incluse. Se ci si limita alle sole università, l’Italia è superata da USA, UK e Spagna e si colloca poco sopra Germania e Francia.

Insomma quello ad alcuni esperti ed opinionisti sembra un numero esorbitante, è in realtà per nulla esagerato rispetto ad alcuni paesi con cui amiamo confrontarci dal punto di vista della formazione universitaria.

Forse il problema sono i nostri giovani che insistono ad inseguire un inutile “pezzo di carta”. Troppi grilli per la testa. Come dice Puglisi, in Italia non c’è molto spazio per i lavoratori con una formazione elevata. Forse che le nostre università sfornano troppi laureati? Proviamo a vedere cosa dice l’OCSE nell’edizione 2013 del suo rapporto Education at a Glance.

Se consideriamo la fascia di età 25-34 anni, che è quella più giovane considerata nelle statistiche OCSE, risulta che l’Italia è ultima in Europa per percentuale di laureati. Nella classifica generale, con una percentuale pari al 21% contro una media OCSE del 38%, siamo 34-esimi su 37 nazioni, seguiti solo da Turchia, Brasile e Cina.

Come percentuale di laureati siamo ultimi in Europa. Ciò nonostante il sistema produttivo fatica ad assorbire i giovani laureati i quali, però, trovano sempre più frequentemente impiego all’estero, come documentato da un’inchiesta dell’Espresso dal titolo eloquente, Fermate i laureati, Siamo sicuri che la soluzione sia quella di adeguare la formazione universitaria ad un sistema produttivo arretrato che non sa che farsene della formazione avanzata? Quali sono le prospettive di crescita e di benessere di una nazione che lotta per l’ultimo posto nelle statistiche OCSE dei laureati?

Le statistiche OCSE sono utili anche per farci un’idea di quali margini ci siano per ridurre la spesa. Ebbene, come spesa rapportata al PIL l’Italia è 32-esima su 37 nazioni con un valore inferiore al 63% della media OCSE. Le uniche due nazioni europee che spendono meno di noi sono l’Ungheria e la Repubblica Slovacca (fonte: Education at a Glance 2013).

Procedendo lungo questa direzione, si potrebbe mostrare che anche la media della spesa cumulativa per singolo studente risulta inferiore alla media OCSE.

Ma forse, la vera colpa è dei giovani che si ostinano a cercare l’ateneo sotto casa. Una deplorevole tendenza che può forse essere spiegata da un grafico, già pubblicato su Roars (Borse di studio: è vero che il governo Letta ha «invertito la tendenza»?), che  mette a confronto l’evoluzione temporale degli studenti universitari beneficiari di borsa in Italia, Spagna, Germania e Francia. L’Italia è l’unica delle quattro nazioni ad avere grafici doppi a causa del fenomeno, tutto italiano, dei cosiddetti “idonei non beneficiari”, ovvero di quegli studenti che pur avendo i requisiti economici e di merito non riscono a beneficiare delle borse di studio a causa dell’insufficienza dei fondi erogati.

Studenti universitari beneficiari di borsa in Italia, Spagna, Germania e Francia, a.a. 2006/07, 2010/11 e 2011/12 a confronto.
[Fonte: MIUR, www.destatis.de, Datos y cifras del sistema universitario espanol 2012-2013, www.pleiade.education.fr]

Il confronto è impietoso: non solo le altre tre nazioni impegnano cifre assai più consistenti, ma mostrano una chiara tendenza alla crescita, mentre solo l’Italia è calata, per di più in modo consistente (-22%). Se si considera il peso delle tasse universitarie, la situazione peggiorerebbe ulteriormente, dato che l’Italia ha le tasse più alte in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi.

A conclusione di questa carrellata di dati, possiamo dire che l’idea di sfoltire il sistema universitario non trova sostegno nelle statistiche internazionali. Che quello di Puglisi sia un errore prospettico, caratteristico dei “primi della classe” che, abituati  all’eccellenza, la vorrebbero imporre anche agli altri? Per rispondere, cerchiamo di capire quanto siano  “eccellenti” lo IULM di Milano e la Kore di Enna.

3. Da che pulpito viene la predica?

Quando qualcuno chiede di chiudere atenei, chiedetegli subito quali sarebbero i primi da tagliare. È un buon modo per  capire se parla tanto per parlare. Nel nostro caso, l’intervistatore non ha avuto la prontezza di chiederlo a Puglisi. L’estate scorsa, Francesco Giavazzi era stato più esplicito. Non solo aveva chiesto la chiusura di Messina, Bari e Urbino, ma aveva motivato la terna con il fatto che – a suo dire – stavano in fondo alla classifica VQR dell’ANVUR (in realtà tra le molteplici classifiche ANVUR non ve n’è una in cui gli ultimi tre atenei siano proprio quelli indicati da Giavazzi). Il riferimento all’ANVUR, non era casuale. Infatti per gli atenei commissariati è l’ANVUR che “valuta i risultati della fase di commissariamento ed esprime il proprio parere circa il mantenimento dell’accreditamento dell’università” come pure “può avanzare al Ministero proposte di federazione o fusione dell’ateneo commissariato con altri atenei o di razionalizzazione dell’offerta formativa” (DECRETO LEGISLATIVO 27 ottobre 2011 , n. 199).

Se Puglisi suggerisce al nuovo governo di sfoltire, viene da pensare che i due atenei  di cui è rettore occupino posizioni di testa nelle classifiche VQR dell’ANVUR. Inutile ricordare che su Roars abbiamo sottolineato più volte i gravi problemi metodologici che affliggono la VQR e ne rendono inaffidabili i risultati. Non meno precaria è la condizione delle classifiche ANVUR, che fin dall’inizio si sono sdoppiate, una versione nella relazione finale VQR ed un’altra per la stampa. Pur rimanendo valide tutte queste nostre riserve, proviamo per un attimo a stare al gioco dei “tagliatori di teste”:

Se adottassimo la VQR come criterio per decidere quali atenei sono maggiormente degni, come se la caverebbero i due atenei di Puglisi?

Per farlo basta consultare le Tabelle della parte prima della relazione finale ed estrare i voti degli atenei nelle Aree disciplinari di interesse per IULM e Kore. Se costruiamo i relativi istogrammi, evidenziando con delle frecce le posizioni occupate da IULM e Kore, otteniamo i seguenti grafici.

Le prestazioni non sono esaltanti. La Kore di Enna naviga a fondo classifica, spesso tra i fanalini coda (due volte penultima ed una volta terzultima). Se la cava un po’ meglio lo IULM. Tuttavia, se si esclude l’Ingegneria Civile, in tutte le altre aree si colloca sempre nella parte bassa della classifica, al di sotto cioè del voto mediano.

Queste considerazioni trovano conferma anche nele classifiche ANVUR delle “Università al top”. Lo IULM è catalogato tra le università di medie dimensioni, dove occupa una mediocre 14-esima posizione su un totale di 31 atenei.

 

Decisamente più desolante la posizione della Kore nella classifica delle piccole università: 24-esima su 25 atenei. A questo si aggiungono ben quattro “bollini rossi” sulle sei aree disciplinari rappresentate nell’ateneo di Enna. Avere un bollino rosso significa collocarsi nell’ultimo quarto della classifica di una certa area.

4. Giovanni Puglisi o Groucho Marx?

L’esame dei risultati ha dato un esito sorprendente. Le due università di cui Puglisi è rettore non brillano nelle classifiche VQR, ma anzi la Kore è ad un passo dall’essere la maglia nera del suo segmento dimensionale. Come mai Francesco Giavazzi non ne ha chiesto la chiusura? Solo perché è penultima e non ultima? Non sembra questo il motivo, dato che Giavazzi non ha chiesto la chiusura nemmeno dell’ultima classificata (Roma-Marconi) nella lista delle piccole università. Come mai? Forse perché sia la Marconi di Roma che la Kore di Enna sono università private. Una questione che non riguarda il taxpayer, ma solo coloro che decidono di pagarne la retta?

In realtà, è un affare che riguarda anche il taxpayer. È facile verificare che parte del Fondo di Finanziamento Ordinario finisce anche nei loro bilanci: se si esamina la tabella FFO 2012, risulta che la Kore di Enna ha ricevuto una quota del Fondo di finanziamento ordinario pari a 650.888 Euro.

 

Il rettore di due atenei  privati (e vice-presidente della CRUI) che suggerisce di chiudere una dozzina di atenei (statali) mentre uno dei suoi due atenei naviga nelle ultimissime posizioni delle classifiche ANVUR. Viene in mente la replica di Seneca a chi gli rimproverava l’incoerenza tra parole e azioni:

de virtute non de me loquor
parlo della virtù non di me (De vita beata – 18,1)

Ma vale la pena di scomodare Seneca? L’analogia più stringente – in tutti i sensi – è con un protagonista del cinema del XX secolo: Groucho Marx.

 

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33 Commenti

  1. Tralasciando l’opinione del rettore di IULM e Kore, che personalmente non condivido perché conosco bene le statistiche descritte ad inizio di questo articolo (l’Italia di fatto NON investe nella formazione dei giovani), trovo veramente pericoloso, nonché poco coerente con i contenuti proposti altrove in ROARS, utilizzare le valutazioni VQR per screditare le opinioni di chicchessia… la VQR è stato un pessimo esercizio di valutazione del sistema universitario che, come è stato dimostrato altrove in questo stesso sito, ha presentato delle criticità tali da non poter essere ritenuto un indicatore efficace del funzionamento degli Atenei. La cosa che mi colpisce negativamente è proprio questo utilizzo degli indicatori VQR, giustamente criticati altrove anche qui in ROARS, che di fatto giustifica e sostanzia le condotte di certe Università che chiedono ai docenti di rendere pubblica la loro “pagella” (qualora fosse utile ricordarlo, nelle valutazioni bibliometriche alla VQR, volumi pubblicati a livello internazionale e con larga diffusione spesso ricevevano voti inferiori di articoletti non innovativi di 4 pagine a 20 nomi…). Poi, per restare sul tema dell’investimento nella formazione e dello sviluppo delle professionalità in Italia, non mi sembra che un Fondo di finanziamento ordinario di 650.000 euro alla Kore (che si trova in una zona centrale e poco ricca della Sicilia e che certamente avrebbe molto bisogno di iniziative socioeconomiche efficaci per lo sviluppo del territorio) rappresenti un grande investimento ministeriale, ad esempio se confrontato con i 40 milioni della Cattolica…

  2. Beh, in effetti per la Kore il confronto è impietoso, ma immagino che sia proprio questo il punto, presi i numeri senza considerare che è una università appena nata (e tralaltro che la VQR già vecchia del 2010).
    Cmq ormai sono convintissimo che a questo “giro” (ovvero con Renzi) quello della ricerca/cultura è solo uno slogan, i fatti saranno in tutt’altra direzione, in completa continuità con il passato. Bene per le università “private” (come IULM e Kore) che raccoglierranno i prezzi dell’università pubblica. Speriamo sappiano farne buon uso.

  3. Ho trovato interessante, come al solito, l’articolo di Giuseppe De Nicolao. Anche se i temi che affronta sono stati trattati già diverse volte su ROARS, trovo sempre intelligenti le analisi che De Nicolao ci presenta. Purtroppo i luoghi comuni e le analisi approssimative sembrano essere sempre vincenti rispetto agli approfondimenti che la redazione di ROARS propone.
    Ho riletto con interesse anche l’articolo di Andrea Stella sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. A proposito che fine ha fatto la Consultazione Pubblica voluta da Monti e da Profumo? Non sono riuscito a conoscere i risultati della consultazione. Sospetto che i risultati sono stati molto diversi da quanto aspettato ed auspicato dal duo Monti/Profumo.

  4. proprio perché i soldi pubblici sono pochi, questi soldi pubblici devono essere utilizzati in modo più razionale. Ora in Italia ci sono “solo” 96 atenei contando tutto, però queste sono dislocate in 300 sedi universitarie. In Italia non c’è differenza tra research e teaching university: sono tutte research, quindi confrontarle con paesi come Francia, USA, UK o Germania non ha senso, dove le università hanno un diverso “rango” e non sono tutte uguali. Ad esempio, in UK ci sono pressoché solo una ventina di università che fanno ricerca, le altre di fatto fanno solo didattica. Ancora più concentrata è l’attività di ricerca negli USA e quindi confrontare il numero di teaching college con il numero di atenei italiani non è appropriato. Lo stesso vale per la Francia e la Germania. Non forse quello il modello da seguire, che invece viene qui disdegnato?

    E’ vero che in Italia ci sono meno laureati che in altri paesi, ma è anche vero che la composizione e la qualità dei nostri laureati non si addice al mercato del lavoro che non li assorbe e non sembra intenzionato a farlo. Per la composizione basta vedere la crescita di studenti e docenti nelle materie umanitistiche, che nonostante gli appelli, negli ultimi dieci anni sono aumentati (cioè in termini relativi sul totale ci sono più docenti e studenti di filosofia, scienze politiche e lettere di un decennio fa). Sulla qualità l’OCSE c’ha detto che i ns laureati sono peggio dei diplomati (ma quelli che poi non sono andati all’università) olandesi e finlandesi. (i dati sono abbondantemente reperibili sui siti dell’Istat e dell’OCSE, rispettivamente).

    Ok, concesso che IULM e Kore non sono al top della ricerca. E non potevano nemmeno esserlo. Da un lato perché si sa: la ricerca, specie quella di base, comporta rischi elevati ed esternalità non appropriabili per cui è meglio che la faccia il settore pubblico. Dall’altro, è la loro missione? Ma poi, fanno le due così male? Se il giudizio è negativo per lo IULM allora è negativo per tutte quelle che fanno peggio, cioè quasi la metà degli atenei nelle aree prese in considerazione.

    Taxpayers’ money. Dalle cifre riportate non si capisce se è un punto a favore o contro.

    • Francesco Lovecchio: “la composizione e la qualità dei nostri laureati non si addice al mercato del lavoro che non li assorbe e non sembra intenzionato a farlo. Per la composizione basta vedere la crescita di studenti e docenti nelle materie umanitistiche, che nonostante gli appelli, negli ultimi dieci anni sono aumentati (cioè in termini relativi sul totale ci sono più docenti e studenti di filosofia, scienze politiche e lettere di un decennio fa)”
      ====================
      “Più in generale, la lamentata presenza di una distribuzione dei laureati per indirizzo di studi fortemente condizionata da scelte autoreferenziali del sistema universitario non trova puntuale riscontro nella documentazione statistica. Ad esempio, la quota di immatricolati nel settore delle scienze umane e dell’educazione, settore spesso preso ad esempio come caso di eccesso di offerta, nel 2010 era pari al 19% in Italia contro una media OCSE del 21% e un valore per la Germania del 23%.”
      XV RAPPORTO ALMALAUREA SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI – Sintesi di Andrea Cammelli, p. 8
      http://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/occupazione/occupazione11/sintesi_andrea_cammelli.pdf

    • Francesco Lovecchio: “Ad esempio, in UK ci sono pressoché solo una ventina di università che fanno ricerca, le altre di fatto fanno solo didattica.”
      ======================
      I risultati dell’utlima valutazione della ricerca in UK, l’equivalente della VQR italiana, sono disponibili al seguente link:
      http://www.rae.ac.uk/results/
      In particolare, i “quality profiles” sono riportati nel seguente foglio Excel:
      http://www.rae.ac.uk/results/outstore/Main%20table%20of%202008%20RAE%20results.xls
      Esaminando il foglio Excel si vede che sono riportate 160 istituzioni:


    • Francesco Lovecchio: “Ancora più concentrata è l’attività di ricerca negli USA”
      =========================
      Nel 2008 si contavano 622 università USA che offrivano corsi di dottorato.
      Fonte: “Malata e denigrata : l’universita italiana a confronto con l’Europa”(a cura di M. Regini, Roma, Donzelli 2009)

    • Per quanto riguarda la Germania, l’OCSE misura anche i degree delle università di scienze applicate (Fachhochschulen) che comprendono ad esempio, fotografia, video etc (circa un terzo degli studenti frequenta questo tipo di scuole). Inoltre, sempre secondo l’OCSE, circa un un quarto degli studenti iscritto a corsi humanities è straniero (onestamente mi pare troppo) Fonte Education at a Glance 2011 Indicator A4.

      Se si considera gli iscritti a scienze+engeneering, solo nelle università normali tedesche questi rappresentano oltre il 30% del totale contro il 23% in italia. (fonte: OCSE http://dx.doi.org/10.1787/888932462662 distingue anche tra università applicate B e università normali A).

      In altri termini, le humanities in Italia sono diverse dalle humanities in altri paesi, e il mio punto era che in Italia nell’ultimo decennio sia i docenti che gli studenti delle ns humanities sono addirittura aumentati in termini relativi.

    • Francesco Lovecchio: “Per quanto riguarda la Germania, l’OCSE misura anche i degree delle università di scienze applicate (Fachhochschulen) che comprendono ad esempio, fotografia, video etc (circa un terzo degli studenti frequenta questo tipo di scuole). Inoltre, sempre secondo l’OCSE, circa un un quarto degli studenti iscritto a corsi humanities è straniero (onestamente mi pare troppo) Fonte Education at a Glance 2011 Indicator A4.”
      ===============================
      Non è l’indicatore A4, ma l’indicatore C4.2 di OCSE Education at a Glance 2013 (p. 318)


      Non ci vuole molto a capire che quel 25% significa che il 25% degli studenti stranieri si iscrive a corsi di studi in “Humanities, arts and education”, non che che il 25% degli studenti in “Humanities, arts and education” sono stranieri.
      In questo blog non siamo abituati a citare in modo impreciso dati di cui non abbiamo compreso il significato. Correggere i commenti fatti a vanvera può essere un modo per istruire gli altri lettori, ma quando qualcuno insiste a fare il copia-e-incolla di dati che non capisce, una sana censura preventiva è nell’interesse di chi legge (ed anche del commentatore sprovveduto, dato che sta palesemente sprecando il suo tempo, anche se non si può dire altrettanto della sua intelligenza).

    • Francesco Lovecchio: “il mio punto era che in Italia nell’ultimo decennio sia i docenti che gli studenti delle ns humanities sono addirittura aumentati in termini relativi.”
      ======================
      Se confrontiamo le edizioni 2007 e 2013 di OCSE Education at a Glance, si vede che in Italia gli studenti di “Humanities, arts and education” sono *diminuiti*. Infatti, l’edizione 2007 riporta che nel 2004 erano 4+19=23%, mentre l’edizione 2013 riporta che nel 2011 sono passati al 19%.



    • Per quanto riguarda la lista delle università UK essere soggetto a valutazione sulla ricerca non vuol dire fare ricerca. Comunque basta leggere la lista per capire di che si sta parlando. Ci sono istituti tecnici che con la ricerca hanno poco a che fare. In ogni caso per UK le 24 università del Russell Group “Representing just 15% of the higher education sector, two-thirds of the UK’s very best (‘world leading’) research takes place in the Russell Group’s 24 universities.” In altre parole, i tre quarti della spesa in ricerca e il 60% dei dottorati sono concentrati in 24 università (incluso Oxbridge).
      Maggiori dettagli sono qui

      http://www.russellgroup.ac.uk/research/

    • Per quanto riguarda gli USA possiamo considerare la “concentrazione” in termini di dottorati, o in termini di spesa effettiva, oltre al fatto che esiste la Carnegie classification che distingue le doctoral universities dalle altre.

      Secondo la Carnegie classification ci sono meno di 300 doctoral institutions (fonte http://classifications.carnegiefoundation.org/summary/basic.php).

      Se si considerano i dottorati effetivamente conseguiti, negli USA ogni anno ci sono circa
      140 mila doctoral degrees (incluso le lauree mediche, MD, e quelle in giurisprudenza, JD)
      http://nces.ed.gov/fastfacts/display.asp?id=72

      tolti i dottorati professionali, 400 università consegnano circa 51 mila phd all’anno
      http://www.nsf.gov/statistics/sed/2012/pdf/tab2.pdf di cui la metà (25 mila) sono “concentrati” in solo 50 università. (http://www.nsf.gov/statistics/sed/2012/pdf/tab3.pdf )

      Se invece si considera come criterio la spesa in R&D per distinguere il rango (qui una valanga di dati http://www.nsf.gov/statistics/nsf13325/content.cfm?pub_id=4240&id=2 )
      allora vediamo che il 50% della spesa in R&D si “concentra” su solo 50 università, benché ci siano 1000 e passa università che hanno ricevuto qualche spicciolo per la ricerca.

      I dati qui:
      http://www.nsf.gov/statistics/nsf13325/pdf/tab13.pdf
      http://www.nsf.gov/statistics/nsf13325/tables/tab13.xls

      Qualunque sia il criterio, e quindi qualunque sia il numero di research universities, preferito (300, oppure 400, o solo 50), rispetto alle 2,7 mila istituzioni universitarie esistenti negli USA che rilasciano un diploma di laurea quadriennale, mi pare che di forte concentrazione si tratti
      http://www.census.gov/compendia/statab/2012/tables/12s0278.pdf

    • @Banfi: per le università di scienze applicate in Germania nel primo paragrafo di un mio commento precedente mi riferivo alle humanities di cui in Almalaurea citato da DN, ricordando anche che sotto il cappello humanities in Germania ci finiscono discipline che in Italia ne verrebbero escluse perché poco accademiche. Mi dispiace non aver incluso la meccatronica.

      @maitravaruni: si le domande sono le stesse per diplomati, laureati e analfabeti e misurano sia la comprensione del testo che la capacità di far di conto. Maggiori informazioni si trovano su Survey of Adults Skills (PIAAC) dell’OCSE i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso anno.

    • @De Nicolao: sì è vero, ho interpretato l’indicatore A4 (o C4) in modo incorretto.

    • @De Nicolao delle 00:008 del 5 marzo: la mia proposition era che nelle humanities nell’ultimo decennio in Italia sia studenti (inteso come laureati) sia docenti nelle università italiane sono aumentati in termini relativi. Le mie info erano tratte dall’Annuario statistico dell’Istat assumendo per humanities la definizione dell’appello Galli della Loggia-Esposito-Asor Rosa. Non era una affermazione chiave al commento. Comunque mi si oppone il dato dell’OCSE nel periodo 2004-2011.

      Non so come si mettono i grafici nei commenti, quindi sarò meno efficace.

      In primo luogo, le due tabelle presentate da De Nicolao non sono confrontabili, per la semplice ragione che in quella del 2004 ci si riferisce agli adulti tra i 20 e 64 anni, nella seconda del 2011 ai “tertiary new entrants”. Inoltre, se invece del dato 2004, si prendesse il dato del 2001 (su OECD Education at a Glance 2003), si avrebbe nuovamente un aumento delle humanities nel periodo 2001-2011, ma rimarrebbe l’inconfrontabilità per le ragioni già dette. (cfr. Tab A3.3 http://www.oecd.org/edu/skills-beyond-school/educationataglance2003-tablesandcharts.htm )

      Per avere dati OECD confrontabili è necessario andare al dataset http://stats.oecd.org/index.aspx
      In pochi step si hanno i dati che servono.
      Step 1: selezionare sulla sinistra “education and training – education and skills”
      step 2: selezionare nel campo “field of education” le voci “education ISC 14” e “humanities and arts”.
      Compariranno per i vari paesi le serie storiche dal 1998 al 2011. Dividere i numeri per i totali “total over all fields of study”.

      Cosa viene fuori? Viene fuori che i “graduates by field of education” nelle humanities and arts+education in Italia passano dal 16,1% del 1998 al 17,1% del 2001 al 20,8% del 2011. Si può concludere che i graduates nell’ultimo decennio sono aumentati anche secondo i dati dell’OCSE.

  5. “Sulla qualità l’OCSE c’ha detto che i ns laureati sono peggio dei diplomati (ma quelli che poi non sono andati all’università) olandesi e finlandesi.”
    Gradirei un chiarimento su questo punto: come fanno a comparare diplomati e laureati? Somministrano gli stessi test?

  6. Francesco Lovecchio: “Per la composizione basta vedere la crescita di studenti e docenti nelle materie umanitistiche, che nonostante gli appelli, negli ultimi dieci anni sono aumentati”. Ok, ammesso che sia vero (e, soprattutto, assumendo che spetti al MIUR pianificare i percorsi di studio individuali), cosa occorrebbe fare? Chiudere le Facoltà “umanistiche” (o ridurle drasticamente”? Aumentare le tasse per gli studenti che si iscrivono a Facoltà umanistiche?

  7. In effetti vorrei capire anche io il problema di Francesco Lovecchio con il fatto che le persone compiano percorsi di studi umanistici. È così grave? È un problema in assoluto, o nello specifico della situazione italiana, se la percentuale di questi studenti aumenta? Domando, si badi bene, senza intenti polemici, vorrei capire, perché a occhio io il problema non lo vedo. Dovremmo aver bisogno di figure di laureati in tutti i campi, presumo.

  8. @ForgesDavanzati & @Balestrino:

    non ho nulla contro gli studi umanistici in sé e nel mio personale sistema di preferenze inserirei materie umanistiche in tutti i corsi di laurea tecnico scientifici. Non nego l’importanza degli studi umanistici né dai miei commenti poteva trarsi una avversione assoluta.

    E’ però noto che i laureati in materie umanistiche hanno meno trazione sul mercato del lavoro rispetto a quelli in materie tecnico scientifiche: in termini di prospettive occupazionali e reddito. Nonostante ciò l’interesse per le humanities pare cresciuto nell’ultimo decennio. E quindi anche la quota relativa di risorse pubbliche è cresciuta. Le statistiche internazionali non mostrano un eccessiva presenza di humanities in Italia rispetto agli altri paesi, ma su cosa si intende per humanities vi è qualche interpretazione discordante che andrebbe presa in considerazione quando si tirano conclusioni. Ad esempio, è vero che in Germania i laureati in humanities sono una quota relativamente maggiore rispetto all’Italia e a tutti gli altri paesi OCSE, ma in giurisprudenza (che tradizionalmente non rientra tra le humanities ma in concorrenza in qualche modo) l’Italia ha prodotto in termini assoluti sistematicamente più del doppio dei laureati della Germania (in termini relativi ciò si traduce in una quota molto maggiore).

    E’ un problema (assoluto o relativo)? Ci sono tanti profili da considerare, e non solo in termini di efficiente uso delle risorse private e pubbliche, che richiederebbero riflessioni ben più ponderose delle mie. E quindi non ho policy prescriptions migliori da proporre.

    • @GDN – Mi compiaccio molto dell’uso di una delle nostre migliori locuzioni, tra l’altro caratterizzata da una formidabile capacità di sintesi.

  9. “CHE DIRE DEL NUOVO SISTEMA DI VALUTAZIONE DELL’ANVUR, OPACO E CONFUSO?”
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    Il “grido di dolore” di Puglisi viene ripreso anche dal Corriere della Sera:


    http://rassegna.unipv.it/bancadati/20140307/SIC5035.pdf
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    Sembra anche che Puglisi accusi il colpo dell’articolo di Roars. Infatti, in modo apparentemente ingiustificato, se ne esce con una critica dell’ANVUR che, invocata come stella polare da Giavazzi per giustificare la chiusura delle università statali, si trova ad essere stranamente strapazzata sulle colonne del Corriere della Sera.
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  10. In un paese (p minuscola) in cui non tutti siamo uguali difronte alle legge, non c’è da meravigliarsi che le classifiche non abbiano lo stesso valore per tutti. Vanno bene per punire alcuni ma non altri. anzi gli altri avrebbero diritto ad una classifica diversa.

    • Ce ne sono parecchi in giro di exsessantottini passati dalla contestazione alla reazione. Anzi, sono quasi tutti così, è sorta di legge del contrappasso. Più sono stati estremisti e più continuano a essere estremisti nel senso contrario.

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